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Il Concilio di Gerusalemme


Riccardo Tonelli

(NPG 1998-05-05)


Gesù aveva un modo tutto speciale per comunicare ai suoi amici le cose che gli stavano a cuore: intrecciava continuamente fatti e parole.
Fatti e parole non erano mai scelte a casaccio, come fanno quei bei tipi che non vogliono compromettersi e, tuttavia, sdottoreggiano su tutto, come se fossero i padroni del mondo.
A Gesù stava a cuore la vita di tutti nel nome di Dio. Era venuto per questo; si sentiva investito di una responsabilità da togliere il fiato: rassicurare tutti sull’amore di Dio e sulla sua passione per la vita. I fatti che quotidianamente compiva e le molte parole che pronunciava, risuonavano come il lungo, felice ritornello di questa canzone d’amore.
I discepoli ci avevano messo non poco a capirlo. Venivano da una formazione centrata su un’altra immagine di Dio e su preoccupazioni molto diverse. Ma ormai, dopo la resurrezione di Gesù, erano entrati in pieno di questa logica nuova e affascinante. Per completare la formazione e per consolidare la loro vocazione, Gesù prima di andarsene, aveva donato loro il suo Spirito. Così, anch’essi, come il loro maestro, si sentivano ormai impegnati, fino all’ultimo respiro, a proclamare a tutti l’esperienza dell’amore di Dio, a fatti e a parole.
Di occasioni ne spuntavano nuove tutti i giorni.
Una, però, li aveva lasciati abbastanza perplessi.
Il problema era grosso: come metterla con la legge di Mosé e con la lunga catena delle tradizioni religiose del popolo ebraico?
Due categorie di persone, molto diverse, aspettavano con ansia una risposta.
Molti buoni ebrei avevano deciso di stare con Gesù, perché lo riconoscevano il messia di Dio, di cui tanto avevano parlato i loro padri. Provenendo dal mondo e dalla cultura giudaica, erano abituati ad osservare tutte le leggi mosaiche. Non ne sentivano affatto il peso, anche se erano minuziose fino all’eccesso. Ci erano vissuti dentro e, ormai, ci stavano abbastanza a proprio agio. La questione era un’altra: tutto questo... era proprio necessario? Per essere discepoli di Gesù... bisognava continuare a fare i buoni ebrei osservanti... oppure la raccomandazione di Gesù di mettere il vino nuovo in otri nuovi poteva valere anche per questa esperienza?
Dall’altra parte, c’erano i cristiani che non provenivano dal mondo ebraico. Nati e cresciuti lontano da Gerusalemme e dalla Palestina, avevano abitudini molto diverse. Si sentivano liberi rispetto ad una fila di tradizioni un po’ strane. Mangiavano di tutto. Non portavano la circoncisione sul loro corpo. Vivevano onestamente... anche senza l’ossessione delle abluzioni rituali, del sabato e di mille altre usanze, tutte e solo degli ebrei. Una volta, persino, ci avevano fatto quattro risate sopra... E adesso? Per essere discepoli di Gesù, dovevano infilarsi in questo mondo? Certo, erano disposti a tutto: Gesù aveva ormai riempito la loro esistenza. Per non perderlo, potevano rinunciare ad un pezzo della loro libertà. Ma era necessario? Sulla risposta a questa questione, la Chiesa di Gerusalemme si trovava divisa. Tutti si rendevano conto della gravità dell’interrogativo all’ordine del giorno. Noi oggi ci sorridiamo un poco e abbiamo la battuta pronta per cancellare il problema. Loro però sapevano che c’era di mezzo un gioco complesso tra passato e futuro, e riconoscevano che le possibili soluzioni avrebbero di fatto verificato se davvero solo in Gesù possiamo avere vita e speranza o se invece a Gesù, affiancati altri salvatori, quasi che lui, da solo, non bastasse.
I discepoli ne avevano discusso a lungo. La risposta teorica l’avevano pronta: solo Gesù, punto e basta. Alla scuola di Gesù avevano scoperto, però, che le parole non sono sufficienti, neppure quelle precise, sicure e perfette. Ci vogliono i fatti... Sui fatti tentennavano non poco. Si trattava di rompere con il mondo in cui erano cresciuti, in cui avevano incontrato Gesù, di cui avevano condiviso promesse e speranze.
Ogni tanto, qualcuno di quelli che stavano in prima linea, a contatto diretto con i nuovi discepoli premeva con forza: «Coraggio, decidete... non si può andare avanti così, con i piedi in due staffe. In questo modo, nascono polemiche difficili da ricomporre».
Paolo era uno di quelli. Qualche amico che gli dava una mano, non veniva dal mondo ebraico e non conosceva le usanze e le esigenze di Mosé. Che fare? Chiedergli il sacrificio di attraversare questa porta stretta o lasciarlo in pace, accogliendo con gioia il suo entusiamo missionario?
Ad un certo punto spunta l’ipotesi vincente: discutiamo assieme, apertamente. Pietro convoca una specie di grande assemblea. Partecipano tutti coloro che hanno una responsabilità riconosciuta nella Chiesa: i discepoli della prima ora e quelli che erano stati aggregati successivamente. Non lo sapevano: avevano inventato una delle esperienze più grandi della vita della Chiesa. Qualche secolo dopo, qualcuno darà un nome solenne all’avvenimento: il Concilio.
La soluzione dello spinoso problema viene affidato così al primo Concilio della storia della Chiesa, il Concilio di Gerusalemme. Questo primo Concilio fa scuola.
La questione è chiara: solo Gesù o anche Mosé? Va imposta anche la legge che ogni buon ebreo si faceva scrupolo di osservare alla lettera, oppure è sufficiente il Vangelo?
Non si mettono però a discutere in termini teorici, tentando di dividere in quattro un capello. Gesù non aveva mai fatto così. Per dire le cose più impegnative e affascinanti, raccontava delle specie di storie, ricavate dalle abitudini della sua gente. Parlava di pecore, di pastori bravi e di mercenari cui non importa un accidente delle pecore. Evocava pranzi di nozze e stormi di invitati eccellenti e un poco presuntuosi. Ragionava di monete perdute e ritrovate, di capitali da far fruttificare e di campi da coltivare. Poi, quando le parole non bastavano più, passava ai fatti: gli zoppi camminano, i lebbrosi sono guariti, i ciechi ci vedono, persino i morti risorgono e i poveri ricevono per primi le notizie più belle.
Anche i discepoli in Concilio decidono di seguire lo stesso metodo. L’esperienza fatta stando con Gesù diventa il criterio attraverso cui viene affrontato il problema e sono cercate assieme le soluzioni.
Incomincia Pietro. Racconta una esperienza che l’ha schoccato. A Giaffa, qualche mese prima, si è trovato di fronte ad una scelta inquietante. Un pagano, appena convertito, l’aveva invitato a casa sua. Accettare l’invito a sedere a mensa con lui e gli amici suoi? Non l’aveva mai fatto: gli sembrava di tradire tutto il suo passato di ebreo osservante. Le parole di Gesù gli risuonavano chiare... però... forse era meglio aspettare... un po’ di prudenza non guasta. All’improvviso si vede davanti una tavola imbandita, piovuta dal cielo. C’è di tutto su quella tavola. Un buon ebreo sarebbe fuggito inorridito... «Pietro, mangia... tranquillo», lo incalza una voce misteriosa come la tavola. Capisce che viene dall’alto. Risponde deciso: «No, Signore. Non l’ho mai fatto. Non lo farò di sicuro adesso». Pietro è tornato sicuro, come ai bei tempi. La voce insiste: «Mangia. Non ci sono cibi buoni e cibi cattivi. Dio ha creato tutto e tutto ha benedetto. Tutto è dono suo. Siamo fratelli nell’amore di Dio e per la morte e resurrezione di Gesù». Pietro ha superato ogni resistenza. Accetta l’invito. Entra in casa del pagano convertito e fa festa con lui.
Racconta con foga questa esperienza. Convince tutti. I fatti diventano una parola eloquente.
Rilancia Giacomo, l’uomo saggio, con l’autorevolezza dei suoi capelli bianchi e della sua fede. Propone un criterio decisivo. «Gesù ci ha fatto scoprire, con i fatti, che Dio ci vuol bene. L’abbiamo scoperto perché l’abbiamo sperimentato. Pietro aveva tradito il maestro. Gesù gli ha buttato le braccia al collo nel nome di Dio. E noi siamo felici di averlo tra noi, come testimone autorevole del maestro». Insiste: «L’abbiamo sperimentato tante volte. Ecco cosa dobbiamo fare: risolviamo i nostri problemi teologici... non cercando la cosa più giusta, perché sarebbe troppo difficile e non ne verremmo fuori. Cerchiamo la soluzione che permetta a tutti di toccare con mano che Dio ci vuol bene e ci accoglie con l’abbraccio della sua pace».
Ha messo d’accordo tutti. Nessuno ha vinto: né quelli che volevano la liberalizzazione né quelli che resistevano con tutte le loro forze. Ha vinto l’esperienza dell’amore. La soluzione proposta risuona come una bella notizia che fa toccare con mano l’amore di Dio.
Il documento finale del Concilio di Gerusalemme lo dichiara con una espressione solenne: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose. State bene» (Atti, 15, 28-29).
Ma non finisce qui. Paolo era presente. Anche lui gioisce sulla conclusione cui è giunto il Concilio. Sa però di dover incontrare persone, legate alla osservanza stretta della legge. Anch’esse hanno il diritto di sperimentare l’amore di Dio, che accoglie ed abbraccia. Vanno rispettate.
Agli abitanti della Galazia, divisi tra osservanti e rivoluzionari, dice chiaro e tondo: «Siamo liberi. La croce di Cristo ci ha liberati da ogni legge. Abbiamo il dovere e il diritto di vivere nella libertà. Chi non lo sa o chi ne ha paura, tradisce la potenza della croce di Gesù». Ma aggiunge, interpretando il documento conclusivo di Gerusalemme nella logica dell’amore: «Lo so di poter mangiare tutto quello che voglio. La mia libertà ha un confine preciso e invalicabile: finisce dove incominciamo le esigenze dell’amore... Per questo, assicuro ai miei fratelli che ci soffrirebbero se mi vedessero mangiare qualche cibo proibito: non ne mangerò in eterno. Non posso dire che Dio ci ama e ci accoglie, ferendo la sensibilità di qualche mio fratello».
La Chiesa è andata avanti per tanto tempo con questo criterio. Poi, con la strana logica dei piccoli passi, si sono infilati il compromesso e la paura. Per fortuna l’ultimo Concilio ci ha riportati un po’ nello spirito del primo, quello di Gerusalemme.

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