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Pensare per generazione, educando

 

Carlo Nanni

(NPG 1999-03-3)

 

1. Pensare l’impegno educativo non come singoli educatori adulti ma come generazione – cioè come opera comune a un insieme di persone più o meno della stessa età che vivono in un certo periodo storico e in un contesto socio-culturale preciso – è certamente un modo interessante di prospettare e attuare la responsabilità educativa sociale nei confronti delle generazioni in crescita e delle altre generazioni: oggi più che mai.

2. Vari ne sono i motivi.
Attuare un dialogo generazionale facendo animazione è, per tanti versi, un andare contro tendenza (ma pure ritessere la cultura).
Infatti, c’è da operare in un contesto di tendenziale omologazione che rischia di accomunare tutti in un «narcisistico» benessere, senza limiti di sorta, senza riferimenti interpersonali e sociali, fuori del tempo e della storia. Lo star bene, il successo, l’essere parte degli avvenimenti che contano (magari perché così sono presentati dai mass-media!) rischiano di essere in cima ai pensieri di tutti e ognuno, indistintamente giovani e adulti, bambini e anziani.

3. Ma è anche la complessità e la differenziazione sociale che rendono difficile pensare per generazione. Infatti possono portare a oscurare non solo qualsiasi idea di identità collettiva (in questo caso l’identità generazionale) o a togliere ogni forza a quelle che erano le tradizionali agenzie di significato (chiesa, partiti, associazioni, sindacati, movimenti); ma addirittura possono mettere a rischio l’identità personale, riducendo tutto a sensazioni, a bisogni, a desideri soggettivi, ad aspirazioni slegate o peggio senza freno e direzione di senso che non sia quello del loro immediato esaudimento. A livello sociale diventa difficile pensare a un corpo sociale, a un essere popolo o chiesa. Al massimo ci sarà un «accorparsi» attorno a interessi specifici, materialistici, del momento. E a livello culturale si rischia la frantumazione dei quadri sociali di riferimento, gettando le persone in una situazione in cui si hanno solo brandelli irrelati di idee, valori, di modelli di vita e di comportamento.

4. Il «gap» (cioè la diversità e la distanza problematica) non sembra essere più solo tra una generazione e un’altra: si pensi ad esempio alla diversità culturale e vitale tra la generazione che ha vissuto il fascismo e quella del dopoguerra, o quella del sessantotto, o ancora quella dei difficili anni settanta e dei grigi anni ottanta, o magari quella che inizia la vita in questo complicato fine secolo. La diversità tende a pervadere e caratterizzare trasversalmente tutte le diverse generazioni e le differenti età della vita. E non riguarda solo i linguaggi o i metodi, ma anche, e forse in primo luogo, i contenuti, le concezioni della vita, i riferimenti etici di fondo, le prospettive di sviluppo personale e comunitario.

5. Che fare educativamente?
La tradizione pedagogica va sempre più vivamente mettendo in luce che ogni azione educativa trova la sua diretta collocazione all’interno di un rapporto dinamico tra persone (sia in termini inter-individuali sia di gruppo sia collettivi). Oggi si comprende sempre meglio che l’esito educativo è funzione non tanto dell’educatore o dell’educando astrattamente o isolatamente presi, ma piuttosto della loro relazione e della buona qualità di essa. Ma la relazione educativa affonda il suo stesso essere nella vita comune, nella vita delle persone, nei processi storici, nei dinamismi, nelle strutture, nei mondi vitali delle persone, nel loro bisogno di crescita in umanità e di qualificazione umana dell’esistenza. Sicché si può pensare l’impegno educativo come un aiuto e un servizio, personale e comunitario, alla crescita e alla qualificazione umanamente degna della vita di tutti e ciascuno. La centralità data ai processi e alle movenze vitali, individuali, gruppali, comunitari, mette più chiaramente in luce anche il carattere di accompagnamento dell’educazione oltre ogni carattere episodico e strettamente professionale di essa, in quanto si viene a porre all’interno di un processo di sviluppo formativo, almeno di una certa continuità e rivolto a tutta la vita personale, specie per ciò che concerne gli ambiti più profondi e la capacità di scelte o determinazioni dell’esistenza, nel corso della vita e nel contesto storico concreto. E non si restringe necessariamente a forme interpersonali, ma si allarga anche alla vita dei gruppi, dei movimenti, delle comunità di vita, a livello di massa, di opinione pubblica, ecc.

6. In questa linea si può capire anche che educare non è solo un fatto specifico e ristretto alle dinamiche intergenerazionali, ma interessa la società intera che sempre e in tutte le sue forme ha da curare la buona qualità della propria esistenza individuale e comunitaria. È parte fondamentale di quel «bene comune» che la «Repubblica» (cioè il corpo sociale organizzato), la «Chiesa» (cioè la comunità credente nel suo insieme) hanno il compito e il dovere di tutelare e promuovere. In tal senso l’educazione non solo è opera comune di educatori e di educandi; non solo dà luogo a una reciprocità che «educa» gli educandi e gli educatori; ma spinge a pensare e ad esigere una «sollecitudine» educativa comunitaria: una sorta di «co-educazione» di tutti e per tutti, come aspetto dei processi di liberazione e di sviluppo umanamente degni che ogni popolo o società organizzata persegue, nella coscienza di una responsabilità civile nei riguardi della propria esistenza sociale, dei suoi singoli membri, e dell’umanità intera. Altrettanto vale a livello ecclesiale.
In termini generali si potrebbe dire che si dovrà applicare all’educazione quello che affermava il pedagogista brasiliano P. Freire, il quale diceva che «nessuno libera nessuno, nessuno è liberato da nessuno: ci si libera insieme»; e altrettanto che «nessuno educa nessuno, nessuno è educato da nessuno: ci si educa insieme».

7. Ma è chiaro, a questo punto, che anzitutto bisogna entrare in quest’ordine di idee, nella coscienza che non sono troppo sviluppate nella nostra mentalità corrente.
La pratica educativa ci può aiutare. Educare richiede coraggio. Infatti, si può avere il senso del «timore e tremore» nell’entrare in rapporto profondo con persone o con gruppi o con masse e nel voler intervenire per un miglioramento qualitativo della vita personale (come pretende di fare chiunque si pone come animatore o animatrice, come educatore o educatrice). E tuttavia si dovrà avere la forza e la volontà di «non schivare» la relazione, di non negare la dialettica, la tensione, la diversità o la differenza, ma piuttosto di ricercare il «passaggio» al dialogo e alla ricerca della comunicazione, del camminare e del crescere insieme.
Ma credo che è importante non agire isolatamente, anzitutto a livello di mentalità: gli educatori sono sempre, infatti, rappresentanti dell’umanità, delle società e delle chiese di appartenenza (lo vogliano o no, lo siano in modo critico e polemico o no!). Ha un suo senso pensare che si sta «collaborando» con tanti e tante altre persone!

8. Parimenti ha pure il suo senso, nel proporre «messaggi», aver coscienza del limite della propria «verità generazionale», di cui si è portatori come animatori ed educatori. E parallelamente bisognerà aprirsi alla comprensione delle «verità nuove», di cui le generazioni in età evolutiva possono essere anch’essi portatori: ricercando forme, linguaggi, contenuti adeguati, pertinenti, significativi, oltre che validi. D’altra parte, con il coraggio che viene dall’esperienza della vita, sarà da cercare di passare, insieme, da ciò che soggettivamente si sente o si vuole a ciò che si impone in sé e per sé: non solo perché indicato o prescritto da altri, dagli adulti o dalle istituzioni sociali, laiche o religiose, ma perché richiesto dalla vita e dall’aspirazione a un futuro umanamente degno per tutti e per ciascuno.

9. Questa ricerca del bene – inteso concretamente come ciò che è umanamente degno oggi e sempre – è impegno di tutti coloro che vogliono essere «persone di buona volontà», capaci di andare oltre se stessi e il proprio tempo presente: sia che si sia credenti o no.
Per chi crede nel Vangelo il pensare per generazione richiama quanto dice il Vangelo (cf Lc 11, 29-32): anche alla nostra generazione, pur complessa e differenziata (e per quanto «perversa» essa possa essere!), viene offerto il «segno di Giona», il segno della Resurrezione, il segno di una umanità nuova, che dalla morte e dalla morte di croce non è sconfitta e messa a fine, ma riportata in vita, anzi elevata (e invogliata a portarsi) alla «pienezza» che compete all’umanità del Cristo risorto (Ef 4, 13).
E mentre altri lo realizzano predicando, facendo opere di carità e di solidarietà, facendo politica o altro, noi «collaboriamo» a quest’opera, ecclesiale e civile insieme, animando ed educando, con la speranza sottesa all’impegno educativo cristiano: «di generazione in generazione» Dio, Padre di tutti, ci continua «la sua misericordia!» (Lc 1, 50).

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