Juan E. Vecchi

(NPG 1998-05-40)


I doni dello Spirito, vissuti nel rapporto e nell’impegno educativo, costituiscono un programma di contenuti, itinerari, metodo da mettere a frutto come tratti dell’educatore e come potenzialità presenti nei giovani. Anche se occorre vederli nel loro insieme, perché non possono essere spiegati né applicati separatamente l’uno dall’altro, ripassiamoli comunque a uno a uno.

La sapienza ci fa percepire la bontà e bellezza; ci rende capaci di gustarle e, attraverso di esse, risalire al donatore: il Creatore. È la bellezza della verità, ma anche dei gesti, dei comportamenti e tipi di esistenza, delle imprese e opere d’arte. I tre percorsi insieme costituiscono la sapienza: arrivare con lo sguardo là dove le realtà sprigionano il bene, imparare a radicare sempre di più in esso, fosse anche umile e quotidiano, risalire a Dio.
È proprio della sapienza dunque aiutare l’uomo a distinguere il bene dal male. Fu la preghiera di Salomone: «Signore io sono un ragazzo, non so come regolarmi: concedimi un cuore docile perché sappia distinguere il bene dal male» (cf 1 Re 3,7-9). Così la saggezza ci mette sulle strade del senso della vita e ci dà la chiave della felicità che cerchiamo. Illumina e orienta: è la bussola della vita.
Facciamone tesoro: sappiamo svelare e far apprezzare i rapporti ed i gesti che danno felicità; aiutiamo a scoprire la bellezza delle cose, anche ordinarie e nascoste: Don Bosco parlava della bellezza della virtù, della natura, della religione. La bellezza attira, entusiasma; non suscita tanto il sentimento dell’obbligo, quanto quello dell’amore.
Sappiamo far percorrere la strada che va dall’esperienza al senso della vita e dal senso della vita là dove si trova la sua fonte. Sappiamo aiutare a distinguere il bene dal male con la formazione della coscienza, uno dei nodi difficili da risolvere quando si separa moralità da felicità personale.

Sviluppiamo il dono dell’intelletto, l’intus legere, leggere in profondità: è il dono che cerca, con la ragione e con la parola di Dio, una conoscenza profonda e cosciente della realtà e dei fatti.«Lo Spirito conosce ogni cosa, anche i pensieri segreti di Dio» (1 Cor 2,10).
Viviamo in un mondo di valutazioni rapide senza preoccuparsi di verificarlo: si cerca di apparire più che di essere: «appaio, dunque sono»; c’è tutta una industria per migliorare l’aspetto esterno. L’intus non è l’aspetto forte né del costume, né delle aspirazioni personali.
Il dono dell’intelletto ci insegna ad entrare nella verità di noi stessi, delle proposte, delle cose: «quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
È il dono che ci fa superare la superficialità nell’approccio alla vita, alla realtà, al mondo; quello che ci aiuta ad evitare il «mordi e fuggi»; a non accontentarci né di quello che si dice, né dei risultati dei sondaggi, né della notizia, né del primo commento che sentiamo, né delle immagini che ci offre la televisione.
Ma tutto questo lo riflettiamo e discerniamo alla luce della Parola. Tra le realtà in cui ci porta ad entrare con profondità, la principale è la persona di Gesù e la sua parola. Ci fa pensare dunque al necessario approfondimento della fede, all’applicazione dell’intelligenza al mistero cristiano in rapporto alla vita.

Sviluppiamo in noi ed accompagniamo i giovani con il dono del consiglio: vuol dire progetto di vita, conforme alla ricchezza di possibilità che Dio ha messo nel cuore e nella mente della persona umana in generale e nella nostra vita in particolare.È capacità di discernimento e di scelta, di giusta decisione e disponibilità a seguire quello che si è scelto.
Consiglio nella Scrittura significa disegno, progetto, piano giusto e misericordioso. Viene riferito sovente a Dio che prevede, previene, decide ed opera.
Che bel dono contro l’immediatismo, l’indecisione permanente che non permette di sviluppare la vita; dono importante per conoscere ciò che Dio vuole da ciascuno, per misurare le proprie possibilità, per infilare la strada giusta, per seguire il cammino che ci si addice!

Educhiamo con il dono della fortezza e al dono della fortezza. Significa coraggio, costanza, tenacia, forza interiore, capacità di tenuta, resistenza allo sforzo, alla sofferenza, persistenza nei propositi.
È il dono che più è apparso il giorno della Pentecoste quando gli Apostoli sono diventati franchi nel parlare e pronti nell’affrontare i rischi, schietti di fronte al popolo e all’autorità.
Per gli educatori questo dono richiama a non essere né dubbiosi, né ambigui, ma chiari ed espliciti nelle valutazioni e proposte, anche se pieni di amorevolezza; ci dice di non cedere al conformismo dilagante, ma di educare anche alla giusta resistenza; di insegnare che i risultati richiedono uno sforzo lungo, che il «cambiamento» non è sempre la soluzione ai dubbi e alle prove, che la fedeltà a lungo termine contiene in sé gioie sempre nuove e maggiori.
Oggi si deve aiutare a comprendere il significato stesso della fedeltà per infonderla, per educare ad essa. Da ogni parte si lamenta la fragilità, l’incostanza, la concezione che tutto va acquisito in forma facile o altrimenti si abbandona, che la persona si sente padrona della propria libertà, fino a non sostenere gli impegni presi. D’altra parte, abbiamo esempi mirabili che, per fedeltà, hanno portato all’offerta della vita nel quotidiano o nel martirio serenamente accettato.Penso ai monaci dell’Algeria, ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli di alcune zone dell’Africa.

Educhiamo esplicando il dono della scienza ed educhiamo alla scienza. Tale dono viene detto anche conoscenza; si sa che nella Bibbia «conoscere» significa comprendere attraverso l’esperienza dell’amore. La scienza è quel dono che ci porta a conoscere per amore, o quell’amore che ci fa comprendere, a volte senza poter definire con concetti ordinati e articolati, ma che comunque ci consente di agire.È, insieme, esperienza e intuizione.
La scienza è proprio l’amorevolezza, il rapporto di affettività inteso in senso totale con le persone e con le cose: il cuore che comprende. Suggerisce che per capire una persona o un’opera, la si deve amare. Naturalmente lo Spirito ci guida soprattutto a conoscere Dio attraverso l’amore, come la via più diretta e più perfetta.
È un invito ad andare oltre la conoscenza fredda, che si esaurisce nella sola funzionalità; a superare quell’approccio alle persone e alle cose ispirato al desiderio del proprio successo o vantaggio e anche quel rimanere chiuso nella sola razionalità, piuttosto che aprirsi a Dio.

Educhiamo con la pietà e alla pietà. La lista dei doni, presa dal Profeta Isaia, non l’annoverava. È stata una aggiunta della tradizione ecclesiale. Si sa che la pietas è il rapporto, il sentimento e l’attaccamento dei figli ai loro genitori.
È così sottolineato nel Nuovo Testamento che lo Spirito ci dà la coscienza di figli, ci mette sulle labbra le parole proprie del figlio e ci fa sentire la paternità di Dio, che si è vista la necessità di esprimere tutto ciò attraverso uno speciale dono.
La pietà ci porta a credere che tutto ciò che succede ubbidisce a una volontà di Dio, piena di amore per noi, ci fa rivolgere a Lui con la preghiera del Padre nostro.È il nocciolo di quello che Don Bosco chiamava religione. Una grande energia, dunque, anche per costruirsi come persone ed affrontare la vita.
È un invito a rinnovare, nella nostra educazione e nei nostri ambienti, la vibrazione per Dio, a farlo sentire interiore e vicino, legato a noi da un amore paterno e ad insegnare a rispondere con espressioni filiali.

Educhiamo col timor di Dio e al timor di Dio. È il senso della grandezza e della santità di Dio. Rientra per noi, di nuovo, nel tema della religione.
Dio è padre e buono. Ma è anche potente, sovrano, creatore e Signore.È trascendente. Elargisce i suoi doni, ma chiede responsabilità. Perdona sempre, ma «non va preso in giro» (cf Gal 6,7). È nostro Padre, ma non un «jolly» per i momenti opportuni.Non può diventare uno strumento né per i singoli né per i potenti, né per le organizzazioni di qualsiasi tipo. È all’origine di ogni essere, di ogni dono, di ogni grazia. Quando si perdono le dimensioni di Dio si perdono le dimensioni della vita e della dignità umana.
Oltre al rispetto e riconoscimento di quello che Dio è, il timor di Dio ci ricorda che non siamo noi i padroni del bene e del male; dunque dobbiamo cercare in Lui il fondamento della Vita e dei Valori.Bellissima la prima meditazione di Sant’Ignazio per gli Esercizi: «principio e fondamento»! Col suo stile scarno e caldo scolpisce quasi a martellate questo carattere «necessario» di Dio. Anche se si fuggisse negli inferi o in fondo al mare, da Lui non si può fuggire (cf Sal 139,8-10).
Il timore di Dio ci porta anche a parlare bene di Dio: con amore, con rispetto, con conoscenza, con proprietà. Non sfigurare la sua immagine, non renderla distante o, peggio ancora, poco amabile, non farne delle caricature o delle macchiette.
Ed è una importante indicazione per la nostra catechesi, anche per accompagnare i giovani nel formarsi una bella immagine di Dio, diversa da quella di un qualsiasi «amicone»; ma anche da quella di un controllore, un tiranno, solo un giudice.
In una parola: i doni dello Spirito danno una visione «a fuoco» della realtà e della storia umana, una consapevolezza della propria dignità e del proprio destino, la conoscenza e il gusto di Dio: quella che si può chiamare un’educazione integrale, chiaramente orientata, fiduciosa nella verità e nel soggetto.