Luis A. Gallo

(NPG 1999-05-84)


La singolarità del volto di Dio rivelato da Gesù è data da certi tratti caratteristici che la contrassegnano. Tra essi uno che colpisce in maniera particolare è quello della sua «asimmetria».

In cammino verso il vero volto di Dio

Nel cammino di maturazione religiosa del popolo d’Israele si coglie una tensione tra due correnti antitetiche per quel che riguarda la concezione di Dio: una, inizialmente maggioritaria, pensa a Dio in chiave di simmetria; un’altra, in principio minoritaria ma alla fine vincente, lo pensa in chiave di asimmetria. Ci spieghiamo.
Non sono pochi i testi dell’Antico Testamento in cui Dio viene visto come Colui che ama i buoni, i giusti, quelli che fanno la sua volontà, mentre detesta e perfino odia i cattivi, gli ingiusti, quelli che si allontanano dai suoi voleri. La frase «Dio benedice il giusto e maledice l’ingiusto», e altre equivalenti, sono come un ritornello frequentemente ripetuto in tali testi. Bastino pochi esempi. Il Sal 5 si chiude con queste parole: «Signore, tu benedici il giusto: come scudo lo copre la tua benevolenza» (v.13), mentre poco prima aveva detto: «Tu detesti chi fa il male, fai perire i bugiardi. Il Signore detesta sanguinari e ingannatori» (vv.6-7); nel libro dei Proverbi si legge: «Il Signore ha in abominio il malvagio, mentre la sua amicizia è per i giusti» (3,32); e nel Siracide: «L’Altissimo odia i peccatori e farà giustizia degli empi» (12,6). Sono tutte parole che veicolano l’immagine di un Dio che si può chiamare, secondo l’espressione di un biblista, simmetrico (G. Barbaglio).
In che cosa consiste la simmetria di questo Dio? Nel fatto che Egli risponde alla giustizia e alla bontà degli uomini con l’amore e la benevolenza, mentre alla loro ingiustizia e cattiveria risponde con l’odio, la maledizione e col destestare chi le pratica. Si tratta di una concezione molto diffusa anche in altri ambiti religiosi al di fuori d’Israele. Una concezione che tuttavia venne progressivamente messa in discussione all’interno dello stesso popolo della Bibbia. Un caso emblematico di tale messa in questione è il libro di Giobbe. In esso il suo protagonista, «uomo integro e retto, che temeva Dio ed era alieno dal male» (Gb 1,1), subissato dalle successive disgrazie che gli piombano addosso, impugna l’idea tradizionale, tramandata attraverso i secoli, secondo la quale chi è integro e retto è benedetto da Dio con ogni forma di benedizione, mentre chi è cattivo è da Lui maledetto. Attraverso una travagliata e altamente poetica ricerca, l’autore del libro sbocca in un’idea nuova di Dio, molto distante da quella comunemente proposta negli altri libri. Soprattutto mette in crisi l’affermazione mille volte ripetuta in essi, che il Sal 36 condensa in queste parole: «Sono stato fanciullo e ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato [da Dio]» (v.25). Dio non è, quindi, Colui che automaticamente vuole e fa il bene a chi agisce rettamente, ma è mistero inafferrabile, secondo quello che si desume da ciò l’autore mette in bocca a Giobbe alla fine del libro: «Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo […]. Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42,3).

Il Dio di Gesù, un Dio asimmetrico

Con Gesù, questo processo di revisione dell’idea di Dio arriva alla piena maturazione e al suo culmine. Egli, infatti, propone un Dio totalmente asimmetrico. Probabilmente non c’è testo che esprima meglio il suo modo di pensare, da questo punto di vista, che la parabola degli invitati a lavorare nella vigna. La si legge nel vangelo di Matteo, e merita di essere citata per disteso:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò’. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: ‘Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?’ Gli risposero: ‘Perché nessuno ci ha presi a giornata’. Ed egli disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna’. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: ‘Chiama gli operai e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi’. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: ‘Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo’. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: ‘Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi» (Mt 20,1-16).
Certo, il comportamento di questo padrone di casa mette a soqquadro ogni giustizia retributiva. Gli attuali sindacati operai avrebbero qualcosa da ridire al riguardo. Ma già allora il senso della giustizia doveva ribellarsi davanti ad un comportamento del genere, come permette di capire, nella narrazione stessa, la reazione al momento della paga dei primi arrivati al lavoro. Retribuire con lo stesso salario chi ha faticato sin dall’alba e chi invece si è messo al lavoro solo all’ultimissimo momento, è un’ingiustizia che grida vendetta al cospetto di Dio. Peggio ancora se la rimunerazione inizia «dagli ultimi», come precisa, rincarando la dose, il testo della parabola.
Eppure, Gesù attribuisce precisamente a Dio questa maniera di comportarsi. È uno dei suoi modi paradossali di esprimersi per far passare le sue idee tra la gente che lo ascolta. Egli ama parlare sconvolgendo le logiche scontate per poter dire la novità di ciò che propone. Ama, come direbbe un noto studioso del linguaggio, parlare facendo degli «errori calcolati» (P. Ricoeur), perché è l’unico modo appropriato per parlare di questo Dio che non è per niente scontato. Lo sarebbe se fosse simmetrico, ma proprio perché ha deciso di dare a tutti gli operai la stessa paga, cominciando dagli ultimi, dimostra di essere «altro». È un Dio gratuito, che vuole dare perché vuole dare. Perché è buono, secondo la risposta data dal padrone al brontolone della prima ora nella parabola, indipendentemente da ciò che sono o fanno gli uomini.
Bisogna capire bene il senso di questo sconvolgente messaggio di Gesù. Egli non intende dire che Dio sia ugualmente contento di tutto ciò che sono o fanno gli uomini. Ne è una prova il costante suo richiamo nel nome di Dio a convertirsi, ad agire secondo il volere divino, a praticare la giustizia nei rapporti con gli altri, ad amarsi davvero vicendevolmente; lo è anche il suo modo di denunciare, sempre nel nome di Dio, comportamenti di persone e gruppi che si dimostrano negativi per loro stessi o per altri.
Per lui, né coloro che si comportano da insensibili ai bisogni degli altri, come il ricco epulone della parabola (Lc 16,19-31), né coloro che «si ritengono giusti e disprezzano gli altri» (Lc 18,9), né quelli che, come i sommi sacerdoti, sfruttano la religione per i propri interessi, possono avere l’approvazione e la compiacenza divina. Dio, il suo Padre, si compiace solo in lui (Mt 3,17; 12,18; 17,5; Mc 1,11; Lc 3,22), e in coloro che seguono le sue orme.
Ma, sempre stando a quello che si coglie nei vangeli sul suo modo di pensare, nessuna cosa al mondo può far indietreggiare l’amore che Dio ha verso gli uomini, verso tutti e ognuno di essi, senza eccezione: l’amore inteso come volontà di bene verso chi si ama. Una frase del vangelo di Matteo può essere considerata come un punto culminante della rivelazione del volto di Dio da questa prospettiva. È quella in cui Gesù afferma: «Il Padre vostro celeste […] fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45).
È chiaro ciò che egli vuole inculcare attraverso il riferimento ad un fenomeno della natura: Dio – il Padre vostro celeste – non fa distinzione tra buoni e cattivi nell’offrire il bene: lo fa generosamente, senza limitazione alcuna. Egli non esclude perciò mai gli «ingiusti» dalla sua volontà di bene, di felicità e di vita per il fatto che siano tali. In altre parole, Dio ama tutti senza distinzione, e cioè vuole sempre e soltanto il bene di tutti, instancabilmente, indipendentemente da ciò che pensino, sentano, dicano o facciano. In questo senso si capisce tanto la sua asimmetricità quanto la sua gratuità. La ragione è che Egli, come afferma la Prima Lettera di Giovanni, «è amore» (1 Gv 4,8.16).
Il Padre che si è rivelato in Gesù, nelle sue parole e nei suoi atti che ne sono una chiara conferma, è quindi un Dio che non ci ama perché siamo buoni e smette di amarci quando non lo siamo, ma ci ama sempre, al di là di ciò che siamo o facciamo. Casomai, ci ama affinché siamo buoni, come Lui. Il contesto della frase di Gesù sopra citata è, infatti, quello della sua esortazione ad essere «perfetti come il Padre nostro celeste» (Mt 5,48), con una perfezione che consiste nell’avere, come Lui, un amore gratuito, incondizionato e immutabile verso tutti. Tanto incondizionato da amare persino i propri nemici e da pregare per i propri persecutori (Mt 5,44).