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Ruoli e competenze

dell’incaricato dell’oratorio

Domenico Sigalini


La figura di cui si vuol parlare è a un livello intermedio tra il responsabile della comunità cristiana, parrocchia o congregazione religiosa, e gli animatori dell’oratorio, la comunità educante. Spesso è pure responsabile in prima persona di fronte all’autorità civile, anche se l’ente parrocchia, di cui l’oratorio fa parte, assume nella figura del parroco la responsabilità civile.
In genere è un presbitero o una suora, il che lo colloca entro una struttura di autorità e autorevolezza riconosciuta a priori e, soprattutto gli è riconosciuta ortodossia morale e pedagogica e l’essere sicuramente “partigiano” della realtà ecclesiastica. Si vuol cioè dire che se il ruolo di incaricato è ricoperto da un prete o una suora lo si accetta a scatola chiusa, se invece è un laico allora occorre definire meglio il ruolo e le competenze.
Nel nostro caso il problema si pone non solo da questo punto di vista che pare secondario, ma che alla fine definisce l’indice di gradimento da parte dell’autorità ecclesiastica competente, ma dal punto di vista di un lavoro di squadra con una comunità educativa che si articola sempre di più e si arricchisce di molteplici competenze laicali.
Ci poniamo l’obiettivo di dare alla persona la coscienza del tipo di compito che gli è affidato. Dalla coscienza riflessa di questo compito nasce la sua professionalità e quindi la sua spiritualità.
Quali elementi ci possono aiutare a dare questa coscienza, a chiarirla a se stessi, a sentirla come determinante per la propria esperienza di persona e di persona credente?

1. Vive la grande missione dell’educazione a nome della comunità adulta

Nel contesto contemporaneo, il processo del diventare uomo, cioè come aiutare una persona a realizzare quello che è, ma sapendo che egli è diventandolo, è cruciale. Non è più automatico o scontato come poteva esserlo nel passato in un certo tipo di società, dove determinati meccanismi consensuali, l’uniformità di istituzioni e di processi, portavano a fare questi passaggi in modi non particolarmente né difficili né traumatici. Oggi il processo del diventare uomo mette in gioco le convinzioni di fondo di una comunità, perché è la comunità che aiuta quelli che nascono in essa a diventare uomini. La comunità più radicalmente si chiede chi è l’uomo, chi è la persona umana, quando si è uomini e che cosa distingue l’umano dal non umano. Questo problema mette in gioco la natura della comunità adulta; il problema educativo dell’età evolutiva non è un problema dei pedagogisti o dei socio-pedagogisti ma è un problema degli adulti. Sta lì il nucleo, prima ancora delle tecniche relazionali per far crescere in un determinato modo piuttosto che in un altro.

2. Educa a nome della comunità cristiana

La comunità cristiana è parte di una società: è quella parte di questa comunità umana che crede in un evento che è appunto la rivelazione di Dio in Gesù Cristo. È una parte di comunità umana che riconosce che in quell’evento storico Dio si è dato in maniera definitiva e assoluta ad ogni uomo.
Ricevere e vivere questa sua identità significa concretamente dirlo e celebrarlo, ovvero evangelizzare e fare memoria. Se non lo dicesse, vorrebbe dire che non ci crede. Il dire da questo punto di vista è intrinseco al credere, non si può non credere altrimenti non si dice.
Questa comunità riceve e vive di questa grazia, testimoniando, agendo, cioè rendendo visibile proprio nell’azione quello che dice e quello che celebra. La parola e il rito si fanno corpo nella relazione effettiva, nella dedizione all’altro e nella la testimonianza della carità. La testimonianza è intrinseca all’azione della Chiesa. La testimonianza della carità è il contenuto morale della fede. L’educare è quindi teologicamente fondato come espressione della”carità”, non solo come prassi comportamentale. Sta dalla parte dell’essere prima che dell’agire.

3. Inscrive la sua opera educativa nella comunità umana

La comunità cristiana è parte della comunità umana che dice un valore più grande di sé. Prendersi cura del bene dell’uomo per una comunità cristiana significa mettersi insieme con tutti coloro che hanno a cuore questa cura, riconoscere che la cura del bene umano non è esclusiva della comunità cristiana. La comunità cristiana quando compie i gesti di carità è chiamata a riconoscere questo amore di Dio anche al di fuori di essa, quasi a voler dire che quando la comunità compie un gesto deve poter essere sempre disponibile a dire: “Qui Dio c’è già, qui Dio mi ha anticipato”.
Il prendersi cura del bene umano si coniuga con la disponibilità a riconoscere la ricerca di questo bene umano laddove viene fatta. Quindi la disponibilità a promuovere responsabilità, perché questo bene umano venga riconosciuto e venga attuato al di là della stessa comunità cristiana. È un impegno a entrare in gioco perché si dia forma a questo bene umano; in fatti oggi non è scontato per tutti che cosa è bene umano. Questo apre l’incaricato dell’oratorio alla necessaria collaborazione con le istituzioni
Una forma della carità, della dedizione al bene dell’uomo è quella del far diventare uomo, che significa.
Aiutare a crescere, anche se può apparire quasi inutile, perché oggi c’è la fretta di crescere, di sapere, di conoscere, di provare, di avere, di essere, senza applicarsi alle condizioni, ai passi calibrati, alle tappe indispensabili, ai rallentamenti e accelerazioni dovuti ai ritmi particolari delle persone.
Aiutare a decidere, a prendersi una responsabilità, a decidere rendendo ragione a sé prima di tutto della propria decisione, a decidere non arbitrariamente e a decidere coinvolgendo se stessi in quello che si decide. Se questo è vero, allora una comunità credente, la stessa comunità educativa, entra in rapporto con la comunità umana più ampia e quindi anche con le istituzioni che dentro questa comunità sono preposte a questi compiti, entra in dialogo aiutando il più possibile ad essere responsabili, cioè a rendere ragione, a rendere conto.
Aiutare a convincere e a convincersi su ciò che vale e su ciò che conta. Sembra che niente o poco nella vita sia talmente convincente per cui ci si possa spendere la vita stessa. Questo richiede una capacità di discernimento perché la tendenza diffusa è quella di mettere tutto sullo stesso piano, tutto in qualche modo si equivale. Dire che tutto si equivale vuol dire rendere difficile poi la decisione di mettermi in gioco e di prendermi cura degli altri, se così definiamo il diventare uomo. Questa fatica del discernimento mette in gioco una dimensione dell’educare che è capacità di distinguere e di valutare in maniera differente le priorità.
Aiutare a individuare una immagine, una forma. Il coinvolgimento di una comunità cristiana sulla pratica educativa consiste nello stimolare, nell’aiutare, nell’aiutarsi a individuare una forma, un’immagine della propria identità, a riconoscersi nella propria identità per quello che si è attraverso tutti gli strumenti che le scienze umane offrono a questo riguardo. In relazione a questi strumenti educare è delineare, chiarire una propria identità rispetto alle ragioni del vivere e il futuro del convivere.
Se l’educazione o i processi educativi sono la forma della carità, diventano un’occasione per la quale la comunità cristiana è chiamata a spendersi[1].
Questo statuto ontologico è tipico di ogni responsabile di pastorale giovanile, probabilmente anche di ogni educatore che deve inscrivere la sua opera entro un progetto più ampio dell’ambito in cui svolge il suo ruolo. È sicuramente tipico dell’incaricato dell’oratorio, come strumento privilegiato di una comunità cristiana per l’educazione delle giovani generazioni.
Ora proviamo a concretizzare in alcuni compiti caratteristici e, di conseguenza, competenze di questa responsabilità entro un oratorio con tutte le problematiche, risorse e componenti di cui oggi si avvale:

1. Esperto e appassionato di un modello di pastorale giovanile
Di fronte alle varie visioni della vita cristiana e della chiesa, ai vari modelli educativi e di pastorale giovanile, occorre fare delle scelte chiare di prospettiva. Tenendo conto che l’oratorio non è una associazione, ma lo strumento della comunità cristiana per tutti, deve mutuare il progetto dalla comunità cristiana in cui è inserito, dalla diocesi o congregazione di cui fa parte, dall’esperienza della Chiesa in cui è inserito il suo mondo giovanile. È capacità analitica, è capacità di sintesi, è conoscenza delle fonti, è inserimento concreto nella vita ecclesiale.
Le fonti che possono aiutare a definire il progetto sono:
la vita della Chiesa universale. Nessuno può negare l’importanza che a questo riguardo ha assunto la figura del Papa, la sua catechesi, i suoi orientamenti nel definire modelli di pastorale giovanile in questi anni. Ogni oratorio non ha potuto fare a meno di confrontarsi con le sue stesse iniziative che alla lunga determinano non solo attività, ma veri e propri modelli o per lo meno aiutano a ripensarli.
la chiesa italiana, che in questi tempi ha dato non poche indicazioni nell’educazione alla fede dei giovani, comprese le ultime che stanno negli Orientamenti Pastorali. Un oratorio può per un po’ di tempo ignorare perché è assorbito dalle sue attività, ma se vuole formare giovani credenti nella Chiesa di oggi, non può non cogliere le linee di fondo che vengono continuamente proposte alle comunità cristiane. Il lavoro informativo del Servizio di pastorale giovanile serve proprio a questo. Non secondario diventerà un collegamento al Forum degli Oratori Italiani, che se non aiuterà a livello di modello di pastorale giovanile, almeno aiuterà al confronto con tutta la realtà oratoriana italiana.
nel nostro caso, la congregazione religiosa e la conseguente spiritualità che vi si ispira. La spiritualità salesiana è qualcosa di più di un vestito che va bene su tutte le attività. Gli stessi convegni appena svolti di ridefinizione dell’oratorio devono lasciare traccia nei modelli concreti cui si ispirano i differenti oratori, sia per onestà professionale che per identità e forma della propria spiritualità.
le grandi decisioni del consiglio pastorale parrocchiale o dell’unità pastorale, presso cui spesso è l’incaricato dell’oratorio stesso che presenta istanze nuove, punti di vista aggiornati, urgenze educative. È qui però che la comunità esprime i suoi indirizzi, traduce concretamente la sua forma di vita credente e si mette in gioco per aiutare i giovani a diventare uomini e donne.
l’esperienza personale, l’immagine della propria fede, il proprio rapporto con Dio, che segnano comunque l’operare di ciascuno. È un tema da portare allo scoperto, perché agisce a livello di impostazione generale più di quanto si pensa. Alla fine, nei momenti più intimi che decide è spesso il proprio vissuto o perché lo si vuol ripetere o perché lo si vuole rifiutare.
Una lettura appassionata e aggiornata del mondo giovanile. La conoscenza dei ragazzi e dei giovani è assolutamente essenziale per costruire qualsiasi modello e non è sufficiente la pratica di quelli che si vedono in oratorio o a i suoi cancelli. Occorre con pazienza studiare visioni sociologiche, storie di vita, ricerche, punti di vista offerti dai mass media, dagli eventi che caratterizzano la vita giovanile e della società.
Tenere assieme questi elementi non è questione di partecipazione a tutti i convegni e sedute possibili, ma far sintesi del vivere e dell’essere credenti oggi per la propria vita e per quella dei ragazzi e giovani di cui si è responsabili.
All’incaricato compete ispirarsi e offrire alla comunità educativa tutti gli elementi che vanno messi in sequenza quando si decide non solo la programmazione, ma la progettazione. È un modo concreto per tradurre i principi di cui sopra, per concretizzarli nella prassi di ogni giorno.

2. Promotore esigente della progettualità dell’oratorio
Si assiste in questi anni a una fuga dalla progettualità e un ricorso quasi esclusivo alla programmazione.
È compito dell’incaricato invece sbilanciarsi verso la progettualità, verso alcune visioni ancora utopiche e ideali dell’educazione, prima di definire iniziative e obiettivi. Deve diventare un mago del modello ermeneutico, della capacità di coniugare fede e vita, domande e proposte, nuove esigenze dei giovani e nuove sfide della fede. Esercita nello stesso tempo la memoria storica dell’evoluzione educativa dell’ambiente in cui vive, collega alle esperienze passate, ai vari tentativi già fatti. Se è nuovo si informa e sta ad ascoltare per apprendere la storia della passione educativa che lo ha preceduto con rispetto e con stima.
Progettare è offrire prospettive globali, pensare prima, prevedere, avere sensori di futuro e costringerli entro la passione operativa di tutta la comunità educativa.
Non significa che è lui che fa il progetto, ma è lui che ne aiuta al costruzione e l’accoglimento presso tutti. Tra gli educatori ci sono sicuramente alcuni più esperti di lui nei vari campi necessari alla progettualità, sia nel campo delle conoscenze di tipo religioso sia in quelle di tipo umanistico, ma è lui che deve aiutare a fare sintesi, ad arrivare all’obiettivo grande, alle mete successive, alla distribuzione di tappe e di compiti.
Di tutte le sedute necessarie per progettare o per ricuperare il senso del progetto è tutor indispensabile. È custode dell’ispirazione e del progetto.
Direi che i suoi collaboratori li forma e con loro cresce con questo corso speciale di formazione che è il tempo dedicato alla definizione del progetto e in seguito della sua applicazione che è la programmazione. Per fare questa formazione deve crescere nella sua capacità di relazione intersoggettiva. Si va in crisi non quando non si vedono i risultati, ma quando non si riesce a stabilire relazione.

3. Responsabile della qualificazione degli operatori
Per attuare il progetto occorre avere persone competenti. Le competenze si acquisiscono sul campo, in esperienze che vengono lette e smontate al rallentatore nei corsi per animatori, sia specifici che generali, cioè sia in quelli che promuovono competenze ben delineate (cfr. allenatori, animatori di gruppo, animatori di varie attività), sia quelli di carattere generale (percorsi di fede, corsi di approfondimento dello stile della propria cittadinanza…). In questi campi non gli è richiesta la competenza, ma soprattutto la condivisione delle tappe della crescita umana e cristiana di ciascuno. Dire che è l’animatore degli animatori forse è troppo, ma sicuramente ne è la spalla, il materasso, la guida, la sferza, il mister, il talent scout e promotor, il regista dell’insieme, la guida spirituale

4. Non datore di lavoro, ma promotore di spazi vocazionali.
Intendo dire che è lui che vede le particolari attitudini degli animatori, le aiuta a conformarsi in una dimensione interiore vocazionale e ne sostiene l’applicazione ai campi concreti in cui si debbono svolgere. Come tutti i responsabili di strutture è preoccupato che ogni posto sia occupato dalla persona giusta, ma deve essere più orientato a valorizzare le persone per le vocazioni che hanno.
La distribuzione concreta dei lavori può essere anche sua competenza, ma distinguerei, soprattutto nei grandi complessi, il momento della determinazione del compito e della sua configurazione come prestazione di opera, che è bene sia affidata ad altri, dal dialogo e dalla ricerca delle motivazioni, competenze e risorse interiori.
Oggi inoltre si va sempre di più verso oratori che si organizzano per progetti oltre che oratori-cortile spontaneo sempre in attività. Questo significa che il direttore di oratorio deve distribuire il carico educativo non solo su singoli animatori, ma su piccole o grandi unità di progetto.
Questo già avviene per la catechesi. I catechisti sono una unità progettuale che lavora all’interno dell’oratorio con suoi progetti e tempi di lavoro. Così sono gli allenatori delle squadre sportive, così però dovrebbero essere le unità di progetto per il week-end, per la notte, per gli interventi di strada…
Se la preparazione di queste unità può essere demandata a diverse competenze, diventa però necessario far interagire i progetti e le persone che li attuano. Questo è di nuovo compito dell’incaricato

5. È responsabile dello snodo delle collaborazioni (gruppi, associazioni, istituzioni..)
Un oratorio non è solo la somma di gruppi che realizzano un progetto in maniera coordinata e legata alla stessa ispirazione, ma è anche lo snodo di molte presenze che hanno progettualità differenti, talora autonome, talora concordanti e spesso anche indipendenti. È più facile ed omogeneo avere animatori che a partire dal progetto poi lo realizzano nei vari gruppi o attività, è più difficile, ma altrettanto necessario, far convivere la propria progettualità, o alcuni livelli indispensabili di essa, con le altre realtà che abitano l’oratorio o che vi permangono per necessità superiori. Qui la competenza e la pazienza è soprattutto dell’incaricato. che crea lo spazio della relazione educativa e del compito. A questo riguardo molti problemi sono risolti a livello di modello di pastorale giovanile dove trovano collocazione non funzionale i vari gruppi e le varie associazioni.

6. Attiva relazioni con la comunità cristiana e il territorio
L’incaricato risponde della realtà complessiva di un oratorio in un intervento educativo in rete con le altre realtà della comunità cristiana e del territorio.
L’essere l’oratorio ponte tra la chiesa e la strada e tra l’istituzionale e l’informale obbliga ad avere sempre una competenza marcata sia ecclesiale, che sociale. La competenza ecclesiale si definisce non solo nel momento della progettualità, ma anche nelle varie esperienze concrete di vita ecclesiale. Tra gli altri i momenti della vita liturgica, vista nei tempi liturgici e nelle espressioni quotidiane della vita liturgica (cfr. sacramenti), i momenti della catechesi (cfr. preparazione ai sacramenti e catechesi continua), i momenti della vita di carità (cfr. iniziative di attenzione ai poveri, come parte integrante dell’educazione alla fede), le iniziative di missionarietà (cfr. iniziative di annuncio fuori dell’oratorio) devono far parte della stessa progettualità, nel senso che devono essere viste come momenti qualificanti cui orientare e far crescere i giovani. E' anche colui che fa arrivare alla comunità cristiana le domande giovanili. Non ha soprattutto il compito di integrare i giovani nella comunità cristiana, ma di rinnovare la comunità cristiana perché accolga i giovani. In questo non è solo, ma travasa questa preoccupazione nello stile educativo di ogni operatore di oratorio.
La competenza sociale consiste soprattutto nel collegare l’oratorio come tale e alcune iniziative in particolare alla realtà pubblica, ai vari tavoli in cui si fa programmazione territoriale (cfr. legge 285, 328…), nel rendersi responsabile di offrire competenze e collaborazioni anche agli enti pubblici per una concordata azione educativa, nel seguire le indicazioni legislative riguardo a tutte le norme sanitarie e di sicurezza…

7. Propulsore di presenze educative nei luoghi informali dei giovani
È un compito tipico di relazione col territorio, ma anche spesso tutto da inventare. Molte amministrazioni comunali e provinciali operano in questi campi; l’oratorio deve diventare crocevia di persone che si spendono nei luoghi di tutti per offrire ragioni di vita e speranza. Prima delle iniziative occorre avere una competenza sulle nuove realtà, sulle prospettive e sulle convergenze necessarie per affrontare i problemi. Questo non è compito del singolo animatore, ma di chi ha uno sguardo di insieme come l’incaricato, che deve perciò organizzare l’oratorio perché questo sia possibile. Se vuole che l’oratorio si impegni per gli spazi informali, non può organizzarlo come una riserva selettiva e a tessere di appartenenza. Deve organizzarlo in maniera che la missione sia pratica quotidiana, sia scritta nel progetto delle sue attività. La missione cambia lo stesso stile interno dell’oratorio. I giovani che vanno oltre i confini devono poter contare su un oratorio ben definito e vivo, che li aiuta, li sostiene, crea interazioni con l’esterno, raccordi con il pubblico; devono avere alle spalle una comunità che prepara e accompagna. L’oratorio deve essere in grado di farsi spazio di aggregazione spontanea che vive rapporti con altri spazi aggregativi non oratoriani.

Note Post scriptum

1. Esiste un itinerario formativo per incaricati di oratorio?
Finora è una competenza che si acquisisce sul campo, dopo lunghi tirocini e esperienze, dopo aver fatto la gavetta dai grest, ai gruppi, ai campiscuola, alle catechesi fino alla stanza dei bottoni oppure la si acquisisce per obbedienza al mandato dei superiori, che non sempre è disgiunta dalle acquisizioni precedenti. Se per gli educatori di oratorio oggi occorre rovesciare l'imbuto: non una formazione specifica con tanti incarichi, ma una formazione globale con alla fine un incarico solo, anche il direttore di oratorio dovrà avere una formazione all’insieme, non prima di essersi speso a fondo dentro qualche incarico particolare.
È possibile inventare un master preso qualche università che può offrire questo insieme di competenze?

2. E il cumulo di chiavi che l’incaricato si porta sempre attaccato alla cintola da sembrare il guardiano di Alcatraz?
È segno che non si è costruito una squadra fidata di collaboratori laici o che non è riuscito a accreditarla presso i suoi superiori. L’utilizzo degli ambienti, la presenza in essi di strumenti di valore commerciale alto, la mancata corresponsabilizzazione dei giovani, il continuo girovagare di giovani della strada negli ambienti dell’oratorio esigono una presenza educativa molto oculata prima di tutto dal punto di vista dell’offerta di proposte alte e in seguito anche di attenzione agli ambienti. Purtroppo l’oratorio è ancora spesso visto come un insieme di attività che ciascuno fa da solo senza rispondere dell’insieme o di un intreccio di competenze che non definiscono bene le responsabilità. Forse si tratta anche di una mancata riorganizzazione del personale, si direbbe in una struttura commerciale, di una responsabile distribuzione dei tempi e dei compiti educativi, potremmo dire in oratorio

3. E il tempo perso per pratiche burocratiche?
In questi anni sono aumentate vertiginosamente le richieste della società civile e religiosa di permessi, certificati, adempimenti burocratici, per cui il povero direttore deve passare giornate intere per uffici e curie. La necessità di avere una sorta di ufficio apposito si impone, sia per adeguarsi alle leggi, ma anche per cercare con intelligenza finanziamenti e collaborazioni indispensabili per una gestione aperta dell’oratorio.

4. E quando l’incaricato è un laico?
Esistono non piccole difficoltà legate alla concezione di chiesa che tende a gerarchizzare anche le competenze in senso clericale. In questo senso trovano difficoltà anche le suore direttrici di un oratorio parrocchiale. Queste vanno superate entro una visione di chiesa comunione e una visione del laico più evangelica e ecclesiale.
Un’altra difficoltà è quella dell’assunzione con contratto che deve essere a termine e permettere cambiamenti più rapidi dell’attesa del pensionamento. Si possono trovare soluzioni dignitose sia per il laico che per la comunità.
Un terzo problema è la qualificazione professionale che non può essere solamente di tecnica pedagogica o di conoscenza teologica, ma tendenzialmente vocazionale, cioè capace di motivare globalmente la vita attraverso una scelta pastorale per i giovani e non solo con una scelta professionale. La diocesi di Milano nella sua esperienza di assunzione di laici come incaricati di oratorio cura molto l’aspetto vocazionale.


NOTA

[1] Quale è il compito pastorale educativo di una comunità cristiana in questo campo?
Non è semplicemente trasmettere contenuti, non è solo l’esplicitare le risorse o le capacità che ognuno ha permettendogli di esprimere quello che ognuno è, non è nemmeno solamente socializzare al proprio gruppo.
Educare è prima di tutto un’attività, quindi una pratica, una relazione, non è solo fornire conoscenze.
È un’attività in cui si rende ragione dell’aspetto buono del vivere, del fatto che nella vita c’è una dimensione di bene.
Educare è rigenerare costantemente la vita che noi comunità adulta abbiamo dato. Educare è un rendere conto, non tanto teoricamente con le parole, della vita a loro, che sono stati chiamati a vivere. Non basta il momento psicologico dell’equilibrio perché uno si conosca, sappia chi è, capisca le sue capacità, i suoi limiti e raggiunga un certo benessere con sé e con gli altri. Dare identità, forma significa offrire e toccare le radici stesse del vivere.
Educare è prospettare direzione, perché non si possono trovare le ragioni buone, gli aspetti positivi della vita, se non si proietta questa ragione buona in avanti. La vita è una relazione, è un’esperienza, è una dinamica, non è una cosa, non basta mostrarle le ragioni, ma devo mostrare anche le prospettive, le direzioni, le attese perché una persona si attende sempre qualche cosa.
Educare è prospettare un senso, una direzione futura cioè una speranza per l’uomo che sta crescendo. Educare è prospettare un cammino che attiri, che attragga. Quando la comunità cristiana fa questo, compie la testimonianza della carità (tratto liberamente da Casati in Notiziario del Servizio nazionale di past.giov. n.31).

(Da una conferenza di don Domenico Sigalini – Avigliana 2001)

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