Luis A. Gallo

(NPG 1999-04-40)


Uno degli spazi aperti da Gesù all’esperienza di coloro che accolgono la sua maniera di concepire Dio e di rapportarsi con Lui, è quello della preghiera. Una preghiera che ha certamente delle caratteristiche peculiari, come peculiare è l’immagine del Dio al quale va indirizzata.

Gesù, uomo di preghiera

Come ogni buon ebreo educato nella fede del suo popolo, Gesù di Nazaret deve aver imparato sin da piccolo a pregare. È da supporre che Giuseppe, che gli fece da padre ed è presentato dai vangeli come un uomo giusto (Mt 1,19), cioè fedele osservante della Legge, sia stato un uomo profondamente pio e gli abbia insegnato anche a pregare. Altrettanto si deve pensare di sua madre, Maria, la quale, come ogni madre ebrea, deve aver avuto a suo carico l’educazione del figlio nei primi anni della sua infanzia.
Gli ebrei pregavano personalmente, e anche in comunità. Personalmente erano abituati a scandire i diversi momenti della loro giornata, sin dalla sveglia, con preghiere di benedizione e di ringraziamento al Dio dei padri, il quale manifestava la sua bontà facendo loro il dono della vita, della luce, dell’alleanza, della Legge… Conoscendo poi i salmi, ne facevano spesso uso per rivolgersi a Dio nei momenti di angoscia o di difficoltà, o per chiedere anche perdono dei peccati propri o di quelli del popolo. Comunitariamente pregavano a casa, nel momento dei pasti e specialmente nella cena pasquale; nella sinagoga, quando il sabato si radunavano per ascoltare la lettura della Legge; e nel tempio di Gerusalemme, particolarmente in occasione delle grandi feste prescritte da Mosè. Fu certamente quest’insieme di pratiche cultuali che plasmò inizialmente il cuore religioso del bambino e poi dell’adolescente e del giovane Gesù. Possiamo pensare fondatamente che egli imparò così, quasi come per osmosi, ad essere un uomo di preghiera.
I vangeli sono poi unanimi nell’attestare che Gesù, ormai adulto, pregava, e pregava anche a lungo ed intensamente, pur essendo impegnato in un’attività in certi momenti travolgente (Mc 6,31). Qualche volta riferiscono semplicemente che egli andò in un luogo solitario a pregare, ed andò molto presto, prima ancora che spuntasse l’alba (Mc 1,35; Lc 5,16; 9,18); qualche altra, che egli se ne andò sulla montagna a pregare (Mt 14,23; Mc 6,46; Lc 9,28), e perfino che vi passò la notte intera in preghiera con Dio (Lc 6,12).
In qualche testo viene anche indicato il contenuto della sua preghiera, come quello in cui si dice che egli, quasi piacevolmente sorpreso dal modo in cui i più semplici del popolo accoglievano la sua parola, proruppe in un’esclamazione piena di gioia e benedisse il Padre per quel motivo (Mt 1125-26; Lc 10,21-22); oppure in quell’altro in cui si riferisce che, vicino ormai al tragico epilogo della sua vicenda, egli si ritirò nell’Orto degli Ulivi per pregare il Padre, e chiese insistentemente – «con forti grida e lacrime», dice la Lettera agli Ebrei (5,7) – di essere liberato dalla morte (Mt 26,36-44; Mc 14,32-39; Lc 22,39-46).
Anche sulla croce, sempre stando alle testimonianze dei vangeli sinottici, egli aprì le sue labbra per rivolgere un’accorata preghiera al Padre (Mt 27,46; Mc 15,34; 23,46). Egli pregò, quindi, fino alla morte, realizzando per primo ciò che aveva inculcato agli altri, la necessità di «pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18,1).

Singolarità della preghiera di Gesù

Uomo di preghiera, egli pregava però in un modo del tutto singolare. Ne è una testimonianza la reazione, riportata da Luca, di uno dei suoi discepoli. Dice infatti l’evangelista che «un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare, e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: ‘Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’» (Lc 11,1). Deve aver causato una forte impressione a quell’uomo la peculiarità del modo in cui Gesù pregava. Forse aveva visto pregare Giovanni il Battista, che da uomo profondamente radicato nella fede del suo popolo viveva sicuramente dei momenti d’intensa preghiera. Ma Gesù, che già si distingueva dal profeta del deserto per il suo modo di vestire, di mangiare e di rapportarsi con la gente, si differenziava da lui anche per il suo modo di pregare.
Il vangelo non specifica in che cosa si radicava precisamente tale differenza, ma lo possiamo supporre: il Dio, al quale rivolgeva la sua preghiera Giovanni, era il Giudice imminente che stava venendo al mondo per «ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio, ma per bruciare la pula con fuoco inestinguibile» (Lc 3,17); il Dio che Gesù pregava era invece il Padre celeste «che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45), che nutre gli uccelli del cielo e veste l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno (Mt 6,26.30), che accoglie con le braccia aperte il figlio allontanatosi da casa sbattendogli la porta in faccia, ed organizza un banchetto per festeggiare il suo ritorno (Lc 15,20-25). Era un Dio dai tratti notevolmente diversi, e il rapporto con Lui non poteva non risentirne gli effetti.
Senza dubbio la preghiera di Gesù era profondamente segnata dalla sua coscienza filiale, quella coscienza che lo portava a rivolgersi a Dio invocandolo con il tenero e familiare nome di «abbà». Possiamo quindi supporre che il suo incontrarsi con il suo Babbo celeste nella solitudine della montagna, o nel silenzio di un luogo appartato durante la notte o nelle prime ore dell’alba, sia stato un incontrarsi tutto intriso di questo senso filiale, che portava a scambiare con lui progetti e sogni, entusiasmi e delusioni, gioie e preoccupazioni. Era l’intera sua vita che portava con sé nella preghiera.
E si può presumere che ne uscisse ordinariamente trasfigurato, pieno di energie nuove per affrontare la sua non facile missione. Luca fa notare che fu precisamente in un momento in cui stava pregando sulla montagna con i suoi discepoli che egli si trasfigurò, e « il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (Lc 9,29).

Non solo orante, ma anche maestro di preghiera

La breve narrazione di Luca a cui si è accennato conclude dicendo che, alla richiesta del discepolo perché Gesù insegnasse al suo gruppo a pregare, egli rispose dicendo:
«Quando pregate, dite: ‘Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non ci indurre in tentazione’» (Lc 11,2-4).
Questo testo trova un parallelo nel vangelo di Matteo, all’interno del discorso della montagna. In un primo momento, egli vi inculca un modo di pregare Dio che, a differenza di quel che vedeva tra la sua gente, non metta l’accento sull’esteriorità, ma sull’interiorità, sulla disposizione del cuore. Ecco le sue parole:
«Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 5,5-6).
In un secondo momento egli insiste sul bisogno di tener presente chi sia Colui al quale si rivolge la preghiera, e perciò il modo di farla:
«Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 5,7-8).
È chiaro il motivo di una preghiera che non spreca parole: chi la ascolta è «il Padre vostro», il quale «sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate». Non è un Dio che occorre convincere, o che bisogna rendere benevolo a forza di accumulare preghiere. Il Padre è già in anticipo a favore di chi prega, proprio perché è un Dio gratuito, un Dio-amore (1 Gv 4,8.16), e l’amore, secondo il costante insegnamento di Gesù, consiste nel voler bene gratuitamente, senza condizioni di sorta.
In questo modo, ponendosi come maestro di preghiera, Gesù parla anche «con autorità», come riconoscevano in certi momenti le folle quando lo sentivano esprimersi su diversi temi riguardanti la sua missione (Mc 1,27; Lc 4,32); ossia non per sentito dire o in riferimento a ciò che dicevano i maestri in Israele, ma attingendo alla sua propria esperienza personale.
Ma, soprattutto, ponendosi come maestro di preghiera, egli porta i discepoli a scoprire il volto di Dio. Evidenzia, cioè, la novità sconvolgente della sua maniera di pensarlo e di vivere il rapporto con Lui. Non per niente la prima parola che fa pronunciare a chi vuole mettersi alla sua scuola di preghiera è «Padre».
La cosa acquista ancora maggior forza se si tiene conto che, a differenza di Matteo, che fa iniziare tale preghiera con l’espressione «Padre nostro», Luca la fa iniziare semplicemente con l’invocazione «Padre», la quale, stando agli studiosi, traduce l’invocazione «abbà» da lui stesso adoperata.