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Viaggio nelle culture oratoriane

Riflessione su alcuni paradigmi di oratorio

Giuseppe Tacconi – Paola Ottolini

(NPG 2003-09-24)


Le “verità” di un’indagine

Dall’indagine qualitativa condotta nel 2002 negli oratori salesiani e fma delle Ispettorie del Triveneto possiamo ricavare alcuni spunti di riflessione e la messa a fuoco di alcuni problemi.
La ricognizione delle percezioni che utenti, responsabili e consigli di oratorio hanno dell’oratorio stesso, ci ha indotto a formulare un’ipotesi di lavoro, un filo conduttore alla nostra riflessione: se vogliamo capire e attivare processi di cambiamento nei nostri oratori dobbiamo partire dalle rappresentazioni, dai paradigmi che ognuno di noi ha dell’oratorio stesso.
Il problema di fondo è culturale.
La riflessione va dunque collocata a livello di dotazione culturale dell’organizzazione-oratorio, ovvero considerando tutte le idee implicite presenti in ciò che facciamo. Le idee implicite possono emergere soltanto attraverso una lettura profonda del modo in cui un gruppo di persone vive, si atteggia, pensa, sente, si organizza, celebra, condivide la vita… Ogni cultura è alimentata da una serie di valori, significati e visioni del mondo (linguaggio, gesti, simboli, riti, stili…), modalità di lettura dei dati di realtà, quadri di riferimento concettuale…
Spesso ciò che viene dichiarato, anche come convinta intenzione e finalità, non sempre viene agito, proprio perché le idee implicite possono essere diverse da quelle che si esprimono verbalmente. Tale incongruenza non è quasi mai voluta falsificazione o ipocrisia, bensì scarsa riflessione, comprensione e condivisione di quelle che sono le profonde rappresentazioni di cui ognuno è portatore, anche dentro la realtà oratoriana. 
Ecco gli elementi che abbiamo raccolto attorno allo schema di domande offerto da questa ricerca. Sono altrettante occasioni di ripensamento e riflessione sulle stesse concezioni di oratorio… in vista di un possibile cambiamento.

L’idea di chiesa (e di comunità religiosa)

Parlando di oratori, non si può non mettere al primo posto la chiesa, intesa come comunità cristiana, in cui la realtà oratoriana è nata e si è sviluppata.
Dai dati della ricerca non emerge un’idea di chiesa unitaria (lo strumento non era strutturato per questo), ma si possono rintracciare degli indizi che ci permettono di fare delle ipotesi.
* Ci si muove ancora secondo l’idea che la chiesa sia un’entità visibile in un contesto in cui invece come chiesa siamo diventati “invisibili”. Non è che i ragazzi non ci siano, almeno fino ad una certa età, ma la percezione che hanno dell’oratorio non è quella di una realtà espressione della comunità cristiana, se non nel senso di un indistinto stereotipato (es.: chi non frequenta... è per paura di essere giudicati “gente di chiesa”: 53,2%). Un tempo, l’oratorio o il patronato… (come la chiesa), appartenevano al panorama della vita sociale (e della biografia delle persone) di un paese, di un quartiere: erano il luogo deputato alla socializzazione; oggi, l’oratorio è uno dei luoghi possibili dell’aggregazione, spesso in concorrenza con il centro commerciale (“trovano di meglio fuori”: 33,5%…) e l’idea di chiesa che prevale è quella prodotta dai media.
* C’è da chiedersi poi quale immagine di chiesa veicolano gli oratori, e se questa immagine è quella di una comunità cristiana significativa, intesa cioè come struttura di plausibilità del Vangelo: luogo che lo rende credibile. Del resto, i ragazzi sono prevalentemente a contatto con singoli (l’animatore, il catechista, il responsabile di oratorio…), più difficilmente con una comunità educativa. È la lettura suggerita dall’oratorio come “ponte”, come realtà cioè che deve “condurre” all’esperienza di chiesa e di fede, che non veicola immediatamente la consapevolezza di essere già chiesa.

L’idea di oratorio

Al di là delle convinzioni dei singoli, è possibile che le attività oratoriane si muovano all’interno di un paradigma ecclesiologico e pastorale superato, e lo veicolino. Esse possono essere espressione di una cultura unitaria e chiaramente identificabile, che si esprimeva “visibilmente in un linguaggio, in gesti, simboli, riti e stili”: la catechesi, le altre attività…; le teorie dell’animazione…; l’atmosfera calda e giocosa…; i regolamenti, gli orari…; il linguaggio come i bans; i simboli come i cartelloni; i riti delle feste e delle celebrazioni...
In paragone con un mondo, come quello della scuola o della formazione professionale, che hanno dovuto far fronte a cambiamenti profondi, gli oratori non sono molto cambiati. È per questo che, utilizzando alcuni spunti della ricerca, vogliamo qui di seguito tentare delle provocazioni per aiutare a riflettere sulla rappresentazione di oratorio che ognuno di noi ha, le sue idee implicite di questa organizzazione:
* l’oratorio come casa dei gruppi (coerente con un’idea di chiesa forte…) o come spazio educativo informale (in linea con un’idea di chiesa “postmoderna”), dove anche solo l’incontro, il divertirsi assieme e stare con coetanei possono diventare i luoghi in cui rintracciare trame di senso…;
* l’oratorio come spazio protetto, come casa/famiglia (metafora più gettonata, in linea con un’idea chiusa di chiesa) o come spazio libero in cui esplorare… L’immagine della famiglia è rafforzata dal fatto che complessivamente non ci sono forti conflitti relazionali; c’è un clima affettivo… ma non si decide insieme e c’è scarso coinvolgimento emotivo in ciò che si fa…;
* l’oratorio come spazio chiuso: autoreferenzialità e ripiegamento su di sé, scarso aggancio alla realtà… o realtà aperta ed inserita in rete (pochi hanno attivato delle procedure di ascolto della realtà). Forse bisognerà imparare a complessificare: strategie di azione più complesse, forme di sinergia e di collaborazione con altre agenzie, con il territorio, maggiore professionalizzazione degli operatori…;
* l’oratorio come luogo di svago (e prevalentemente dei bambini: elementari e medie costituiscono il 60% degli utenti) o come spazio che orienta all’impegno anche giovani adulti… Una domanda è indicativa: “La tua famiglia è contenta che tu vada all’oratorio?”: sembra che, col crescere dell’età dei ragazzi, decresca il consenso della famiglia alla frequentazione dell’oratorio, il che può essere legato al fatto che, nella rappresentazione sociale dell’oratorio, questo ambiente è legato alla fascia dei minori, allo spazio dello “svago” e non a quello dell’“impegno”. Rimane dunque il paradigma del gioco funzionale alla partecipazione alla “dottrina”: in che misura e fino a che punto il gioco è segnale dell’accoglienza di un bisogno profondo dei ragazzi? Se guardiamo alle attività, quelle più consistenti, oltre alla catechesi, sono quelle di animazione estiva, quelle sportive e le feste, orientate alla trasmissione della fede e alla relazione, suggerendo generale debolezza della proposta culturale o dell’impegno sociale;
* l’oratorio come luogo di evangelizzazione e di educazione alla fede o di promozione umana… O meglio, luogo in cui l’alternativa si pone in modo netto oppure come luogo in cui la tensione tra le polarità viene mantenuta e resa feconda. 
La maggior parte dei Consigli di Oratorio percepisce le finalità complessive dell’oratorio spostate sul versante della promozione umana (incontro con coetanei, educazione ai valori…), ma se lo rappresenta idealmente prevalentemente come luogo orientato all’educazione alla fede (più dell’80%). Nelle rappresentazioni dei responsabili di oratorio, l’oratorio dovrebbe essere più luogo di educazione alla fede e meno luogo di semplice intrattenimento o di sola socializzazione. 
Nell’uno e nell’altro caso, c’è il rischio della giustapposizione e le finalità sono spesso pensate in termini puramente valoriali e astratti, quasi come dichiarazioni dei principi pedagogici fondamentali; 
* l’oratorio come realtà spontanea e informale o come realtà professionale;
* l’oratorio a responsabilità diffusa o a responsabilità concentrata: solo in circa il 50% degli oratori che hanno risposto al questionario esiste un Consiglio di Oratorio e solo nella metà di questi si tratta di un CdO anche deliberativo (una quota significativa, il 26,7%, non ha la percezione di poter influire più di tanto sulle decisioni che riguardano l’oratorio) e solo nel 30% degli oratori in cui c’è un CdO sono rappresentati anche i giovani (e non solo i gruppi strutturati o le attività);
* l’oratorio come progetto o come improvvisazione: solo 8 oratori su 30 dichiarano di avere un progetto (magari ci sono i programmi, ma non progetti); ciò può ricollegarsi ad un’idea di chiesa debolmente centrata sull’esperienza di una comunità che, a livello di organizzazione delle attività, si esprime in una scarsa cultura progettuale;
* andrebbe esplorata anche la variabile di genere: che differenze ci sono tra oratori gestiti da salesiani e oratori gestiti da suore salesiane (presenti prevalentemente nei paesi e di dimensioni più contenute…)? 
Probabilmente potremmo rintracciare rappresentazioni mentali differenti di oratorio. Accanto a questa si potrebbe esplorare la variabile di età del responsabile…

L’idea di giovani

Al di là della retorica sui giovani, come educatori dovremmo chiederci se sono per noi conosciuti o sconosciuti, in quanto, talvolta, il problema non è costituito dai giovani stessi, ma da come noi viviamo e leggiamo i loro problemi. Spesso infatti è un certo senso di estraneità a prevalere… confondendo così le idee tra giovani immaginati e giovani reali. 
Anche in questo caso dovremmo chiederci come vediamo questi giovani: come oggetti di cura o come soggetti attivi (con un loro punto di vista legittimo sulla realtà), quindi come destinatari o protagonisti capaci di iniziativa?
Da ciò dipende anche la qualità delle esperienze che vengono proposte negli oratori; sono solo a misura di bambini-preadolescenti o si spingono anche oltre?

L’idea di animatore/educatore

Dai dati della ricerca, il popolo degli animatori sembra essere costituito prevalentemente da persone molto giovani (la stragrande maggioranza sotto i 30 anni), che i ragazzi sentono anche come molto vicine (l’animatore è soprattutto un “amico più grande”). La maggioranza è addirittura nella fascia di età adolescenziale e svolge l’attività come volontariato. 
La capacità di entrare in relazione con i ragazzi è vista come buona sia dai responsabili che dal CdO, mentre è scarsa la competenza di tessere relazioni con le famiglie e con il contesto territoriale; del resto pensiamo che nessuna forma di professionalizzazione sembra essere presente nelle figure degli animatori, per permettere lo sviluppo di tali capacità, così come scarsa sembra essere in tal senso la rappresentazione di oratorio in rete con altre realtà.

L’idea di responsabile

Come si percepiscono e come vengono percepiti i responsabili di oratorio? Le immagini veicolate dalla ricerca erano tante, ed ognuna di esse corrisponde anche ad una certa idea di oratorio.
L’immagine più indicata è stata quella dell’assistente spirituale, immediatamente seguita dall’assistente sociale, dal manager e dal factotum… Il percepirsi in un modo o nell’altro si traduce anche in un agire più in un senso o più nell’altro (stare con i ragazzi, coordinare le attività, ascoltare…) e nel sentire maggiormente alcune difficoltà piuttosto di altre (il poco tempo, la solitudine, la burocrazia…).

L’idea di famiglie

Le famiglie verso l’oratorio sono semplicemente deleganti, oppure lo sono anche in quanto coinvolte soltanto nei momenti dei sacramenti o considerate utili solo per attività pratiche o alcuni servizi di basso rango? 
Consideriamo le famiglie come effettive “alleate” educative, o come appartenenti ad “un altro mondo” e quindi quasi degli intralci per le attività dell’oratorio?

L’idea di contesto

Il contesto (territorio) di appartenenza dell’oratorio può essere percepito come:
– vincolo burocratico (adeguamento alle norme sulla sicurezza…) o risorsa (creazione di opportunità di cambiamento…);
– isolamento (scarso il rapporto con le famiglie e scarso rapporto con il territorio, se non per gli oratori più grandi ma non in un’ottica di convenzione e di continuità e di scambio) o sinergia e rete (che pure molti avvertono come importante e significativa e che molti riconoscono di non aver coltivato abbastanza).

Una nuova partenza: il ripensamento paradigmatico

Dai vari modelli di lettura e di interpretazione del reale (presupposti, opzioni di fondo…) derivano anche i diversi vissuti degli operatori: senso di stanchezza e di “solitudine” denunciato da qualche operatore, che deriva più dalla mappa mentale rimasta immutata che dalla realtà. Di per sé non esiste un’opzione preferibile alle altre, in quanto tale opzione va costruita facendo emergere i presupposti impliciti degli operatori e attivando spazi di riflessività e di assunzione di consapevolezza in tal senso.
Il ripensamento non ha da essere tanto programmatico ma paradigmatico: dal lineare al complesso, dal programma ai processi, dall’attività alla gratuità…
Sarebbe utile riflettere sulla mission, la ragion d’essere dell’oratorio. Sarebbe già un risultato importante la consapevolezza (che permette di problematizzare…)
Al di là di quel che si fa, l’oratorio dovrebbe diventare:
– uno spazio in cui i valori non vengono enunciati ma resi plausibili dai comportamenti;
– un ambiente che genera domande (che permette di interrogarsi, ricercare senso, invocare…);
– un ambiente in cui sia possibile ritornare sulle esperienze che si sono vissute (recuperare lentezza per recuperare profondità);
– in cui si possono fare delle scelte.

Se l’immagine che diamo non è tanto derivato degli strumenti comunicativi che usiamo (il marketing d’oratorio) ma esplicitamente di ciò che siamo, queste riflessioni (e la ricerca da cui derivano) dovrebbe aiutare a lavorare sulle rappresentazioni che abbiamo di noi come comunità cristiana.

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