Juan E. Vecchi

(NPG 1999-03-6)


«Mostraci il Padre», chiese Filippo, in un momento in cui Gesù aveva incominciato un discorso sul Padre (Gv 14,8). E aggiunse: «Questo ci basta». L’espressione alquanto misteriosa intendeva che l’incontro personale o un’immagine visibile avrebbe risolto ciò che le parole non riuscivano a tradurre; o forse Filippo esternava un desiderio ardente che Gesù, con le sue spiegazioni, aveva provocato in lui. Gesù gli risponde: «Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: mostraci il Padre?» (Gv 14,9). Per «vedere» il Padre bisogna dunque guardare nella fede l’esistenza di Gesù, i suoi atteggiamenti nei confronti di Dio, i suoi gesti verso l’uomo.
Gesù però mostrò il Padre ai discepoli anche attraverso parole e insegnamenti. Doveva decodificare una immagine che essi avevano nella mente e costruirne un’altra in base alla nuovissima esperienza dell’umanità, l’Incarnazione. L’immagine che i discepoli si erano fatta raccoglieva – è vero – quanto di saggio tramandava la tradizione religiosa del loro popolo. Andava però purificata perché gli uomini l’avevano contaminata in molte maniere: mettendola a servizio del potere civile e religioso, legandola ai riti più che alla vita, facendola garante di un sistema sociale che opprimeva i deboli, dividendo l’umanità tra quelli che erano «figli di Dio» e quelli che non lo erano. Oltre che di una pulitura, l’immagine di Dio aveva bisogno di un restauro sostanziale. Bisogna rifarla. E ciò non significava semplicemente ritoccare un ritratto, una rappresentazione di Dio, ma rinnovare i rapporti con Lui.
Come è il Padre di cui Filippo voleva vedere l’identikit o la foto? Gesù lo presenta come potenza di vita. Nel Padre questa ha avuto origine e trova la sua permanente sorgente: «Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso» (Gv 5,26). Il Padre porta la vita verso la pienezza in coloro che, cercandola, si avvicinano a Lui. Dà il gusto e la possibilità di comunicarla. «Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole» (Gv 5,21). Sopra tutti i titoli gli va bene dunque quello di «il Vivente». Gesù stesso riceve la sua vita umana e divina da Lui, e grazie a Lui la dà ai suoi: «Come mi ha mandato il Padre che è il Vivente, ed io vivo grazie al Padre, così colui che si ciba di me anch’egli vivrà grazie a me» (Gv 6,57). La sua potenza di vita arriva a risuscitare i morti, a mantenere in vita per l’eternità coloro che a Lui si affidano, chiamandoli a una comunione con Lui: è il Dio non dei morti ma dei viventi.
Questa potenza di vita non è ingegneria biologica, ma amore fecondo. La paternità non è in Lui una qualità che si aggiunge alla divinità, ma la costituisce internamente e interamente. È Padre, Madre, alleato, socio, amico, protettore fedele, difensore e vindice: insomma quanto noi possiamo immaginare a proposito della donazione di sé e dell’attaccamento viscerale alle sue creature. Amore e vita vanno in Lui di pari passo. Ama donando la vita, dona la vita per amore. Gesù lo ripete con affermazioni veloci, semplici e toccanti: il Padre vi ama (Gv 16,17).
Per questo il Padre opera sempre nel mondo (cf Gv 5,17). Non sta a guardare e ad attendere. Prende l’iniziativa. È come un contadino che vigila il suo campo, come un vignaiolo che cura la sua pianta (Gv 15,1). Il campo sono tutti gli uomini e ciascuno in particolare. Su di essi, indipendentemente dalla loro bontà o malizia, fa sorgere il sole e fa piovere (Lc 5,45), provvede cioè quello che sostiene e diffonde la vita, lo splendore e la gioia che essa porta.
Egli conosce i nostri bisogni prima che noi glieli raccontiamo (Lc 6,8) ed è disposto a concedere quanto di buono e necessario gli uomini gli chiedano (Lc 7,11). Più ancora quando si accordano come fratelli, perché vuole la nostra pace e la nostra concordia (Mt 18,19).
Desidera che nessun uomo o donna si perda (Mt 18,14), ma che raggiunga la felicità e il proprio destino. Soffre per coloro che smarriscono il senso e le strade della vita. È misericordioso: prende in considerazione e ricompensa tutti gli sforzi di bene che gli uomini fanno: l’elemosina, la preghiera segreta e quasi implicita, l’invocazione di aiuto, il digiuno volontario e la fame sofferta con pazienza.
La sua misericordia si manifesta soprattutto nel perdono. Stranamente sente più gioia per chi, dopo aver fatto il male, si riscatta e torna, che per novantanove di coloro che credono di poter esigere qualcosa perché credono di non aver mancato. Si sente meglio con i peccatori che con i giusti. Difende i piccoli, le vedove, le prostitute, i poveri, gli indifesi, gli oppressi, gli ignoranti. È capace di farsi capire da questi e ad essi spiega cose difficili: «Io ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,22). Perciò fa saltare le categorie e le abitudini su cui si regge questo mondo.
Ha poi doni eccelsi, straordinari per gli uomini. Uno, singolare e unico, è il suo Figlio che egli «consegna» per la salvezza del mondo. E ciò dopo che aveva tentato altre vie e inviato altri messaggeri per ricondurre gli uomini alla sua conoscenza e amore: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio, perché chi crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna» (Gv 4, 16). Il Figlio non è un regalo «collettivo», inviato ad un «genere umano» nel quale non si distinguono le persone. Ha il carattere di un dono personale: un invito, una sfida, un richiamo, un incontro per ciascuno di noi, da cui egli si attende pure una risposta, un sentimento, una adesione personale.
Inoltre, nell’assenza fisica di Gesù il Padre manda lo Spirito Santo, il Consolatore, che rimane sempre in noi e con noi (Gv 14, 16.26). Esso è memoria, luce, calore e bussola. Crea e ravviva in noi la consapevolezza della presenza e dell’amore del Padre e ci dà il gusto di corrispondergli. «Non vi lascerò soli, orfani» (cf Gv 14, 18).
La potenza di vita e di amore, doni del Padre, si orientano verso la realizzazione di un disegno per il mondo e per ciascuno di noi: riportare ogni cosa alla bellezza e finalità originali, trasfigurate dalla presenza e forza di Cristo; fare di ciascuno di noi suoi figli veri e autentici fratelli. Bel sogno e stupendo progetto, proprio di un Padre senza pari!
Di fronte a tutto questo i discepoli si guarderanno dal riconoscere qualcuno sulla terra come «padre» ultimo e definitivo. In un solo Padre, quello del cielo, essi si specchieranno. Da Lui riceveranno i tratti filiali, imparando la misericordia, il perdono, la generosità.
Gesù parlava volentieri di Dio, Padre di tutti. La sua parola lo rendeva vicino, riscaldava il cuore, apriva un nuovo panorama sulla divinità. Ma la vera nuova rivelazione del Padre la fa quando parla di sé dicendosi «il Figlio», e chiama Dio «il suo Padre». L’articolo indica una singolarità esclusiva. Nessuno è figlio come Lui e di nessuno Dio è Padre come di Lui. È il Figlio unico e diletto (Gv 1, 14.18; 3 16.18), che è con Lui sin dal principio, che con Lui ha creato il mondo ed è destinato come Parola e Sapienza divina a manifestare completamente il Padre. Così sappiamo che nel mistero insondabile della divinità, nella sua potenza di vita e di amore, Dio genera un uguale a sé, dà tutto se stesso ad un altro, da sempre. Dio è quello che si dona! Non lo sapevamo, non potevamo saperlo fino a che non avessimo una «rivelazione». La rivelazione è Gesù. Tra Lui e il Padre si dà l’unità perfetta di volontà (Gv 5,30) e di azione, mutua intimità di conoscenza e di amore (5,20.23), vicendevole desiderio di glorificazione (12,28), esistenza dell’uno dentro l’altro. «Chi vede me vede il Padre», perché il Padre è in me e io nel Padre.
Tale è l’immagine e la storia del Padre che Filippo voleva vedere. Per l’immaturità dell’intelligenza e della fede (non aveva ancora ricevuto lo Spirito!) egli non riusciva ad entrare nemmeno nella logica delle parole di Gesù. È questa anche la condizione nostra come «pellegrini». Perciò non è male tornare costantemente a guardare e riascoltare Gesù per «capire» chi è e come opera il Padre.