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Senza fretta di crescere


Carlo Nanni

(NPG 1999-06-03)

 

1. Ci sono adolescenti e adolescenti, ci sono giovani e giovani. Pensare di definirli tutti allo stesso modo, come se il fatto cronologico e generazionale fosse sufficiente, è dar luogo a stereotipi scarsamente aderenti alla realtà. Nell’adolescenza, soprattutto nella prima fase di questo periodo di vita, il voler essere più grandi dell’età che si ha, è comune. Ma a me pare che molti sembrano pure attraversati da un diffuso sentimento di non affrettare i processi, quasi passasse loro per la mente una forte voglia di non crescere: soprattutto tra i maschi.
Non intendo solo riferirmi al fenomeno della «giovinezza allungata». Penso piuttosto a ragazzi e giovani che rassomigliano al protagonista del romanzo di Günther Grass Il tamburo di latta, al bambino che non voleva crescere e rimanere bambino a motivo di quanto aveva dovuto ben presto sperimentare: gli orrori della guerra, la triste condizione degli Ebrei, ma soprattutto le infedeltà di amicizia e di coppia del suo ambiente familiare, ufficialmente rispettoso e onorato (e che invece nascondeva queste tristi dinamiche interpersonali).
Riprenderà a crescere (avendo l’età cronologica di più di 20 anni) quando finalmente si sentirà veramente amato da una ragazza, che lo aveva raccolto e preso con sé come un bambino disperso.

2. Cosa significa questo?
È dovuto solo alla controtestimonianza della generazione adulta tutt’altro che esemplare in fatto di buon esempio di vita, di onestà, di impegno sociale, di coscienza comunitaria? È solo frutto del malgoverno, di tangentopoli, dell’imperversare della criminalità e delle diverse forme di mafia che dominano o chiedono il «pizzo» a chi onestamente cerca di mandare avanti un’attività, un’impresa, un negozio?
O è dovuto a menage familiari tutt’altro che fedeli, pacifici, reciprocamente benevolenti o affidati invece solo ai propri modi di vedere e di sentire, se non alle voglie egoistiche?
Stando così le cose potrebbe venir spontaneo dirsi: se questo è il mondo adulto, perché abbandonare un momento vitale, dove dopo tutto non manca niente anzi si è coccolati e iperprotetti?
O dipende anche dalla forza culturale di certe movenze valoriali tipiche del nostro tempo, che spingono verso forme di globale soggettivismo di interessi (= quasi un tendenziale narcisismo culturale)? Oppure è anche la constatazione più o meno avvertita di una concezione della vita sociale in cui l’ideale è quello del cittadino «cliente» dell’organizzazione sociale (vista come un servizio dovuto)? O non sarà l’esperienza di una politica «spettacolo», in cui i politici di professione non solo sono del tutto scollati da coloro che li hanno eletti negli organismi di governo ai vari livelli, nazionale, regionale, comunale, zonale, ma risolvono l’azione politica in discorsi vacui, quando non nell’insulto e nella rissa, senza che nulla cambi in meglio?
Mi viene da pensare che si potrebbe alzare l’indice accusatore anche contro i mass-media: non solo per le rappresentazioni spesso aggressive, violente o comunque fuori dalla realtà, ma anche per il bombardamento di informazioni che forse una mente comune, in particolare quella di un adolescente, non riesce a sopportare, a digerire intellettualmente, a inquadrare in una composta, critica e personalizzata rappresentazione mentale.
In una parola, si potrebbe dire che la complessità della vita, può far balenare in mente l’idea di non essere capace di vivere da persone adulte, in questo mondo.

3. Come ispirare, stimolare la voglia di crescere, senza bruciare le tappe, ma neanche senza bloccarsi o baloccarsi?
Forse non c’è da spaventarsi troppo? Forse raramente si arriva al patologico. Forse si tratta di sentimenti che convivono con altri di opposta tendenza e magari transitori o semplicemente momentanei?
Ma anche se fosse così, non saranno un segno a cui occorre prestare attenzione se vogliamo fare un passo in avanti nella formazione di persone capaci di vivere positivamente, al meglio, la propria vita, per tutti e per ciascuno?
Proverò a indicare alcune piste d’azione educativa, quasi degli «anticorpi».
* Certamente resta fondamentale la buona testimonianza di persone che ci fanno toccare con mano non solo la loro voglia di vita, ma anche la dignità umana di essa, il fatto che vale la pena che essa vada vissuta, spesa bene, per sé, per gli altri, per il mondo! Vien da pensare a quello che Manzoni dice del Cardinal Federico Borromeo, per il quale la vita era un compito (ma lo stesso dice oggi la logoterapia di V. Frankl). Ma al di là delle citazioni letterarie, la convinzione che la vita ha un senso e c’è da impegnarsi in essa per qualcosa che valga, molti di noi non l’hanno forse conseguita osservando i propri genitori o, magari, nonni, vecchi sacerdoti o persone comunque anziane?
* Ma il dire sì alla vita, oltre che grazia di Dio, è certamente aiutato materialmente da una precoce abitudine a vivere l’esistenza nella sua «oggettiva» concretezza, senza troppe e ossessive paure genitoriali di essere esposti alle difficoltà, alle impervietà e alle durezze che la vita quotidiana presenta. Si potrebbe dire che c’è da farsi le ossa e da esercitarsi ad affrontare problemi.
Il simbolo battesimale dell’unzione con l’olio catecumenale rende bene, mi pare, questa formazione alla crescita umana oltre che cristiana. In fondo essere ossessivi nell’essere protettivi da parte di genitori (ma anche di animatori, insegnanti, educatori) è un segno di scarsa fiducia nelle possibilità che i ragazzi o gli adolescenti possano cavarsela con le proprie forze (magari con qualche… ammaccatura, che potrà avere funzione di… avviso preventivo per il futuro!). E forse denuncia pure – oltre una buona dose di paura e di sfiducia in se stessi – una concezione del valore dove non c’è posto o si vuol bandire in ogni caso la sofferenza, il dolore, la pazienza, l’accettazione robusta degli accadimenti non preventivati; e quindi si viene a non saper cogliere il positivo senso e la validità umana di tutto ciò. Non mi nascondo che questa è la direzione sbandierata da tanti spots pubblicitari. Ma certamente si viene qui a toccare uno dei tabù culturali che la modernità occidentale non ha saputo ancora ben digerire e integrare umanamente (mi vien da pensare al film «il caro estinto»!).
* Certo non si tratta di abbandonare i ragazzi a se stessi. E neppure semplicemente di corredare spazi protetti su misura… perché possano scorrazzare come loro pare e piace ma non si facciano del male.
Anzi, forse, la prima cosa è far vivere l’esperienza del non essere abbandonati, di aver vicino delle presenze significative. La tradizione salesiana dell’assistente «che supponiamo sempre presente» (come scriveva Don Bosco), è oggi più attuale che mai.
* Penso inoltre che si dovrebbe favorire il più possibile la loro partecipazione attiva alla vita e al menage familiare, facendo diventare «ovvio» il loro contributo, magari rinforzandolo con la lode, stimolandolo con l’aiuto, apprezzandolo nel risultato (senza troppi premi, perché si possa «sentire» che quanto si è fatto vale per se stesso, e non perché funzionale a un «oggetto» alla fin fine esterno a quell’io profondo del ragazzo che prende coscienza non solo delle proprie energie ma anche che la vita è compito e compartecipazione alla crescita e al benessere di tutti).
Detto in parole «grosse», voglio dire che è essenziale educare «fin dalla tenera età» – come si diceva una volta – a uscire dal proprio soggettivismo per una vita solidale; abituare a cogliere – oltre l’individuale e l’intersoggettivo – anche l’oggettivo, l’istituzionale, il bene comune, ciò che si cura insieme perché è per il bene di tutti.
Anche qui mi viene alla memoria quello che Don Milani aveva fatto mettere alle pareti della sua scuola di Barbiana: «I care»: mi prendo cura, mi interessa; e anche l’altra frase del priore di Barbiana «sentirsi responsabili di tutto!»

4. Ho parlato di bambini e di ragazzi, quasi in una sorta di formazione preventiva rispetto all’insorgere del fenomeno. Ma credo che esso vada curato anche nel suo manifestarsi adolescenziale e giovanile.
Non si tratta di aggravare precocemente di responsabilità, come si fa con alcuni animatori-adolescenti, perché è certo un diritto di ognuno il vivere la propria età, in questo caso con una certa spensieratezza (Leopardi ci ricorda che «stagion lieta è codesta»). L’impegno dell’animazione dovrà fare in modo che essi abbiano forme complementari per non dovere poi da adulti rimpiangere di dovere «andare alla ricerca del tempo perduto».
Ma certamente far sentire che quanto si fa nel Centro giovanile o altrove è cosa propria, nel senso di compartecipata, che si conta qualcosa, che effettivamente il «proprio mattone» serve a costruire la casa di tutti e che sarà utile per tanti che ora neppure immaginiamo: credo che questi sono tratti che una sana pastorale giovanile potrà dare come contributo alla formazione di cittadini attivi e di persone non paurose di diventare adulti.
A questo dovrebbe concorrere la catechesi, l’omiletica, la parola e la guida spirituale, perché – come si è accennato – c’è da contrastare e da vincere modi culturali che magari fanno attenti all’altro personale, ma meno all’altro istituzionale, al bene comune, alla collaborazione per un futuro umanamente degno per ciascuno, per il bene… del mondo, di quello che già si dà e quello che ancora ha da nascere e che forse verrà al mondo proprio per il nostro impegno e la nostra dedizione.

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