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Per trasformare gioia e sorpresa in nuova responsabilità


A proposito dell’Assemblea CEI

Riccardo Tonelli

(NPG 1999-04-25)


I Vescovi italiani, al livello più alto del loro convenire e progettare, hanno dedicato un’attenzione esplicita ai giovani. Quello che negli ultimi anni era riconoscibile attraverso piccoli progressivi frammenti, ora, finalmente, è diventato realizzazione.
Chi, come me, da anni si interessa dei giovani e dei processi che riguardano la loro maturazione e la loro crescita nella fede, ha accolto con gioia la notizia. La mia riconoscenza si è notevolmente accresciuta quando ho avuto tra le mani i testi delle relazioni e le conclusioni. L’articolo di Domenico Sigalini – cui va una fetta notevole del merito della crescita di consapevolezza a proposito di pastorale giovanile – documenta tutto questo, con abbondanza di particolari.
In questo articolo tento di dire forte quello che la lettura del materiale di lavoro ha suscitato in me. Attraverso le annotazioni che seguiranno, esprimo la mia gratitudine (e, in qualche modo, quella della rivista «Note di pastorale giovanile»), per il prezioso lavoro svolto, e tento di trasformare la sorpresa e la consolazione in una nuova e più approfondita responsabilità.

L’ATTEGGIAMENTO VERSO I GIOVANI

La prima sottolineatura riguarda l’atteggiamento assunto nei confronti dei giovani. Lo sottolineo mettendo l’accento su tre aspetti che mi permettono un rilancio verso il concreto della prassi quotidiana.

Tutti i giovani

In molti interventi precedenti alla grande svolta realizzata, a proposito della «pastorale giovanile», nella Chiesa italiana con il Convegno ecclesiale di Palermo, lo sguardo ufficiale verso i giovani correva spontaneamente verso gruppi, associazioni e movimenti. Le raccomandazioni e le constatazioni finivano sempre su questo livello, quasi che dentro queste realtà fosse assicurato, in modo conclusivo, il servizio ecclesiale verso i giovani.
Una ipotesi correva quasi in filigrana: se essi funzionassero bene, sarebbe praticamente risolto ogni problema di pastorale giovanile. Nessuno lo diceva in modo esplicito, ma non pochi avevano l’impressione di una specie di coincidenza pratica tra azione della comunità ecclesiale verso i giovani e prassi ecclesiale dei movimenti e associazioni.[1]
Ricordo ancora un’avventura sintomatica vissuta in una grande Diocesi italiana. Il Vescovo aveva convocato i responsabili delle diverse attività pastorali verso i giovani per ripensare al servizio ecclesiale e per porre le premesse per un progetto diocesano di pastorale giovanile. Moltissimo tempo è trascorso nelle scaramucce procedurali. Ogni responsabile di movimento e di associazione partiva dall’ipotesi che, per affrontare e risolvere tutta la questione, era sufficiente far bene quello che esso stava facendo e allargare l’ambito verso l’universo giovanile. Le difficoltà d’intesa non nascevano dal rapporto tra membri del movimento e universo giovanile, ma dalla gelosia degli altri movimenti, convinti della stessa logica, anche quando realizzavano qualcosa di molto diverso. La via di uscita è nata dalla passione pastorale del Vescovo. Ha chiesto un confronto sul piano dei numeri tra i giovani serviti dai diversi organismi associativi e l’universo dei giovani presenti sul territorio. Il confronto gli ha permesso di dire: del 10% dei giovani… vi interessate voi; cosa possiamo fare assieme per l’altro 90%?
Nell’ultima assemblea CEI il referente era finalmente assai diverso: «tutti i giovani», così come sono, fuori da ogni tentativo di catalogarli (i buoni = gli aggregati; gli altri... che sono un gran problema...).
Con lo sguardo fisso verso l’universo giovanile, alla ricerca appassionata di suggerimenti e indicazioni per permettere una comprensione più piena e amorevole, i giovani non sono più considerati «un problema» (che inquieta… da risolvere in fretta), ma «una risorsa», da scoprire e da accogliere, in uno sguardo educativo.

Una lettura educativa

Sono convinto che questo notevole cambio di prospettiva sia frutto di un modello nuovo e originale di lettura del loro mondo.
Da anni la rivista batte questo chiodo. Siamo stati felicissimi nel constatare che l’invito ad offrire le informazioni di base nell’incontro di Colvalenza sia stato rivolto al prof. M. Pollo, che nella redazione di NPG rappresenta una delle voci più mature proprio a questo proposito.
Di letture del mondo giovanile se ne possono fare tante. Tutte sono importanti, preziose per raggiungere una comprensione, la più ampia possibile, di una realtà complessa come è la situazione dei giovani in questo tempo. Difficilmente si riesce, infatti, ad elaborare una categoria interpretativa unitaria, attorno cui far convergere le altre informazioni, come invece si tentava di fare nella stagione precedente alla attuale.
La fotografia della situazione giovanile è non però assicurata dalla integrazione di queste diverse letture prospettiche. Non si tratta di ricomporre le tessere di un mosaico o i frammenti disorganici di un puzzle, per raggiungere una approssimazione corretta.
Le diverse letture offrono suggerimenti indispensabili. Essi sono nella mani dell’educatore. Su essi medita, approfondisce, confronta. Poi propone una sua conclusione, frutto di una comprensione della realtà «collocata», letta e compresa a partire da un progetto in cui si crede e per la cui realizzazione ci si impegna.
Questa lettura, sintetica e unitaria, è frutto dell’incrocio di tutte le variabili in gioco, ma non dipende da nessuna di esse, anche se tutte le attraversa. Qualche volta, le linee di tendenza sono derivate da indicazioni di minoranza, altre volte sono interpretazioni approfondite di un insieme di fatti che hanno una evidenza immediata… e che invece conducono verso altre direzioni se sono letti per quello che si portano dentro, forse come grido disturbato di un disagio interiore più profondo.
Mi piace chiamare «educativa» questa lettura, calda e appassionata, realizzata oltre le percentuali, da chi ama, condivide, riafferma la sua visione del mondo e delle persone, nella sua fede e nella sua speranza. A partire da questa lettura è possibile mettere in evidenza una serie di sfide: inquietudini e provocazioni che ricadono su chi riconosce la responsabilità di essere testimone di questo progetto e avverte di non poterlo più né proporre né realizzare secondo i tracciati che per tanto tempo hanno rassicurato il suo servizio, educativo e pastorale.

Camminare con i giovani

Nella Conferenza di Colvalenza i giovani sono stati letti da questa prospettiva. Anche la relazione di Mons. Masseroni, impegnato a fare il punto sul vissuto pastorale ecclesiale nei confronti dei giovani, si è mossa nella stessa prospettiva.
L’esito è quella proposta rilanciata, con forza e coraggio insolito, dalla sintesi conclusiva di Mons. Ablondi: l’invito a camminare con i giovani, cui fa eco il «messaggio» ai giovani.
In queste note conclusive le espressioni sono belle, piene della poesia del rispetto, dell’affetto, della simpatia. Basta un minimo di attenzione per cogliere anche lo spessore di cui sono cariche.
Si cammina in compagnia di amici. Con le persone noiose o scomode si fa di tutto per evitare il disagio della compagnia. Lo sperimentiamo facilmente quando abbiamo la possibilità di scegliere un posto sul treno o i colleghi in uno spostamento collettivo in automobile. La Chiesa italiana, nella voce autorevole dei suoi Vescovi, riconosce che i giovani sono compagni di viaggio graditi (anche quando risultano un poco scomodi), la cui compagnia è ricercata perché ha il pregio di allietare il cammino.
Anche la figura del «camminare» mi sembra assai interessante. Chi fa lezione… non cammina con i suoi discepoli. Li vuole tranquilli, seduti e attenti (con una nostalgia malcelata dei tempi delle «braccia conserte»). La Chiesa parla di cammino perché pensa alla vita (il cammino… della vita): tutti sono in tensione verso una meta, che affascina tutti da lontano.
Il cammino non è all’insegna della rassegnazione né tanto meno di una omologazione di responsabilità. Ci sono guide, c’è gente che ha già percorso la strada e può anticipare rischi e difficoltà, ci sono persone che hanno la funzione di fornire indicazioni e mezzi per facilitare il cammino, qualcuno è persino capace di caricarsi sulle spalle chi ha il passo lento… ma il cammino è veramente comune: un grande itinerario della comunità ecclesiale verso la vita e la speranza.

Verso la prassi quotidiana

Le indicazioni suggerite dal lavoro della CEI sono veramente preziose. Mi auguro che diventino prassi quotidiana e servano come criterio per verificare e convertire molti modelli concreti.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare.
La prima sottolineatura riguarda il linguaggio: sarebbe ormai tempo di rinunciare a considerare i giovani come problema… anche nel modo di esprimersi più informale.
La seconda riguarda la valutazione dell’esistente. Spesso, in incontri e convegni e nei resoconti e nei documenti, l’analisi della situazione è realizzata all’insegna di lunghi elenchi di tendenze drammatiche, come se ormai fossimo all’ultima pagina del libro della vita. Non posso demonizzare il mio interlocutore… se poi pretendo di camminare con lui.
La terza sottolineatura rilancia la consapevolezza della «risorsa». Se i giovani (nel loro spontaneo vivere in questa situazione culturale) sono, in qualche modo, anche risorsa per noi, dovremmo mostrare con i fatti riconoscenza e riconoscimento per questa risorsa. Studiando il rapporto del Papa verso i giovani mi ha colpito la sua sincera confessione del contributo che essi Gli hanno ripetutamente offerto.[2] Sarebbe interessante… tentare, almeno ogni tanto, di imitarlo sul piano dei fatti concreti.
L’ultima (solo per chiudere un elenco che potrebbe diventare lunghissimo) riguarda proprio il modello di analisi della situazione giovanile. Nel lavoro di progettazione che sta impegnando ormai da tempo diversi organismi, l’esperienza realizzata nell’assemblea della CEI ha qualcosa da insegnare. È assodata la necessità di dover partire da una lettura della situazione. Che tipo di lettura? Il tentativo di andare oltre le semplici ricognizioni fenomenologiche, per tentare interpretazioni e raccolte di sfide mi sembra una frontiera verso cui tendere.

LA CENTRALITÀ DI GESÙ CRISTO NELLA CHIESA

L’Assemblea di Colvalenza ha rilanciato con forza l’invito a porre la persona di Gesù il Signore al centro di ogni impegno pastorale verso i giovani, con la preoccupazione esplicita di assicurare un incontro con lui nella comunità ecclesiale.
L’istanza è di estrema importanza. Non tocca certo a me ripeterla e confermarla. Desidero solo ricordare che alla radice di questa preoccupazione non sta solamente una ricomprensione, coraggiosa e matura, della funzione della Chiesa e della sua responsabilità evangelizzatrice. Ci sta anche la consapevolezza della diffusa e insistita domanda di nuova esperienza religiosa, presente in tanti giovani. Da molte parti si constata, infatti, la necessità di trovare risposte soddisfacenti ad una sete, che i diffusi processi di secolarizzazione hanno acceso con maggior forza.
L’accorata raccomandazione dei nostri Vescovi si traduce, nel complesso universo dei giovani di questa stagione culturale, in alcune linee operative. Le voglio ricordare, facendo risuonare nella mia sensibilità le indicazioni offerte.
Mi sembrerebbe infatti riduttivo accogliere l’invito come se fosse solo un tentativo di riabilitare qualche prassi pastorale ormai desueta.

L’incontro con Gesù dentro una matura esperienza religiosa

Siamo felici di constatare quanto i giovani siano oggi attenti ed affascinati dalla persona di Gesù e dal suo messaggio, quando viene proposto nella radicalità con cui ce lo ha affidato.
Ci sentiamo provocati, come comunità ecclesiale, ad accogliere questa attesa e ad offrire proposte adeguate per saturarla.
Non possiamo però chiudere gli occhi verso alcuni rischi. Essi incombono sui giovani di oggi, proprio per il fatto di essere di questa stagione culturale.
Possiamo constatare tutti i giorni quanto i giovani, in genere, siano disposti ad ascoltare chi sa proporsi come riferimento sicuro nella trama delle incertezze, e quanto siano attratti da chi sa sedurre con il fascino delle luci che circondano la sua persona e della radicalità della sua proposta. Gli esempi potrebbero essere moltiplicati per mille. Sarebbe triste ridurre l’incontro con Gesù su questa stregua.
Chi è attento all’educazione e chi vive la pastorale su questa frontiera, cerca qualcosa di molto diverso. La diversità sta nella qualità della proposta e nell’educazione alle attese che la proposta può saturare. L’una e l’altra è nelle mani della comunità ecclesiale e di chi, in essa, condivide la preoccupazione pastorale.
Sono convinto che questa preoccupazioni non significhi tempi lunghi, lunghe e noiose trafile, continue apprensioni… L’abbiamo fatto in modo eccessivo, in questi anni in cui volevamo rifarci un po’ di coscienza. Ora i nostri Vescovi ci ricordano con forza che sono finiti i tempi dello stallo: la comunità ecclesiale è sollecitata a ritrovare la gioia e il coraggio di un annuncio forte ed esplicito.
La questione è un’altra, molto più impegnativa: educare la domanda per far risuonare come buona notizia la risposta e restituire alla risposta la capacità di educare la domanda stessa.
L’accento ritorna, ancora una volta, sulla esperienza religiosa e sulla responsabilità della comunità ecclesiale nei confronti della sua educazione.
Molte volte sono ritornato su questo tema. Qui voglio solo rilanciare la questione.
Oggi la domanda di esperienza religiosa è viva in moltissimi giovani, anche in quelli che sembrano distratti verso altre direzioni. Va però interpretata per poter intervenire in essa con una acuta sensibilità educativa.
È domanda religiosa perché è domanda di significato alla vita e di speranza, radicata sulla delusione di molte attuali proposte di senso; anche l’eventuale richiesta di «cose» religiose segnala soprattutto ricerca di qualcosa che dia senso e speranza. Non si rivolge direttamente alla Chiesa, ma è lanciata, spesso in modo indifferenziato, verso chiunque ha qualcosa da offrire sulla frontiera della vita e della speranza.
Inoltre, è fortemente segnata dai tratti culturali dominanti (soggettivizzazione, esperienzialismo, ricerca di una verificabilità immediata…): è quindi molto lontana dai modelli culturali in cui si incarna la proposta ecclesiale.
Educare questa domanda, per spalancarla veramente verso l’incontro personale con Gesù il Signore, comporta la sua progressiva maturazione verso la soglia dell’invocazione (per utilizzare ancora una espressione già spesso sottolineata).[3]

Verso l’affidamento al mistero di Dio

Come si può notare, a monte e come fondamento dell’incontro personale con Gesù, da porre al centro di ogni impegno pastorale, sta la qualità del riferimento a Dio e al suo mistero.
Su questa frontiera il lavoro pastorale è ancora notevole.
La riscoperta cristologica di questi ultimi decenni ci ha permesso si ritrovare il volto di Dio, restituendolo al mistero della sua esistenza personale. Spesso, nella comunità ecclesiale riuscivamo a dare l’impressione di parlare di Dio… come se fossimo stati a cena da lui la sera prima e fossimo riusciti a carpirne qualche segreto, riservato a pochi intimi. La crisi del linguaggio religioso e la feroce riduzione all’insignificanza pratica, cui è stato condannato dagli addetti ai lavori, sono un poco l’esito di questo modello comunicativo.
In Gesù, il Dio ineffabile e invisibile ha preso un volto e si è fatto parola. Per questo abbiamo riscoperto un accesso prezioso verso il mistero, sulla sollecitazione di DV 13. Ora, però, incombe il rischio opposto. Lo denuncia lo stesso vocabolario utilizzato dai giovani (e non solo da essi). Per troppe persone l’incontro con Gesù non è l’incontro con il segno più alto della presenza di Dio, ma l’incontro con un personaggio affascinante, che ha denunciato con coraggio le oppressioni di tutti i tipi, che ha trovato le parole dolci per sostenere la speranza... L’incontro con Gesù resta chiuso nella relazione. Lo sfondamento verso il mistero, cui affidarsi, è povero e assai limitato.
In altri casi, ritroviamo la presunzione di sapere tutto di Dio perché ci confrontiamo con Gesù o con i documenti della fede ecclesiale. Perdiamo il senso del mistero e il fondamento, atteso e sperato, alla nostra invocazione.
Di qui la mia preoccupazione pastorale: ritorniamo al mistero di Dio per restituire pienamente a Gesù la sua centralità ecclesiale.

La funzione della comunità ecclesiale

Ho già ricordato spesso la responsabilità della comunità ecclesiale nei confronti della maturazione dell’esperienza religiosa dei giovani.[4] In questo contesto, desidero sottolineare una preoccupazione conseguente.
Nel modello tradizionale il rapporto pastorale era «Chiesa – Gesù Cristo»: la Chiesa «portava» a Gesù. Oggi questo modello diventa difficilmente proponibile… per la perdita di immagine e di significatività che attraversa la Chiesa e per la crisi dei processi di trasmissione culturale che investe la nostra cultura.
Abbiamo trovato il rimedio nel tentativo di capovolgere la prospettiva: Gesù porta alla Chiesa. La forte ondata di soggettivizzazione ha messo in crisi anche questo modello, producendo quell’esito che preoccupa anche i Vescovi: «Cristo sì – Chiesa no».
Una alternativa la dobbiamo trovare… per evitare di ridurre un tema tanto impegnativo ad un vuoto rincorrersi di belle frasi.
Immagino un rapporto giocato su tre variabili: piccole e concrete esperienze di Chiesa come luogo dove è possibile incontrare Gesù il Signore, verso la riscoperta e l’accoglienza della grande Chiesa.
Il punto di partenza del processo è costituito da qualcosa di concreto, significativo, capace di coinvolgere e provocare. Esso è un momento di Chiesa, anche se non può diventare tutta la Chiesa.[5] Questa «testimonianza» apre e sostiene l’incontro con Gesù. L’esperienza di fede che ne scaturisce si allarga e si consolida in una gioiosa riscoperta della Chiesa nella sua complessità visibile, luogo di proposta dei contenuti stessi della fede e degli orientamenti per trasferire l’esperienza di fede in una nuova esperienza etica.

Un rilancio di spiritualità

L’esito dell’incontro personale con Gesù consiste in una nuova qualità di vita. L’esperienza di fede diventa esperienza di vita nuova.
In qualche modo vale anche il contrario: possiamo ricentrare, in modo efficace, la nostra preoccupazione pastorale su Gesù il Cristo se possiamo offrire un progetto significativo di vita cristiana.
Ero rimasto molto colpito da una delle indicazioni conclusive offerte dal Card. Ruini alla Chiesa italiana dopo il Convegno ecclesiale di Palermo: «Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes (n. 37), parlando dell’attività umana corrotta dal peccato e redenta soltanto da Cristo, ci offre un’indicazione che, ai fini della spiritualità, mi sembra preziosa. Diventato nuova creatura dello Spirito Santo, l’uomo può e deve amare le cose che Dio ha creato, riceverle da Lui, guardarle e onorarle come se al presente uscissero dalle mani di Dio. Così, ‘usando e godendo’ delle creature in libertà e povertà di spirito, viene introdotto nel vero possesso del mondo, quasi niente abbia e tutto possegga (cf 2 Cor 6, 16). Quella piccola nuova parola ‘godendo’, unita all’altra classica ‘usando’, apre verso una nuova spiritualità cristiana, che potremmo dire specificamente moderna, non più caratterizzata prevalentemente dalla fuga e dal disprezzo del mondo, ma dall’impegno nel mondo e dalla simpatia per il mondo, come via di santificazione, ossia di accoglienza dell’amore di Dio per noi e di esercizio dell’amore verso Dio e verso il prossimo».
Stiamo procedendo in questa direzione? Vorrei poter rispondere con un sì forte e deciso… ma se mi guardo d’attorno la mia risposta diventa molto più incerta.

LO SLANCIO MISSIONARIO

Un altro tema, rilanciato con forza, è quello «slancio missionario» che la Chiesa italiana sta vivendo con crescente impegno, anche grazie alla forza d’urto della passione evangelizzatrice del Santo Padre.
È spontaneo essere d’accordo e sentirsi provocati e convocati.
Per immaginare qualche concreta direzione, ricordo l’urgenza di ricucire il gap esistente tra la stragrande maggioranza del giovani italiani, distratti rispetto all’esperienza religiosa, e quel gruppo, sempre più alto e impegnato, di giovani che stanno portando a pienezza un modo affascinante di esperienza religiosa cristiana.
I due referenti vanno compresi bene, per raccogliere, in modo critico, la mia preoccupazione.
Non mi piace catalogare i giovani come «indifferenti». L’indifferenza non è un assoluto; è sempre «relativa a qualcosa…». Chi utilizza la categoria dell’indifferenza per comprendere solo una parte delle reazioni giovanili rispetto all’esistente, può far balenare l’idea che la sua parte… sia l’unica seria, la più decisiva ed esclusiva. Ma questa non è la realtà.
Ci vuol poco a riconoscere che molti giovani sono indifferenti rispetto alle proposte offerte dalla comunità ecclesiale, incerti rispetto alle sue esigenze, critici nei confronti di molti modelli di esistenza da essa raccomandati. In questi casi stiamo transitando dai tempi della polemica e della contestazione all’insignificanza: le strade si sono ormai separate e i cammini avvengono all’insegna di altre preoccupazioni. Non sono però indifferenti rispetto a molte altre realtà. Lo possiamo sperimentare facilmente quando «camminiamo» veramente con loro, sulle strade della vita quotidiana. Chi sta con i giovani riconosce quelle difficoltà di cui spesso parliamo (e che non riguardano solamente i giovani che girano poco nell’ambito della comunità ecclesiale): eterogeneità di linguaggio e di prospettive, relazioni temporali e culturali in dissonanza, figure poco espressive e poco significative…
A fronte di questa situazione stanno i molti giovani che ormai stanno vivendo una esperienza religiosa cristiana alta e impegnata. Nella loro concreta esistenza stanno proponendo un modello interessante di riconciliazione critica tra le esigenze del vangelo e quelle della cultura in cui siamo immersi.
Ho anticipato la mia convinzione. La riprendo dopo aver precisato i termini.
Molti giovani avvertono, in termini più o meni riflessi, un disagio generale e un’insoddisfazione circa la vita e i suoi significati. Essi si rendono conto di non poter più fondare senso e speranza su quello che era stato loro offerto e cercano qualcosa di nuovo, di ulteriore. Siamo di fronte a quella diffusa, insistita «domanda religiosa», di cui spesso si parla. Su questa frontiera è possibile realizzare un maturo «slancio missionario»: per offrire una risposta capace di accogliere la domanda, riallargarla verso nuovi orizzonti, far sperimentare la gioia di affidare al mistero di Dio che ha il volto di Gesù, questa intensa fame di vita e di speranza.
I giovani più impegnati possono operare, al livello più avanzato, in questa realizzazione. Essi mostrano, nella trama della loro esistenza, quello che può capitare se la voglia di vita è risolta nell’abbandono fiducioso al Dio della vita e mostrano il guadagno, sul piano della qualità stessa di vita, di questa decisione.
La questione è squisitamente vocazionale. Ricomporre la distanza tra giovani e comunità ecclesiale è il grande impegno vocazionale dei cristiani più sensibili e maturi.
In questa prospettiva alcuni modelli vocazionali sono, evidentemente, messi in crisi, perché troppo autoreferenziali. Altri, invece, sono rilanciati con forza. La vocazione cristiana viene scoperta come un grande servizio alla vita, in modo che sia piena e abbondante per tutti, nel nome e per la potenza del Dio di Gesù.

LA MEDIAZIONE EDUCATIVA

L’ultimo orientamento, suggerito dai nostri Vescovi in ordine al servizio ecclesiale verso i giovani, ci ha resi particolarmente felici. Il tema, come sanno i nostri lettori più affezionati, rientra tra quelli cui la rivista è particolarmente sensibile. Sono convinto che la raccomandazione dei nostri Vescovi sia preziosa e coraggiosa. E mi auguro che venga presa sul serio.
Le direzioni di lavoro sono molte. Ne voglio sottolineare una sola: riguarda l’esito del processo e, di conseguenza, permette di verificare la sua qualità
La grande sfida per l’educazione alla fede è quella della ricostruzione dell’identità, in una stagione che mette in crisi qualità e stabilità dei processi di costruzione della personalità, a causa della complessità diffusa e del pluralismo dominante.
Sulla frontiera dell’identità giochiamo la spinosa questione della qualità della vita (il «progetto culturale», almeno secondo una sua comprensione) e il riferimento a Gesù Cristo, che di questa qualità è fondamento e criterio orientativo.

Inventare modelli di qualità di vita

La proposta cristiana s’inserisce all’interno della ricerca di qualità di vita, come quella «bella notizia» che orienta tra le diverse opportunità e dà consistenza alla speranza. Il suo contributo specifico si colloca quindi attorno all’unico, grande problema, che è appunto quello della vita, nella direzione della qualità (per fare ordine nel groviglio dei progetti che si rincorrono in una stagione di pluralismo) e nella direzione del fondamento (per restituire speranza a chi la cerca, inquietato dalla quotidiana esperienza del limite).
La decisione per Gesù il Cristo (per la sua persona e il suo messaggio espresso nella confessione ecclesiale attuale) non è l’accoglienza di qualcosa che si aggiunge dall’esterno all’accoglienza della propria vita e all’impegno di assicurarla piena per tutti. Questa decisione va invece considerata come il raggiungimento concreto e pieno di quella stessa realtà, già vissuta in modo germinale e originale quando è stato pronunciato il primo timido sì alla vita, accolta come evento misterioso e interpellante.
La questione educativa e pastorale è quindi unica, convergente nelle eventuali diversità: la vita e la sua qualità. Nella fede riconosciamo che la maturazione completa dell’esistenza esige il riconoscimento della presenza di Dio. Questo riconoscimento è, prima di tutto, nell’ordine dei fatti, anche se ha bisogno di crescere, di verificarsi e di rendersi concreto sul piano consapevole e tematico.
Da questo dato, di natura teologica, scaturiscono i compiti educativi e pastorali affidati alla comunità ecclesiale: aiutare a far passare dal riconoscimento della «cosa» in sé (la vita come evento teologale) al riconoscimento del fondamento di questa realtà (la persona di Gesù il Cristo).
Solo in questa progressione di riconoscimento, il cristiano si fa adulto e l’uomo è restituito alla pienezza di libertà e responsabilità.

Una stabilità nell’affidamento

La situazione culturale diffusa mette in crisi proprio la possibilità di costruire identità stabili. Una identità priva di stabilità è però una contraddizione in termini, premessa pericolosa di una immaturità aperta a tutte le proposte.
L’alternativa sta nella elaborazione di un modello nuovo di stabilità: il coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare.
Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.
Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione giocata nell’avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell’esistenza.
Ricostruire persone capaci di affidamento significa, di conseguenza, ricostruire un tessuto di umanità. Ma significa anche radicare la condizione irrinunciabile per vivere una matura esperienza cristiana.
Ancora una volta educazione ed educazione alla fede si ritrovano impegnati sullo stesso compito, anche se la sua realizzazione esige interventi, tempi, modelli comunicativi specifici e differenziati. Non solo la pastorale «guadagna» in qualità nel confronto con le esigenze dell’educazione. Essa serve lo stesso cammino educativo offrendo il suo contributo originale.
Evangelizziamo con una profonda attenzione alle esigenze dell’educazione ed evangelizziamo proprio per aiutare l’educazione a compiere pienamente il suo obiettivo.
Certo, tutto questo è possibile se il dialogo tra fede ed educazione è giocato attorno alla vita, al suo senso, al fondamento della sua prospettiva e al consolidamento del suo esito.


NOTE

[1] Mi sembra abbastanza emblematica la citazione che segue, tratta da Evangelizzazione e testimonianza della carità. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per gli anni 90, che rappresenta un momento di transizione tra lo sguardo ristretto verso le sole realtà associative e l’universo giovanile: «In ogni chiesa particolare non manchi un’organica, intelligente e coraggiosa pastorale giovanile, ricca di quegli elementi che ne permettono l’incisività e lo sviluppo. Premesse indispensabili devono essere un preciso progetto educativo, che sappia coinvolgere, nel rispetto degli apporti e del cammino specifico, le realtà giovanili (gruppi, associazioni, movimenti) presenti in diocesi […]» (44).
[2] Tonelli R., La fede giovane dei giovani. Il dialogo tra il papa e i giovani, in «Note di pastorale giovanile» 33 (1999) 1, 42-54.
[3] L’espressione «invocazione» è utilizzata qui con un significato preciso. Indica uno stile di esistenza: il superamento del limite, riconosciuto e accolto, per immergersi, in modo più o meno consapevole, nell’abisso del mistero di Qualcuno o Qualcosa che sta oltre, di cui ci si fida e a cui ci si affida. Spesso questa «realtà» non è stata ancora incontrata in modo esplicito, ma essa è implicitamente riconosciuta capace di sostenere la personale domanda di vita e di felicità, e di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita. L’invocazione è, di conseguenza, un grande gesto di vita che cerca ragioni di vita, perché chi lo pone si sente immerso nella morte..
[4] Come modesto contributo alla Conferenza di Colvalenza Note di pastorale giovanile ha pubblicato un dossier proprio su questo tema: 32 (1998) 6.
[5] Il contatto con i giovani offre suggerimento preziosi al riguardo. Questa «Chiesa», concreta e sperimentabile, è costituita da un elemento qualificante: la presenza di «testimoni» e «eventi» speciali.

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