Juan E. Vecchi

(NPG 1999-01-6)


Quest’anno il nucleo della riflessione giubilare sarà su Dio Padre. Il tema provoca e, più di quanto non lo faccia la riflessione sul Figlio o sullo Spirito Santo, solleva il pensiero o la questione su Dio: la credenza, l’interrogativo, il dubbio, la negazione, le immagini umane di Dio. Ciò perché il Padre è l’origine e il principio dentro la Trinità e verso l’esterno. È Colui che genera. È il primo che si rivela nella storia degli uomini. È Colui che invia il Figlio. Da lui procede lo Spirito. A lui è attribuita la potenza, che è la possibilità di tutto il resto. A ragione nel Nuovo Testamento ogniqualvolta si dice Dio, senza aggiunte, ci si riferisce al Padre.
La Tertio Millennio Adveniente pone la riflessione dell’anno in rapporto col secolarismo: il prescindere da Dio nell’organizzazione della vita sociale, il relegarlo nel privato, l’irrilevanza della ricerca obiettiva su di lui, il disinteresse verso il significato di una sua eventuale presenza nella nostra vita (cf n. 52). Collega pure tale riflessione al dialogo con le grandi religioni, in particolare con l’ebraismo e l’islamismo (cf n. 53). Con esse ci si trova nell’accettare l’esistenza di Dio e un suo certo rapporto con il cosmo e la storia degli uomini.
Congetturare, scorgere e concludere che Dio esiste, e comprendere che cosa tale esistenza significa per noi non è stata una ricerca facile per l’umanità. E non lo è ancora con le sole forze della ragione. Eppure non è stata mai abbandonata né considerata indifferente. Alcuni identificarono il divino con le forze sconosciute della natura o con le energie misteriose dell’uomo. Non arrivarono a percepirlo come persona. È un filone non assente nella galassia religiosa di oggi: magia, occultismo, animismo e simili ne sono quanto meno indizi. Ciò indica che impronte di Dio sono rimaste nella materia e pure nel pensiero e nel cuore umano.
Il nostro secolo XX si è caratterizzato per l’esclusione di Dio dal pensiero e dalla vita e, in particolare, per la violenza rivolta ai credenti di varie fedi. Basti ricordare l’ateismo organizzato e violento. Ci vorrebbe un’intera enciclopedia per raccogliere affermazioni, teorie, organizzazioni, nomi, fatti e misfatti di queste posizioni. Per non pochi ancora Dio è indefinibile, quasi un plasma, un’energia. Anch’essi colgono una briciola di verità: Dio non può essere afferrato da categorie umane. Il nostro parlare su di lui è sempre per analogia. Quello che sperimentiamo di lui è «ineffabile», difficilmente esprimibile con linguaggio umano.
Per questo, ma non solo, oggi è frequente costruirselo a piacere. Non interessa sapere chi è, ma come lo sento e come serve al mio caso. Eliminato il riferimento a una verità assoluta, Dio viene configurato a misura di sentimenti, desideri o bisogni e, in alcuni casi, di esperienze involontarie.
Se vengono accantonate la ragione e la rivelazione su Dio, salta e viene vanificato il discorso sul Padre. Dio è infatti il soggetto del quale si «predica» la paternità. Non si può fare a meno di rilevare l’importanza di ciò da un punto di vista catechistico e pastorale. Come si può infatti parlare ai giovani di Gesù, oltre l’umano ammirevole, quando mancano rappresentazioni e interrogativi religiosi di base? Tanto più che oggi il rapporto tra fede e ragione è rimosso da molti.
La Bibbia documenta il percorso dell’uomo verso la conoscenza di Dio, a tentoni, nel buio, per strade impervie e con bussola precaria. Mostra il fascino dell’uomo di fronte alle forze della natura, la sua perplessità davanti alla voce della sua coscienza, gli interrogativi che solleva la sua storia. Racconta lo svelamento o rivelazione su Dio che l’uomo ha sperimentato. Non principalmente attraverso una «esposizione concettuale» o «una dottrina», ma come una esperienza all’interno di un avvenimento storico.
L’avvenimento è la Pasqua: l’esodo dall’Egitto e l’alleanza del Sinai nell’Antico Testamento; la morte e risurrezione di Gesù nel Nuovo.
L’esperienza umana che vi si fa è di liberazioni molteplici nel nome di Dio, per grazia sua e per essere suoi; di passaggio dalla morte alla vita, di espansione di questa vita fino alla pienezza e all’eternità, di cammino verso tutto ciò con la solidarietà e la compagnia di Dio. Sono avvenimenti che non si possono dimenticare o mettere in secondo piano senza tradire la memoria che dell’esperienza di Dio ha l’umanità e la Chiesa.
Alla luce di queste esperienze e avvenimenti si sono letti gli inizi del mondo e quanto in esso avviene. Sono infatti la sigla, il segno del farsi presente di Dio nell’umanità, del suo rapporto con la vicenda dell’uomo. Se Cristo non fosse morto e risuscitato e i discepoli non ne avessero avuto l’esperienza, nemmeno ricorderemmo le espressioni con cui si dichiarava Figlio di Dio; e la sua stessa preghiera, il Padre Nostro, se venisse ricordata avrebbe un significato non diverso da quelle che abbiamo ereditato da altri pensatori o capi religiosi.
Nell’esodo e dopo di esso, attraverso il ministero dei profeti, Israele imparò per tutti noi che Dio è sommo e unico. È al di sopra della natura e dei poteri costituiti nel mondo. Da essi si distacca: è trascendente; in un altro ordine, santo. Né potenze umane né forze della natura hanno il minimo dominio su di lui. L’uomo d’altra parte lo sperimenta come datore della sua vita, alleato gratuito e inatteso, e anche come giudice ultimo dei suoi atti e intenzioni. Ancora oggi noi confessiamo questa verità: credo in un solo Dio Padre Onnipotente. L’espressione si riempie oggi di nuovi significati, se consideriamo gli «assoluti» che hanno preteso o pretendono di sottomettere l’uomo o in cui egli pone l’ultima speranza: il denaro, la tecnologia, il mercato, lo stato.
Così Israele imparò pure che egli è Creatore del cielo e della terra: principio primo, termine ultimo. Amore libero e fecondo, gratuito e universale. Nessuno poteva obbligarlo a dare l’essere. Di niente si poteva servire per dare origine alla vita. Noi dunque veniamo da lui e verso di lui ci muoviamo.
È il Dio che si comunica all’uomo: ha parlato e parla. Avvenimenti e vita umana hanno dei sensi che li trascendono e l’uomo se ne rende conto tanto più quanto più fa spazio al pensiero di Dio. Si rivela attraverso persone con una particolare missione storica di liberazione e illuminazione. Paolo dirà che i gentili quando non si erano convertiti adoravano dèi muti. I profeti accuseranno gli idoli di essere senza parola né messaggio, senza suggerimenti né stimoli. Il Dio di Israele è colui che ha mosso i Padri, che ispira i profeti, che parla al popolo, che in sogni e visioni indica strade possibili specialmente negli snodi della storia.
È il Dio che educa e fa crescere: il Pastore che conduce ad acque cristalline e a prati erbosi, che non consente all’uomo di fermarsi ma mostra orizzonti verso cui camminare, che accompagna stimolando ad avanzare, che richiede fedeltà all’alleanza nel quotidiano e in inattese rotture col passato verso imprese impossibili.
È un Dio che raduna e unisce, crea solidarietà e armonia. L’ordinamento del caos e la creazione del genere umano come una famiglia unica sono una prima manifestazione. Convoca gente dispersa e la rende un popolo. Vuole la salvezza di tutti, anche di coloro che al presente non riescono a riconoscerlo.
Per tutto questo di lui si afferma che è Padre. Si sente la sua paternità nel fatto che dà la vita, la conserva, la sviluppa, impegna la sua potenza a favore di essa, la porta a pienezza richiedendo la responsabilità e la collaborazione dell’uomo.
Paolo ad Atene credette necessario partire da un discorso su Dio e la divinità invocando la ragione e proponendo la fede nella rivelazione per introdurre la missione di Gesù Cristo. È un itinerario, insieme ad altri, ancora fecondo e necessario per una giusta comprensione della paternità di Dio.