Carmine Di Sante

(NPG 1999-06-24)


Il «tempo ordinario»

Al tempo pasquale, che termina nella prima metà di giugno, dopo le grandi feste della Pentecoste, della Santissima Trinità, del «Corpo e Sangue» del Signore e del «Cuore di Gesù», segue un lungo periodo di domeniche chiamate «per annum» o del «tempo ordinario» che occupano i mesi che vanno da giugno a novembre e si concludono con la festa di Cristo Re, l’ultima domenica dell’anno liturgico dopo la quale inizia di nuovo il tempo d’avvento. Queste domeniche sono chiamate «ordinarie» perché, a differenza del tempo forte di natale e di pasqua, non mettono in luce aspetti particolari del mistero cristologico (l’incarnazione il primo e il mistero pasquale il secondo), bensì lo dispiegano pacatamente contemplandolo e celebrandolo nel suo insieme. Anche se dal punto di vista del linguaggio parlare di domeniche «ordinarie» è un controsenso perché, essendo la domenica una festa, questa è e può essere solo straordinaria (non bisogna però dimenticare che, come vogliono i filosofi analisti del linguaggio, il senso delle parole è derivato dal codice linguistico utilizzato), questo può essere comunque il periodo ideale per capire il legame costitutivo della festa con il tempo profano e quotidiano da cui rimane pur sempre differente.
Se è infatti vero che la festa istituisce sempre un tempo stra-ordinario che, come vuole l’aggettivo, si colloca al di fuori dello spazio ordinario, qualificato per questo come divino o sacro, è altrettanto vero che questa stra-ordinarietà non è da contrapporre al tempo ordinario, come sua alternativa o fuga, bensì è da intendere come la sua chiave di lettura che lo illumina dal di dentro e ne disvela il senso sottraendolo all’ambiguità e al negativo che lo minaccia. Contro le teorie che istituiscono una separazione netta tra tempo festivo e tempo profano o lavorativo (M. Eliade, il grande studioso rumeno delle religioni scomparso alcuni anni fa sembra muoversi spesso su questa linea), la tesi qui sostenuta è che la festa non istituisce un tempo altro dal profano, bensì disvela il senso del tempo come tempo sensato, per cui non vale più la distinzione tra tempo sacro e tempo profano, perché ogni tempo può essere tempo dotato di senso. Lo specifico pertanto della festa non è di istituire uno spazio diverso dal profano, ma di dire (e in questo dirlo è il suo specifico) che non esiste tempo profano, essendo ogni tempo sacro.
Alla donna samaritana che, avendo scoperto in Gesù un profeta, chiede se il vero luogo dove adorare Dio in verità debba essere il monte Garizim, come vogliono i samaritani, o il monte di Gerusalemme, come vogliono gli ebrei, il nazareno risponde:
«Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Gv 4, 21-24).
Per Gesù non ci sono più luoghi e tempi particolari per onorare Dio perché, essendo Dio «spirito», cioè oltre e altro dallo spazio e dal tempo che non lo possono contenere o limitare, va onorato in ogni spazio e in ogni tempo, cioè dovunque e sempre. Mettendo sulla bocca di Gesù questa affermazione, Giovanni porta a compimento il senso profondo della festa, la cui funzione non è di separare Dio dal mondo o il sacro dal profano, bensì di indicare la presenza di Dio nel mondo e la sacralità di ogni profano, per cui per essa non esiste più profano. Gesù non abolisce le feste, le quali continuano ad essere celebrate anche dopo le sue parole alla samaritana, bensì l’interpretazione dualistica e riduttiva che la contrappone al profano. Il senso autentico della festa non è quello di instaurare uno spazio altro dal profano, bensì di essere segno o sacramento attraverso il quale dire che, alla luce di Dio, non esiste più profano.

Insensatezza del quotidiano?

Il 23 gennaio 1997 il quotidiano La repubblica, nella rubrica intitolata «Lettere» a cura di Barbara Palombelli, ospitava la lettera di Carlo Molinaro in cui fra l’altro il firmatario affermava: «Nessuno si rende conto che la cosa più difficile da sopportare in questo mondo è la cosiddetta vita normale».
Alcune settimane dopo, il 19 febbraio, sempre sulla stessa rubrica il quotidiano pubblicava una lettera di risposta a firma di Mauro Michelucci il quale scriveva:
«Chiedo un po’ di spazio per poter comunicare con il signor Carlo Molinaro... Caro signor Molinaro, lei è persona intelligente e sensibile, ma quando dice: ‘Nessuno si rende conto che la cosa più difficile da sopportare in questo mondo è la cosiddetta vita normale’, pecca della presunzione propria dei normali. Si è mai domandato quale è la vita di persone per le quali la cosiddetta ‘vita normale’ è un Everest irraggiungibile, una pallida speranza, uno spazio infinito, colmabile (a volte solo in parte) con immani fatiche e immani sacrifici? Io non sono normale! 42 anni fa, in tenerissima età, ho subito l’amputazione chirurgica dell’arto sinistro e questa perdita traumatica ha indelebilmente segnato la mia vita interiore e la mia esistenza quotidiana. Ha mai pensato o solo immaginato, signor Carlo, di non poter giocare a pallone, a basket, essere sempre meno agile degli altri, di non portare d’estate i calzoni corti per la vergogna di essere chiamato ‘Gamba di legno’, di non poter fare un bel tuffo dagli scogli, di affrontare la spiaggia estiva con il disagio degli sguardi adulti commiserevoli o disgustati sulla tua protesi, di non poter ballare, di essere paralizzato dal timore di un rifiuto devastante al primo incontro con la ragazzina di cui eri innamorato, al timore della prima esperienza intima, quando siamo nudi e non solo metaforicamente, situazione che si ripete ogniqualvolta l’esistenza (se Dio vuole) propone nuovi incontri? Io ho provato tutto questo, eppure sono un uomo molto fortunato: gli ostacoli della mia vita mi hanno donato una personalità forte con alcune asperità, una dovizia di interessi, una intensa sete di conoscenza intellettuale e culturale, amicizie straordinarie, amori intensi e veri! Mi vien quasi da proporle un paradosso. Amputiamo un piede, una mano, a buona parte dei prossimi nascituri, per avere una generazione meno oppressa dalla ‘normalità’ concessa da madre natura con troppa generosità?».
La vita normale oppure la vita quotidiana è intesa spesso, come vuole la lettera di Carlo Molinaro, come routine, per dover fare sempre le stesse cose, e come peso, durezza e insensatezza per non potersi sottrarre al suo determinismo. Dall’altra parte però non è questa la sola possibile lettura del quotidiano perché, come emerge dalla stupenda testimonianza di Mauro Michelucci, è proprio la cosiddetta vita «normale» o quotidiana lo spazio dove, nel solo muoversi con i propri piedi, l’io è testimone di un miracolo che, come vuole lo scrittore inglese Chesterton, è più grande di quello di chi getta le stampelle, per la semplice ragione che gettare le stampelle e riprendere a camminare non sono un di più rispetto al camminare «normale», bensì solo la sua restaurazione. Queste due testimonianze, lungi dal legittimare due diverse «teorie del quotidiano», l’una come il luogo della alienazione mentre l’altra della realizzazione, insegnano piuttosto la sua profonda ambivalenza (il quotidiano come luogo dove ci si può sia alienare che realizzare) e l’assolutezza della responsabilità dell’io come suo principio di superamento (dipende solo dall’io fare del quotidiano l’uno o l’altro).

Come trasfigurare il quotidiano

Un giorno Gesù raccontò ai suoi discepoli questa storia:
«Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti [circa 55 milioni di lire in oro!]. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: ‘Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa’. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un servo come lui che gli doveva cento denari [cento lire in oro!] e, afferratolo, lo soffocava e diceva: ‘Paga quel che devi!’ Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: ‘Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito’. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora, il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?’ E sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18, 23-35).
La storia di Gesù insegna che il principio di rigenerazione dell’umano è la riconciliazione recettiva e attiva: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». E non ci si lasci trarre in inganno dalla conclusione drammatica della parabola, interpretando alla lettera il castigo annunciato, perché, se così fosse, ci troveremmo di fronte a un Dio che della misericordia sarebbe la negazione stessa. Altro è invece il senso della sua ira e della sua condanna: dire e svelare, con la finzione del linguaggio narrativo, che il senso ultimo dell’umano è solo nella compassione accolta e ridonata e che, al di fuori di questo spazio, non c’è salvezza per l’umano.
Il quotidiano, metafora elementare dell’incontro dell’io con gli altri e con le cose, è lo spazio esistenziale ineludibile dove vivere la compassione riaperta nella storia dal perdono del crocifisso. Se, come vuole nella sua lettera aperta Carlo Molinaro, «la cosa più difficile da sopportare in questo mondo è la cosiddetta vita normale», ciò è dovuto al fatto che in questa viene allo scoperto il vero volto dell’io, come pure quello degli altri e delle cose che, come attori fuori scena, dietro le quinte, senza più maschere, si ritrovano soli dinanzi allo specchio per quello che realmente sono.
Ma è proprio qui, quando ormai si è fuori scena e dietro le quinte, sottratto allo sguardo dell’osservatore esterno, che, per la bibbia, si apre per l’io la possibilità di scoprire la sua vera identità: quella di colui che, in ogni stretta di mano e movimento, sottende la stessa misericordia e gratuità di Dio che, ogni mattina, «fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi», chiamando l’io a fare altrettanto.