Juan E. Vecchi

(NPG 1999-07-03)


Apro il giornale di oggi. Immancabile l’articolo che denuncia la devastazione dell’ambiente: il buco dell’ozono, la foresta amazzonica distrutta, Greenpeace che dà battaglia, l’esplosione nucleare su un’isoletta del Pacifico, la circolazione bloccata perché la città è al limite dell’inquinamento, il naufragio di una grande petroliera, fughe di materie tossiche, materiale nucleare sommerso nel mare o venduto a paesi poveri perché lo sotterrino nel loro suolo, moria di pesci nei fiumi, estinzione di specie animali, disinquinamento del Tevere o addirittura del Mediterraneo, sventramento della terra per estrarre a velocità commerciale piccole porzioni d’oro o di diamante. E, da ultimo, «terrorismo ecologico» in tempo natalizio.
Ce ne sarebbe da comporre un dizionario, soprattutto se si aggiungono i congressi internazionali con dispiego di propaganda, le leggi antinquinamento, i piani per proteggere il mondo e l’atmosfera, l’azione idealista delle organizzazioni ambientaliste, mentre chi ha il potere politico ed economico continua a sfruttare le riserve per i propri fini.
L’uomo teme per la sua casa che è il mondo.
La Bibbia prospetta, al momento della creazione, un rapporto sereno, quasi idilliaco tra l’uomo e i diversi ordini dell’universo: l’umano, l’animale, il vegetale; l’ordine celeste, terrestre e marino. Armonia, equilibrio ecologico, uso ragionevole, convivenza, lavoro creativo e gerarchia descrivono questo rapporto. Il mondo abitato dall’uomo è un giardino: egli lo deve coltivare per ottenerne dei frutti. Gli animali ci vivono dentro. Dio vi si trova bene e viene a passeggiare, perché c’è l’uomo che è suo partner e perché l’ambiente è in ordine. Il giardino dato all’uomo è anche la tenuta di Dio.
Lo scatenarsi delle passioni provoca lo squilibrio e altera questo rapporto. Ci si aggredisce, si strumentalizza, si deturpa. Per molto tempo l’uomo non ha sentito gli effetti veri della sua aggressione al creato. Questo appariva grande riguardo per la popolazione e misterioso per la conoscenza umana. Gli strumenti di cui l’uomo disponeva erano al disotto delle dimensioni e complessità del mondo. L’uomo accettava il ritmo delle stagioni, le lente scadenze delle maturazioni, i limiti della geografia, le leggi della materia.
Oggi più che mai è da ripensare il senso di quella convinzione di fede che afferma che il mondo e l’uomo sono stati creati da Dio.
Ciò vuol dire, in primo luogo, che l’uomo e l’ambiente sono «organici», quasi destinati l’uno all’altro; che ci sono leggi interne che assicurano questo rapporto. Esse, ignorate o travisate, si prendono la rivincita.
La creazione è stata presieduta dalla bontà e dall’intelligenza di Dio. Due cose dunque si escludono: che non abbia nessun ordine, che sia soltanto un deposito di «cose» e quindi possa essere trattata come si vuole; in secondo luogo che sia l’uomo a darle la finalità ultima alla quale, si suppone, sono collegate quelle intermedie. Oggi, eliminato il riferimento alla verità sull’origine del mondo, l’uomo tende a credere che l’universo non abbia un disegno da rispettare, ma che possa essere sottomesso ai propri fini, qualunque essi siano.
Nell’ordine del mondo è certamente considerata l’utilità dell’uomo secondo i bisogni della sua vita e del suo destino. Con semplicità la Bibbia afferma che il Signore diede all’uomo tutti i vegetali e le bestie perché se ne servisse. E così pure il mondo, perché lo lavorasse: da gestore intelligente, non da despota. Quando l’uomo smarrisce il suo destino finisce per spogliare o quasi radere la terra. Così, quando crede che la sua felicità si giochi tutta sul possesso dei beni materiali, è quasi matematico che non resista alla tentazione di sfruttare la natura senza rispetto e senza economia. È la storia attuale.
Disegno iniziale e finalità indicano che la terra è di tutti. Un sistema di «proprietà» non può reggersi se ammette come legittima «l’esclusione» di altri. Si ritorcerà contro l’uomo.
Saggiamente i beni sono stati distribuiti su tutta la superficie della terra perché i diversi gruppi di persone avessero di che mangiare, con che costruire le case, di che cosa servirsi anche per spostarsi. Quando si respinge questa visione e si cede alla cupidigia, capita, ad esempio, che le terre dell’Africa siano coltivate da compagnie estere per produrre un prodotto «superfluo» a vantaggio di paesi dove si nuota nell’abbondanza, mentre la popolazione del posto è carente del cibo indispensabile; che si estragga il petrolio o l’oro per arricchirsi insieme a gente che vive lontano, mentre quelle del posto vengono compensate con salari da fame. «Terra ricca, gente povera!» si dice. La spoliazione e l’inquinamento vanno di pari passo.
Ma poi il mondo «creato» e «donato» all’uomo doveva parlare a questi della sua vocazione e del suo Creatore attraverso la bellezza, la luminosità, la fecondità. I salmi sono stupendi a questo proposito. Uno lo ha voluto ripetere un astronauta mentre navigava per gli spazi infiniti: «I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera sua annunzia il firmamento. Un giorno all’altro ne dà notizia; una notte all’altra lo racconta, senza discorsi, senza parole» (Sal 19).
I monti, le correnti d’acqua, i cedri e altri alberi, le bestie mansuete e quelle feroci, i fiori, le piante coltivate che danno l’alimento (il frumento, l’ulivo, la vite), la luce del mattino e il tramonto, la neve, la brina, il mare sono oggetto di serena contemplazione. La bellezza è sentita e penetra nell’anima. E da tutto viene la conclusione: «O Signore nostro Dio, come è grande il tuo nome su tutta la terra! Se guardo il cielo, opera delle tue mani, la luna e le stelle che vi hai posto, chi è mai l’uomo perché ti ricordi di lui? Chi è mai perché tu ne abbia cura? Tutto hai messo sotto il suo dominio: pecore, buoi, bestie selvatiche, uccelli del cielo e pesci del mare e le creature degli oceani profondi» (Sal 8).
Oggi si cerca una norma, un comportamento comune per il rispetto del mondo che ci liberi dall’avvelenamento collettivo e anche dalla deturpazione dell’ambiente immediato in cui viviamo. La bruttezza e la sporcizia occupano spazi che erano per il diletto dell’uomo. «Ridateci il nostro giardino!» sembra dire l’umanità.
Ma le norme che si danno sono carenti di fondamento sufficiente: di fronte ad esse l’uomo non si sente obbligato se non in date circostanze, per consenso temporaneo. La previsione di un disastro non riuscirà a fermare quelli che più devastano (che non sono i «selvaggi»!) né ad imporre un criterio comune: mentre si protegge in una parte del mondo, si inquina impunemente nei paesi che non riescono a mettere freno a chi estrae materie prime o si fa beffa delle indicazioni protettive.
San Francesco di Assisi ha cantato alla natura. Ripetiamo sovente il suo cantico: «Fratello sole, sorella acqua». Ricordiamo l’episodio, quasi mitico, del lupo di Gubbio. Sovente contempliamo il Santo con il volto verso il cielo attraversato da stormi di colombe. È il segno dell’atteggiamento cristiano più profondo.
Egli ha tentato e realizzato in sé la riconciliazione tra l’uomo e l’ambiente. È partito proprio dalla bontà del Padre Creatore che si riflette sulle creature; sulle creature si è soffermato per cogliere il mistero della loro bellezza, senza rimanerne intrappolato; ha approfittato di quello che esse gli offrivano come dono e ne ha tratto anche utilità materiale e spirituale.
L’ecologia, il rispetto per la natura, la comprensione delle sue finalità e dei suoi limiti, il gusto della sua bellezza nei grandi panorami e nel piccolo dei fiori, il cogliere il suo rimando sono punti indispensabili dell’educazione alla fede.
Nella Parola di Dio, nella liturgia, nella storia della santità ci sono principi ispiratori, indicazioni pratiche ed esempi da presentare.