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La figlia di Giairo

 

Gioia Quattrini

(NPG 01-08-05)

 


Tanto era inutile. Tanto non avrebbe risposto, non si sarebbe mossa. Per quanto suo padre insistesse a chiamarla, per quanto non finisse di scuoterla, lei non avrebbe più aperto gli occhi. Non voleva ascoltare le solite chiacchiere inutili fatte per alzare polvere piuttosto che per comunicare. I discorsi che non portano in nessun posto e non sciolgono nessun nodo. Non voleva assistere ai soliti atteggiamenti formali, cerimonie vuote e sterili, mai un gesto spontaneo, del cuore, fatto così d’impulso a mano aperta. Un gesto fatto per toccarsi, per sentire e ricambiare il calore dello stesso sangue che scorre nelle vene. Sempre sorrisi rattrappiti. Movimenti misurati. Parole contate. Non voleva parlare, mai più, parole gettate contro un muro di fermezza cieca e sorda, parole prese e rivoltate oppure ignorate con disprezzo. Tanto era inutile, non avrebbe più risposto. Aveva provato e riprovato, cento e cento volte, senza alcun risultato se non quello di essere punita: sgridata o messa a tacere e percossa. La figlia ribelle, senza educazione, che non andava mai accarezzata perché avrebbe potuto mordere. Una testa calda e poco rispettosa dell’autorità di suo padre e delle tradizioni. Una delusione, un progetto fallito, un disegno che usciva dalle righe. La vergogna di un seme che aveva mal generato e di una mano che non riusciva a piegare la pianta alla sua disciplina. Non si sarebbe mossa da quel letto né avrebbe riaperto gli occhi. Era morta dentro e ora nessuno avrebbe potuto ignorarlo.
Sentiva intorno un agitarsi frenetico e l’umore di suo padre sempre più agitato, la sua voce alterata, forse il suo pianto. Attendeva da tempo quelle lacrime, da un tempo che sembravano secoli. Le lacrime quasi fossero riuscite ad aprire delle vene segrete che lasciate libere una volta per tutte avrebbero cominciato a scorrere veloci riportando vita e energia lì dove lei vedeva solo freddezza e rigore. Un nuovo modo di amarsi e una nuova voglia di conoscersi. Lacrime per riscaldare quello sguardo freddo che anche con gli occhi chiusi lei ancora sentiva trafiggerla. Troppe volte suo padre aveva risposto al suo sorriso con quello sguardo. Mentre lei danzava presa dall’euforia o giocava cantando o si intrufolava nei discorsi curiosa di sapere e capire le straordinarie storie che gli uomini raccontavano. Quando non voleva legare i capelli o sentiva il suo cuore battere rosso sulle guance per il suo compagno di giochi. Dove era il male? Suo padre la guardava freddo e immobile, come non la riconoscesse, anzi proprio domandandosi come potesse averlo generato lui questo astruso essere. Ed ora immobile e fredda sarebbe stata lei. E non l’avrebbe smossa il suo pianto.
Era sempre stata sola. Sola a gestire un mondo che batteva insieme al suo cuore. Mondo di sogni e desideri, pieno di sole dove la sua mente correva senza fiato. Mille volte aveva cercato di parlarne a Giairo per portarlo con lei in quella corsa che tanto la faceva sentire viva. Inutilmente. Suo padre sentiva di essere il primo nemico di quell’universo segreto quasi fosse una pericolosa follia, una debolezza del pensiero e non il futuro che trovava i suoi connotati, che cercava un volto cui somigliare. Ora era stanca, troppo stanca, per tentare ancora. Era sempre stata sola, ora le avrebbe fatto compagnia il suo mondo. Dietro il buio delle palpebre abbassate, si sarebbe scaldata al sole del suo mondo. Con il corpo rigido e freddo, avrebbe ballato e saltato senza che a nessuno sembrasse. Con la bocca che teneva serrata, avrebbe cantato a gola piena. Tutto nel suo mondo e niente fuori.
Quando lei si muoveva contenta di quell’entusiasmo che le rotolava dentro, suo padre la misurava con disprezzo e nei suoi occhi era evidente che avrebbe preferito mille volte una figlia muta, cieca, sorda e immobile piuttosto che quell’uragano senza catene. Bene, se il padre era così che la voleva, immobile muta, cieca e sorda alle speranze e alla felicità, lei gli avrebbe regalato questa figlia cieca, muta e sorda, immobile, una statua.
Intorno al letto tutti piangevano la sua morte e che una tale giovinezza fosse stata strappata alla vita. Quale vita? si domandava lei. Senza colore e senza trasporto? Misurata e razionale? Dove era la differenza tra quella vita e la morte che lei aveva scelto? Non doveva neppure riaprire gli occhi, li ricordava benissimo. Fantasmi senza emozioni che si aggiravano nella stanza, pieni di confidenza con il dolore e impauriti dalla gioia. E lei, invece, la morta con un cuore che batteva così forte.
Troppo male aveva sentito, adesso niente avrebbe potuto più scalfirla, fredda al tatto, di pietra. Prima di stendersi sul letto, si era lavata con cura, aveva pettinato e legato i capelli più stretti che poteva, poi aveva indossato uno di quei vestiti orribili e grigi che le nascondevano il corpo. Ecco la morta che tutti avrebbero voluto viva. Nessuno a piangere la felicità sudata e arruffata che tutti avrebbero voluto morta.

“Ritiratevi perché la fanciulla non è morta, ma dorme”

La sorpresa di udire quella voce stava quasi per farle aprire gli occhi e sarebbe stato un errore imperdonabile. Conosceva quel suono, l’uomo buono del quale si parlava in tutto il paese e anche più lontano. Per lei era sempre stato l’uomo con gli occhi che sorridevano. Molte volte si era nascosta dietro gli alberi soltanto per vederlo passare. Quell’uomo sarebbe stato un abitante perfetto dell’universo che lei sentiva dentro, quando si muoveva era come se un alone di serenità e luce lo avvolgesse. Solo una volta il respiro affannato per la corsa l’aveva tradita e lui si era voltato a cercare con lo sguardo. In quell’occasione lei aveva scoperto che gli occhi di quell’uomo sorridevano. Non sapeva spiegarlo meglio, ma era proprio così. Anche per quello Giairo l’aveva sgridata e molto, era diffidente verso quel predicatore e non voleva per nessun motivo che lei si avventurasse a girargli intorno. Ed ora come era possibile che si trovasse ora nella sua casa? Non era stato certo suo padre ad andarlo a cercare, e anzi se fosse tornato e lo avesse trovato lì si sarebbe veramente infuriato. Forse nel passare per caso qualcuno gli aveva riferito che c’era lì una giovanetta strappata tanto prematuramente alla vita e lui così buono era entrato?
Ad occhi chiusi percepì un leggero movimento intorno al suo letto e un improvviso silenzio come se tutti fossero usciti tranne Gesù.
Una mano leggera cominciò a scioglierle i capelli e il dolore di quelle trecce serrate cominciò finalmente ad allentarsi. E le parlò come quando la voce che racconta una fiaba diventa un sussurro. Le raccontò di una vita lì fuori ad attenderla che nessuno avrebbe potuto scolorire come nessuno avrebbe potuto fermarle il cuore. Di un cammino difficile ma che non deve mai interrompersi perché porta alla salvezza. Di un compito che ognuno ha di rompere l’incantesimo malvagio che impedisce alle statue di tornare persone vive e solo l’amore può.
Di coraggio e perseveranza, di ostinata forza e insistenza caparbia. Se lei avesse tenuto solo per sé quel meraviglioso universo sarebbe stata un albero senza frutti, una terra sterile e secca. Insistere ad amare, nonostante tutto. Insistere ad amare nonostante tutti. Quando le lacrime cominciarono a farsi strada dagli occhi serrati, Gesù la prese per mano e la fanciulla si alzò.

 

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