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Il quadro di riferimento per cogliere bene la questione


(dossier: Si può educare alla fede nella logica dell’animazione?)

Riccardo Tonelli

(NPG 1999-05-8)


Chiunque si metta a fare attività pastorale instaura un rapporto con le scienze dell’educazione. Non è necessario che la cosa sia consapevole e… il rapporto scatta anche quando viene escluso a priori. Non si può fare altrimenti… vista la natura della pastorale e la necessità di utilizzare, nell’esercizio dei suoi compiti, modelli operativi e strumentazioni che le provengono dal vissuto concreto delle persone e dalla cultura dominante in un certo contesto.
Spesso, però, il dialogo avveniva in termini solo funzionali e strumentali. Mancava quasi totalmente la voglia di tentare chiarificazioni teoriche. Solo la sensibilità teologica attuale sottolinea la necessità di chiarire significato, limite e funzione di questo rapporto. Lo esige, in qualche modo, la stessa qualità del rapporto.

Le due concrete questioni

Due questioni mi sembrano particolarmente rilevante in ordine al tema che sto studiando.
La prima questione è di fondo, perché riguarda la qualità stessa del rapporto tra riflessione e azione pastorale e quel vasto mondo di riflessione e di prassi che, in modo complessivo, viene definito «educazione» e fatto oggetto di attenzione da parte delle «scienze dell’educazione».
La seconda questione è successiva alla prima e la porta verso il concreto. Può essere indicata con un interrogativo: se la pastorale ha bisogno dell’educazione nell’esercizio delle sue funzioni specifiche, quale modello, teorico e pratico, di «educazione» può essere utilizzato, dal momento che non ce n’è certamente uno soltanto?

Il rapporto tra educazione e pastorale

La risposta alla prima questione è ormai abbastanza consolidata. Sono superati i modelli pastorali in cui tende a prevalere una funzione solo strumentale dell’educazione, come sono superati quei modelli che sostengono la separazione netta degli ambiti. Il primo superamento è frutto della maturazione teologica ormai consolidata. Il secondo nasce da una presa d’atto di situazioni pratiche.
L’ipotesi elaborata in questi anni propone, invece, una educabilità indiretta della fede, nel senso che ricorda la possibilità di rendere attenti e disponibili al dono personale della fede attraverso quegli interventi educativi che fanno comprensibile e significativa la sua proposta e suscitano nel soggetto gli atteggiamenti corrispondenti al dono stesso.
In questo modo viene, di conseguenza, riconosciuta la funzione preziosa dell’educazione – in senso stretto e tecnico – anche nell’educazione alla fede.

Quale figura di educazione

Sulla seconda questione, invece, la ricerca è molto più aperta. La consapevolezza di quanto sia prezioso prendere sul serio le istanze dell’educazione anche nell’ambito dell’azione pastorale, si scontra oggi con il pluralismo di figure educative e la complessità che attraversa anche il mondo delle scienze dell’educazione.
Dicendo educazione penso non solo ad una metodologia pedagogica, ma, come è doveroso, all’insieme delle discipline che rientrano nel suo statuto e collaborano a dare ad essa un volto preciso (si va dalla filosofia dell’educazione a tutte le discipline che aiutano a dare un quadro corretto della persona e dell’ambiente in cui vive, fino a quelle, di tipo progettuale, che servono a guardare alle condizioni per la costruzione del futuro personale e sociale…).
È facile constatare quanto siano vari i modelli operativi, fino al punto che molti hanno l’impressione che ogni educatore abbia ormai le sue formule e le applichi tranquillamente nelle diverse circostanze.
Chi possiede un minimo di capacità riflessiva, si rende conto che questa diversità pratica manifesta la grande diversità teorica che sta a monte. Sono spesso in gioco concezioni antropologiche – e di conseguenza teologiche – assai differenti.
L’osservazione è importante nel nostro caso. Si vede, dal concreto della prassi, che lo strumento non è mai neutrale: una pastorale che assume una figura di educazione precisa, rispetto ad altre, si configura e si condizione notevolmente.
La sensibilità teologica, raggiunta dalla pastorale, non permette di certo di superare i problemi attraverso quell’eclettismo pratico che fa prendere i frammenti utili dove li incontra, o attraverso la ripetizione di una vecchia abitudine che portava ad inventare casalingamente le soluzioni, per non dover ricorrere al confronto con gli addetti ai lavori.

La scelta dell’animazione come modello globale di educazione

La pastorale deve e vuole rispettare l’autonomia delle scienze dell’educazione nella definizione di una figura di educazione. Non può però ridursi ad una funzione subalterna, proprio nel momento in cui essa stessa cerca di superare la tentazione di trattare in questo modo le altre discipline.
Come scegliere nel pluralismo di proposte, rispettando nello stesso tempo l’autonomia scientifica delle discipline con cui la pastorale vuole dialogare e il peso condizionante che queste discipline possono esercitare rispetto all’esercizio specifico dell’azione pastorale? La questione è molto seria: sembra un problema solo teorico, per gli addetti ai lavori, e invece ha risvolti concreti notevolissimi. Per fare qualche esempio, basta pensare a temi come la corresponsabilità e la partecipazione, da una parte, e alle esigenze della gradualità, del rapporto verità e persona, dei modelli propositivi, dall’altra.
Il problema non è nuovo. Riguarda il dialogo tra le diverse discipline in vista del consolidamento di una reale interdisciplinarità. Assume delle connotazioni speciali quando uno dei due interlocutori è la pastorale, per la sua specifica funzione e per la radice teologica che la caratterizza e la distingue dalle altre metodologie.
Il tema è stato studiato. È possibile risolvere anche questa questione, facendo riferimento alle condizioni per l’interdisciplinarità in ambito di pastorale. Una è particolarmente interessante: il confronto tra le diverse discipline è possibile solo se esiste un principio regolatore del confronto stesso, che funzioni come sede unificante del dialogo.
In pastorale, questo principio è l’attenzione all’uomo, come evento integrale e indivisibile, in vista della compenetrazione nella sua struttura di personalità della maturità umana e cristiana: l’uomo, cioè, che ricerca ragioni per vivere e sperare e cui la comunità ecclesiale vuole testimoniare il progetto definitivo di salvezza in Gesù Cristo.
La teologia e le scienze dell’uomo, pur nella diversità degli approcci, possono riconoscere la maturazione dell’uomo verso la sua pienezza di vita come un punto comune di intersecazione: in esso, i problemi relativi all’educabilità e alla riferibilità a Dio, provenienti da direzioni diverse e tendenti verso direzioni diverse, si attraversano e si coinvolgono. Su questo principio unificatore, ogni disciplina può suggerire il suo specifico contributo, verso la soluzione del problema. In parte è problema comune perché centrato sull’uomo e sulla sua promozione in umanità. In parte è specifico della riflessione e progettazione pastorale perché attento esplicitamente sulla sua salvezza nel Dio di Gesù Cristo.
Per questa convinzione, di natura epistemologica, la pastorale, tra i molti modelli di educazione con cui si confronta, sceglie e assume quel modello in cui ha l’impressione che siano rispettati e riaffermati i riferimenti che, nella fede, riconosce irrinunciabili per la qualità della vita e per il consolidamento della speranza. Come conseguenza logica, in questi anni si è andata progressivamente consolidando la scelta dell’animazione come modello globale di educazione, da integrare nei processi di educazione alla fede.
Nel modello concreto che molti stanno sperimentando, il confronto tra le esigenze dell’educazione alla fede e quelle che provengono dall’animazione (come modo concreto di pensare l’educazione) produce un arricchimento reciproco, fino al punto che non solo la pastorale guadagna notevolmente per la comprensione del suo statuto e dei suoi compiti, quando sa dialogare con le scienze dell’educazione, ma esse stesse ci guadagnano in autenticità e incidenza, quando sanno misurarsi seriamente con teologia e pastorale. L’animazione come modo globale di comprendere l’educazione, diventa il luogo in cui ripensano e si concretizzano i problemi, le prospettive e le scelte… tipiche dell’educazione alla fede. E, nello stesso tempo, attraverso il dialogo con le esigenze tipiche dei processi che riguardano la trasmissione della fede, l’animazione può comprendersi meglio e riformularsi in termini più adeguati, pur restando un processo autonomo, orientato ad altre finalità e ad altre dimensioni della vita dell’uomo.

Due compiti da affrontare in modo simultaneo

Le realizzazioni concrete non mancano. Prima di rilanciarle, va verificata meglio la congruenza della prospettiva, la sua validità teorica e le conseguenze pratiche che produce.
Si tratta, in concreto, di verificare, prima di tutto, fino a che punto la fedeltà all’atto posto nell’ambito dell’educazione alla fede «sopporta» le modalità dell’animazione. La preoccupazione chiama in causa la funzione dell’educazione dei processi di educazione alla fede. Come ricordavo più sopra, tolte eccezioni non rare, ho l’impressione che l’accordo su questo tema sia abbastanza diffuso e consolidato, anche se spesso più sulla frontiera pratica che su quella della giustificazione teorica.
Soprattutto, invece, è urgente verificare cosa deve cambiare nei concreti interventi tipici dell’ambito dell’evangelizzazione, per poter dire di realizzarli nel pieno rispetto delle logiche dell’educazione e di quel preciso modello di educazione che è l’animazione.
Questo secondo compito è il più urgente e il più impegnativo. Spesso, non pochi operatori di pastorale giovanile affermano di credere alla funzione dell’educazione… ma poi procedono secondo modalità operative davvero molto lontane da queste logiche. Questa convinzione mi spinge a cercare di verificare le due prospettive, tenendole profondamente unite.
In altre parole, cerco di verificare se e fino a che punto i processi tipici dell’educazione alla fede possono essere ripensati all’interno della logica dell’animazione, delineando, in concreto, un modello di educazione alla fede costruito facendo dell’animazione il suo luogo ermeneutico.
Sono convinto che la distinzione troppo rigida delle due questioni (delineare cioè in astratto i criteri di possibilità e, in un secondo momento, il modello conseguente) può spingere la ricerca verso i vecchi modelli deduttivi, che l’animazione, invece, fa di tutto per superare.

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