Carmine Di Sante

(NPG 1999-05-77)


Sconvolgimento

Al centro del messaggio cristiano non c’è la morte di Gesù, ma la sua risurrezione che da essa esplode, come esplode un masso che riapre la strada o le pareti di un carcere che riconsegnano il prigioniero alla libertà. Il tempo pasquale, che segue al tempo quaresimale e alla settimana santa e ha la durata di più di cinquanta giorni, è dispiegamento della risurrezione e della sua potenza di rinnovamento che attiva nella storia umana di peccato.
Quando Gesù muore sulla croce, secondo il racconto del primo evangelista ci fu un profondo sconvolgimento:
«Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da gran timore e dicevano: ‘Davvero costui era Figlio di Dio’» (Mt 27, 51-54).
La relazione amicale che Gesù dischiude sulla croce, non rifiutando i suoi uccisori ma perdonandoli, è un sovvertimento tale nella e della storia da essere paragonato, dall’evangelista, alla potenza di un terremoto. Non si accede al senso più profondo della risurrezione di Gesù sulla croce se non se ne coglie la dimensione di sovvertimento che opera della storia, infrangendola come struttura di inimicizia e rigenerandola come possibile spazio di amicizia. Il perdono, infatti, inteso come relazione amicale instaurata nello spazio inimicale, è sovvertimento della logica della violenza umana che, per il racconto neotestamentario, è violenza legittimata e sacralizzata. «Legittimata», introdotta cioè nell’ordine della legge istitutrice del giusto e del vero; e «sacralizzata», introdotta nell’ordine del sacro, sinonimo di assoluto e di inviolabile. E, per questo, struttura perversa da cui è impossibile evadere.

Il peccato o la colpa che si occulta

Chi ha ucciso Gesù sulla croce? Chi deve essere ritenuto colpevole della sua morte? A chi deve essere addebitata la responsabilità della sua condanna a morte e della sua esecuzione sul legno della croce? E quali le imputazioni per la sua condanna? Perché destabilizzava l’ordine pubblico, come temeva Pilato, oppure l’ordine religioso, come paventava il sommo sacerdote Caifa, capo del Sinedrio? Paradossalmente, il racconto neotestamentario non si interessa a domande come queste, e gli unici dati certi che esso offre a livello storico (storico qui inteso come storiografico) è che Gesù è stato processato e condannato a morte da Ponzio Pilato, procuratore romano, che a tale processo e condanna a morte collaborarono le autorità religiose ebraiche del Sinedrio, e che sia il primo che le seconde si servirono della «folla», cioè di gruppi più o meno numerosi e manovrati, per giustificare il loro operato.
Questi dati non solo sono scarsi ma, per il racconto neotestamentario, sono soprattutto ininfluenti, perché per esso l’importante non è né la ricerca dei mandanti della condanna a morte di Gesù né le ragioni storico-fattuali che l’hanno motivata, né la correttezza del processo che gli fu intentato, bensì la relazione amicale che egli introduce nella situazione ingiusta e violenta di cui è vittima. Questa è assunta dagli autori neotestamentari non nella sua fatticità storico-contingente, bensì come paradigma della ingiustizia e violenza che, come un fiume melmoso e minaccioso, inquinano e attraversano in profondità la storia umana disseminando ovunque distruzioni, odi, rifiuti, morti, aggressioni e guerre che travolgono soprattutto i giusti e gli innocenti.
Ciò che sta a cuore al racconto neotestamentario non è perché Gesù è rimasto vittima della ingiustizia e della violenza, ma perché la storia umana da sempre è storia di ingiustizie e di violenze, di cui Gesù è un caso esemplare, ma né l’unico né il più tragico, bensì solo uno tra i tanti, per cui la ricerca specifica delle cause che ne hanno determinato la condanna a morte è irrilevante.
Ciò che per il Nuovo Testamento costituisce, invece, la novità unica e assoluta della croce è che, attraverso il perdono che Gesù vi dischiude, l’uomo accede ad una nuova coscienza che è il riaccedere, in realtà, alla sua vera coscienza: che la violenza che inabita il cuore umano e si oggettiva nelle singole storie di ingiustizie e di sofferenze non è né volontà divina, come vuole il pensiero greco, né legge di natura, come vuole il pensiero positivista moderno, né un ritardo di intelligenza, come vuole il razionalismo socratico e l’evoluzionismo morale (il pensare che il male deriva da un errore dell’intelligenza o da un insufficiente livello di progresso), ma è frutto della colpa, il cui tratto peculiare è di occultarsi come colpa e di vivere l’ingiustizia come giustizia e legittima difesa e il cui nome biblico è il peccato. Dietro la storia umana fatta di sofferenze e di violenze gli autori del racconto neotestamentario colgono e smascherano la presenza di questa potenza chiamata peccato, e per essi questa è la ragione ultimale per la quale Gesù, rappresentante di tutti gli innocenti e di tutti i giusti della storia spazzati via dalla violenza, patisce ed è ucciso ingiustamente.
Per questo l’apostolo Paolo, nel primo e più antico resoconto della morte e della risurrezione di Gesù, rivolgendosi ai cristiani di Corinto si esprime con questo linguaggio:
«Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato secondo le Scritture...» (1 Cor 15, 3-5).
Per Paolo la vera ragione per cui Gesù fu condannato a morte e crocifisso non è da individuare né nelle autorità romane né in quelle giudaiche, bensì nel peccato di cui le autorità romane e giudaiche furono un’espressione storica o epifenomeno, ma la cui potenza le trascende e come cancro pervasivo opera dovunque devastando e distruggendo il mondo, sia quello profano, che Giovanni chiama cosmos, che quello religioso, che sempre lo stesso Giovanni vede esemplificato polemicamente nel giudaismo della sua epoca. Questa affermazione, secondo la quale Gesù è morto «a causa dei peccati dell’uomo» o degli uomini, è il ritornello del Nuovo Testamento, e contro quanti pretendono far ricadere sugli ebrei la causa della condanna a morte di Gesù (l’infamante accusa di «deicidio» cancellata dal Vaticano II e di cui lo stesso nazismo si è servito nel suo folle progetto di sterminio del popolo ebraico) recentemente un documento vaticano, citando il catechismo del Concilio di Trento, ha ricordato «che i cristiani peccatori sono più colpevoli della morte del Cristo, rispetto ad alcuni ebrei che vi presero parte: questi ultimi, infatti, non sapevano quello che facevano (Lc 23, 24), mentre noi lo sappiamo sin troppo bene».

Il perdono libera dal peccato

Ucciso dal peccato o a causa del peccato, Gesù con la sua morte libera il mondo dal peccato. È questo il mirabile bisenso della formula paolina secondo cui «Gesù morì per i nostri peccati», dove il «per» ha valore contemporaneamente causale (il peccato come causa per cui Gesù muore, rispetto a cui le cause contingenti storiche sono solo un sintomo o epifenomeno) e finale (la liberazione dal peccato come la ragione stessa della sua morte, in quanto Gesù muore per liberare l’uomo dal peccato).
Con la sua morte quindi Gesù vince il peccato. Formula ellittica che vuol dire: con la sua morte in cui riapre nella storia lo spazio del perdono. È questo, il perdono inteso come relazione amicale istituita dentro lo spazio inimicale, il principio che, per il Nuovo Testamento, vince il peccato, o la colpa umana, che si dissimula come tale, e da principio di male si converte in principio di bene e di giustizia (il principio di giustificazione come pseudogiustificazione secondo il linguaggio paolino, al quale l’apostolo oppone la fede come principio di giustificazione vera). Come gli autori del racconto neotestamentario non si stancano mai di ribadire, il perdono è il principio di ricostituzione della soggettività umana e del mondo in cui questa si oggettiva.
Il 12 febbraio 1980 le Brigate Rosse uccidevano a Roma Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, e durante il rito funebre, ripreso dalla televisione, il figlio minore Giovanni di 24 anni pregò per gli uccisori del padre.
A quattro anni dalla tragica vicenda, un fratello dell’ucciso, il padre gesuita Adolfo Bachelet, si vede recapitare una lettera da parte di 18 brigatisti rossi, in cui tra l’altro si diceva: «Sappiamo che esiste la possibilità di invitarla qui nel nostro carcere. Di tutto cuore desideriamo che Lei venga e vogliamo ascoltare le sue parole... Ricordiamo bene le parole di suo nipote, durante i funerali del padre. Oggi quelle parole tornano a noi, e ci riportano là, a quella cerimonia, dove la vita ha trionfato della morte e dove noi siamo stati davvero sconfitti nel modo più fermo e irrevocabile... Per questo la Sua presenza ci è preziosa: ai nostri occhi, essa ci ricorda l’urto tra la nostra disperata disumanità e quel segno vincente di pace, ci conforta sul significato profondo della nostra scelta di pentimento e di dissociazione, e ci offre per la prima volta con tanta intensità l’immagine di un futuro che può tornare a essere anche nostro» (cf A. Bachelet, Tornate ad essere uomini! Risposte di ex-terroristi, Rusconi, Milano 1989).
Questa testimonianza straordinaria di un gruppo di ex-terroristi aiuta a capire in che senso il perdono della croce è, per il Nuovo Testamento, principio di ricostituzione della soggettività umana: in quanto messa in discussione della falsa coscienza («la sua presenza ci ricorda l’urto tra la nostra disperata disumanità e quel segno vincente di pace») e reinstaurazione della vera coscienza («ci conforta sul significato profondo della nostra scelta di pentimento e di dissociazione...»). Mentre infatti denuncia l’offensore per il male compiuto, contemporaneamente il perdono, offrendogli la mano amicale, gli permette di dis-identificarsi con il male e di tornare al bene. Per questo la croce è, per il racconto neotestamentario, «giudizio di condanna» e «salvezza» dell’umanità. Un giudizio di condanna che, svelando all’uomo la sua coscienza di male, lo salva ricostituendolo come coscienza di bene.