Conversazione di Giancarlo Bregantini, Vescovo di Locri

Adattamento redazionale di Mario Delpiano

(NPG 1999-04-48)


Questa conversazione ha un unico grande scopo: quello di stimolarci alla ricerca del che cosa il Signore vuole da noi, di individuare le grandi domande provenienti dai giovani del Sud e che interpellano la Chiesa.
Vuole essere perciò un cammino di discernimento che invita a capire meglio il cammino di Dio tra noi.
La parola «discernimento» è ricca di profondità e di suggestioni; è una parola e un metodo rilanciati dal Convegno di Palermo. Al numero 21 del documento delle Chiese italiane dopo Palermo vengono dati i punti di riferimento per questo cammino.
Quello del discernimento è un cammino faticoso ma decisivo: è la verifica di quanto già si fa e il progetto per il futuro. Nel discernimento si fa esperienza di poter collegare il disegno di Dio e il disegno della nostra esperienza.

Il «convenire» della Chiesa per costruire il disegno di Dio sul mondo di oggi

Credo molto prezioso l’incontrarsi, dialogare insieme e perciò permettetemi un giochetto che faccio sempre quando parlo con i giovani.
Vi propongo di guardare la vita da questo particolare punto di vista. Quando compro la settimana enigmistica vado alla ricerca di quel gioco che dice: «Eccoti dei puntini; ogni puntino ha il suo numero, unisci i puntini secondo il numero in ordine progressivo e troverai un disegno».
La bravura del gioco è di seguire con attenzione e unire con un tratto di linea tutti i numeri; allora i vari puntini svelano il progetto pensato da chi ha escogitato il disegno.
Questo esempio, molto semplice ma che amo proporre ai giovani come metafora, in realtà dà il senso della vita, a livello individuale come a livello collettivo; perché la vita non è mai vuota, non è mai un libro aperto senza segni.
La vita ha un progetto, la vita ha un senso, la vita ha una vocazione.
La vita ha un senso, un «disegno», una vocazione; ma non solo la vita individuale, anche il cammino di una diocesi, il cammino della Chiesa tutta, deve seguire i puntini pensati da Dio per noi.
Se io utilizzo la matita per unire i puntini, procedendo adagio e con attenzione, allora scopro non quello che voglio io, ma quello che Dio ha pensato per me, che ha pensato per noi.
Ricordiamo tutti il funerale di Madre Teresa di Calcutta. Durante la celebrazione fu portata in dono, al momento della processione offertoriale, una matita, perché lei stessa si era definita «una matita nelle mani di Dio».
Ecco, credo che il compito di ciascuno, ma anche il compito della Chiesa, sia quello di tracciare questo segno, intuendo qual è il puntino progressivo.
Non è facile intuire, né a livello individuale né a livello comunitario, qual è l’esperienza che Dio ci chiede: questa è l’avventura, il fascino, ma anche la fatica del discernimento. Ecco perché è pieno di saggezza e di bellezza il trovarsi insieme per cogliere il progetto di Dio tra noi.
Il punto di riferimento che utilizzo risente molto della mia esperienza di vescovo, cui sta a cuore la PG della sua diocesi. Quindi io racconterò quello che io vivo in questo momento in questa realtà.

IN CAMMINO COME COMPAGNIA PER FAR ARDERE IL CUORE

Un’icona cui ricorro spesso per poter descrivere questo cammino è quella, molto conosciuta e bella, di Cristo che cammina sulla strada verso Emmaus.
È un’icona che io ho apprezzato e riscoperto durante l’anno cristologico di preparazione al Giubileo e che aiuta a capire molto la progressività dei modi con cui intervenire nella realtà; essa dice qualcosa di essenziale sul modo di approcciarsi ai giovani e sul come rispondere alle situazioni. Riguardo alla conoscenza della realtà del nostro Sud, io mi pongo sempre un interrogativo-domanda che pongo anche a voi; si tratta di una domanda di spessore filosofico e, ne sono convinto, anche pastorale.
Mi chiedo sempre: «C’è prima la conoscenza o c’è prima l’amore?».
Si tratta di una domanda antica quanto il mondo! Per amare bisogna conoscere o per conoscere bisogna prima amare? È una domanda grande a livello filosofico, perché tocca il modo di accedere e di incontrarsi con la realtà, una domanda immensa.
A questa domanda si possono dare tantissime risposte. La filosofia si è fondamentalmente distinta in due correnti. La corrente agostiniana, e la corrente prima ancora di Platone, dice: «Amo e amando conosco. Per conoscere la realtà devi dunque prima amarla». C’è invece l’altra corrente, quella di Aristotele e di Tommaso, che dice: «Tu prima conosci, una volta che hai conosciuto bene, sei anche capace di amare». Chi abbia ragione, non lo so.
Credo, però, una cosa: al Sud, visto che si parla di questa realtà, credo che abbia ragione Agostino: per poter conoscere realmente i ragazzi e i giovani del Sud, per poter conoscere la loro realtà e le loro domande, bisogna prima amarli molto. Non è certo una scoperta, ma l’esperienza mi dice che è davvero così!

L’icona dell’accostarsi con simpatia

Il modo di accostarsi ed accompagnare, l’approccio con cui guardare e ascoltare la realtà giovanile, credo sia estremamente decisivo proprio a livello affettivo.
L’amore con cui io guardo il giovane, con cui gli stringo la mano, lo ascolto, è spesso più importante della parola stessa che gli dico o della risposta piena che gli porgo. L’approccio alle persone, l’attenzione al modo con cui io mi relaziono con una domanda, con una persona, al Sud risulta decisivo.
Ed allora il riferimento ad Emmaus costituisce una lettura che noi possiamo dare dello stile con cui il Signore Gesù ci dice di avvicinarci alla gente, ai giovani in particolare.
Emmaus è un brano di Vangelo che ci dice come Gesù si avvicina ai due discepoli smarriti con una capacità grandissima di accostamento. «Si accostò a loro». I verbi che usa il Vangelo non sono troppi, ma sono verbi in stile. «Si accostò a loro», «camminava con loro», «mangiava con loro il cibo», solidale, silenzioso, rispettoso.
Poi Gesù si accorge adagio adagio delle loro delusioni, entrando in dialogo con loro: «Cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi?».
Raccoglie le loro delusioni: «speravamo che...», «credevamo che...», «avevamo pensato che...». Vede e nota i loro volti tristi come quello di Cleopa.
In quella parola «volto triste» c’è dentro tantissima realtà dei nostri giovani. Pensate al dramma della disoccupazione.
Il maestro raccoglie anche il briciolo di speranza che c’era sulle loro labbra, quando dicono: «Sì, le donne hanno visto qualcosa di strano e hanno trovato il sepolcro vuoto, ma lui non l’hanno visto».
Quel «ma lui» come dire: «Sì, sì, puoi dire quello che vuoi, però non cambia niente».
Ecco, l’accostamento di Gesù alla realtà chiede in fondo a noi di avere nei confronti dei giovani del Sud fondamentalmente un atteggiamento similare.
Occorre anzitutto incontrarli «sulla loro strada», là dove essi sono. Accostarsi loro vicino e camminare come compagni di viaggio.
Questa vicinanza anche fisica alle loro domande, il poter aver tempo di passeggiare con loro, l’amicizia, l’incontro, il dialogo, il compleanno, la presenza nei luoghi della loro vita, il far tesoro di tutte le esperienze che vivono senza nulla distruggere o nulla disprezzare. Il cogliere i loro desideri, i loro stupori, le loro paure e delusioni, le malcelate speranze, la capacità di far tesoro di tutte le esperienze che «capitano» lungo la vita.
Del resto, mi ha sempre colpito nella vita di don Bosco una situazione che lui ha vissuto: don Bosco è stato capace di far tesoro di una vita sofferta e tribolata che la Provvidenza gli aveva riservato con la morte del padre: resta orfano, vive l’esperienza profonda del dolore, è costretto dalla vita a svolgere tantissimi mestieri come apprendista, cambiando continuamente lavoro pur di mantenersi agli studi. Credo che la forza di don Bosco sia stata quella di aver fatto tesoro di quegli anni di sofferenza fisica, di fatica, di lavoro manuale, capacità di leggere dentro al proprio vissuto, di imparare da quanto ha dovuto soffrire.
Potremmo dire con una frase: imparò dalle cose che patì.
E poi la figura di mamma Margherita che si è inserita dentro la sua storia come colei che l’ha aiutato a vivere questi momenti in un atteggiamento di speranza.
Ecco, don Bosco, a mio giudizio, parte da qui.
È stato con i giovani perché prima è stato come i giovani. È questa la grande realtà: essere «con» perché prima si è stati «come». Qui sta la grandezza di don Bosco.
Dopo certamente egli ha saputo rielaborare questa esperienza e ha riconosciuto in essa il «segno» di Dio. Potremo dire che quei segmenti di vita erano stati quasi pensati dentro un disegno misterioso; ecco i puntini di cui parlavo prima! Erano stati pensati per lui perché potesse tramite quella esperienza capire migliaia e milioni di altri ragazzi che hanno vissuto e vivono nella precarietà, nell’apprendistato, nella situazione di dolore, nel non avere punti di riferimento. E avere nello stesso tempo però una mamma che ti aiuta a leggere quello che vivi, che ti asciuga le lacrime, ti accompagna. Queste due esperienze, credo che ci siano di grande aiuto. Gesù che nel mattino di Pasqua ha uno stile; don Bosco che nella sua vita ha uno stile: ha imparato dalle cose che patì.
Questo chiedono a noi nel Sud alcune realtà; non credo di dire cose nuove, ma cose che ho visto con occhio nuovo nella mia storia di vescovo di una Chiesa del Sud.

Accogliere offrendo riferimenti veri

Siamo chiamati come Chiesa ad essere vicini a tanti ragazzi che chiedono paternità chiare.
E ciò con alcune priorità.
Innanzitutto l’accoglienza.
L’accoglienza dei giovani resta sempre il primo grande passo; non può esserci tipo di approccio se non dentro questo stile di accoglienza.
L’accoglienza resta fondante nella figura dell’oratorio.Ne conosciamo la fatica, ma anche la centralità. Centrali nella pastorale giovanile restano gli Oratori come luogo, ma anzitutto come metodo, il metodo dell’accoglienza.
Credo che il metodo sia questo: l’accoglienza di tutta la vita dei giovani.
L’oratorio proclama continuamente con la sua struttura, il suo stile, il suo metodo: «Giovane, mi interessa tutta la tua vita; ti seguo ora e ti seguo anche dopo, e fuori ...; mi stai a cuore in questo momento che preghi, mi stai a cuore quando giochi, mi stai a cuore quando lavori o cerchi disperatamente o rassegnatamente il lavoro che non c’è.
L’oratorio è un metodo di vivere. Gestisce il tempo di vita del giovane dentro la consapevolezza che si loda Dio nel gioco, come lo si loda in Chiesa; per cui ogni situazione, ogni esperienza diventa importante agli occhi di Dio, proprio perché è importante agli occhi dell’educatore. All’oratorio si impara a perdere, si impara a vincere senza schiacciare.
Dio lo si impara a sentire vicino tutti i giorni, in tutti i momenti; l’oratorio narra di un Dio pieno e integrale.
In secondo luogo l’oratorio educa a vivere un rapporto di collaborazione, a stare e fare «insieme», e quanto sia prezioso questo nella realtà del Sud dove è esasperante l’atteggiamento individualistico, lo sappiamo bene.
Una delle grandi fatiche dell’educare al Sud è quella di mettere insieme, far stare insieme i giovani. Stare bene insieme, lavorare insieme è la dimensione iniziale non conclusiva del metodo dell’oratorio.

Vedere, giudicare, agire: coscientizzare

Accanto all’accogliere dell’oratorio ho scoperto utilissimo il metodo GiOC che conduce alla coscientizzazione. Occorre da educatori coscientizzare i giovani; dall’accoglienza bisogna essere capaci di arrivare alla coscientizzazione. E in questo la GiOC fa scuola!
In questo senso il metodo che ho usato e che uso è il vecchio metodo del «vedere, giudicare, agire».
Dico della GiOC perché è forse quella che più lavora con tanti giovani lontani, con la realtà dei giovani lavoratori.
Anche se oggi il metodo si estende nelle scuole, però in fondo è un metodo progressivo e coinvolgente, un metodo dove il discernimento è decisivo: giudichi quello che vedi con gli occhi del Signore e poi cogli degli spunti per agire.
È il metodo che cerca di coltivare la capacità di cogliere nel presente i segni dell’oltre, che fa leggere dentro le cose e gli avvenimenti con un metodo formativo progressivo ma coinvolgente.
Qual è il compito dell’educatore nel processo di coscientizzazione? Non sostituire, ma aiutare ad aprire gli occhi, educare delicatamente e profondamente ad entrare dentro i fatti della vita, per scorgere i «punti» da collegare, coscientizzare. Ho visto dei giovani maturare in questo modo.

Accompagnare

Accogliere, coscientizzare e poi accompagnare. Accompagnamento: una parola magica oggi.
È quanto ha fatto Gesù con i due giovani di Emmaus: «Si accostò... camminava con loro... dialogava con loro... si accorse che il loro volto era triste».
Abbiamo fatto un convegno a Catanzaro sulle carceri. È venuta fuori tragicamente questa realtà: l’alto numero dei giovani che finiscono in carcere proprio perché non hanno incontrato nella loro vita qualcuno che li abbia amati e accompagnati.
La poesia di un giovane detenuto diceva, rivolgendosi al giudice che l’avrebbe processato: «Non darmi una condanna, dammi in mano una matita, dammi una penna, non una catena, non ho mai avuto una penna, non ho mai avuto un maestro».
Questo è il senso: capire che anche oggi i giovani hanno questo volto triste proprio perché non hanno qualcuno che stia sulla strada con loro, che si faccia loro compagno di viaggio.
Chiaramente questo accompagnare si svolge dentro alcune risposte chiave, dentro alcuni linee prioritarie di azione.

Il vento e la vela!

Perché il volto dei giovani del Sud è triste? Che cosa chiedono a chi cammina con loro sulla strada? Che cosa si aspettano da chi li accompagna?
La risposta l’ho raccolta nella Lettera Pastorale di quest’anno in tre parole chiave che mi hanno fatto da orientamento; le ho paragonate a tre vele.
Il titolo della Lettera Pastorale è appunto «Il vento e la vela».
Nel vento c’è l’immagine dello Spirito Santo, nella vela c’è la tua e nostra collaborazione a questo vento; perché non può esserci vento che porta avanti la nave, se non c’è la vela. A nulla serve il vento se poi tu non lo raccogli, a nulla serve la vela, se non c’è il vento. Il gioco è tra vento e vela.
E le tre vele che ho indicato alla diocesi sono la dignità, l’unità e la verità, e le applico anche al mondo giovanile.

«A fronte alta»

L’accompagnamento è per restituire e riconoscere la dignità della persona e del giovane.
I giovani del Sud oggi hanno un grande bisogno di sentirsi capiti, di sentirsi amati per poter essere se stessi; hanno un grande bisogno di paternità, di guida, di accompagnamento per essere se stessi, e riconoscersi figli, figli di questa terra, figli amati da una famiglia, figli amati da Dio.
Ecco allora la parola che dico sempre ai giovani quando conferisco loro la cresima: la dignità.
Domando loro: «Perché proprio sulla fronte viene posta l’unzione? Ai sacerdoti l’unzione è fatta sulle mani, al vescovo sul capo, ai cristiani e al giovane invece sulla fronte, perché?».
E io rispondo loro: «Perché la fronte tu la possa avere sempre alta!».
Io auguro sempre questo. Cos’è la cresima? È avere la fronte alta, nella certezza che la fronte è benedetta da Dio, consacrata da Cristo con olio profumato. Ecco, la Chiesa desidera e per questo opera: perché il giovane possa «avere sempre la fronte alta», e quindi ricuperi la fierezza di essere sempre se stesso, la fierezza di appartenere a una realtà, a un popolo, a una terra, a una storia, e di appartenervi con dignità.
Il volto triste è l’opposto della fronte alta. Questa è la speranza giovanile: liberare i nostri giovani dal volto scoraggiato e stanco per restituire loro la possibilità di vivere a fronte alta, propria di chi ha ricuperato la propria dignità e si sente capace di affrontare la vita.
Questo riscatto però, per continuare a fare riferimento alla struttura simbolica del rito della confermazione, è possibile realizzarlo solo se qualcuno «ti mette la mano sulla spalla».
Ecco allora il senso del recupero di una figura ambigua come è quella del padrino. Sappiamo tutti bene quanto sia equivoca questa figura!
Invece nell’intenzionalità di fondo della Chiesa e all’interno del ricupero di una lettura positiva del simbolico, il padrino costituisce il segno di una esperienza molto importante per il giovane.
Vuol dire che si pone al fianco di un giovane qualcuno che gli «mette la mano sulla spalla», cioè qualcuno che gli dice con la vita, prima che col gesto: «Non ti preoccupare: ti sono vicino, ti accompagno!».
Questo è il senso: il senso dell’essere padrino è il senso dell’accompagnamento. Certo, purtroppo qualche volta questa figura è stata usata male ed è culturalmente difficile da «bonificare», da far uscire da questo ruolo decaduto; questo lo sappiamo benissimo, tanto che qualche parrocchia ha proposto di abolirla. Io non so se sia opportuno, perché in fondo c’è questo messaggio che andrebbe perso: nella vita non si può camminare da soli.
In fondo quando è che puoi «alzare la testa» di fronte al male? Non perché tu sei bravo, o perché sei forte, e ti senti un Don Chisciotte. Ma quando senti «qualcuno che ti sta vicino», qualcuno che ti pone la mano sulla spalla.
Non è possibile da soli alzare la fronte davanti al male, reagire alla intimidazioni della mafia. Chi può avere il coraggio di denunciare da solo?
Facciamo il caso per esempio di un giovane che è stato spettatore di un omicidio.
Se egli resta solo, come potrà mai alzare la fronte davanti a queste cose? Se invece il giovane si scopre accompagnato, se qualcuno cammina al suo fianco con la mano sulla spalla, allora ciò che pareva impossibile diventa possibile.
Ecco il mistero di vita e di liberazione dei simboli che noi dobbiamo riscoprire!
Ecco il mistero di questo segno, l’accompagnamento espresso nella figura del padrino, anche se va riscoperto: rappresenta un educatore, un amico, una comunità, una famiglia, qualcuno che ti dice: «Sappi di poter contare su qualcuno, sappi che sei importante, sappi che viaggiare da solo è pericolosissimo».

La vela dell’unità

La seconda vela identificata nella lettera pastorale alla mia chiesa è quella dell’unità.
Anche questo è un segno importante da dare ai giovani.
Il nostro è un popolo ferito nell’unità, lacerato, frammentato, dilaniato dalle divisioni e dalla rivalità, dall’individualismo. Come pecore senza pastore!
L’anima calabrese è fortemente individuale. Se non si coltiva, scivola facilmente verso l’individualismo, il familismo, la logica del clan chiuso. Ben coltivato invece forgia personalità complete, mature, capaci di eroismo e dignità, come ci insegnano tanti santi di questa terra.
Del resto si intravvedono anche tanti segni che rivelano il bisogno di unità: i giovani che in tanti paesi stanno ripartendo dall’esperienza cooperativistica; la vocazione ecumenica e interculturale di questa terra con la sua tradizione; le feste che aggregano con passione la gente.
Quell’evangelico «si commosse per loro...» esprime l’atteggiamento adeguato verso un popolo che chiede di essere capito in profondità e accolto nelle ferite che porta.
L’atteggiamento è allora quello dell’«asciugare le ferite» per poter poi camminare oltre...

La vela della verità

Il terzo elemento fondamentale per l’accompagnamento (la terza vela per continuare la metafora) è la verità.
I giovani hanno bisogno di ideali chiari e nitidi proprio in un momento storico in cui sbiadiscono le evidenze etiche e dilaga il relativismo.
I giovani necessitano di segni che non si prestino alla equivocità; allora la chiesa riscopre il proprio coraggio di schierarsi contro, di collocarsi a favore di...
La presa di posizione chiara e nitida contro il problema della malavita e gli altri problemi etici che sfidano la coscienza umana e cristiana, insieme al coraggio di mettersi dalla parte degli ultimi e dei più poveri, dei non garantiti nei loro diritti, aiuta a fornire un contributo indispensabile alla verità e al bisogno di certezze etiche dei nostri giovani sempre in ricerca.

Una pastorale a rete

Proprio nella logica di porre segni chiari e univoci nelle risposte educative che abbracciano tutto l’ambito dell’esperienza giovanile, abbiamo pensato ad una pastorale che ci piace chiamare «a rete».
Cosa vuol dire pastorale a rete? Significa capire che al giovane che chiede di essere accompagnato la comunità ecclesiale deve poter offrire una molteplicità di percorsi di risposta in base alla molteplicità delle esperienze che il giovane vive. Per questo anche a livello organizzativo abbiamo articolato la Consulta di Pastorale Giovanile in sei settori che esprimono la molteplicità delle domande e delle esigenze dentro il cuore del giovane.
Quali sono queste domande? Anzitutto la grande domanda di identità e di formazione cristiana: chi è il giovane e che rapporto ha con Cristo.
Il secondo settore invece si interessa della risposta alla domanda di sport, di tempo libero. E qui abbiamo il progetto dell’oratorio.
Il terzo settore invece identifica e articola la domanda di cultura, e perciò si interessa dei circoli e delle iniziative culturali. Vi è poi il settore che affronta il problema del disagio giovanile: qui si coordinano gli interventi di accompagnamento del giovane nel suo disagio, compresi alcuni momenti più drammatici della sua manifestazione, come può essere la tossicodipendenza o la violenza. Ancora il settore della scuola e del collegamento con l’ambiente scuola, che non è solo da immaginarsi esaurito nel rapporto con gli insegnanti di religione. All’interno di alcune scuole statali, con il sostegno e la collaborazione dei capi di istituto, sono stati realizzati interventi particolari di sostegno in alcune situazioni particolari, e ne sono venute fuori esperienze interessantissime.
Infine il settore che affronta il problema del lavoro, poiché il giovane prima o poi ti chiede: «Dunque che faccio adesso a 20 anni?». Anche su questo tema abbiamo iniziato delle esperienze molto interessanti come la nascita di alcune cooperative giovanili.
Nell’ambito dell’oratorio è nata una cooperativa di pescatori: l’abbiamo chiamata don Bosco; un’esperienza unica.

Far ardere il cuore!

Tutti questi interventi, questo stile di accompagnamento soprattutto, non sono ancora direttamente catechesi, ma è quel far ardere il cuore che è il primo aspetto del cammino di Emmaus.
Dapprima Gesù fa vibrare il cuore dei suoi compagni di strada. Gesù prende i giovani per il cuore, cioè li sa affascinare, perché si fa sentire vicino al loro mondo e alle loro domande.
Non c’è nulla di più bello e di più importante!

IL MOMENTO DELLA VERITÀ: CRISTO SI FA MAESTRO

A questo punto si apre il secondo meccanismo, che è l’esperienza di Gesù che spiega le Scritture aprendo la mente. Prima di tutto il cuore, poi la mente.
Prima accompagnava, adesso spiega. Prima Gesù si fa compagno di cammino; ora si fa maestro. È il momento della formazione, la grande realtà della formazione delle persone: un aspetto importantissimo e decisivo.
Chiaramente una formazione che ben raccorda la vita con la fede. Quando la formazione è così, allora resta e i meandri della vita non cancelleranno ciò che tale formazione lascia.
È per eccellenza il momento della verità. Il tempo della verità, degli ideali nitidi e chiari; è il tempo delle vette, cioè di quando si deve dire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, di quando si può e deve parlare con chiarezza anche a livello etico: questo è buono e questo è cattivo. Il tempo dei sì e dei no! La verità è il timone della nave.
Non è facile in paesi, in città intessute talvolta di cultura di mafia, distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Da qui la grande importanza che viene ad assumere nella vita quotidiana l’omelia domenicale, l’omelia in certi momenti strategici, a certi funerali, in momenti particolarmente sofferti per la vita di un paese.
La chiarezza oggi è una delle cose da recuperare; forse nel passato non abbiamo abbastanza insistito su questo.
Questa chiarezza è fondamentale, specialmente oggi, in un momento un cui riscopriamo il senso delle prediche del Savonarola. Proprio in questi giorni ricordiamo il 540° anniversario del suo sacrificio: è stato un uomo veramente intenso, ma con la certezza di poter dire: «Queste scelte producono la vita, queste scelte producono la morte». In certi momenti, perciò, è decisiva questa chiarezza. I giovani, la gente hanno bisogno di persone trasparenti, nitide. Uso un riferimento a San Gaspare Bertoni. Diceva: «Bisogna essere chiari sul pulpito e misericordiosi in confessionale».
La chiarezza di proposta non deve essere mai sminuita, ma anche la capacità poi di raccontare la proposta con la fatica del singolo. Chiari sul pulpito bisogna essere sempre di più oggi, anche con i giovani, perché non credo che essi si attendano da noi una diminuzione delle nostre ragioni, anzi si attendono da noi una capacità di accompagnarli verso le mete più alte.

Contenuti della formazione

Sui contenuti della formazione, tra le tante cose, suggerirei l’urgenza di recuperare tre misteri della fede cristiana oggi sempre più importanti.
Il primo è quello a cui oggi si dà il termine di cultura dell’alterità: la Trinità, cioè il saper crescere affermando l’altro, perché solo nella crescita dell’altro sono consapevole che cresco anch’io.
Secondo me questo significa passare a quello che dice Gesù: «Chi ama la propria vita, la perde; chi perde la propria vita per me, la ritrova».
Nella mia esperienza di educatore di seminario con gli studenti di teologia, ho visto che un giovane entra realmente nella vocazione quando sa capire questo: «Chi perde la propria vita, la ritrova», cioè quando scopre che se stesso non è il centro, ma è l’altro; quando capisce che se cresce l’altro cresce anche lui.
Oggi nella condizione giovanile questo non è altro che l’attuazione del mistero della Trinità: l’altro che diventa misura di me, e non io la misura dell’altro.
Un riferimento opportuno va qui all’esperienza del fidanzamento.
Interessantissima l’esperienza che stiamo facendo con un corso per fidanzati in diocesi. Abbiamo stampato un libretto E vissero felici e contenti che riassume il cammino del fidanzamento, dell’accompagnare, per far sì che l’altro sia la misura di se stessi.

Il mistero del senso alla sofferenza: la Pasqua

C’è un altro grande nodo nel momento formativo: è il problema della sofferenza e del male. Anche qui credo che, e lo ripeto spesso perché lo vivo, oggi si corra troppo veloci sul problema del male e del dolore dell’uomo e del mondo.
Forse anche la teologia scorre via rapidissima, perché oggi non si entra abbastanza sul tema del «perché» del male, del come affrontare il male, del come dare alla sofferenza un senso.
I nodi non si possono né tagliare, né tirare: si devono soltanto sciogliere.
Il nodo del male non si può né cambiare, né tirare, si deve sciogliere.
La sofferenza può uccidere o sciogliere, abbattere o far crescere in umanità. Occorre assumere consapevolmente il negativo, non rinviarlo, né rimandarlo, come la psicologia spesso oggi ci sollecita a fare.
Chiaramente questo problema richiede una riflessione pastorale adeguata, perché la nostra terra del Sud è segnata profondamente da questi nodi; chiede perciò volontà, ma anche molto amore e molto coinvolgimento.
Assumere consapevolmente il negativo, assumere questa terra, questi luoghi, questa storia.
Qui è in gioco il mistero della Pasqua, mistero di morte e resurrezione, di immersione nell’acqua battesimale e di passaggio da quest’acqua di morte a un’acqua di vita: il mare che si apre.
Conosciamo queste parole della teologia, ma nell’ambito educativo se il giovane non sente una risposta attorno a questo, i nodi vengono prima o poi al pettine. L’unico grande problema che l’uomo ha è il male: o gli diamo una risposta o dentro resta il nodo che lacera l’uomo.

Progressività dei passi: nel mistero della Pentecoste

Terzo elemento è la progressività dei passi. E qui mi rifaccio al tema degli Atti degli Apostoli che stiamo meditando in diocesi.
Il mistero della Pentecoste che butta un sasso nello stagno. Progressivamente il cristianesimo passa dalla Galilea alla Samaria all’Etiopia ad Atene fino a Roma.
La Pentecoste con il suo mistero non è altro che la progressività dei passi che nel mondo giovanile e nel mondo dell’accompagnamento abbiamo da fare con i giovani.
La progressività dei passi chiede il rispetto di uno slogan che mi è piaciuto: «la vita è fatta di grandi sogni e di piccoli passi». I grandi sogni devono esserci, perché debbono dare chiarezza, ideali. È la riflessione che ho sopra proposto.
Però la vita e l’educazione sono fatte di «piccoli passi» che tu scopri quotidianamente possibili. Quante volte le idee si frantumano o i progetti si infrangono nell’ambito giovanile, perché i giovani non sanno rispettare i piccoli passi, perché si vuole tutto e subito, perché non si sa mediare.
I giovani sognano; grazie a Dio ancora sognano!
Però poi chiedono questa esperienza, questo accompagnamento, questi passi concreti che alleviano il cammino.

L’INCONTRO CON GESÙ IL SIGNORE E IL RICONOSCIMENTO NEI SEGNI

Nel racconto di Emmaus alla fine Gesù siede a mensa con i due amici.
È il tempo della Pentecoste, tempo della progressività delle cose. Sono essi ad invitarlo: «Resta con noi!». Oltre c’è il buio, oltre c’è il sole che scende e tu resti solo. E il giovane può rimanere solo.
«Vieni a mensa, siedi qui! Sta’ con noi, non andare via!».
Vieni e vedi: è l’esperienza più intensa. Ora, attorno alla mensa, che cosa si dischiude nei discepoli?
Prima si era aperto il cuore, poi la mente con la catechesi, ora si aprono gli occhi. Ed ecco la progressività dell’incontro di questo Gesù con i due: si aprono loro gli occhi!
Aprendosi gli occhi, anche il loro cuore prende sempre più a battere e la mente capisce sempre di più: riconoscono Gesù.
Nella figura di don Bosco ho davanti un ritratto, quando don Bosco confessa, dove lui ascolta pazientemente uno dei ragazzi e tutti attorno, quasi a rosa, i ragazzi che lo stringono: da lui vogliono una parola di vita.
Veramente sembra di vedere Gesù attorno ai suoi discepoli.
Ecco, questa è l’esperienza finale del cammino.

Il tempo dei grandi segni

È il momento di alcuni segni, anche qui molto grandi, i sacramenti; per esempio una liturgia battesimale allegra, vivace, autentica, fatta bene, con canti particolari, che fanno commuovere, che dicono tanto della vita.
Ci aiuti il Signore a fare liturgie così, o almeno in alcuni momenti.
Un altro momento simbolico bellissimo per i giovani sono le Giornate mondiali della gioventù. Sono quei momenti dove per il giovane passa Gesù.
Un altro momento importante è il bisogno di silenzio e di preghiera nell’orazione, l’incontro diretto con la croce, con la Parola e con l’eucaristia che oggi i giovani cercano.
C’è un recupero importante nella terra di Calabria da questo punto di vista. Ricorderò sempre, dopo l’esame di maturità, l’incontro con fratel Carlo Carretto; l’esperienza dell’eremo ha segnato la mia vita.
È importante oggi poter offrire maestri di preghiera ai giovani, poter offrire confessori capaci di dare la parola giusta al momento giusto.

Cercare il proprio solco: i segni della chiamata

Sono gesti progressivi, che restituiscono alla vita più piena perché caratterizzata dall’incontro gioioso con il Signore della Vita.
Infine il momento della chiamata, della vocazione, del solco, cioè l’esplicitazione del senso della vita dentro un solco.
Quand’è che scatta questo? Ognuno ha il suo stile.
La pastorale giovanile per me diventa sempre pastorale vocazionale, perché prima o dopo l’educatore deve aiutare il giovane a cercare il suo solco, un solco nel quale può sempre operare la felicità.

Una struttura di sostegno e di servizio

Chiaramente questo cammino di pastorale giovanile immaginato sull’icona di Emmaus richiede degli organismi diocesani che lo sostengano: l’Ufficio, la Consulta, la Segreteria, il Delegato.
Si tratta di un servizio che va fatto con grandissimo rispetto della realtà locale e in grandissima sintonia con l’intera comunità ecclesiale.
Resta impresso nel cuore e nella mente solo quello che avremo scolpito insieme, con lo scalpello della comunità. È impossibile che il giovane apra di colpo gli occhi e riconosca Gesù.
Se però prima ha sentito ardere il suo cuore, e gli siamo stati vicino, se ha percepito chiara l’esperienza di formazione, se ha colto con chiarezza «le vette» di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quindi se ha vissuto con noi l’esperienza dell’aprirsi della sua mente, allora è nella possibilità di incontrare realmente il Signore Gesù.
Credo che proprio al Sud, che ha mille guai ma anche potenzialità diverse, la voce della Chiesa sia ancora attesa e ascoltata, se ben posta, se non colonizzatrice, se non prepotente, ma grintosa e capace di cogliere il momento opportuno; nella nostra realtà della gente e dei giovani del Sud la chiesa può divenire voce e presenza che plasma la realtà.
A noi la capacità di trasformare questa opportunità in grazia, perché veramente i giovani possano dire ai loro coetanei: «Abbiamo visto il Signore!».