Gioia Quattrini

(NPG 1999-01-63)


Marta correva. Correva piangendo, polvere impastata di lacrime, lunghe striature nere sul volto. Col dorso delle mani cercava di far pulizia, sfregandosi le guance. Doveva proprio essere impresentabile così ridotta: le lunghe occhiaie per le quattro notti di veglia, le labbra bianche dal dolore, lo sguardo spento, le vesti sporche e scomposte, i capelli arruffati. Cosa avrebbe pensato il Nazareno? L’avrebbe di nuovo guardata con tenero rimprovero e scuotendo il capo avrebbe detto ancora: «Marta, Marta…».
Da subito tra loro era stato così e Cristo pieno d’amore la accarezzava con tiepidi rimproveri come si fa con quegli scolari che hanno doti in quantità ma si perdono nella pratica, distratti da particolari contingenti e senza senso.
Tempo prima, non appena aveva sentito dalla gente del luogo che il Galileo era giunto fino al paese di Betania, si era affrettata a uscirgli incontro e lo aveva invitato nella sua casa. Subito aveva cominciato a darsi da fare perché l’ospite si saziasse del cibo dal sapore più gustoso e bevesse il nettare più dolce e fresco, perché godesse degli agi migliori. Sua sorella Maria, invece, era andata di corsa a sedersi ai piedi dell’uomo e ascoltava immobile senza preoccuparsi assolutamente di alcun mestiere. Non che Marta non amasse ascoltarlo, ma riteneva importante anche servire l’ospite e averne cura, perché fosse subito evidente la gratitudine per i discorsi che lui generoso gli donava. Per Marta erano i fatti a contare. Con le parole la sua familiarità non era mai stata granché. Esse si incalzavano nella sua bocca come puledri bizzosi e ribelli. I discorsi che nascevano allora erano torrenti contorti e dal regime di magra, spesso inadeguati e poco calzanti. Almeno così le sembrava da sempre. Per questo, vicino al tramonto, mentre Maria si intratteneva con le altre donne del paese e riportava i discorsi del Signore, precisi come fosse Lui a parlare, ed esse la guardavano ad occhi sgranati, Marta si fermava poco e presto correva nella parte più povera del paese, dove abitava una giovane donna che vendeva erbe al mercato, poche e malridotte, in terra vicino a lei due bimbi uguali e quando camminava trascinava una gamba. Marta puliva e metteva in ordine, cucinava qualcosa, rifocillava i bambini e spesso lavava e pettinava i lunghi capelli della giovane. Erano quelli i momenti in cui rimpiangeva di più la sua poca dimestichezza con le parole. Provava a raccontarle di Cristo, indicava i bimbi giocare e diceva alla donna di non temere perché sarebbero stati uomini in un mondo dove niente ricchi e niente poveri, niente servi e niente padroni. Dopo un po’ faceva silenzio quasi pentita di essersi lasciata andare a un mestiere che non era il suo e continuava a pettinare con calma cercando di far parlare i fatti. La giovane donna a volte mal celava lo stupore per tanta solidarietà, che per giunta non chiedeva ricompensa, e Marta sorrideva dicendole che quella era la nuova legge della nuova umanità: la legge dell’amore e lei così l’aveva intesa: l’uomo ama l’uomo prendendosene cura. L’amore andava dimostrato durante i mille momenti di ogni giornata, ora dopo ora, dal levarsi del sole al suo tramontare. E la notte le serviva per fare una sorta di computo, e si induriva pensando dove avrebbe potuto fare di più e si addolciva scoprendo dove il di più era stato fatto. Marta adorava Maria, ma era lontano il ricordo dell’ultima volta in cui aveva espresso questo amore con le parole. Marta adorava Lazzaro e forse non glielo aveva mai detto. Tutta l’intensità del sentimento era nell’entusiasmo con cui si dava da fare per loro, senza indugiare in vezzi. Così Lazzaro le portava fiori per abbellire la casa, sapendo quanto lei si divertisse. Li portava senza troppe feste. Anzi a volte era lei a trovarli sul tavolo, così freschi, ad aspettarla, senza alcun avviso. Maria era diversa e qualche volta protestava. Le diceva che in Lazzaro una qualche ruvidezza era normale, in tutti gli uomini mancava l’attitudine alle affettuosità, ma che lei era una donna e non poteva amare come un uomo. Era vero.
Marta sapeva di somigliare più a suo fratello, ma si rifiutava di accettare che ci fosse un modo di amare degli uomini e uno delle donne. Pensava, piuttosto, che ogni essere umano sentisse i propri sentimenti risuonare nel cuore con una sonorità unica e irripetibile. Marta amava con le mani e temeva le parole. A parlare troppo si finiva per rovinare tutto. Le parole, aveva imparato, a volte confondevano le fila piuttosto che sciogliere i nodi. Intrattenendosi in chiacchiere sull’amore si finiva per perdere del tempo prezioso. Per questo qualche volta veniva accusata di non vedere oltre il proprio naso, di non riuscire a capire quali meraviglie attendevano veramente la nuova umanità rinata alla gioia. Non era così. Di notte, quando nel suo letto il caldo si faceva insopportabile, usciva in giardino a respirare, e nell’oscurità che tutto copre era facile immaginare il nuovo mondo che li attendeva. Ma allo spuntare delle prime luci, quando il buio scivolava via dalle cose, ad attirarla era piuttosto la sofferenza che ancora si toccava intorno. Tutto qui. Marta voleva guarire il mondo e non soltanto sognare come sarebbe stato bello una volta sanato.
Così, guardando sua sorella ascoltare senza preoccuparsi di altro, a dire il vero presa da una leggera collera, aveva detto: «Signore non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».
E allora il Signore guardandola con dolcezza e scuotendo la testa aveva detto per la prima volta: «Marta, Marta...».
Sarebbe andata così anche ora.
Proprio all’entrata del villaggio lo vide: «Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!».
Quando Lazzaro si era ammalato gravemente, lei aveva insistito perché subito fosse avvisato Cristo, legato a loro da grande affetto. Ma il Signore era giunto in ritardo, un lungo ritardo che lei non capiva.
Continuò Marta: «Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà».
Il Signore rispose: «Tuo fratello risusciterà».
Marta assentì. Lo sapeva. Sempre in movimento tra i fornelli, non aveva perduto una parola del Signore nelle lunghe serate passate insieme. Lazzaro e Maria, fermi, incatenati al tavolo dalla voce dell’ospite. Lei che andava e veniva. Era fatta così, non sapeva stare ferma, tuttavia era attenta nell’ascoltare e prima le parole giungevano al suo cuore prima era presa dalla febbre di dare corpo a quei sogni. Da persona pratica, quale era per indole, guardava al progetto come alla difficile realizzazione di complessi e sofisticati incastri e desiderava la sua riuscita con forza ma senza ingenuità. Marta capiva che nessuna parola tradotta conserva una assoluta verginità. Comunque lei era pronta. Non avrebbe atteso seduta. Sentiva il sangue battere forte nei polsi, puliva le pentole con nuovo vigore, le sue erano mani forti, buone per costruire quel mondo migliore che il Nazareno raccontava. Cantava Marta mentre Cristo parlava, come presa da altri pensieri. Invece erano canti d’amore per le strade che avrebbe spazzato, per le case che avrebbe ricostruito dalle fondamenta, per le lacrime che avrebbe asciugato e per gli uomini che avrebbe stretto al cuore. Cantava Marta per la sua dolce amica erbivendola, mentre Cristo parlava di vita eterna e di resurrezione dai morti, la paura che svanisce, il buio che dilegua, l’alba incorruttibile del Regno di Dio.
Il Signore riprese: «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno. Credi tu a questo?».
Marta disse sì. Non era mai stata così esplicita con il Signore e neppure mai gli aveva rivelato quanto la sua novella le avesse spalancato l’animo, tanto da esserci posto oramai per tutti gli uomini. Aveva detto sì e scelto di credere, lei così concreta, nell’assurdo verificarsi dell’impossibile. Aveva detto sì e correva ripetendolo, correva a chiamare Maria e con lei i tanti Giudei venuti per consolarle. Insieme erano tornate da Cristo. Insieme avevano pianto.
Ecco, non ricordava di aver visto piangere il Maestro in altre occasioni. Al contrario, egli spesso rendeva incantate le strade con le sue risate argentine e infondeva gioia solo a guardarlo. Certo, oggi, il suo migliore amico era morto e il dolore totale che segna il distacco terreno da chi si ama, Cristo lo soffriva tutto senza difendersi.
Così a Marta la propria sofferenza, che si rifletteva in quella di Cristo, sembrava legittima, giusta e santa. Ella aveva detto sì e credeva nella resurrezione, ma quella di Lazzaro restava comunque una partenza e per ora senza di lei.
«Togliete la pietra!» – disse Gesù.
«Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni» – ribatté Marta.
Non aveva finito di parlare che già stava dandosi della sciocca. Ecco, la scarsa capacità di vedere oltre il proprio naso, che spesso le era rimproverata, si concentrava tutta in quella stupida frase.Ma come, Gesù chiedeva di togliere la pietra che chiude il sepolcro e proprio lei si perdeva in chiacchiere da sciocca! Marta, Marta… questa volta lo diceva da sé.
Il Signore si avvicinò e disse: «Lazzaro, vieni fuori».
… E Marta guardò verso l’entrata del sepolcro, con gli occhi spalancati ma senza esitazione, con la gola stretta e lo stomaco ancor di più. Sapeva che niente sarebbe stato più come prima, che le serate di primavera avrebbero avuto un altro volto. Forse tutto più difficile. Forse più facile. Sapeva che non avrebbe potuto sottrarsi dai legami di quel sì, gridato poco prima, sulla strada. Ma lei non aveva paura. Per niente. Cristo sconfiggeva la morte e strappava le resistenze di dosso agli increduli e le esitazioni dagli incerti. Chiamava tutti con una domanda che non poteva avere che una risposta. Il tempo dell’attesa lasciava il posto a quello dell’azione.
Cristo sconfiggeva la morte e mandava in frantumi il mondo, quello dove fino a un attimo prima anche lei aveva vissuto, quello dei pregiudizi e delle ingiustizie, dell’intolleranza e della prevaricazione. Era un mondo di certo brutto ma era anche l’unico che avevano, e ora che Marta lo vedeva scivolare rovinosamente verso il declino, come la pietra del sepolcro appena tolta, cosa restava da fare? Restava da fare una sola cosa: costruirne un altro, pietra su pietra, senza indugi.
E Marta guardò verso l’entrata del sepolcro sorridendo come solo l’amore può sorridere della morte. Tirò un gran respiro e piano piano allargò le braccia.
Nell’ombra Lazzaro era bellissimo. Non ricordava che suo fratello fosse così bello.