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Educazione: emergenza o passione?

 

Domenico Sigalini

 

 

Educare si deve

 

Nessuno nasce “imparato”, tutti abbiamo da orientare le nostre molteplici risorse verso un fine buono. Aiutare a compiere questa operazione è educare. E’ una delle tante operazioni formative come socializzare, inculturare, istruire, insegnare, addestrare, assistere, decondizionare, prevenire, animare.

E’ talmente necessaria che l’uomo non riesce a vivere se non viene educato alla vita. Sei generato alla vita veramente se sei educato a vivere e l’educazione alla vita è uno di quei beni che non possono essere dati per conquistati una volta per sempre. Questo è un inganno tecnologico molto pervasivo. Si pensa che se sei riuscito a capire tu qualcosa della vita, sia ormai scontato per tutti quelli che verranno dopo di te, che se c’è stato un progresso nel modo di relazionarsi, si possa partire da questo progresso e andare avanti, come avviene nell’economia, nella scienza, nella tecnica. Per costruire le automobili, si fa così, per costruire nuovi cellulari si fa così. Per fare un uomo invece occorre sempre iniziare da capo, non far mancare niente e non dare per scontato niente. Altrimenti si ritorna alla barbarie, all’occhio per occhio dente per dente, alle insulsaggini che riteniamo assurde e impossibili e che spesso hanno i giovani, gli adolescenti, i ragazzi, come protagonisti. L’educazione invece è sempre un compito nuovo per ogni generazione che viene al mondo. Ogni ragazzo si deve costruire strumenti per capire la vita, valori, mete, stili. Dice infatti il Papa: “A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”.

All’educazione allora occorre dedicare un’attenzione qualificata, non perché i ragazzi hanno comportamenti discutibili e appaiono disorientati e superficiali, ma perché ci si rende conto che senza educazione è impossibile crescere da persone umane e, come società, avere un futuro degno dell’umanità.

Se oggi si parla di emergenza educativa è perché si fotografano comportamenti soprattutto delle giovani generazioni molto negativi e che si scostano dal modo comune di vivere e si registra una sorta di impotenza, rassegnazione, disinteresse e autoassoluzione dell’adulto da ogni responsabilità. Non si può allora pensare all’emergenza educativa come un correre ai ripari, né la si può affrontare con i provvedimenti estemporanei con cui si affrontano le emergenze, ma ripensando da adulti alla responsabilità di educare ed elaborando un progetto che sia capace di interpretare questo tempo.

L’emergenza educativa ha acceso i riflettori sull’educazione e l’ha riproposta come imprescindibile azione umana. Ci sta aiutando a scoprire che non abbiamo bisogno di educazione perché viviamo in tempi difficili, ma solo perché siamo uomini. Ogni uomo nasce con scritto nel suo statuto il bisogno di trovare ragioni di vita e l’educazione è aiutarci tutti a trovarle, a viverle e a proporle. La nuova attenzione all’educazione ci sta orientando a ripensare, aggiornare, rendere più adeguati i processi educativi. L’emergenza educativa potrà contribuire a un nuovo modo di pensare l’educazione, offrendo a tanti giovani la possibilità di crescere non per socializzazione, ma per scelta libera di un proprio progetto di vita, e a tanti adulti darà la possibilità di realizzarsi pienamente come uomini e come donne maturi nella loro vocazione a generare al senso della vita.

 

Oggi tutti dicono che di fatto gli agganci generazionali sono saltati e con questi soprattutto è da ridefinire la trasmissione dei valori, dei modelli, dei contenuti che nel passato hanno costituito un pacifico denominatore comune per potersi intendere, sentirsi accolti, vedersi rispecchiati. Esistono nella vita valori spontanei, sciolti, vissuti alla spicciolata nei rapporti personali, familiari e sociali che non si riescono più a trasmettere. Nello stesso tempo esistono modelli (i valori organizzati) che non si capiscono più o che non dicono proprio più niente, anche se nel passato hanno funzionato da processo di maturazione per tante persone. Ma la difficoltà è ancora maggiore se si tratta della trasmissione dei valori che sono legati al senso della vita. I valori religiosi, ma non solo quelli, sono di questo tipo. Nello stesso tempo è diventato difficile inventare altri valori in continuità o discontinuità col passato capaci di motivare e far emergere le nuove esperienze. E’ tuttora faticoso abilitare le persone a ridefinire e a dominare il nuovo che sorge. E’ in difficoltà cioè anche la relazione educativa.

L’attività educativa viene oggi frequentemente valutata in termini onerosi, addirittura disperanti, tanto da far parlare di «emergenza educativa». L’espressione è presente nella recente lettera che Benedetto XVI ha inviato alla diocesi di Roma (21 gennaio 2008), intitolata Lettera sul compito urgente dell’educazione. «Educare - esordisce il papa - non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande “emergenza educativa”, confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita».

 

Il valore della verità

 

Benedetto XVI evita la facile soluzione di distribuire colpe, attribuendole agli adulti o alle giovani generazioni, per molti aspetti diverse dalle precedenti. Più che la causa questi costituiscono piuttosto l’effetto di un fenomeno più ampio che consiste in «un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all’altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita».

Non si può negare che tra i valori odierni in crisi vi siano proprio quelli appena indicati: la verità e il bene, che al tempo stesso costituiscono i fondamenti e le coordinate essenziali di ogni programma educativo. La verità sta sempre più diventando un optional in una cultura che sembra aver abbassato le possibilità della ragione, rinunciando a cercarla o addirittura a credere che ne esista una. Più che al singolare, oggi si preferisce coniugarla con un pluralismo che non raramente sfocia in una frammentazione disorientante. «La modernità - rileva J. Ellul - presuppone che non vi sia Verità, ma solo verità molteplici; oppure un puro e semplice rifiuto dell’idea stessa di verità, dal momento in cui la Scienza ha rinunciato a essere verità»[1].

Questa modernità, che ha saputo processare il passato denunciando, spesso giustamente, le deformazioni o le conseguenze negative di un assolutismo della verità, dovrebbe ugualmente fare una seria autocritica, chiedendosi se non stiamo pagando caro il rifiuto di un valore che tocca il senso dell’essere. Per il papa ben povera sarebbe quella educazione «che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita».

Stesse problematiche stanno riguardando il quadro del bene, sempre più scambiato con l’utile, anzi con il «proprio» utile, in una logica dominante che è quella delle leggi economiche: i conflitti competitivi sono risolti con la chiusura nell’interesse privato o l’imposizione selvaggia del proprio prodotto e le persone rischiano di essere misurate sul piano del rendimento, tanto che chi non rientra nei parametri standard dell’efficienza corre il rischio di essere espulso dalla vita comune. Priva di tensione verso il bene, la libertà sta trasformandosi in un alibi per la prepotenza, l’abuso, il dispotismo, per asservire gli altri al proprio guadagno. «La solidarietà con i propri simili cede il passo a un cinico atteggiamento di distacco; gli altri individui vengono considerati “oggetti” da usare e manipolare, oppure vengono spietatamente annientati se ciò giova ai propri fini»[2].

 

Alla verità e al bene, da non intendersi solo come realtà trascendenti, stanno sostituendosi i nuovi idoli che sono il successo, l’accumulo di beni, l’utilitarismo, dove il codice etico di un’impresa o di un’esistenza è guidato dal principio dell’affermazione, più che da quello della bontà. È giusto non generalizzare, ma non si può nemmeno trascurare lo scenario di un mondo che sembra non sapere più cosa fare per vivere bene, che riserva la felicità ai pochi, mentre il resto avanza nella paura e nella tristezza. E la società dell’incertezza, come la chiama il sociologo Z. Bauman, che osserva: «La povertà relativa degli esclusi dal banchetto del consumismo sta crescendo, mentre si attenua la speranza di una sua imminente diminuzione; da qui la disperazione profonda degli esclusi e i vigorosi tentativi di tutti gli altri, salvati fino ad ora dal loro destino, di “rimuovere culturalmente” l’importanza morale del ritorno del povero e dell’afflitto»[3].

Il problema sta nel trovare il coraggio di comunicare col patrimonio storico, culturale, sociale, religioso e aiutare le giovani generazioni a inventare risposte personali, che, alla luce di quanto appreso, siano in grado di interpretare il mondo nuovo in cui viviamo. Chiamiamo educazione questo coraggio se è sostanziato da esperienze calibrate, da progetti agibili.

Non si tratta di guardare alle apparenze o ai contorni, dove tutte le cose più importanti, valori e fini compresi, sono già decisi e imposti, ma di ripensare il proprio vissuto, confrontarlo con valori e fini, riesprimerlo e renderlo comunicabile agli altri, si tratta di creare una relazione educativa tra adulti e giovani, ma anche tra persona e persona, capace di abilitare a fare sintesi di tutte le espressioni della propria vita.

Non è insegnamento, ma relazione; non è una iniezione resa possibile da una qualsiasi forma di potere che si possiede, ma dialogo e proposta, distribuzione equa di opportunità di fronte alla vita. La magica parola: educazione[4] in questi anni è stata coniugata in modi troppo irrispettosi del giovane:

  1. idraulica: il giovane è una bottiglia, la verità un’acqua da versare, la preoccupazione principale è la ricerca dell’imbuto
  2. didattica: è fornirsi di una grande capacità di comunicare contenuti, ma senza anima; verità asettiche senza calda partecipazione
  3. funzionale: l’obiettivo è di fare in modo che la persona e il gruppo stiano bene e che soprattutto producano qualcosa che si vede
  4. sequenziale: è fissare i tempi in maniera deterministica: prima si educa, poi si impegna, poi si responsabilizza, infine si manda.
  5. intellettuale: è solo capace di far usare la ragione, ma senza aderenza alla vita

 

L’educazione vera si preoccupa di creare ad ogni uomo, e ai giovani in particolare, una situazione globale che permette loro di sperimentare tutto ciò che fa parte della vita fino a scoprirne il senso. In essa impari ad essere protagonista nell’apprendere e nel progettare.

Il discorso si fa ancora più vero se vogliamo affrontare il problema religioso, dove la trasmissione dei valori e delle esperienze è tutto, dove non si tratta di conservare per ripetere, ma di custodire con genialità e fedeltà per riesprimere. Allora la domanda può diventare: in quale modello di trasmissione dei valori o in quale relazione educativa si può ridire con la vita di oggi la fede di sempre?

La frase è più di una domanda, è la decisione di accogliere le sfide del tempo e allenarsi a affrontarle.

Allora è importante mettersi ad educare. Anzi educare è una avventura appassionante, perché aiuta l’umanità a crescere nella sua vocazione di famiglia che vive in pace e solidarietà.

 

Non c’è educazione senza ascolto

 

Ma l’ascolto incontra grosse difficoltà.

La convinzione che: ai miei tempi...

Esiste un modo di parlare dei giovani da parte degli adulti che affossa ogni capacità di dialogo e di muta considerazione positiva. La famosa frase “ai miei tempi” nasconde un modello di approccio alla realtà giovanile che affonda le sue ragioni nel vissuto umano e nell’adattamento alla sfiducia. Infatti ecco alcune testimonianze del passato:

Nemmeno i tempi sono più quelli di una volta. I figli non seguono più i genitori!

(da un papiro egizio di 5000 anni fa)

Questa gioventù è guasta fino al midollo; è cattiva, irreligiosa e pigra. Non sarà mai come la gioventù di una volta. Non riuscirà a conservare la nostra cultura.

(da un frammento di argilla babilonese di 3000 anni fa)

Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere e il rispetto per i genitori: la gioventù d’oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.

(Esiodo, 700 avanti Cristo)

Il mondo sta attraversando un periodo tormentato. La gioventù di oggi non pensa più a niente, pensa solo a se stessa, non ha più rispetto per i genitori e per i vecchi; i giovani sono intolleranti di ogni freno, parlano come se sapessero tutto. Le ragazze poi sono vuote, stupide e sciocche, immodeste e senza dignità nel parlare, nel vestire e nel vivere.

(Pierre L’Eremite, predicando la prima crociata nel 1095)

 

La vita parallela, vista come ineluttabile e lasciata a se stessa per comodità

 

Esiste una esperienza oggi molto diffusa e che si allarga sempre più: la collocazione del meglio di sé della vita giovanile in spazi paralleli a quelli che istituzionalmente l’adulto gli mette a disposizione per crescere e diventare a sua volta adulto. Le migliori energie il giovane è costretto a spostarle di netto nei suoi spazi di vita, nei luoghi informali del suo crescere. Non la scuola, ma la strada; non la parrocchia, ma la compagnia; non la famiglia, ma gli amici; non il catechismo, ma le emozioni delle esperienze. E’ più facile trovarlo nei pub, nelle discoteche, nei centri commerciali, ai cancelli degli oratori o sui sagrati delle chiese, in strada, nella villa comunale, a fare le vasche sul corso. Qui mette tutte le sue energie per decidere, per scambiare, per confrontarsi, per farsi un’idea della vita, dell’amore, della fede, del mondo, della giustizia. Alla madre racconta la sua vita con due o tre monosillabi al giorno, ai suoi amici con ore di telefonate, con Messenger, face book, con squilli e SMS. Ai maxi pigna della scuola affida qualche scritto estorto come dovere, alla mailing list o al suo diario affida quello che pensa e quello che sogna, le sue reazioni e i suoi progetti; al catechismo affida qualche risposta della serie: ti dico quello che secondo me tu ti vuoi sentire dire, agli amici svela i suoi doppi pensieri, i suoi “casini”, i suoi dubbi e le sue innocenti emozioni religiose. Ai corsi per l’orientamento comunica le sue domande, ma le risposte se le vuol sentire dal gruppo dei pari, dalla “latta” (l’automobile) sulla quale ricamerà di notte i suoi infiniti percorsi in cerca di amici. Agli spazi istituzionali porta il corpo, agli sms invece le sue reazioni e le sue emozioni. Gli adulti lo aspettano al varco con le parole[5] e lui la sua anima la affida alle cuffie, ai ritmi, alla musica, all’ipod. Gli adulti vivono di giorno e dove sperano almeno di vederli e dire qualcosa, loro vivono e si esprimono soprattutto di notte.

Gli adulti si arrabbiano a morire per i tempi del suo virtuale, lui li invece fa le prove per vedere che vita impostare; si esercita attraverso simulazioni con il rischio di non distinguere più la realtà dalla virtualità. Gli adulti gli chiedono la memoria, lui invece offre capacità di cercare in rete.

Gli adulti in genere si collocano negli spazi istituzionali e lui decide negli spazi informali. Superare questa frattura è una prima grande sfida, del mondo educativo istituzionale.

 

Il protezionismo dei genitori.

Spesso i genitori non accettano minimamente che il figlio sia diverso da come lo vedono loro, sia per i suoi progetti, che per i suoi cedimenti. Esiste una sorta di tutoraggio che non va alle radici profonde dei desideri e dei bisogni dei ragazzi. C’è anche in famiglia un tutto e subito che distrugge che spegne in bocca ogni invocazione di aiuto.

 

I mass-media.

I mass-media nel loro continuo evolvere hanno soppiantato il dialogo almeno informativo tra figli e genitori, tra giovani e adulti. Non sono più gli adulti formatori che danno le informazioni sulla vita, sul mondo, sui fatti sulla propria corporeità: You tube, messenger, face-book, tessono una rete informativa piuttosto pervasiva, che esautora il genitore, ancor prima di fare una valutazione etica sui suoi contenuti. Creano modi diversi di ragionare, approcci diversi alla realtà, ampliano il campo degli interessi su tutto il mondo. Creano relazioni virtuali e atteggiamenti virtuali.

 


Risultati:

la povertà della comunità che cresce senza il contributo essenziale dei giovani.

II Signore ha posto dei doni necessari all’umanità proprio nelle nuove generazioni e il mondo se non dialoga non può avvantaggiarsene, perché è solo lì che sono collocate le energie per il futuro, le intuizioni originali e le sintesi nuove tra il passato e il futuro. Sono i giovani che riescono a immaginare come la vita può ricostruirsi sulle nuove possibilità che si aprono, Hanno però bisogno di un dialogo che offre alle informazioni la saggezza e alle intuizioni un metodo rigoroso di progettazione. Se la notte dei giovani implode, la vita del giorno si scolora

 

la povertà degli stessi giovani che non possono far tesoro della vita della comunità.

Gli stessi giovani non sono una cultura autosufficiente e quindi hanno bisogno di confrontarsi per vederne i limiti, le possibilità di evoluzione, per evitare le implosioni, il ritorno a costruire il mondo come se non ci fosse la storia che lo aiuta a non tornare indietro. La comunità è stata viva e offre vita anche prima che loro la accostino.

 

Qualità di un ascolto educativo

In genere il mondo adulto si atteggia anche senza volerlo in due modi opposti:

o ritiene che il giovane abbia niente da dire alla sua vita e alla vita del mondo, ma che sia solo un barbaro che deve essere istruito o che invece sia il vero solutore di tutti i problemi con la sua autonomia, libertà, spensieratezza per cui lo si continua ad esaltare. In ambedue questi modelli l’adulto ne esce perdente, perché non apprezza il giovane per i valori che ha e rinuncia alla sua esperienza preziosa e insostituibile per cercare indice di gradimento. Da una parte fa operazioni idrauliche e dall’altra operazioni di annacquamento, di cedimento, di adattamento.

 

Nel primo caso

non valorizza la giovinezza, ma la considera solo come un contenitore di elementi che sembrano predefiniti. La fede, per esempio, l’etica, i principi sono visti in termini astratti, freddi, fatta solo di enunciazioni di formule di verità. Il vangelo non è una trasformazione della vita, ma una sovrapposizione, che non può contare sulla creatività dei giovani per essere detto anche oggi in maniera viva e affascinante, legata profondamente alla loro esistenza. Chi sostiene ancora questo metodo deve rendersi conto che così si impoverisce pure la fede, anche se si è convinti di salvarla. Nel secondo caso

Si crede che il giovane abbia solo bisogno di sorrisi, di accoglienza delle sue domande. Ci si lancia un po’ ingenuamente a rincorrere temi come la realizzazione di sé, la facile gioia del vivere, la necessità di un cristianesimo giovane, gioioso, quasi il risultato di un movimento automatico e spontaneo del crescere umano. La fede, per esempio, e’ quasi vista come l’espressione finale di una crescita umana, senza salti di livello. Con questa mentalità anziché elevare la capacità del giovane di puntare su mete alte si addomestica il cristianesimo. Per non presentare la fede come un ostacolo, una rinuncia alla piena umanità e Gesù Cristo come un pericoloso antagonista della gioia di vivere del giovane si cerca di adattare il cristianesimo a quello che l’adulto, con scarsa fiducia nel mondo giovanile, ritiene sia possibile praticare alla media del mondo giovanile. Una generazione di giovani in questa maniera è stata privata delle proposte esigenti del cristianesimo, è stata abituata a vivere nell’acqua tiepida, ad abituarsi a una mediocrità felice. Si è adattato il cristianesimo,

In questi modelli sono complici anche i giovani che o si adattano al massimo di passività nei confronti degli adulti o non accettano niente che non sia loro prodotto o per lo meno una incosciente asservimento ai valori della moda e della tendenza culturale. Non li tormenta il dubbio di essere manipolati quando sono sempre accontentati. I giovani sono doppiamente ingannati, sia perché sono stati privati delle cose grandi della vita, della bellezza della fede autentica, sia perché non hanno potuto caricare delle loro energie e creatività il messaggio cristiano.

 

La ricchezza della comunità umana invece sta nel mettere in circolo giovinezza e età adulta, esperienza e dato di fede. informazione e saggezza, passato, presente e futuro.

La novità cui applicarsi è quella di dare all’ascolto e al dialogo una valenza non così banale di adattamento o di imposizione, ma di porre in seria mutua interrogazione: domande e valori dei giovani e vita e esperienza degli adulti:

la vita dei giovani e degli adulti è l’unica luogo in cui si può costruire una nuova umanità, oggi. E i valori accumulati nella vita egli uomini sono l’unica possibilità che è data all’uomo per superare la sua invincibile povertà.

Risultato del dialogo allora diventa un nuovo cui la vita si apre e i valori innervano. E’ una sintesi di vita dei giovani e vita degli adulti, non è la sola vita dei giovani o una fredda enunciazione del passato degli adulti, ma una nuova formulazione dell’esistente alla luce dei principi e dei valori condivisi.

Il discorso è ancora più chiaro se si mette sotto questa luce l’esperienza della fede.

L’esperienza di fede è un valore inestimabile, è il segreto della felicità della persona e la vita della persona è la condizione indispensabile perché la fede sia viva, autentica, sia la salvezza oggi dell’uomo e della società. Se la vita viene a contatto con la fede, ne rimane esaltata. Se la fede entra in questa vita dei giovani di oggi viene arricchita della loro passione, delle nuove sintesi cui stanno portando l’umanità, dei loro doni, della loro creatività e gli adulti sono aiutati a convertirsi e rinforzano la loro esistenza credente.

L’esperienza credente cresce, il giovane diventa sempre più persona e la fede ne illumina sempre più in profondità l’esperienza, l’adulto vede un possibile futuro che lui stesso contribuisce a delineare. Siamo di fronte a un fede viva e a un giovane autentico, capace di sprigionare da sé tutta la ricchezza di umanità che l’esperienza di fede esalta e arricchisce e a un adulto che sa offrire ragioni di vita, esperienza di fede provata.

A questo punto occorre riprendere il cammino, perché la vita cambia, si fa più esigente, si allarga a nuove prospettive, il germe, che essa è, produce nuovi frutti e ha bisogno che la Parola offra sempre maggiori profondità di ascolto e di salvezza. Tutti giovani e adulti sono a servizio e ascolto della Parola.

Uno strumento che permette a questo incontro di avere giovani vivi e adulti attivi è l’esperienza del ponte come strumento di ascolto e di dialogo. II ponte non è una corda lanciata dalla sicurezza degli adulti alla barbarie o all’annegamento del giovane, ma non è nemmeno compassione e paternalismo. E’ un incontro arricchente per tutti.

 

I principi fondamentali dell’educazione

 

Il modello culturale formativo è un modello educativo con i suoi principi, le sue scelte di fondo, il suo modo di leggere la realtà e, solo alla fine, i suoi strumenti.

 

La vita dell’uomo è la passione di Dio e il luogo dell’incontro con Lui

Il principio assoluto di partenza, che accomuna tutti gli uomini è la vita: ciò che l’uomo non vorrebbe perdere assolutamente, ciò che costituisce la sua attesa, la sua speranza; la somma dei beni desiderati e al tempo stesso ciò che li rende possibili, acquisibili, duraturi; quell’insieme di promesse affascinanti e di oscure incognite che riempiono ogni giovane; questo anelito di infinito e questa ricerca drammatica e spasmodica di qualcosa che lo rende sperimentabile per sempre. Tutto questo è la vita, una vocazione di comunione con tutti e di parentela con Dio. Essa dice ordine a colui che ne conosce i segreti, che ne è il Signore. E’ un dono e un impegno. La voglia di vivere di ogni persona è il primo fatto da accogliere, da provocare, da aprire. E’ l’esperienza, anche quando è ridotta a un filo o sembra un ingenuo fiore in un deserto, che merita la convergenza di tutte le preoccupazioni educative. E’ la passione di Dio, definito non a caso nel libro della Sapienza: Dio amante della vita. E Gesù si giustifica al mondo proprio per esservi venuto a portarla in abbondanza, senza risparmio o calcolo.

 

Siamo persone che diventano tali in un tessuto di relazioni

La persona è un assoluto che si costruisce in un massimo di relazioni. E’ il centro di ogni attività, il signore dei suoi gesti e dei suoi pensieri, delle cose e degli avvenimenti. Non è calcolato a quantità, a spazio che occupa, a cosa può dare, ma per la grandezza che esso è. Non è strumentale a nessuno, ma ha bisogno di tutti per esserci e per definirsi. Non è pensabile da solo, isolato, per se stesso, ma assieme con gli altri in comunione profonda di condivisione, di dignità, di futuro.

 

La comunicazione e la cultura sono lo spazio essenziale della crescita

Il rapporto con gli altri avviene attraverso una profonda comunicazione che non è travaso di informazioni, ma intersezione di vite, offerta di sè attraverso simboli, gesti, riti e comprensione del mondo attraverso la cultura, quell’insieme di immagini che ci permettono di capire il reale, La realtà per l’uomo è come la corrente di un fiume. L’uomo la possiede solo se con dei recipienti la può fermare a sè. L’insieme dei recipienti è la cultura. L’uomo allora non può essere se stesso e ben collocato nella vita se non diventa padrone di queste immagini, se non sa inventarsele da solo per comprendere il mondo, la vita e proiettarla nella direzione da lui maturata. Comunicazione non è un insieme di parole, cultura non è un insieme di poesie, ma capacità di rappresentare la realtà e se stessi in essa per metterla al servizio della crescita di tutti.

Qui per cultura si intende tutto quell’insieme di modi di vivere, di modi di pensare, delle sensazioni del proprio mondo, l’insieme dei valori e dei modi di farli circolare. E’ la tradizione, la stessa ideologia, l’insieme insomma di tutti quegli elementi, ordinati secondo particolari codici, che permettono a una persona di sentirsi viva, di comprendere se stessa e il suo ambiente. E’ tutto ciò che costruiamo lentamente e che nello stesso tempo ci costruisce. Si può dire che l’uomo fa cultura ed è fatto dalla sua cultura. E’ qualcosa di cui non possiamo fare a meno.

Se l’uomo non avesse una cultura non potrebbe vivere, non capirebbe la realtà. La vita, le cose, il mondo gli scorrerebbero davanti senza capirli, senza acquisirli, possederli per quel tanto che gli è necessario e concesso.

E’ necessario però esservi attivi, creativi e non dipendenti, partecipi e non a ruota di chi ha più potere o si può permettere più fantasia perché soddisfatto nelle cose indispensabili, può dedicarsi a valori ulteriori. E’ necessario far vivere la propria cultura, perché se viene soffocata, è qualcosa di te che muore.

 


Cultura e comunicazione

Ma come fa un giovane a sentirsi vivo, se non comunica e non rielabora la sua cultura, i suoi significati, se non riesce a scrivere nella vita della comunità civile il suo mondo?

Gli è necessaria la comunicazione. Comunicare non è parlare, è far vivere, è stabilire appartenenze e intersezioni; non è travaso idraulico, ma incontro di progetti. La comunicazione per la cultura è come la lingua per la parola. La lingua italiana non è la somma delle parole del vocabolario italiano, ma qualcosa di più; ma la lingua italiana morirebbe se non ci fossero più persone che la parlassero. Così è di ogni cultura: morirebbe se non ci fosse più comunicazione di essa. La cultura del mondo del lavoro muore se il lavoratore non la “comunica”.

Animazione culturale dei giovani significa allora intervenire anche qui. E’ passione per la vita, ma intesa nei termini più quotidiani e concreti. Non si tratta di elevare il livello culturale dei giovani, nel senso di intervenire ai livelli colti, anche questo può avere una giusta collocazione in un progetto educativo, ma qui si tratta di aiutare il giovane ad essere padrone della sua cultura, aiutarlo a darsi strumenti per comunicarla, favorire senso critico e creatività di segni e simboli per essere se stesso, crescere e contribuire in maniera originale al mondo di tutti.

Dovrebbe essere chiaro quindi che quando si parla di animazione dei giovani dal punto di vista preso in considerazione non significa fare un opera pia da parte di chi è colto nei confronti di chi non lo è, né iniziare corsi serali (che non guasterebbero mai) per apprendere di più, ma entrare decisamente nel tessuto formativo della struttura di personalità del giovane e renderlo capace di dirsi e di costruirsi con quello che vive, pensa, fa, inventa giorno per giorno.

Solo che questo processo ha bisogno di essere attuato nei termini culturali del giovane, sia come riflessione, che come metodo e strumentazione in nuove e ricerche.

Lo stile formativo dell’animazione riscrive nella vita delle persone che si incontrano e si confrontano il vissuto di ogni giovane, lo aiuta a crescere secondo i suoi autentici valori culturali, gli dà la possibilità di ridisegnare la vita di una comunità con la ricchezza di quanto pulsa non solo nelle ore del suo studio o del suo lavoro, ma in tutto quello che esse rappresentano per l’uomo.

Il discorso diventa ancora più significativo se spostiamo l’attenzione all’esperienza di fede. La comunicazione della fede è un atto di natura simbolica, ha cioè bisogno di dirsi in simboli, segni, riti e miti, in tipici strumenti culturali, senza mai ridursi evidentemente a quelli.

 

La trascendenza è un punto obbligato per capire la vita

Ma tutto sarebbe incomprensibile se non ci fosse un grande baobab, un grande albero da cui poter guardare la vita per capirne la trama. L’albero è il trascendente, qualcosa che si pone al di sopra delle nostre quattro cose e che ci permette di dar loro il giusto peso e colore, di avere un riferimento, di cogliere l’insieme, la meta, il senso del cammino. E’ nota la storiella delle tre formiche e del passerotto. Un giorno tre formiche inebriate di felicità partono per un grande giro del mondo. Sono attrezzate di ricetrasmittente e ogni tanto si parlano, si informano delle meraviglie che scoprono e danno le coordinate della loro posizione. Io, dice la prima, mi trovo su un albero che ondeggia al vento e l’aria mi accarezza come una lieve brezza mattutina. Io, dice l’altra sto arrampicandomi su un’alta torre di cui non vedo la cima. Io, interviene la terza, sto viaggiando per un deserto immenso, tra canaletti di sabbia che si incrociano e si dipartono in continuazione. Un passerotto sopra un albero intercetta la conversazione e dice alle tre formiche. Quanto siete ingenue! Non sapete collocarvi al posto giusto. Siete tutte e tre su di un elefante, una sulla proboscide, l’altra su di una zampa e la terza sul dorso!

Alle formiche mancava un punto di vista, un baobab, un trascendente e non riuscivano a capirsi. Il nostro modello educativo si porta dentro il suo baobab, altrimenti non saprebbe capire il mistero della vita.

 

Lugano, 29 gennaio 2009



[1] J. ELLUL, «La modernità e la Shoà», in Pardès: Pensare Auschwitz, Tranchida ed, Inchiostro, Brugherio 1995, 219.

[2] E. FROMM, Fuga dalla libertà, Ed. Comunità, Milano 141980, 49.

[3] Z. BAUMAN, La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999, 18.

[4] Attività formative: educazione, istruzione, addestramento, insegnamento, socializzazione, inculturazione, prevenzione, decondizionamento, allevamento, assistenza…

[5] Da “Generazione X” di Douglas Coupland: “Dai ai genitori la minima confidenza e vedrai che la useranno come cric per aprirti a forza e riaggiustarti la vita senza la minima prospettiva. Certe volte mi viene vaglia di prenderli a randellate. Mi viene voglia di dirgli che li invidio a morte per essere cresciuti in un mondo pulita e affrancati dal problema di un futuro senza - futuro. E poi mi viene voglia di strozzarli per la spensieratezza con cui ce l’hanno lasciato nello stesso modo in cui ci avrebbero lasciata in regalo della biancheria sporca.” (Pag. 108)

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