Juan E. Vecchi

(NPG 98-04-30)


SULLA SPIRITUALITÀ

Vissuto e riflessione

La tentazione di cominciare con un’analisi concettuale e storica del termine è forte. Si tratta infatti di una di quelle radici (spirito – spiritualità – spirituale) adoperate con significati oscillanti anche dagli addetti ai lavori. Tanto più da altri e oggi, quando l’interesse spirituale sorge da profonde esigenze di interiorità non soddisfatte e prende gli indirizzi più vari all’insegna della soggettività.
Alcune precisazioni sono comunque indispensabili per collocare bene quanto diremo.
Parliamo di spiritualità in due sensi. A volte ci riferiamo a una dottrina o riflessione organica: un insieme di intuizioni, principi, criteri che servono da fondamento e guida alla vita spirituale o, più in particolare, a un tipo di esperienza spirituale. A chiarirli, a verificarne i fondamenti e sistematizzarli provvede una costellazione di discipline che ricoprono l’aspetto descrittivo, interpretativo e normativo. Al centro di esse si trova la teologia spirituale.
La spiritualità ci viene presentata allora come una particolare percezione dei misteri cristiani, per cui alcuni influiscono di più e finiscono per modellare la mentalità; come un’organizzazione dell’esistenza in base a questa percezione a cui è collegata una certa proposta di cammino di santificazione.
Altre volte parliamo di spiritualità riferendoci al vissuto. Intendiamo allora una esperienza di Dio, cioè eventi, rapporti o prospettive, da cui si sprigionano ispirazione, luce ed energia, che orientano verso di Lui. Della sua origine il soggetto è consapevole e certo. Da questa dimensione mistica si sviluppa un impegno ascetico per conformare la propria esistenza a quello che si è ricevuto come appello.
Tra i due significati c’è un rapporto: esperienza e riflessione sono aspetti inseparabili. Le spiritualità sono nate nella storia e si sono manifestate «al singolare». Ne sono esempi i santi, i martiri, i profeti, i mistici o semplicemente i credenti sinceri.
Un cammino dunque per scoprire la spiritualità dell’educatore-insegnante è rivisitare l’esperienza di coloro che in tale compito si sono santificati o si santificano oggi, esplorare i loro atteggiamenti, sapere della loro interiorità e pratica virtuosa.
Ma il vissuto personale avviene sempre in una comunità umana e nel contesto della storia della salvezza. Non è mai così individuale da poter prescindere da collegamenti, solidarietà e finalità. Da parametri dunque sui quali valutarsi.
Non troverebbe criteri di autenticità e orientamento se non fosse raccolto e confrontato con la luce delle verità che riguardano la vita umana e l’esistenza cristiana, come viene proposta nella rivelazione.

Il punto di partenza

Un altro chiarimento indispensabile riguarda la radice «spirito». La questione ha importanza nell’ambiente educativo in cui, oltre a una sensibilità umanistica, troviamo spesso pluralismo riguardo all’esperienza religiosa.
Spesso si dicono «spirituali» gli atteggiamenti personali, gli orientamenti e i prodotti (arte, musica, letteratura, imprese, sentimenti) più nobili che l’uomo esprime guidato dalla sua razionalità, la sua capacità intuitiva e la percezione della trascendenza.
La ricerca della dimensione «spirituale» si presenta oggi frantumata e varia. Va dal semplice sentimento religioso naturale alle varie forme esistenti all’interno della Chiesa medesima. Comprende una galassia di pratiche con cui si pretende di sperimentare il misterioso. In non poche di queste forme appaiono i segni del «consumo», dell’immediatezza e fugacità, della assenza di qualsiasi riflessione organica sull’esistenza umana e sul mondo.
D’altro canto la spiritualità non può ridursi all’etica, all’onestà e alla serietà professionale. Certamente richiede e crea nella persona la struttura etica, perché si sviluppa secondo la dinamica dell’appello e della risposta responsabile. Ma non si limita alla morale. Né si dà tra di esse un continuum in modo che dalla perfezione dell’una ne derivi l’altra. La differenza sta nella prospettiva e nel fondamento, nella formalità e nel punto di arrivo. La spiritualità assume tutta l’etica ma la risignifica, cioè la colloca in una nuova visione e in un’esperienza totalizzante sui generis, e quindi la spinge anche oltre i suoi confini naturali.
Che cosa allora definisce il carattere «spirituale» di una esperienza circoscritta nel tempo, o di un tipo stabile di vita?
Per esprimerlo si possono prendere due riferimenti.
Il primo è l’universo personale. Della persona, in noi e negli altri, percepiamo l’indivisibile unità. Non c’è niente che non interessi simultaneamente corpo e anima, sensi e intelligenza, emotività e volontà. Siamo corpo animato o spirito incorporato. La fusione è totale nelle azioni singole e nello sviluppo a lungo termine.
Insieme all’unità, sperimentiamo la tensione tra le nostre diverse tendenze vitali. Siamo consapevoli che l’orientamento di tutta la persona e la forma che prende progressivamente l’esistenza dipendono dal prevalere di alcune di queste tendenze. Esse si manifestano alla percezione di noi stessi, del mondo che ci sta attorno e del mistero che avvolge la vita. Non sfuggono però né alla nostra coscienza né alla nostra responsabilità.
Questa unità, questa quasi conflittualità interna e questa possibilità di orientare tutta la persona su direzioni diverse sono state espresse nelle antropologie e nelle religioni in modo vario, ma costante. E sono ancora riferimento per non poche correnti di spiritualità.
La Bibbia, che documenta l’esperienza spirituale dell’umanità lungo i secoli, ha una forma propria di descriverle. L’uomo è simultaneamente carne, anima e spirito.
Non sono elementi o facoltà diverse. Ma condizioni globali vissute responsabilmente da tutto l’io, che possono determinare l’orientamento e forma di vita della persona.
Carne designa non la nostra parte esterna, sensibile o materiale, ma la totalità della persona in quanto mortale, debole, peritura, legata agli elementi di questo mondo e dunque portatrice di una esistenza instabile, in lotta. Che conosce dunque la caduta di tensione umana e si smarrisce nel male, per ignoranza e debolezza oltre che per malizia e arroganza.
Ma la persona è anche «anima», cioè vivente. Di nuovo non si designa una parte, ma un modo di essere e di assumere la realtà da parte dell’io. L’anima, la vita, si colloca in bilico tra l’essere carnale, cioè aggredito da forze deteriori, e l’essere spirituale, cioè attirato, portato verso l’oltre, il bene. Anima è dunque l’uomo in situazione dialettica: quell’insieme di energie in movimento che caratterizzano la persona umana: la libertà, la responsabilità, la capacità creativa, il senso della storia, ancora allo stato indeterminato riguardo a qualsiasi bene.
Ma la persona è anche spirito, legato alla sorgente divina della vita, aperto a Dio, in rapporto dialogale con Lui; anzi orientato vitalmente verso di Lui. Senza lo spirito l’esistenza umana mancherebbe della sua qualifica essenziale più elevata, quella che lo distingue e gli dà identità: il senso della propria trascendenza, l’apertura a Dio, la percezione della voce di questi nella coscienza e nel mondo.
Questa percezione biblica offre una base creaturale alla spiritualità che diviene così alla portata anche di chi non professa la fede cristiana.
Vita spirituale vuol dire esistenza orientata e configurata da quello che l’uomo percepisce in sé come più conforme alla sua vocazione umana (responsabilità, solidarietà, razionalità) illuminata dal mistero della trascendenza sia che riesca a nominarla o semplicemente la scorga come bagliore di un’aurora possibile. Spirituale è uguale a personale nel senso pieno.
Ma voler ricavare la mistica e l’ascesi solo dalla struttura dell’essere personale, sarebbe tagliarle le radici e l’orizzonte. «La vita spirituale non è rinchiusa entro virtù formulate sulla legge naturale» (San Tommaso).
Il punto di partenza della spiritualità cristiana è un altro che illumina, risolve e rende estremamente concreto il precedente. È un avvenimento, una grazia e una presenza rivelatrice: l’inserimento di Dio nell’umanità attraverso l’Incarnazione e a partire da essa l’azione dello Spirito nei credenti, nella comunità cristiana e nella storia umana.
L’incarnazione, che culmina nella risurrezione, diventa contemporanea a noi per la presenza della Chiesa e ci coinvolge personalmente per l’incontro di ognuno con Cristo nella fede. Egli diventa per noi verità, cammino e vita. Rivela l’uomo all’uomo, illuminando e rendendo possibile il rapporto con quella fonte di vita a cui è legato il nostro essere. Ci dà dunque le dimensioni secondo le quali dobbiamo impostare la vita.
Ma non si tratta soltanto di conoscenza. Per l’incarnazione e risurrezione Egli vive in noi, opera nel mondo e ci mette in relazione col Padre. Lo fa attraverso una mediazione nuova: lo Spirito Santo, datore di vita, dal quale la persona può nascere di nuovo (cf Gv 3, 3-6), cioè costruirsi e orientarsi conforme ma anche oltre la sua razionalità.

I segni dello Spirito

Spiritualità significa allora vivere secondo lo Spirito nel contesto attuale: cioè riconoscere e confessare la presenza e l’opera di Dio nella storia umana; ispirare la propria esistenza al suo amore; impegnarsi nella storia per la salvezza della persona.
La vita nello Spirito comprende in primo luogo il senso di Dio. Questo accenno è tutt’altro che marginale o scontato in una società, in una cultura e in una concezione della professione educativa tentata di aconfessionalità. Lo Spirito stabilisce una misteriosa comunicazione tra Dio e l’uomo, e tra questi e Dio. Tutto quello che nel mondo orienta verso Dio, tutto quello che esplicitamente o implicitamente invoca la presenza o l’intervento di Dio, tutto quello che spinge alla ricerca di Dio ha lo Spirito come movente recondito.
Lo Spirito rende capaci di percepire il divino, anche solo come «mistero» che non si riesce a interpretare. Dà una specie di sintonia con la presenza e l’operare di Dio. E più profondamente ancora fa sentire il rapporto che noi abbiamo con Dio come creature e come figli: «Coloro che sono guidati dallo Spirito sono figli di Dio» (Rom 8, 14).
Chi percepisce il mondo senza Dio, non è guidato dallo Spirito. Chi percepisce Dio senza il mondo, nemmeno lui è guidato dallo Spirito. Chi guardando il mondo si apre all’adorazione o anche soltanto all’interrogativo su Dio, è mosso dallo Spirito. Per questo la fede confessa che Dio è creatore e che il mondo creato ne porta i segni. Lo Spirito è quella luce che dà il senso dei rapporti che intercorrono tra la persona, il mondo e Dio. Tale è l’esperienza cosmologica di Dio, ricca di stimoli per coloro che si danno alla ricerca della natura internamente aperta alla contemplazione. Di essa sono espressione i salmi. Ma poi c’è l’esperienza antropologica e storico-salvifica di Dio.
Lo Spirito si fa sentire nella storia umana, in quella piccola di una città o di un quartiere, in quella grande dei popoli e dell’umanità. Questa riflessione muove oggi la Chiesa a scoprire i «semi del verbo» nelle culture, per capire quale cammino possibile possono fare i popoli verso la salvezza.
Lo dice la Redemptoris Missio: «La sua (dello Spirito Santo) presenza e azione sono universali, senza limiti né di spazio né di tempo... Sono all’origine stessa della domanda esistenziale e religiosa dell’uomo, la quale nasce non soltanto da situazioni contingenti, ma dalla struttura stessa del suo essere»... Lo Spirito «sta all’origine dei nobili ideali e delle iniziative di bene dell’umanità in cammino» (n. 28). Lo sguardo del credente legge dunque come presenza dello Spirito la ricerca religiosa anche confusa, il desiderio di dignità, le iniziative nobili.
La storia di Israele è singolare ma è anche paradigma e chiave di lettura della storia di tutti i popoli. Dio manifesta attraverso eventi e parole il suo rapporto con il genere umano e rivela il suo progetto. Questa rivelazione è, nello sviluppo umano, un avvenimento superiore come conseguenze alle più grandi scoperte tecniche. Provoca un salto di qualità nella coscienza dell’uomo, che si libera dalla dipendenza dagli elementi materiali, supera la paura delle forze magiche e si sente in un rapporto unico con Dio. È giusto distinguere ma non separare cultura e rivelazione, religione e civiltà.
Lo Spirito dà all’intelligenza di poter cogliere la portata e il significato delle parole e dei fatti con cui Dio si manifesta.
Gesù, a coloro che erano capaci di accettare persino il miracolo dei pani ma non ne scorgevano il significato, dice: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono Spirito e vita» (Gv 6, 63.). Chi rimane nella materialità dei fatti tragici o meravigliosi della storia non è guidato dallo Spirito; chi ne coglie il senso è ispirato da Lui.
Sulla base di questo senso lo Spirito va ispirando una saggezza, una forma di pensare e di vivere che dà il volto a una comunità umana, capace di organizzare tutta l’esistenza privata e pubblica attorno alla alleanza con Dio: è il popolo di Dio. Esso sperimenta lo Spirito come energia che dall’interno trasforma gli uomini e li rende capaci di gesti eccezionali per liberare il popolo o per confermarlo nella sua vocazione e dignità.
Lo Spirito si manifesta come ispirazione, potenza, fonte di vita, presenza libera da condizionamenti, che opera in maniera imprevedibile. La sua energia la si descrive con le immagini del vento, per l’origine misteriosa, del fuoco, per la potenza incontenibile. Il contrario dello Spirito non è la materia o il corpo, ma l’inerzia, l’inefficacia storica, la sterilità, la schiavitù, la morte. Lo diciamo nel Credo: «Credo nello Spirito... che è Signore e dà la vita».
Ci sono tre linee di azione nelle quali opera lo Spirito, come «potenza» che muove: la linea messianica o dell’azione salvifica che spinge alcune persone ad imprese di liberazione. Possiamo pensare all’esodo, a Gedeone o a Sansone, dei quali si dice che furono «presi dallo Spirito di Dio». La linea profetica, della parola illuminante ed educante: la rappresentano i profeti e i saggi che mantennero viva la speranza della gente e spiegarono il senso dei fatti storici. La linea sacerdotale, che favorì l’esperienza religiosa, il culto, la preghiera, il servizio e la stessa realtà materiale del tempio.
Così lo Spirito, che ci apre alla comunicazione con Dio, ci ispira anche come vivere nel mondo e ci dà la forza per realizzare un tipo di esistenza.

Gesù, avvenimento dello Spirito

Ma sarebbe fuorviante parlare dello Spirito senza partire dall’avvenimento di Gesù.
Lo Spirito è il dono della risurrezione al singolo e alla umanità. Se è vero dunque che agisce dappertutto, è altrettanto vero che soltanto chi ha conosciuto e accolto Cristo è consapevole della sua presenza, lo riceve in pienezza e riesce ad interpretarne i segni. Infatti la sua opera, come comunicazione di Dio e con Dio, giunge al suo culmine in Cristo e da Lui si diffonde nelle persone e nella storia.
Gli evangelisti interpretano tutta l’esistenza di Gesù come l’evento massimo dello Spirito. Presentano Gesù come «l’uomo spirituale» in contrapposizione all’uomo «mortale o carnale».
Lo Spirito interviene sulle potenze generative di Maria per formare il corpo e l’anima di Gesù nel momento medesimo della sua concezione: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’altissimo» (Lc 1, 35). L’umanità di Gesù dunque è costruita dallo Spirito per fare di lui l’uomo totalmente aperto a Dio e totalmente a servizio degli uomini.
Prima della nascita e in preparazione ad essa lo Spirito illumina i testimoni della Incarnazione. Quanto più questo avvenimento è nascosto al mondo, tanto più lo Spirito lo rivela a coloro che vi partecipano da vicino e ispira la loro confessione: Elisabetta, Zaccaria, Maria, Simeone. Così anche oggi lo scorgere il mistero dell’incarnazione nelle persone, negli eventi storici è opera dello Spirito.
Nel battesimo lo Spirito [1] riempie, quasi occupa, la persona di Gesù e in seguito la orienta verso il deserto, cioè verso il luogo simbolico dell’esperienza di Dio, dell’alleanza, della prova, della fede. Lì egli supera le tentazioni tipiche dell’uomo e del popolo di Dio: il perdersi dietro ai bisogni immediati e impostare la vita indipendentemente da Dio, il voler mettere Dio a proprio servizio, l’adorare poteri mondani o rendersi dipendenti dai propri desideri umani.
L’adempimento della missione comincia sotto l’impulso dello Spirito e si sviluppa con la sua potenza e nelle direzioni da Lui suggerite: «Lo Spirito del Signore è sopra di me. Per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio...» (Lc 4, 18). Con la forza dello Spirito caccia i demoni (cf Lc 11, 20). Ma soprattutto nello Spirito nascono le sue parole e i suoi sentimenti: «In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10, 21).

La chiesa, luogo dello Spirito

Lo stesso Spirito è il dono della risurrezione. I discepoli vivono tutta l’avventura della predicazione del vangelo e la fondazione delle comunità certi della sua presenza. La percepiscono anche in maniera immediata come certezza, energia interiore, capacità convincente.
Egli li costituisce testimoni efficaci e annunciatori coraggiosi non in forma primariamente «individuale», ma come comunità che continua e attualizza la presenza di Cristo.
È lo Spirito della parola. Ricorda quello che Gesù ha insegnato, non secondo una memoria letterale, ma aiutando a estrarre nuovi significati, alla luce dei nuovi eventi e situazioni, affinché il Vangelo sia non un testo venerabile ma archeologico, bensì una luce per il presente. Non è solo lo Spirito del ricordo e della nuova comprensione, ma anche lo Spirito dell’invenzione: «Egli vi suggerirà quello che dovete dire» (Lc 12, 12).
È pure lo Spirito della missione. Egli spinge i discepoli verso il mondo pagano anche precedendoli. Negli Atti degli apostoli si racconta il fatto del centurione Cornelio, detta da molti la pentecoste dei pagani. Lo Spirito Santo anticipa Pietro nella casa di questo soldato. Pietro dubita di andare da Lui e mangiare i cibi proibiti ad un giudeo. Ma dopo aver visto lo Spirito diffondersi su coloro che ascoltavano il suo discorso deve arrendersi. Per giustificarsi di fronte alla sua comunità giudea dice: «Forse si può proibire che siano battezzati con l’acqua coloro che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi» (At 10, 47). «Se dunque Dio ha dato loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?» (At 11, 17). Così la Chiesa che temeva di aprirsi al mondo è stata forzata a compiere il passo.
È lo Spirito della comunione. Ispira i segni che distinguono i discepoli di Gesù: la preghiera, la frazione del pane, l’ascolto della parola, l’amore fraterno, la condivisione dei beni.
Muove a creare i nuovi ministeri quando gli apostoli da soli non riescono a soddisfare tutte le domande della comunità e arricchisce queste con carismi nuovi.
Rende attivo il potere non soltanto giuridico, ma profondamente trasformante di riconciliare l’uomo con Dio e con gli altri: «Ricevete lo Spirito Santo, coloro ai quali perdonerete i peccati saranno perdonati...» (Gv 20, 22).
Così la Chiesa viene ad essere non una organizzazione religiosa come ne esistono tante, che custodisce riti e parole sacre, ma la coscienza della presenza di Dio nell’umanità, segno e strumento di salvezza, energia spirituale per trasformare il mondo mediante l’amore.
Questa azione dello Spirito continua ancora oggi. Può essere raccontata con avvenimenti attuali. Lo sintetizza bene la Lumen Gentium con queste parole: «Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio. Egli guida la Chiesa a tutta intera la verità (cf Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel ministero, la istruisce e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cf Ef 4, 11-12; 1 Cor 12, 4; Gal 5, 22). Con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo sposo... Così la Chiesa universale si presenta come un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (LG 4).
La spiritualità rimanda a una rete di rapporti e a una realtà in cui collocare la nostra esperienza umana: dal Padre e verso di Lui, per il Figlio, nello Spirito. Ci indica anche lo scenario storico e obiettivo dove tale esperienza si vive e si plasma: la comunità ecclesiale e la storia dell’uomo. Bisogna evitare di pensarla in termini individuali, come scelta della nostra sensibilità, come uno spazio che ci ritagliamo per il nostro sollievo, come una «attività separata» dai bisogni e urgenze drammatiche del mondo.

La vocazione cristiana: nascere nello Spirito

Proprio in questo contesto lo Spirito dà origine e sviluppa nel credente una personalità e un’esistenza nuova, costruita, unificata e strutturata in maniera originale. «Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito dal momento che lo Spirito abita in voi» (Rom 8, 8). Sovente dunque ci si riferisce alla spiritualità con altri termini equivalenti: vita secondo il Vangelo, identità cristiana, vocazione e cammino alla santità.
Lo Spirito Santo genera una nuova intelligenza capace di percepire il mistero di Dio, scoprire il senso che ha il mondo e gli avvenimenti della storia: è la fede, spesso considerata una saggezza che viene dallo Spirito, perché aperta alla verità totale.
Lo Spirito crea in colui che crede una nuova coscienza: quella di figlio di Dio, che si è manifestata in Gesù e che emerge anche a livello psicologico. Gesù, nel momento di maggiore apparente solitudine, disse: «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46). Abbandonato da tutti si sentì accolto dal Padre. Così il credente che sviluppa questa coscienza, in qualsiasi frangente sente ed esprime la fiducia in Dio.
Lo Spirito suggerisce un nuovo rapporto umano, al di sopra della nazionalità, razza, cultura, religione, stato economico: è l’amore, partecipazione a quello di Dio; per cui non ci sono più greci e barbari, credenti e pagani, maschi e femmine... ma tutti sono un’unica creatura (cf Gal 3, 27). È il superamento delle discriminazioni, dell’interesse, dello spirito di conquista, del senso di superiorità: è la carità.
Lo Spirito spinge a operare nel mondo con lo stile delle beatitudini, ad aspettare la grande manifestazione per la quale tutta la creazione raggiungerà la sua condizione perfetta (cf Rom 8, 19-22), a credere alla fecondità del bene, a infrangere il fascino perverso delle potenze del male: è la speranza.
Perciò si afferma che spiritualità è risignificare l’identità personale, capirla in una nuova prospettiva, organizzarla intorno a Gesù e al suo mistero, come viene testimoniato dalla comunità cristiana, mediante la fede, la speranza e la carità.

La spiritualità: crescere nello Spirito

Non è ancora detto tutto. Chi è nato dallo Spirito non ha ricevuto soltanto alcune qualità statiche. Possiede invece una specie di codice genetico, un principio attivo di sviluppo conforme al quale egli va crescendo.
Nel battesimo se ne ricevono i geni: alla morte si raccoglie il risultato finale. Quello che avviene tra questi due termini è affidato al nostro impegno in dialogo con il dono di Dio. C’è uno stato germinale, c’è una maturità: «Io, fratelli, finora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma ho dovuto farlo come chi parla ad esseri carnali, a neonati in Cristo. Vi ho dato a bere latte, non nutrimento solido, perché non eravate capaci» (1 Cor 3, 1-2). San Paolo parla di bambini e di adulti, di imperfetti e perfetti, di ignoranti e sapienti, di carnali e spirituali. La spiritualità è cammino.
Passiamo dall’immaturità allo stato adulto per la illuminazione progressiva e l’adesione consapevole alla verità. Essa ci aiuta a vedere il senso della nostra vita e del mondo, con sempre maggior chiarezza, alla luce dell’avvenimento di Cristo.
C’è poi la purificazione da dipendenze e schiavitù, da egoismi e passioni distruttive, fino a raggiungere la libertà interiore nello sforzo di conformare la nostra vita a quella di Cristo inserendoci nel suo mistero. Il Direttorio Catechistico Generale, riferendosi al credente, dice che la finalità della crescita cristiana è «educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come lui, a scegliere e ad amare come lui, a sperare come insegna lui, a vivere come lui la comunione col Padre» (DCG 38).
Manifestazione del livello «carnale» della nostra mentalità è l’incapacità di accettare il Vangelo nella totalità delle sue esigenze e nella sua originalità. San Paolo chiama immaturi i Corinzi perché si perdono dietro l’eloquenza umana e le spiegazioni complicate, e non colgono la sapienza semplice ispirata da Dio, che c’è nell’evento di Cristo (cf 1 Cor 2, 1ss).
È segno dello stato infantile della nostra vita spirituale il pensare che la libertà consista nel realizzare i propri comodi o il non essere capaci di superare i conflitti interpersonali anche con sacrificio da parte nostra. Soprattutto lo è l’instabilità e la volubilità della fede non saldamente ancorata alla parola di Dio, che si lascia trascinare o dalle mode secolari, dalle fantasie religiose o dalle ideologie transitorie. Ci sarebbe tanto da dire oggi a proposito della sete di esperienze o dell’adesione facile ad apparizioni e pretese rivelazioni a confronto con la verità che la fede propone e gli impegni che la carità addita.
Ci sono anche pagine incomparabili sulla maturità della persona nello Spirito, che è purificazione dal male, ma anche sviluppo massimo delle potenzialità che ci sono in noi. Segno della maturità è in primo luogo la sicurezza o evidenza dell’amore che Dio ha per noi, e dunque la pace e la serenità interiore per cui sappiamo che «né la morte, né la vita, né gli angeli né alcuna creatura potrà separarci dall’amore di Cristo» (cf Rom 8, 38-39). È anche la generosità per cui non ci si limita all’obbligo o alla legge, ma ci si dona con libertà e gioia al di sopra di calcoli e convenzioni, al di sopra dei nostri diritti e dello stesso culto.
Quando questi dinamismi e atteggiamenti crescono, si raggiunge la statura di Cristo. Lo Spirito dà unità ai pensieri, agli affetti, ai desideri, alle azioni. E si manifestano nella persona i suoi frutti maturi: l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza, il dominio di sé (cf Gal 5, 22-23).
Il risultato è la persona spirituale che non rinnega, fugge o ignora la sua parte corporea, ma assume tutto alla luce del mistero di Dio e ispira tutta l’esistenza alla carità.
Difatti la carità si è diffusa nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato, investendo la totalità della persona, corpo e coscienza. Non ci si stacca dalla concretezza degli avvenimenti, ma ci si coinvolge in essi con un orientamento, una energia, una speranza e un impegno. «L’uomo è perfetto quando la sua carne è posseduta dallo spirito» (Sant’Ireneo).
Non bisogna però concepire l’azione dello Spirito come esterna alla persona.
Egli non si aggiunge, non si sovrappone al nostro dinamismo personale. È contemporaneo e interno alla nostra libertà quanto l’energia e la direzione lo è al movimento. Si rende presente nella misura in cui l’essere umano consente che Egli vi operi dall’intimo o che affiori dal suo profondo a modo di istintiva necessità interiore.

L’ESPERIENZA SPIRITUALE NELL’EDUCAZIONE

Alla base della nostra esperienza spirituale dunque c’è un accadimento: l’incontro con Gesù Cristo nella fede. Questa grazia diventa per noi progetto di vita. Attorno ad essa e per suo influsso si vanno organizzando i diversi aspetti della nostra esistenza. Ciò costituisce la realizzazione della nostra vocazione alla santità.
La consapevolezza di questa grazia e la possibilità che si sviluppi in noi dipendono dall’atteggiamento che prendiamo verso le realtà che formano il nostro quotidiano e verso quelle che segnano in forma straordinaria il nostro tratto di storia.
C’è stato e c’è ancora un dibattito. Se giova di più parlare di spiritualità al plurale, cioè sottolineando le differenze secondo le situazioni in cui si vive (stati di vita) e secondo determinate accentuazioni del mistero cristiano; o piuttosto se conviene insistere sul fatto unico e fondamentale dell’essere radicati in Cristo attraverso la fede, la speranza e la carità.
A favore della seconda ipotesi c’è l’esigenza di non frammentare l’esperienza cristiana dando eccessiva importanza a situazioni o scelte soggettive, che sono secondarie riguardo al mistero che muove la vita del cristiano. In favore della prima c’è invece la concretezza, che guarda alla forma che assume l’esistenza quando deve dare risposte di fede in condizioni particolari. Il mistero di Cristo si rifrange in forme diverse sulle persone, sui tempi, sulle situazioni. Tutti siamo uguali quando andiamo da Cristo, ma siamo diversi quando da Lui torniamo. La ricchezza della sua grazia si esprime in molteplici forme.
Rimane comunque l’esigenza di partire, di essere ancorati e ritornare sempre al fondamento comune: la vocazione cristiana.
L’identità di ciascuno infatti non si costruisce con un solo tratto o per influsso di una sola attività. Nessuno di noi è solo insegnante; è anche uomo o donna, cittadino, marito o moglie, padre-madre o figlio/a, consacrato, laico o sacerdote.
L’identità-santità è un cammino personalissimo che fonde in unità tutte le dimensioni della persona e plasma fisionomie irripetibili.
La descrizione di «modelli» obiettivi, specialmente se settoriali, che servano da parametri è sì di utilità, ma relativa.
Nel nostro caso può aiutare a capire come la spiritualità porta a vivere sotto una luce nuova e con nuove risorse la professione di educatore-insegnante, e come l’educazione-insegnamento può diventare esperienza spirituale. Per questo consideriamo cinque percorsi.

Risignificare la professione alla luce della Parola di Dio

Il primo percorso è ripensare e vivere il compito educativo come collaborazione all’opera di Dio (cf Juvenum Patris 7 e 13; ChL 61): sentirla come una vocazione piuttosto che come un’occupazione funzionale seppur svolta con ottimo senso etico.
L’educazione, e al suo interno l’insegnamento, comprende le tre realtà che muovono lo sviluppo umano: la persona, la società, la cultura. Si presenta come un dialogo tra coscienza e progetto di vita, tra libertà e proposta.
Ora, la Scrittura presenta lo sviluppo dell’uomo come un’azione educativa da parte di Dio, proprio perché la coscienza la raggiunge soltanto Lui ed essa in ultimo termine a Lui risponde. Dio dunque per salvare ed elevare persone e popolo li educa istruendoli. Parla non solo a loro ma con loro. Essi sono i suoi interlocutori. Ascoltano ma anche rispondono e interrogano. Proposta e risposta, grazia e libertà si intrecciano continuamente. Il parlare e ascoltare è la caratteristica del Dio vero, in contrapposizione agli idoli che sono muti e sordi, lontani e schiavizzanti.
Ma oltre a parlare, il Signore spinge e quasi obbliga il popolo a esperienze sempre nuove e maturanti, sebbene non facili: rompere la dipendenza dall’Egitto, avventurarsi nel deserto, formare la comunità nella propria terra, esprimere l’identità religiosa, assumere la legge.
Stimola e accompagna un cammino di liberazione dai gioghi umani, anche attraverso lotte e prove, perché vivano pienamente l’alleanza con Lui. Così fa maturare la coscienza di quello che sono, del loro destino, che l’uomo per se stesso non riuscirebbe a scoprire: non schiavi, né sottomessi ai poteri del mondo, alle forze della natura o alle potenze magiche, ma «popolo di Dio», oggetto del suo amore, soggetti della propria storia. Questi fatti che sembrano svolgersi in uno spazio esterno e in un tempo lontano sono una parabola dei processi che hanno luogo nella coscienza della persona che deve scegliere il suo orientamento e decidere il suo rapporto con il mondo, con gli uomini, con Dio.
La Scrittura non soltanto descrive l’agire di Dio secondo gli atteggiamenti che noi attribuiamo all’educatore (rispetto della libertà, pazienza, offerta di nuove opportunità, prove); non soltanto adopera le parole che noi usiamo per definire le finalità educative (orientare, accompagnare, correggere), ma per designare la sua opera impiega la radice ebraica «musar» che in greco viene tradotta con «paideia».
Questo filone biblico culmina in Gesù Cristo. Egli si presenta come Maestro. Fondamentalmente perché rivela la verità riguardo alla vita. Ma anche perché guida a scoprire e accettare tale verità attraverso le vie umane: i dialoghi con la gente che gli si avvicina; le parabole con cui fa intuire aspetti nascosti; gli inviti a superare le domande materiali, che in generale presentano i suoi interlocutori e a passare a quelle più profonde, ai beni del Regno.
La sua azione educativa diventa sistematica e quotidiana con gli apostoli. Un po’ per volta li aiuta a capire il valore e le esigenze di un progetto comunitario e a lunga scadenza, mentre essi erano preoccupati dei propri vantaggi e desiderosi di effetti immediati. Devono uscire mentalmente dal villaggio e pensare in termini universali.
Li spinge a superare l’integrismo e lo zelo autoritario. Bisogna che imparino ad accettare avversari, rivali e gente che pensa diversamente (cf Mc 9, 38-39; Lc 9, 52-56).
Insegna loro a guardare con profondità i problemi fondamentali dell’uomo, per esempio, le malattie, le catastrofi inspiegabili, la morte (cf Gv 9, 1-4; 11, 17ss; Lc 13, 1-5). Non devono cedere di fronte a spiegazioni colpevolizzanti, fataliste o pseudoreligiose.
Li guida ad essere critici anche su alcuni aspetti della religione che si sono rivolti contro l’uomo: il legalismo, il puritanesimo, l’uso della religione da parte di chi governa, il ritualismo (cf Mt 12, 1-11; 15, 10-19; 13, 13-20; Lc 13, 10-16; Gv 5, 9-18).
Li porta a giudicare le persone con prudenza e finezza, a superare la superficialità e la rozzezza nelle loro valutazioni. Pensiamo all’episodio della donna che unse i suoi piedi in casa di Simone e a quello dell’adultera.
L’opera educatrice di Dio non finisce qui. San Paolo ne vede tre fasi, ciascuna delle quali trasforma più profondamente la persona.
Israele è come un bambino sotto il controllo di un pedagogo esterno: la legge. Questa gli mostra la via, ma non gli dà la forza per percorrerla, né gli fornisce l’identità da conseguire. La legge infatti non è la meta, né la forma, né tanto meno la vocazione dell’uomo. Il destino della persona invece sono l’amore e la libertà.
La seconda fase viene nella pienezza dei tempi: Dio manda suo Figlio. In Lui ci infonde la forma umana alla quale siamo destinati. Tale forma è seminata dentro di noi per l’incarnazione di Gesù e costituisce il nostro codice genetico per la grazia dell’adozione. Deve svelarsi e svilupparsi secondo le età dell’uomo.
Infine c’è la terza fase: Gesù ci dona lo Spirito che diventa nostro pedagogo e guida interiore.
È lo Spirito di libertà, creatività e generosità che ci spinge a modellarci, nelle diverse situazioni storiche, secondo le dimensioni di Cristo, Uomo, Figlio di Dio.
In questa prospettiva va letta la funzione educativa della Chiesa nel mondo. L’educazione dell’umanità non è per essa una manifestazione opzionale della carità: è il cuore stesso della sua missione. La Chiesa diviene la mediatrice dell’azione educativa di Dio, la continuazione del magistero di Cristo, il segno della presenza dello Spirito nell’umanità (cf JP 7).
Perciò in essa tutto – presenza, annuncio, celebrazione, diaconia – è educativo: tende a dare all’uomo coscienza del suo essere e del suo destino, a risvegliare in lui energie di costruzione, a scoprire quanto di buono, di nobile e di eterno (Fil 4, 8) ha posto il Creatore in lui, ad aprirlo al rapporto che lo costituisce nella sua dignità: quello con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Molti in essa riceveranno il «carisma» dell’educazione e si dedicheranno professionalmente all’attività educativa, facendone l’espressione dell’opzione radicale per Dio: non un aspetto giustapposto alla consacrazione religiosa, bensì un modo singolare di esprimerla.
Insegnare-educare è una vocazione che si inscrive in una misteriosa azione di Dio e nella missione di salvezza della Chiesa mossa dallo Spirito. Tende a interpellare la coscienza, illuminando la realtà e a provocare risposte responsabili di fronte alla vita.

A servizio della persona: la gioia di aprire alla vita

L’educazione, e al suo interno l’insegnamento, si svolge in un contesto personale. Persone sono gli attori. Personali sono i rapporti, i contenuti, i processi che si mettono in atto. Ma soprattutto la finalità stessa dell’educazione consiste nell’aiutare ciascuno ad essere più pienamente persona attraverso l’emergere della coscienza, lo sviluppo dell’intelligenza, la comprensione del proprio destino. Una immagine, spontanea o riflessa, dell’uomo in quanto persona soggiace a tutti gli interventi educativi. Ciascuno la va elaborando col vissuto, con la riflessione e con l’illuminazione della fede. I tre elementi sono indispensabili e collegati. L’incontro con le persone non è da sottovalutare. L’approfondimento spontaneo o riflesso non è da ritenersi un lusso. La visione della fede non va intesa come un’aggiunta esterna all’esperienza e alla sua comprensione razionale, ma proprio come uno svelamento del suo senso più profondo e definitivo.
È fondamentale per l’educatore, più che per qualsiasi altro, maturare una meditazione sapienziale sulla persona e farla ricadere sul quotidiano delle sue intenzionalità, dei suoi atteggiamenti, valutazioni, rapporti e azioni. Su di essa si deve tornare in uno sforzo continuo di ricomprensione per collocare adeguatamente i dati nuovi: successi, fallimenti, incidenti o tendenze educative.
Un corretto quadro antropologico offre una base solida a tale meditazione, sottolineando l’unità, senza confusione, tra l’umano e il cristiano, il creato e il redento, il naturale e il soprannaturale, il temporale e il trascendente.
Una seria riflessione sull’etica mette in luce gli obblighi morali dell’educatore in termini di rispetto dell’individualità, di promozione della dignità della persona, di aiuto allo sviluppo integrale con particolare attenzione alla libertà, la coscienza, l’emotività, la razionalità: in una parola il dovere di aiutare a formarsi una identità personale e sociale conforme ai propri doni, alla cultura e alla società nella quale si cresce.
Quali prospettive spirituali possono risignificare e spingere oltre le indicazioni del quadro antropologico e della riflessione etica?
Collocarsi davanti a ciascuna persona come di fronte a un progetto e a un mistero. La persona è progetto perché ha potenzialità che devono affiorare e realizzarsi attraverso la responsabilità, l’apertura al mondo, la comunicazione con Dio. Ed è «mistero» perché tutto è affidato alla sua libertà: ha dunque possibilità di risposte varie, di percorsi singolari, di manifestazioni e arresti inspiegabili. Chi educa si appassiona nello svelare il progetto e rimane in umile attesa di fronte al mistero. Cerca di vivere l’alterità e lavorare su di essa.

* La persona apprende la propria singolarità. La sua esistenza è esclusiva, qualitativamente diversa da altre, irriducibile al mondo. Allo stesso tempo avverte di essere in una rete di rapporti, non accessori e secondari, tra i quali quello con altre persone è immediatamente evidente e occupa un posto privilegiato.
La percezione primaria dell’uomo è l’interdipendenza con gli altri che richiedono di essere accettati nella loro realtà obiettiva e riconosciuti nella loro dignità. Ci si sveglia all’esistenza personale quando essi cessano di essere visti soltanto come mezzi di cui servirsi. La responsabilità appare come capacità di percepire segnali che provengono dagli altri e darvi delle risposte.
L’educatore concepisce la propria vita in questa chiave. Si sforza di mettersi e mettere in salvo da una visione che fa l’individuo centro e misura di se stesso, e stimola ad una realizzazione personale come apertura e donazione. È come una prima rivelazione della vita.

* Ciò orienta già verso il trascendente, perché nel rapporto con gli altri appare qualcosa di incondizionato e immateriale. Infatti, essi non richiedono solo di venirgli incontro con oggetti e strutture o di interagire con essi attraverso riflessi istintivi, ma di accogliere interiormente la loro esistenza che lascia trasparire il mistero inerente alla persona, segnata dalla libertà. Postula dunque rispetto, gratuità, amore, promozione di valori morali e spirituali.
Ma il richiamo alla trascendenza diventa più evidente quando ci si rende consapevoli degli interrogativi fondamentali dell’esistenza e se ne coglie la densità reale. Appare allora la sua apertura all’oltre, già intravisto nelle esperienze positive e nei propri limiti. La persona capisce che non può fermarsi a quello che le è immediatamente percepibile né circoscriversi all’oggi. È spinta a cercare il senso della vita e a proiettarsi nella storia. Deve decidere il suo orientamento a lungo termine, avendo di fronte diverse alternative.
L’educatore si rende capace nel sensibilizzare all’ascolto di tali interrogativi, e gode nell’abilitare ad approfondirli per orientare a un bene e a una verità obiettiva, nell’accoglienza dei quali consiste la pienezza della persona.

* La parola di Dio letta come disvelamento del senso della vita lo illumina in questa ricerca. In essa l’essere e i rapporti costitutivi della persona vengono definiti dalla sua condizione di creatura, che non indica inferiorità o dipendenza, ma amore gratuito e creativo da parte di Dio.
L’uomo non ha in sé la ragione della propria esistenza né della propria realizzazione. La deve a un dono. È situato in una relazione con Dio da ricambiare. La sua vita non ha senso al di fuori di questo rapporto. L’oltre che percepisce e desidera vagamente è l’Assoluto, non un assoluto estraneo e astratto, ma la sorgente della sua vita che lo chiama a sé.
La categoria di creatura si ricollega quindi a quella di interlocutore di Dio. L’uomo ne ascolta la voce nella propria coscienza e attraverso le mediazioni che interpellano la sua responsabilità (il mondo, gli altri) e mettono a prova la sua libertà. Chi educa si preoccupa di insegnare a percepire una voce e una presenza attraverso gli interrogativi sul senso che sorgono dalla vita e dal mondo.

* In Cristo la verità sull’uomo, che la ragione coglie vagamente e che la Bibbia svela, trova la sua illuminazione totale. Egli, con le sue parole ma soprattutto in forza della sua esistenza umano-divina, in cui si manifesta la coscienza di Figlio di Dio, apre la persona alla piena comprensione di sé e del proprio destino.
In Lui siamo costituiti figli e chiamati a vivere come tali nella storia. È un accadimento-dono, di cui l’uomo deve penetrare progressivamente il senso. La vocazione a figli di Dio non è una aggiunta di lusso, un completamento estrinseco per la realizzazione dell’uomo. È invece il suo puro e semplice compimento, l’indispensabile condizione di autenticità e pienezza, il soddisfacimento delle esigenze più radicali, quelle di cui è sostanziata la sua stessa struttura creaturale.
La vita si svolge così interamente come dono, appello e progetto.
«La vocazione dell’uomo riceve il suo senso e il suo orientamento dalla lettura di ciò che l’uomo è, partendo dall’analisi della sua realtà umana e proiettandosi più profondamente nella ricezione del mistero cristiano. L’uomo è ontologicamente persona, ma insieme chiamato a diventare a tutti gli effetti persona, sviluppando ciò che è iscritto nella sua natura. In altri termini, egli è chiamato a costruire la propria personalità mediante un processo storico che lo conduce all’assunzione di quello che gli è stato originariamente donato».[2]
Chi educa – genitore, amico o animatore – mantiene viva la consapevolezza che egli è testimone e accompagnatore in questo svelamento delle possibilità della vita che collega la coscienza con la sua fonte e col suo fine; che sviluppa la vita, ma soprattutto prepara un interlocutore e un abitacolo di Dio.
C’è un dialogo misterioso tra ciascun giovane e quello che gli giunge dall’esterno, quello che sorge dentro di lui, quello che scopre come imperativo, grazia o senso. Un po’ alla volta va acquistando piena coscienza di sé, va elaborando un’immagine dell’esistenza nella quale scommette le sue forze e gioca le sue possibilità.
Il suo presente è un po’ misterioso, velato a noi dalle risposte della sua libertà; e più ancora il suo futuro è un’incognita. Don Bosco, adattando un detto della Scrittura conforme alle traduzioni del suo tempo, aveva fatto scrivere sui muri dell’oratorio una frase che ancora oggi si può leggere: «Non si può conoscere la traccia che lascia il serpente sulla pietra, né la strada che prenderà un fanciullo nella vita» (Prov 30, 19).
L’educatore è chiamato ad offrire tutto quello che crede opportuno, vivendo con speranza le incognite del futuro. Si interessa sinceramente dell’umano incerto che cresce. In esso infatti Dio verrà accolto e anche in forza della crescita si manifesterà con sempre maggior luminosità. Se le cose vanno per il verso migliore, l’educatore avrà contribuito a mantenere nella storia la «stirpe di Dio» (coloro che si sentono in rapporto filiale con Lui) e avrà creato luoghi vivi della sua presenza.
È convinto, d’altra parte, che quello che fa è mediazione. Dei suoi sforzi, dei suoi gesti, delle sue parole si serve il Signore per farsi sentire nella vita dei giovani e svegliare in loro il desiderio di essere «di più». L’educatore non raggiunge direttamente il santuario del cuore e della coscienza. Ma la sua voce, la sua presenza sono gli strumenti con cui Dio fa risuonare la sua voce nell’interno dei giovani.
Ricca visione della persona, desiderio di servizio, senso della partecipazione in un rapporto che ci trascende portano a vivere con passione e speranza il compito educativo. Niente dell’educazione si perde. Non sempre si possono misurare esattamente i risultati; ma tutto incide sulla ragione, sulla coscienza, sull’anima degli educandi o per stimolare quello che è già vivo o per fermare la forza di quello che è deteriore.
La speranza comporta una grande fiducia nelle risorse dei giovani. Quelle che Don Bosco nominava sinteticamente con tre parole: ragione o capacità di capire il senso della vita e dei suoi risvolti in riferimento alla propria felicità; religione o capacità di cogliere gli imperativi della coscienza di fronte a valori considerati primi o assoluti; amorevolezza o capacità di intuire il senso della gratuità.

Comunicare cultura: saggezza, vigilanza, responsabilità

Un’altra realtà, oltre alla persona, impegna la mentalità e il lavoro dell’educatore e dell’insegnante in particolare: la cultura. Nella scuola si insegna per educare e si educa attraverso la comunicazione sistematica e la rielaborazione critica della cultura. Con essa ha a che fare principalmente, anche se non soltanto, l’insegnamento.
A questo punto occorrerebbe analizzare la portata del termine cultura e approfondirne la realtà: l’origine e il significato che ha per l’uomo, i confronti sempre fecondi e mai esauriti tra natura e cultura, tra cultura e storia, cultura e scienza, cultura e insegnamento, cultura e umanesimo e, in termini cristiani, sull’integrazione tra Vangelo e cultura, tra fede, cultura e vita. Dal punto di vista pedagogico occorrerebbe riflettere su come introdurre i giovani nella cultura, come aiutarli a ripercorrere il cammino delle scoperte e farli passare dalla conoscenza dei dati ad una visione complessiva della realtà, abilitandoli a percepire il senso e cercare la verità.
Da un punto di vista etico occorre sottolineare i doveri dell’insegnante riguardo alla cultura in se stessa, in quanto patrimonio del quale egli si presenta come testimone e alla cui comunicazione è legato dal patto educativo con la persona, la famiglia e la società. Educatori e insegnanti infatti comunicano non solo una conoscenza strumentale e nemmeno una visione loro propria della vita, ma sistemi di significati credibili e condivisi dalla comunità.
Accenniamo a tutto questo come un’agenda di compiti irrinunciabili.
La spiritualità assume le istanze precedenti, antropologiche, etiche, pedagogiche, particolarmente quando sono state già formulate da una prospettiva cristiana. Ma suggerisce alcuni atteggiamenti e impegni per vivere come esperienza spirituale il rapporto con la cultura, il lavoro sulla cultura, la comunicazione della cultura.
Il primo di questi atteggiamenti è collocare l’impegno culturale (comprensione, comunicazione) nella linea della creazione e della storia della salvezza. Dio, come prima azione – dice la Bibbia – mise ordine nel caos iniziale; poi, sempre mosso dall’amore, creò quegli elementi e condizioni che nel loro insieme costituivano un ambiente adeguato alla vita. Finalmente diede origine all’uomo e lo collocò in questo ambiente, incaricandolo di coltivarlo e di crescere in e con esso. È quello che facciamo quando cerchiamo di capire, sistematizzare, trasformare, inventare, orientare la realtà materiale al compimento delle aspirazioni umane legittime.
Nella storia poi suscitò un gruppo. Da esso nacque un popolo dove maturò una «tradizione» religiosa che serviva da fondamento alla stessa dignità umana fino all’inserimento del Verbo.
La persona non è creata in un solo momento. Ma si realizza nel divenire a mano a mano che prende coscienza di sé e dei rapporti in cui è iscritta la sua esistenza: due percezioni, queste, contemporanee e correlative. Dalla sola cultura non viene la salvezza della persona, ma non c’è salvezza senza cultura. Dalla cultura non viene la liberazione totale della persona, ma non c’è un passo verso una maggiore liberazione nella storia senza crescita culturale. Dalla cultura non viene la fede, ma non è possibile la fede senza cultura e senza una certa cultura. Per cui lo stesso Verbo di Dio si espresse in linguaggio (rappresentazioni, immagini e parole) umano, e Gesù realizzò la salvezza inserito in una tradizione culturale anche se la trascese.
Ora tutto ciò – liberazione, salvezza, disvelamento – costituisce il formarsi della persona nella storia. Perciò anche se non sempre gli effetti di un impegno per la cultura si percepiscono immediatamente, influiscono in forma determinante sul singolo e sulle comunità; sul lungo termine e mediante la collaborazione di molti ricade sull’umanità intera. La cultura è soprattutto un fenomeno di solidarietà e comunione umana.
Perciò si sono indicate alcune attenzioni che l’educatore deve avere in primo luogo nel suo sforzo di maturare una cultura personale. Una è quella dell’integralità, cioè lo sviluppo delle diverse dimensioni essenziali dell’uomo di fronte a forti tendenze verso l’appiattimento su una di esse. Si è parlato della cultura liberante, cioè di quella che non è funzionale ai bisogni indotti, ma capace di spingere verso la verità. Ci sono pure diversi scollamenti da superare e polarità da comporre nella nostra cultura: quello tra senso dell’uomo e senso di Dio, tra essere e divenire, tra desiderio di vivere e verità, tra coscienza e potere, tra avere e realizzarsi, tra individuo e persona.
Raggiungere quel punto di sintesi personale in cui la cultura diventa vita e perciò contenuto e metodo dell’educazione comporta riflessione e pazienza. Ma soprattutto una ascesi: quella della vigilanza evangelica, del discernimento, della critica sulla cultura «patrimonio», su quella «avvenimento» e su quella che è «progetto» o «tensione».
L’estrema complessità in cui maturano i precipitati culturali nelle persone e nelle comunità (rapporti, messaggi, contrapposizione dialettica, istituzioni, poteri), mentre possono portare allo scoraggiamento chi è fuori dai grossi meccanismi creatori di consenso e di mentalità, suggeriscono di affidarsi alla verità, e in base ad essa esercitare una funzione di controllo e controproposta anche in ambiti piccoli per aiutare i giovani a superare la limitatezza delle prospettive, la confusione mentale e il disordine morale.
Ma qual è il parametro della verità conforme al quale valutare? La coscienza di sé, il valore della propria esperienza esistenziale e il destino ultimo dell’uomo – persona e storia – che segna la direzione della cultura si comprendono alla luce del mistero di Cristo. Ne segue la necessità di confrontare con esso ogni realizzazione culturale. E ciò perché siamo convinti che solamente nel mistero del Verbo Incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. «L’uomo che vuol capire se stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali e spesso superficiali e persino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve con la sua inquietudine e incertezza, e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo» (RH 22). Avvicinandoci a Cristo tocchiamo «le più profonde sfere dell’uomo, la sfera – intendiamo – dei cuori umani, delle coscienze umane, delle vicende umane» (RH 10). Questo approccio non può essere puramente intellettuale e nemmeno solo devozionale. È un confronto appassionato e responsabile di quanto si sprigiona dalla persona e dal mistero di Cristo con quello che l’uomo cerca e vuole ottenere attraverso la cultura.
Ciò diventa più urgente di fronte all’odierno pluralismo culturale ed educativo.
Un insieme di sfide vengono lanciate all’educazione. Le sentono gli educatori professionisti e i genitori, le scuole, gli ambienti giovanili e le famiglie. Vuol dire che sono reali e già pervadono il quotidiano.
La prima e più appariscente è l’emergenza di esigenze e sensibilità a cui prima non davamo tanta importanza: i nuovi valori. Fattori diversi hanno collaborato a farli sorgere e affermarsi: il progresso tecnico, la comunicazione sociale che diffonde gusti e modelli, l’allargamento della visione geografica del mondo, l’apertura delle frontiere tra i popoli e il movimento migratorio, la caduta della fiducia in determinati progetti storici e forme di intervento e, più in generale, il sospetto verso i «sistemi» di verità imposti, con pretesa di completezza e obbligatorietà.
La lista di queste esigenze comprende la dignità della persona concretizzata nel riconoscimento dei suoi diritti civili, la qualità della vita, che si esprime nella ricerca del benessere, la libertà di coscienza, la pace, l’ambiente, la tolleranza e accoglienza positiva della diversità culturale, etica e religiosa, la parità-reciprocità tra uomo e donna, la mondialità, la solidarietà.
Di questi valori si sente l’urgenza. Provocano dunque attese e mobilitano energie. Sono però poco precisati e portano il segno dell’ambiguità. Sradicati dalle motivazioni fondamentali non liberano il loro potenziale, e finiscono per chiudere la stessa personalità nei soli orizzonti mondani. Per lo stesso motivo sovente la loro interpretazione si rivolge contro la persona in nome della quale erano stati proclamati.
Insieme ai nuovi valori ci sono forme inedite di realizzazione dei valori tradizionali: la sessualità, il lavoro, l’impegno pubblico, la religiosità. Di ciascuna di queste costellazioni si possono riportare le espressioni che vengono abbandonate, le sfide attuali, le correnti nascoste che muovono in una certa direzione, le manifestazioni preferite.
Il tutto è percorso da fenomeni trasversali: lo scarso riferimento a fondamenti di verità, la mancanza di una autorità di qualsiasi tipo capace di «far prevalere» un insieme di valori, il predominio della soggettività nell’assumere verità e valori, la «privatizzazione» di entrambi.
L’educazione si caratterizza dal confronto tra coscienza e realtà, tra persona e verità. Per noi è chiaro che Cristo rivela aspetti fondamentali dell’esistenza che l’uomo da solo non potrebbe né scoprire né realizzare.
Il discernimento ci porta a fare un paziente confronto tra tendenze culturali e fede, tra la soggettività che va riconosciuta e la verità, tra le molteplici possibilità di scelte che sono garanzia di libertà e la responsabilità morale.
Ciò richiede un esercizio della ragione che deve superare la passività, che non può procedere per pregiudizi e nemmeno lasciarsi trascinare dall’ingenuità. Comporta allo stesso tempo un esercizio della fede in Gesù Cristo che offre una chiave per giudicare e lievitare questi valori, e un cammino per realizzarli.
Tutto questo viene sotto il nome di «saggezza» o «sapienza»: una condizione educativa e un dono delle Spirito.
Il sapiente della Bibbia è curioso delle cose della natura. Le ammira perché la sua fede gli insegna a vedervi la mano potente di Dio. Cerca di capirle negli aspetti fenomenici, si fa domande su quello a cui non riesce a dar spiegazioni, contempla. Egli posa anche sull’uomo uno sguardo lucido e senza illusioni; scruta il suo destino e collega gli avvenimenti. Egli sa ciò che si nasconde nel cuore umano, ciò che costituisce per esso gioia o pena. Ha un senso acuto della sua situazione nell’esistenza.
Ma non si limita alla funzione di osservatore e pensatore. Egli trasmette: avendo acquistato la sapienza a prezzo di duro sforzo, desidera comunicarla ad altri e invita i suoi discepoli a farne con coraggio il difficile apprendistato.
Per questo fa appello, quanto più gli è possibile, all’esperienza propria e a quella che hanno consegnato le generazioni precedenti. La sua ispirazione profonda viene però da una fonte superiore alla sola osservazione delle cose. A questa ispirazione dà ampio spazio nella sua riflessione così come impegna la forza dell’intelletto nel trovarvi conferma nel mondo e nella storia. Perciò la figura e la parola del saggio risultano diverse e complementari con la parola e la figura del profeta, del sacerdote e del re.
La saggezza o atteggiamento riflesso e maturo di fronte alla realtà cosmica e umana è una caratteristica rilevante nella spiritualità degli educatori: essa è appello della verità, capacità di scorgere il bene e di valorizzarlo, dono dello Spirito che abilita alle scelte, in primo luogo, di senso e di valore, alla luce del mistero di Dio e del destino della persona.

Una pratica quotidiana della carità

Senso della vocazione, servizio alla persona, impegno culturale portano verso una prassi educativa che si ispira alla carità e ne diventa esercizio quotidiano.
La carità è la radice e la manifestazione di tutti i tipi di santità: quella degli apostoli, degli anacoreti, dei contemplativi e dei santi «attivi» dell’epoca moderna, dei mariti e mogli sante, dei sacerdoti e religiosi e persino del «buon ladrone» o del santo bevitore.
La storia della spiritualità dunque è come la sinfonia della carità. In essa l’amore, che è l’unica esperienza autentica di Dio Padre (cf 1 Gv passim), il primo e principale comandamento (cf 1 Gv 2,7), la chiave indispensabile per la comprensione di Cristo (cf 1 Gv 11,16) viene declinato e modulato in forme diverse. «La persona è la perfezione dell’universo, l’amore è la perfezione della persona, la carità è la perfezione dell’amore» (S. Francesco di Sales).
Si tratta di una grazia, un dono che Dio infonde in noi per cui ci sentiamo attratti da Lui, acquistiamo una certa connaturalità con Lui, distinguiamo i segni della sua presenza negli avvenimenti e riconosciamo nelle persone altrettante immagini e figli suoi. Tutto ciò porta verso una certa impostazione dell’esistenza, una concezione dei rapporti, una scelta di impegni.
La carità non è soltanto l’ornamento degli atti virtuosi che possono dare fisionomia a una spiritualità. Ne è il fondamento di valore e la sostanza di tutti. Così lo spiega San Paolo: «Se parlassi tutte le lingue... se dessi tutte le mie sostanze ai poveri... se avessi una fede capace di smuovere le montagne... ma se tutto ciò non è mosso dal di dentro dall’amore, non vale niente» (1 Cor 13, 2-3).
Assunta come atteggiamento e ispirazione nella prassi educativa, dà origine a manifestazioni particolari.
Il primo ambito in cui si esprime è quello della comunità educativa. Essa offre a giovani e adulti un ambiente ricco di umanità, di stimoli, di rapporti e di progetti. L’esperienza del suo influsso appartiene ormai al patrimonio di ogni educatore. Ma non nasce per generazione spontanea. Su di essa si riversano i doni e si riflettono i limiti delle persone e dell’organizzazione.
La carità chiama in causa la qualità dei rapporti interpersonali, orizzontali e verticali, che vanno purificati e radicati nelle motivazioni sopra enunciate. Porta verso la comunione; spinge alla corresponsabilità nella progettazione, alla condivisione dei valori, alla solidarietà e collaborazione vicendevole, alla verifica dell’organizzazione medesima, affinché rifletta e realizzi il servizio ai giovani e questi la sentano come tale. Impegna «nel dar vita a un ambiente comunitario scolastico permeato dallo spirito evangelico di libertà e carità, in cui prima ancora di averne chiara nozione, l’alunno può fare esperienza della propria dignità» (Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica, La Scuola Cattolica, 1977, n. 56).
Nel contesto della comunità scolastica è espressione tipica della carità educativa il saper incontrarsi con i giovani e avviare con loro un dialogo nell’aula, all’aria aperta e in qualsiasi luogo: tentare di svegliare interessi, suscitare la fiducia, eliminare le barriere, provocare la gioia delle scoperte, incoraggiare alla propria crescita. Per descrivere al vivo questo tratto ci darebbero aiuto le biografie o narrazioni di coloro che hanno vissuto l’educazione come esperienza di Dio: i santi educatori. Tra essi, Don Bosco fu uno specialista nell’avvicinare e aprire un dialogo con i giovani. Gli aneddoti in merito sono innumerevoli. Nei suoi scritti rievoca con piacere i suoi incontri con i ragazzi e si sofferma a ricostruire passo a passo lo scambio di battute.
Li propone come modelli di una pedagogia che si ispira all’amore. Si esibisce quasi nella sua arte di attingere la vita del ragazzo. L’incontro comincia sempre con un gesto di assoluta stima, di affetto, di sintonia. Si entra subito e con semplicità nei punti importanti della vita del suo interlocutore (santità, abbandono, vagabondaggio). Il dialogo, dunque, è serio nei suoi contenuti, sebbene le singole espressioni siano cariche di allegria e di buon umore. Perché affrontano punti caldi di vita e li affrontano seriamente e con gioia, questi incontri si caratterizzano per l’intensità dei sentimenti.
Il giovane non è prima e soltanto uno «studente». È una persona con una biografia singolare.
L’educazione e l’insegnamento richiedono capacità di mediazione. Non sono solo «predicazione» di verità, dimostrazioni di valori o spiegazioni obiettive di dati e realtà. È avvicinamento del soggetto ad essi e accompagnamento nel cammino di scoperta e assimilazione.
Oggi i due problemi presentano la stessa urgenza e difficoltà: si devono vagliare verità e valori nel pluralismo e nella complessità; ma non di meno si deve superare l’incomunicabilità e la distanza, una volta che gli educatori sono orientati su verità e valori.
Ma la capacità di rendersi vicino e di comunicare è solo il primo passo di un’altra manifestazione ed esercizio che comporta molta più costanza e ascesi: il rapporto educativo personale che si prende responsabilità della vita del giovane senza sostituirsi alla sua libertà.
L’incontro richiama soltanto il primo momento di accoglienza. L’educazione nella scuola non è come la consultazione occasionale ad un esperto; richiede un accompagnamento attento, rispettoso e a lungo termine.
Tale accompagnamento, approfondendosi, prende la forma di amicizia educativa, cioè di vero amore di benevolenza, corrisposto, asimmetrico con netta intenzione da parte dell’educatore di aiutare nella crescita. Una espressione concreta è l’assistenza. Essa viene intesa come un desiderio di condividere con i giovani l’esperienza di vita.
È allo stesso tempo presenza lì dove i ragazzi si trovano, interscambiano o progettano, e forza morale con capacità di animazione, stimolo e risveglio.
Assume il doppio aspetto della preventività: anticiparsi a esperienze negative precoci e sviluppare le potenzialità della persona attraverso proposte positive. Incoraggia con motivazioni ispirate alla ragionevolezza (vita onesta, senso dell’esistenza) e alla fede, mentre rafforza nei giovani la capacità di risposta autonoma al richiamo dei valori.
L’amicizia-assistenza sfocia in un’altra manifestazione singolarissima del rapporto educativo: la paternità-maternità. Essa è più che l’amicizia. È una responsabilità affettuosa e autorevole che porge guida e insegnamento vitale ed esige disciplina e impegno. È amore e autorità.
Si manifesta soprattutto nel «saper parlare al cuore», in maniera personalizzata e personalizzante, perché si attingono le questioni che attualmente occupano la vita e la mente dei giovani; saper parlarne col linguaggio adatto all’argomento e ai giovani in modo tale da toccare la coscienza e formarli in una sapienza con cui affrontare problemi presenti e futuri: in una parola, la paternità si manifesta nell’insegnare l’arte di vivere secondo il senso cristiano.
Comunità, incontro-dialogo, amicizia, assistenza, responsabilità «paterna» creano il contesto in cui i valori diventano comprensibili e le esigenze accettabili. Così si traccia la linea tra l’autoritarismo, che rischia di non influire, e il permissivismo che non riesce a trasmettere valori e in cui l’amicizia risulta passatempo inconsistente che non aiuta a crescere.
Segnano anche un progresso nella maturità oblativa dell’educatore: l’amore cresce nell’educare e crescendo incide ancora di più sull’educazione.

Contemplare nell’azione educativa

Non c’è spiritualità (esperienza e cammino) senza preghiera, intesa come atteggiamento e pratica. E non c’è vera preghiera se essa non informa, e a sua volta accoglie, la vita e l’azione. In fatto di esperienza spirituale dunque bisogna liberarsi dal ridurre tutto all’agire «etico» o «professionalmente corretto», senza sentimenti verso il Padre, come pure dal buttare tutto sul momento della preghiera o celebrazione, senza coinvolgimento nella storia.
Il Vangelo è molto chiaro in merito. Bisogna pregare senza interruzione. Però c’è una parola che riassume tutta la preghiera: «Padre nostro». Bisogna che essa riempia la vita e illumini l’agire. La si può dire con gli atteggiamenti, l’invocazione, l’operatività, il silenzio, l’attesa, la sofferenza.
La dimensione contemplativa diventa così «il momento più alto e più pieno dello Spirito, quello che può gerarchizzare la piramide dell’attività umana» (Paolo VI). Consiste nell’essere attenti alla presenza di Dio e pronti nel fare la sua volontà con gioia e disponibilità nel lavoro e nella preghiera fusi nel sacramento totale di una vita orientata verso di Lui e mossa dalla carità.
Azione e preghiera sono due movimenti dello stesso cuore. Ciascuno ha ritmi e forme proprie. La preghiera celebrata concentra tutta l’attenzione direttamente su Dio e, alla sua presenza attualizzata (liturgia), risignifica e rinnova il rapporto con le persone (comunioni) e col mondo-storia (impegno).
L’impegno professionale realizza l’unione con Dio nel cuore stesso dell’azione, nel tessuto delle relazioni umane. Non è infrequente trovare ancora testi e persone per i quali l’esperienza spirituale viene concepita con un «prima» e «a parte» preparatorio, nel quale ha luogo l’incontro con Dio; e un «dopo» nell’azione in cui mettiamo a frutto, e, in un certo senso, spendiamo utilmente la luce e l’energia ricevuta. E ogni volta che si tende a fonderli in un continuo c’è un richiamo alla precauzione.
La spiritualità educativa richiede continuità senza rottura tra i due momenti. Anzi, tra i due c’è compenetrazione. La celebrazione della fede e il dialogo personale con Dio hanno il loro posto nell’esperienza dell’educatore; vengono riempiti dal senso della propria disponibilità all’opera di Dio sui giovani, abilita a scoprire la presenza dello Spirito che dimora in loro, a leggere alla luce della Parola gli avvenimenti che sfidano l’opera educativa.
L’azione è lievitata dalla preghiera, nell’attenzione alla persona, nelle intenzioni e qualità degli interventi, nella consapevolezza di essere strumenti, nella fiducia che si pone nella grazia. Entrambe si uniscono in un punto di congiunzione ulteriore: la carità.
E poiché si tratta di un amore che intende impegnarsi nel compito educativo, il momento dell’azione è principale come carica e manifestazione.
Chi educa è chiamato a riconoscere Dio che opera nella persona umana e a mettersi a suo servizio. Qualcosa di simile a quello che dovette fare Maria, perché nella umanità di Gesù si manifestasse in forma storica la coscienza divina. Maria dovette accompagnarlo e sostenerlo con il cibo, l’affetto, il consiglio, l’insegnamento della lingua e delle tradizioni, l’inserimento nei rapporti umani, l’iniziazione nell’universo dei gesti e delle parole religiose, senza sapere di scienza certa che cosa si sarebbe rivelato questo suo figlio.
Proprio nella fede che intravede l’agire di Dio, nella speranza che attende la sua manifestazione nella vita dei giovani, e nella carità che si mette a disposizione del giovane, si sviluppano i sentimenti e si vivono come preghiera i momenti educativi di gioia, di attesa, di dolore, di sforzo, di apparente fallimento. Si ringrazia, ci si rallegra, ci si lamenta, si intercede, si desidera, si invoca.
La celebrazione liturgica ha un Kyrie, un Gloria, un Credo, un’offerta, uno spazio simbolico, una comunità, tempi di penitenza e di esultanza. Così la liturgia della vita ha momenti di risultati gratificanti e di delusione, di iniziativa e di attesa, di solitudine e di compagnia. C’è uno spazio (cortile, scuola, quartiere!) e ci sono persone da amare e con le quali collaborare di cuore (la comunità educante).
Il tutto, vissuto alla luce della presenza operante di Dio, diventa contemplazione. Avviene come nella comunicazione tra persone che si conoscono bene: un sentimento si può esprimere con parole, con un gesto, con un dono, con uno sguardo, con un silenzio, con una visita, con un messaggio attraverso telefono o fax o e-mail.
Si tratta – direbbe Sant’Agostino – «di prendere in mano il salterio delle buone opere e con esso cantare le lodi del Signore».

NOTE

[1] «Mentre Gesù, ricevuto anche Lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di Lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba e vi fu una voce dal cielo: tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Lc 3, 21).
[2] Piana G., in Dizionario di Pastorale giovanile, Voce «Uomo», LDC, Torino-Leumann, 1992, pag. 1278.