Cesare Bissoli

(NPG 1998-02-19)


La relazione vitale cui rimanda il Catechismo: giovani, catechesi, catechismo [1]

* I giovani come protagonisti dell’incontro.
Essi vanno visti non come curiosi da erudire ed irretire, ma come la misteriosa «concavità» (senso di vuoto, inquietudini, domande, invocazioni, segni di presentimento e di anticipazione della risposta) costituita da Dio stesso per accogliere la proposta evangelica, luogo vitale (come un seno) dell’esperienza di fede.
È la componente umanistica del Catechismo: «Questa voglia di cercare, questa passione che si rigenera dopo ogni tentativo di dissetarla... ci dice quanto sia ‘capace’, spazioso lo spirito dell’uomo e quanto debba essere grande ciò che può riempirlo... Possiamo scoprire che Dio stesso ha preceduto la nostra stessa ricerca» (CdG, 13).
* La catechesi (e il catechista) come «risonanza» del Vangelo di Gesù, dell’Altro protagonista che salva.
Ciò viene espresso nei termini di racconto, di testimonianza, di confronto dialettico (processo di razionalità), di esperienza.
È la componente teologale-teologica del Catechismo.
* Il catechismo come guida organica ed autorevole del cammino all’Incontro, in quanto espressione della fede della chiesa.
Il Catechismo non è solo codice di verità, ma dice la verità della chiesa con l’autenticazione che gli proviene dal riconoscimento magisteriale dei Pastori, ponendosi così come segno di grazia e garanzia di comunione nella verità della fede, ed insieme lasciando largo spazio agli adattamenti che plasmano l’incontro. È la componente ecclesiale e mediatica del Catechismo.

IL PROFILO MATERIALE

Il Catechismo comprende 10 cc. (il CdG/1 ne ha 6) che sviluppano, con maggiore o minore ampiezza, le grandi componenti della cattedrale della fede: componente religiosa nella figura del cristocentrismo trinitario (Dio in Cristo, Cristo in Dio), ecclesiale, celebrativa sacramentale, etico-fondamentale, escatologica, storico-antropologica.
Concretamente i contenuti si distribuiscono in tre momenti.
* Il primo momento è dedicato a suscitare l’avvio del cammino della fede con la tensione della ricerca, amalgamando la riflessione teorica con la testimonianza e la logica narrativa dei vangeli, segnatamente del racconto di Gv 1, 35-39 («Che cercate?», c. 1).
Sono affrontati nodi capitali come il problema del senso, il significato di rivelazione e di fede, ed insieme è messa a fuoco la dinamica della fede cristiana: «cercare-dimorare-decidersi-sperare» (CdG, 35) (A), verbi ripresi in termini più essenziali, come vedremo, nel trinomio «cercare-incontrare-dimorare» (B).[2]
Questo primo capitolo, assai denso, delinea insieme lo spirito e la pedagogia della proposta catechistica nella sua globalità. Bisognerà sempre rifarsi ad esso nella trattazione degli altri temi.
* Poste le premesse di teologia fondamentale, il secondo momento, come già nel CdA e nel CCC, espone il contenuto della proposta cristiana, nel ritmo della triplice rivelazione:
– della causa/avvenimento di Gesù («L’annuncio del Regno», c. 2) con le parole e i segni che lo attuano;
– dell’identità profonda di Gesù e dunque di Dio come Padre («Chi dite che io sia?», c. 3);
– dell’esperienza decisiva, trasformante e veritativa, di Gesù: la Pasqua, morte e risurrezione, come disvelamento, comprensione e consegna nella fede del mistero di salvezza, che consiste appunto nel reciproco incontro tra la Trinità e noi uomini nel Signore Gesù («La Pasqua», c. 4).
Questi capitoli, considerati i più belli del Catechismo, chiedono di fare da asse ermeneutica portante di tutto il resto.
* Il terzo momento fa passare dal dono al compito (dalla redenzione oggettiva a quella soggettiva, dall’indicativo di grazia all’imperativo).
– Donati della vita di Gesù, i cristiani gli appartengono come sue membra e dunque si appartengono: è la appartenenza ecclesiale ritrovata nelle sue radici misteriche, ma anche resa percepibile nella missione al mondo («In Cristo nuove creature», c. 5).
È la qualità ecclesiale della fede.
– Grazie ai «santi segni» del Cristo del vangelo, rinnovati con la potenza dello Spirito Santo dalla comunità (i sacramenti), in particolare il battesimo, l’eucarestia e la riconciliazione, la grazia della vita nuova può esistere, crescere, diffondersi («Celebrare in novità di vita», c. 6).
È la dinamica celebrativa della fede.
– I giovani resi cristiani sono chiamati a vivere nello Spirito una crescente conformazione a Cristo verso la maturità cristiana in maniera da acquisire non una condotta cristiana passabile, ma una vera e propria spiritualità giovanile in cui fanno armonica sintesi gli elementi a volte così lacerati e conflittuali di coscienza, libertà, legge, primato dell’amore di Dio per l’uomo, impegno e preghiera, beatitudini e comandamenti («Vita cristiana, vita nello Spirito», c. 7). Nei capitoli successivi viene detto che tale spiritualità ha nei giovani due campi vitali vocazionali:
* la vita come amore dell’altro, sia verso una creatura con il matrimonio, sia quasi direttamente verso Dio (stato sacerdotale e religioso), («Chiamati ad amare», c. 8);
* la presenza operosa del cristiano nella storia con le qualità e le risorse e i compiti di un credente giovane oggi nella città dell’uomo («Per trasformare il mondo», c. 9).
Come abbiamo intuito è in questo terzo ambito della «dimora» che sono toccati elementi costitutivi della dignità e moralità, quali la coscienza, la libertà, la legge, il progetto di vita, la vocazione; e alcuni ambiti specifici che oggi sembrano interpellare particolarmente i giovani: l’amore e la sessualità, il lavoro, l’impegno nel sociale e nella politica.
È la parte attuativa, l’esperienza storica della fede, la verifica esistenziale del dono di Dio.
– In questo cammino nel tempo si profila la domanda sulla fine (e sulla origine) del tempo e dunque cosa ci è concesso sperare. La pasqua di Gesù diventa punto obbligato che aiuta a decifrare il mistero del tempo, dell’inizio e della (non) fine della vita. Per questo, lungo il percorso detto sopra, «la ricerca e il cammino della fede» «si nutrono dell’invocazione e della speranza», impegnandosi ad «aprire nel mondo e nella storia uno spazio di gratitudine e di profezia», secondo 1 Pt 3, 15 (CdG, 411) («Vivere la speranza», c. 10).
È la prospettiva fondamentale della speranza nel percorso della fede.
Si vorrà notare che questa terza parte (cc. 5-10) è improprio chiamarla parte morale. È piuttosto l’esistenza cristiana nella componente mistica, spirituale, ascetica, etica...
Si vede il riscontro assai vicino con la parte terza del CdA e anche del CCC.
Sempre riferendoci alla parte materiale vanno notati altri elementi del Catechismo, per altro condivisi dal Cdg/1 e dal CdA. Sono elementi metodologici, che attraverso il «come dire» affinano ancora meglio il «che cosa dire». Il mezzo è pur sempre parte del messaggio. Uno riguarda il come attuare il Catechismo; l’altro il come approfondirlo.
Il più importante fattore metodologico in ordine all’attuazione, riguarda la suddivisione di ogni capitolo in due parti, espositiva ed operativa.
– Dapprima abbiamo l’esposizione ragionata dell’argomento: si apre con il titolo generale cui fa subito seguito in corsivo una pagina di contestualizzazione esistenziale, si snoda bene articolata in paragrafi, in media quattro o cinque, con titoli e sottotitoli, è corredata di testi annessi e viene conclusa con una «sintesi» dottrinale che ha la sua utilità.
– Segue una sorta di spinta all’attuazione («Per camminare nella fede»), insomma «fa’ ciò che hai ascoltato», comprensiva ogni volta di sei pagine o schede colorate, precedute da una tavola artistica, dai titoli espressivi: «le domande della vita» (una problematizzazione dei risultati intesi come test di autoverifica od esame di coscienza), «l’ascolto della Parola» (un testo biblico), «la voce della Chiesa» (testi dei Padri), «il dialogo della preghiera» (preghiere prese da testi biblici, liturgici, di santi e autori spirituali), «l’incontro con testimoni» (s. Agostino, D. Comboni, Rosmini, Angela da Foligno, Caterina da Siena, Francesco di Paola, Teresa di Lisieux, Gianna Berretta Molla, G. Lazzati, Francesco d’Assisi), per concludere con la professione di fede: «Maestro che cosa devo fare?» (sono un insieme di testi-stimolo biblici, magisteriali, dottrinali).
Ricordiamo alla fine del Catechismo una formula breve di fede: «Io credo» detto su misura dei giovani, una sorta di «redditio fidei», che può fare da falsariga per una redditio ulteriormente personalizzata da ciascuno.
Un secondo caratteristico elemento di metodo è dato dal costante filone di approfondimento proposto, a tre livelli:
– pagine di «fuori testo» di ordine prevalentemente culturale, con particolare riguardo alla figura di Gesù e alla natura dei Vangeli, ma anche al pluralismo delle religioni, al rapporto fede scienza magia, al problema ecumenico. Evidentemente sono cenni o traccia da adattare e ampliare nel proprio contesto;
– pagine di «schede» che riprendono, spiegandoli, testi fondamentali e tradizionali della fede come il Padre Nostro, il Credo o Simbolo apostolico, il Magnificat, il Decalogo, le Beatitudini, i sacramenti (ordine, unzione degli infermi, matrimonio), la dottrina sociale della Chiesa;
– infine sono continui i rimandi al CCC e al CdA e anche al CdG/1, riportati, si dice, «per l’approfondimento».
Queste sporgenze sull’oltre del testo sono segnali evidenti di come la catechesi dei catechisti sviluppi una elaborazione culturale e sappia di essere fedele quando è capace di andare oltre le righe pur rispettandone la verità intrinseca.

IL PROFILO INTERIORE DEL CATECHISMO

È stato rilevato che il titolo cristologico (come per gli altri Catechismi) riflette (però diversamente dagli altri), nel contesto di Gv 1, 35-39 cui si ispira, una struttura dialogica, intersoggettiva ed insieme dinamica e comunitaria, di cui paradigma perfetto e altamente espressivo è il racconto di Cesarea di Filippo (cf Mc 8, 27-33): «per via», avviene un dialogo tra Gesù e i discepoli cui segue una rivelazione sulla vera identità e destino di Gesù e dei discepoli.

Incontro sulla via

La rivelazione evangelica e dunque il dono della fede avvengono all’incrocio di due soggettività tra loro dialoganti. A Cesarea di Filippo, Gesù si manifesta come il Figlio dell’uomo e dice il suo destino pasquale, dunque la sua identità storico-salvifica, solo dopo che è avvenuta una presa di posizione, una «decisione» da parte degli uomini e dei discepoli stessi: «Cosa dicono gli uomini che io sia? E voi chi dite che io sia?». Nel nostro racconto giovanneo, ma anche nel c. 4 (l’incontro con la samaritana), Gesù innesta una rivelazione di sé che avviene analogamente in un dialogo reciproco: «Che cercate? – Maestro dove abiti?», che in certo modo mette entrambi alla pari: tutti e due, discepoli e Gesù, emettono degli interrogativi reali gli uni agli altri.
In quest’ottica il Catechismo potrebbe, anzi dovrebbe essere una straordinaria educazione della soggettività credente! Ne ha le risorse. In questo senso colpisce la infinita galleria dei volti a partire dal c. 1.
Ma come il dialogo decisivo delle due soggettività, Cristo e l’uomo, a Cesarea di Filippo avviene non per caso, ma «sulla via» dopo un lungo percorso durato 8 capitoli, così anche nel caso nostro, come lascia intravedere il testo giovanneo, l’incontro tra Gesù e l’uomo non si risolve se non nel decidere di camminare insieme, di attendere per il futuro («vedranno») l’esito finale. Normalmente il futuro nella Bibbia, ed ora in bocca a Gesù, è un verbo che promette un accadimento che sarà proprio domani, ma che richiede un avvio nell’oggi (in quel «venite» il futuro «vedrete» comincia già da adesso). In questo senso il Catechismo si manifesta come scuola di maturazione della fede, di superamento consumistico, «prendi e leggi», di promessa che si compie solo dopo il cammino.
Assai bella è l’annotazione a p. 23: «Il ritmo della vita di oggi ci ha insinuato l’idea che tutto si giochi in decisioni immediate, azioni rapide: tutto subito. Non è così per lo sviluppo di abilità agonistiche e sportive, non così per l’apprendimento di un’arte, per la formazione del carattere, per l’esperienza dell’amore... Una novità di vita non si improvvisa: il dono di sé esige di sapersi fermare, prendere in mano la vita, abbandonare la pigrizia della conformità, ritrovare se stessi, permettere a una nuova presenza di dispiegarsi e di trasformarci. Così è stato per i discepoli di Gesù». Si profila nettamente, almeno da queste parole, l’ispirazione catecumenale della catechesi cui mira questo Catechismo.
È suggestivo ricordare che questa prospettiva di lettura ha avuto una solenne ratifica e una vistosa popolarità nella Giornata mondiale dei giovani a Parigi (1997) imperniata sul tema «Venite e vedrete» [3].
Più nascosta, ma non meno determinante è l’esperienza comunitaria, ecclesiale che soggiace ai racconti evangelici di incontro.
La soggettività «discepolo-Gesù», coinvolta a Cesarea di Filippo, come nel dialogo della Samaritana, con i due discepoli di Emmaus, e ancora qui nel «venite e vedrete» giovanneo, convive e si esprime compiutamente sempre nella apertura verso altri soggetti: Gesù si rivela ed è confessato «Salvatore del mondo» soltanto quando la samaritana va verso i samaritani suoi compatrioti e li invita a Gesù (cf Gv 4, 29-30.39-42); i due di Emmaus autenticano la loro conversione pasquale quando ritornano da Simone con la comunità degli apostoli (cf Lc 24, 33-35); i discepoli a Cesarea di Filippo sono confrontati con le risposte degli «uomini» (cf Mc 8, 28) per pervenire alla risposta di fede; pure qui nell’episodio giovanneo, i discepoli sono interpellati in due e in pubblico e hanno una immediata reazione verso un altro, Simon Pietro (cf Gv 1, 40s). Gesù stesso dice della sua identità in riferimento al mistero del Padre e dello Spirito.
Annota il CdG/2: «I due giovani del vangelo cercano insieme e insieme vengono introdotti all’incontro con Gesù... La fraternità nella ricerca li porta alla fraternità nell’esperienza nello stare con Gesù... L’esperienza di fede matura sempre dentro una comunità e conduce a vivere inseriti in una comunità rinnovata nei suoi rapporti» (p. 25). Viene alla mente «io credo-noi crediamo» del CCC.

La dinamica dell’incontro

Entro questo orizzonte (è stato notato che il CdG2 ama le foto-orizzonte, pp. 12.15.23.311.399.403), il profilo del cammino si manifesta chiaramente come dinamica dell’incontro (»Venite e vedrete») nell’area della vita tra giovani (lui/loro), Gesù il Signore, nella mediazione ecclesiale in una reciprocità indivisibile.
Concretamente tale incontro si potrebbe esprimere graficamente nella forma di tre cerchi concentrici riportabili agli ormai ben riconosciuti e spesso citati verbi-chiave: ricercare, incontrare, dimorare, secondo appunto Gv 1, 35-39, formalizzati nella Presentazione del Catechismo (pp. 4-5). Il cerchio più esterno, onnicomprensivo e dunque mai concluso riguarda la ricerca.
È la parte pro-vocativa del Catechismo, che tiene sveglio e sensibile il lettore. Inizia con il c. 1, ma si distende come filo permanente nello scavo di tanti interrogativi, dell’uomo su Dio, ma anche di Cristo verso l’uomo, spunti problematizzanti, segnatamente nella pagina di apertura e nella scheda finale di ogni capitolo «le domande della vita». Le domande mai finite dell’uomo sono però incalzate e disciplinate dalle risposte (e da altre domande) di Gesù – e per reazione del mondo – che si inseriscono nelle domande dei giovani.
«Andiamo da Gesù con le nostre domande ed egli risponde ravvivando ancor più la nostra ricerca. Si rivolge anche a noi dicendo: ‘Che cosa cercate?’, e così ci spinge ad una risposta complessa, che ci obbliga ad approfondire la nostra stessa domanda, fino a scoprirne un senso più profondo: ‘Chi cercate?’ (CdG/2, 20).
Il valore della domanda non è marginale, in quanto essa è vista come presentimento di Dio, educazione allo stupore per la sua presenza, e dunque invito all’accoglienza della relazione vitale della fede nella sua permanente struttura dialogica di «domanda-risposta». Il capitolo finale («vivere la speranza») fa da approdo definitivo.
Si potrebbe dire che il Catechismo risente della fiduciosa inquietudine agostiniana, di quel «non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato», e ancora «inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te» (CdG/2, p. 35).
Ma nella religione biblica il primato sta al punto fermo, e anzi esclamativo, e non a quello interrogativo. Alla Bibbia non si addice il troppo facile ozio dello scetticismo, cui sottilmente si espone, anche tra i giovani, un certo disquisire sofistico all’infinito (libido quaerendi). Si evidenzia così il secondo cerchio interno della proposta come incontro con Gesù (cc. 2-3-4), capitoli, come abbiamo visto, concentrati sulla missione, identità, esiti dell’azione di Gesù, ma ulteriormente sviluppati, come paradigmi genetici, negli altri capitoli (i sacramenti sono incontri con il mistero di Gesù).
L’incontro continua e ogni continuazione della relazione, grazie alla scoperta della Rivelazione, dovrebbe riserva la sorpresa dell’incontro. È la parte centrale motivante, e a mio parere, come già detto, la più bella e riuscita anche letterariamente, del Catechismo.
Dall’incontro trasformante con (il Dio di Gesù) Cristo, nasce la dimora con Dio in Cristo, che si esprime non come una semplice imitazione volonterosa ma estrinseca, ma come partecipazione al mistero di una vita nuova, quella del Risorto, condivisa nella fede dal credente e dunque con uno stile nuovo di vita grazie alla potenza dello Spirito (cc. 5-6-7-8-9).
Ma la «dimora cristiana», in verità, più che la casa fortezza richiama la barca che veleggia all’approdo, secondo la suggestiva immagine di Paolo ai Filippesi (cf 1, 22), verso la nostra abitazione nei cieli (cf Fil 3, 20).
Per quanto impegnato nella città dell’uomo, il cristiano non si illude nel farsi impossibili granai inossidabili (cf Lc 12, 13-21) e quindi non elude per sé e gli altri le scabrose ed inevitabili domande sul futuro, sulla morte, sulla piena realizzazione di sé nella vita senza fine (c. 10). «L’orizzonte del cristiano è di grande respiro, poiché la sua speranza coglie il fine, il senso stesso del vivere. Cristo risorto è promessa di vita eterna» (p. 399).
La «dimora» credente cui richiama il Catechismo assume quindi la valenza etico-spirituale di fedeltà a colui che si è incontrato, spingendosi fino alla convivenza e condivisione senza rimpianti. Come sopra si diceva, è il tempo di «decidersi e di sperare». Il nostro è tempo dello Spirito Santo.

Incontro sulla vita

L’incontro dei due «soggetti» abbiamo detto che avviene sull’area della vita. Del resto «venite e vedrete» sono esperienze di uomini vivi, che nell’«elementare» del «camminare» e del «vedere» si imbattono sulle mille esperienze della vita.
Di tale area della vita sono stati rilevati alcuni pilastri o concentrazioni o punti nodali. G. Laiti, presentando il CdG/2 alla riunione dei direttori degli UCD (Collevalenza 1997) sottolinea i seguenti: storia, alterità, corporeità, libertà.
Per una loro esplicitazione rimandiamo all’articolo di Padovani in questo stesso dossier.

La logica e l’ispirazione

La sequenza dei capitoli segue una logica che è insieme propria della teologia fondamentale e corrisponde al farsi della storia della salvezza.
Così, dal punto di vista della teologia fondamentale, è evidente la logica soggiacente: le domande che provocano la ricerca, la proposta-risposta della rivelazione, l’attuazione nell’esperienza vissuta.
Ma tale logica non è detta in termini di una apologetica razionale estrinseca, ma piuttosto viene fatta emergere dalla presentazione di avvenimenti compiuti, da una storia già capitata e che continua ancora: è cioè dominante nel Catechismo la logica della storia della salvezza, almeno nella parte conclusiva del NT, cioè nella vicenda di Gesù (l’AT infatti piuttosto latita!).
È la vita Jesu (et ecclesiae) che porta dentro di sé sia lo stimolo della ricerca, sia la grazia della proposta e risposta, sia l’itinerario di chiamata e incontro dei discepoli con Gesù.
In tale incontro prolungato come una dimora («restarono con lui») si compie la doppia rivelazione, che è insieme progetto di vita, di chi è Gesù (svelamento della sua causa, il Regno di Dio con gli atti connessi, segnatamente il grande atto decisivo che è la Pasqua) e svelamento di chi è l’uomo fatto discepolo di Cristo (la sua condizione nuova in ecclesia, la sua vita da credente nel mondo secondo la dinamica dello Spirito di libertà, di amore, di impegno di trasformazione, di speranza).
Non si potrebbe dire bene questo Catechismo staccandosi dall’esperienza evangelica di Gesù, così bene espressa nei primi quattro capitoli che sono anche tra i più riusciti.
Si avverte una forte ispirazione che traduciamo in categorie dominanti.
– L’ispirazione cristocentrica è centrale, un sano cristocentrismo trinitario, si intende, in termini non solo ontologici (il che è acquisito dopo il Vaticano II), ma anche pedagogico-didattici: dire Dio non solo secondo Gesù Cristo, ma anche come Gesù Cristo lo ha detto e dunque seguendo il filo dei vangeli. Irresistibile è il passaggio, sopra ricordato, dal «che cosa cercate» degli inizi al «chi cercate», e dunque trovate, della fine.
«La fede nasce da un’esperienza, la risposta approda ad un incontro: Gesù... In Gesù il volto del Dio invisibile si rende visibilmente presente: incontrare Gesù è incontrare Dio» (CdG/2, 23; 20).
Questo Catechismo, come gli altri, e ancora di più, è appassionata attenzione su Gesù, sulla totalità del suo mistero, e dunque sul mistero di Dio, dell’uomo, della storia.
– Non per nulla altra ispirazione dominante è la biblica, o meglio quella evangelica, per cui Gv 1, 35-39 non fa solo da avvio, ma – come abbiamo detto sopra – fa da nucleo generatore vero e proprio di tutto il Catechismo È ruolo analogo a quello esercitato da Gv 4 (racconto della samaritana) nel CdA (c. 1 e 5), ma qui nel CdG l’icona evangelica è assai più rimarcata e riveste una grossa rilevanza pedagogica: «La narrazione ha un valore esemplare, una validità per tutti i tempi e tutti i luoghi. Nel colloquio con questi due discepoli Gesù parla con noi» (p. 14).
Sinceramente mi sarei aspettato un richiamo esplicito più frequente lungo lo snodarsi del testo, magari nell’ultimo capitolo, la meta finale del «venite e vedrete».
– Ha posto cospicuo l’ispirazione o mediazione narrativa: i capitoli 1-4 sono un incantevole ed intelligente racconto commentato della storia di Gesù, quasi invito a fare del racconto la via catechistica migliore in quanto facilita la forza della testimonianza. Il racconto infatti è racconto di qualcosa di avvenuto. I fatti del vangelo fondano la fede. E dunque il racconto di fatti diventa mediazione decisiva. Elemento questo che appare poi nelle schede di attuazione, nelle figure dei testimoni. Il primo del quale dovrà essere il catechista, colui che presta il suo io narrante alla rinnovata autonarrazione di Gesù da parte dello Spirito.
– Contrariamente a quanto forse si sarebbe atteso, il taglio è piuttosto kerigmatico: si mira a passare dal «mistero all’esperienza», più che viceversa, mostrare che il Vangelo è sfida dei giovani e non solo oggetto sfidato da loro, che la risposta di Dio non nasce in certo modo dalle domande nostre, che possono mancare od essere banali, ma che la sua risposta sveglia noi dal sonno della pigrizia e genera interrogativi vecchi e nuovi, che la ricerca umana non solo si compie nel vangelo, ma questo è apertura e dono di un umanesimo singolare.
La scelta pare essere ad arte: riferimenti troppo specifici all’attualità portano sì concretezza, ma anche rapido invecchiamento (v. Presentazione, p. 6) A mio parere è un modo alternativo efficace contro approcci antropologisti così riduttivi che rischiano di non giungere mai all’ascolto del messaggio.
– Anche perché preferenza kerigmatica non vuol dire trattazione dogmatica ed astratta. È facile notare che nel percorso sono fatte sprigionare le tantissime valenze umane del dato cristiano e che anzi questo non si sottrae alle istanze della ragione critica (le domande di ricerca), alla elaborazione dottrinale più approfondita (vedi i «fuori testo» e le «schede» e in particolare il patrimonio iconografico che richiama i linguaggi così evocativi dell’arte e della cultura umanistica che vi sta sotto). Insomma, non vi è una esposizione carismatica, tra adepti, tendente all’apofatismo del mistico, ma si fa provocazione culturale, almeno in prospettiva, dibattito, confronto con altre idee o anche posizioni contrarie. Probabilmente si dovrà fare ancora di più a questo proposito. Non dimentichiamo che in quel «venite e vedrete» di Gesù ci sta la vita intera del Maestro, e ben sappiamo quale serrato gioco di domande solchino i vangeli, dei discepoli a Gesù, e di questi a quelli, e degli altri a Gesù e ai discepoli. Interrogativi che si placano con il centurione sotto la croce, a Pasqua: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio» (Mc 15, 39).
– Infine, come dimostrano le sei schede operative in ogni capitolo, il Catechismo tende, ma è solo un segnale che poteva essere più elaborato, ad avvalersi della globalità dei linguaggi della fede (Bibbia, liturgia, padri della chiesa, magistero, santi e testimoni del tempo, esperienza umana). Non soltanto in vista di una completezza dottrinale, ma per rispettare la globalità dei segni dell’avvenimento della Parola di Dio, che ha la sorgente nella Bibbia, ma assume le tante modulazioni che conferisce alla parola biblica l’esperienza di fede nella chiesa.
È stata un po’ la sfida catechistica del CCC. È lasciato al catechista farne pratica.

PER LA VITA CRISTIANA

Globalmente il Catechismo si configura alla stregua degli altri volumi dell’unico Catechismo per la vita cristiana (comprese le formule tradizionali di orazione): è testo piuttosto compatto, denso e fin troppo ampio (430 pp; il CdG/1, 348 pp), non è per sé testo didattico, resta disponibile ad una lettura individuale e laica: per questo appare alleggerito da titoli e sottotitoli, grafici ed immagini che mostrano una intelligenza compositiva di fondo, meritevole di approfondimento.
Ancora, il CdG/2 è un libro della fede che si situa tra il CdG/1 (Io ho scelto voi) e il CdA (La verità vi farà liberi). Con il CdG/1 copre l’area della catechesi giovanile, ma ne rende i contenuti di fede in termini più maturi e anche più kerigmatici e argomentativi, ne mantiene l’enfasi esistenziale e seguita a proporre schede di lavoro; al CdA, il CdG/2 rimanda spontaneamente per tanta ispirazione di fondo e come riferimento obbligato – e per dei giovani non tanto lontano – per una visione completa dell’organismo della fede.
Quanto alla pedagogia di uso, in sintesi mi pare di poter dire che questo Catechismo invoca una catechesi intersoggettiva, dialogica e processuale, come un cammino, in cui la rivelazione (la persona di Gesù) tocca l’esperienza del giovane, gradualmente la apre, la elabora, la matura alla vita nella fede. Il modello pedagogico che immediatamente viene alla mente è la via classica del «catecumenato».
Il Catechismo è per giovani (non per adolescenti) che hanno ascoltato il primo annuncio, o che si mettono nella disposizione di ascoltarlo tramite il Catechismo. Il Catechismo infatti conduce subito in medias res (la fede della chiesa alla sorgente del vangelo) avendo fiducia nella capacità riflessiva dei giovani. Chiaramente il luogo del Catechismo sono singoli, gruppi, ambienti di vita. Gv 1, 35-39 parte dalla strada, porta alla familiarità della casa, spinge di nuovo sulla strada per nuovi incontri. Non è però un manuale di formazione per temi specifici, ma nella globalità di proposta (mira dunque anche questo Catechismo più al radicamento che alla specializzazione di quanto già impiantato), conosce urgenze e interessi specifici tipici del giovane, specie nei capitoli 5-10: fidanzamento e preparazione al matrimonio, lavoro, volontariato, tempo libero, attenzione al socio-politico.
Il cammino va realizzato seguendo quanto viene detto dal Catechismo, nella sua logica di presentazione. Spezzarlo come fosse un dossier, per estrarre degli itinerari con un altra logica, è sminuirlo e tradirlo. Vi sono catechisti che parlano di itinerari biblico, cristologico, antropologico, etico. Secondo me sono componenti che possono diventare privilegiati punti di vista dell’insieme e percorsi suscettibili di ampliamento (specie quello biblico), ma non vie separate. Lascerei la parola itinerario alla elaborazione pedagogico-didattica dei contenuti del testo presi come sono proposti.
Invece occorre badare ad una attenzione catecumenale nell’attuazione, in cui si cura la maturazione nelle diverse tappe della ricerca-incontro-dimora, intese come domande dell’uomo, rivelazione di Cristo, approfondimento di fede, appartenenza alla chiesa, in particolare curando la realizzazione reale dell’esperienza articolata proposta nella parte conclusiva.
«La vita in Cristo è per sua natura esperienza di crescita progressiva verso una maturità mai pienamente raggiunta. Si è cristiani solo per diventarlo... È una lenta maturazione della persona che interessa l’intelligenza, la volontà e l’affettività... Questo è vero in modo particolare per l’età giovanile, quando l’esperienza di fede si colloca in un momento contrassegnato da un intenso, prepotente dinamismo di scoperta e di crescita» (CdG/2, 299).
Ciò richiede, come è proprio del catecumenato, non aver fretta, stabilire un accompagnamento, fare tutti i passaggi logici, eucologici e celebrativi, esperienziali, verificarsi su di essi con il classico scrutinium catecumenale (v. nel conclusivo «Per camminare nella fede», la prima scheda su «le domande della vita»), magari fare dei segni di traditio-redditio lungo il cammino, relativamente alla Bibbia, al Salterio, alla preghiera del Signore, a un impegno di servizio...
Così la fase iniziale di ricerca si può concludere scrivendo la propria carta di identità di fede (e non fede), mettendola davanti ad una icona di Gesù; alla conclusione si acquisirà dalla comunità dei credenti la «carta di identità» di Gesù e del discepolo...
In questa progressione catecumenale non deve mancare lo spessore culturale. La situazione di forte pluralismo in cui avviene oggi l’esperienza di fede, all’interno della stessa comunità dei credenti, rende «necessaria una ricerca che sappia unire la passione alla capacità critica, in modo da discernere ciò che è frutto del doveroso compito del dialogare con le tante culture dalle accentuazioni che portano ad enfatizzare alcuni tratti di verità a scapito degli altri. Ci vuole il coraggio di aprire il proprio camino alla verità... poggiando su criteri che resistono alle mode e alle soluzioni di comodo» (CdG/2, 18).
Discernimento, apertura alla verità, rifiuto dello stereotipo, informazione motivata... ecco elementi che fanno la cultura della fede.

Altre indicazioni di percorso didattico

Ne indichiamo due, «dall’alto e dal basso».
* Stando all’interno del Vangelo, valorizzare l’icona centrale del Catechismo, ossia il racconto giovanneo di Gv 1, 35-39.40-42.
Abbiamo già offerto molti accenni. Il testo può valere come fonte ispirativa che dice tutto il tragitto e le componenti di esso («cercare-dimorare-decidersi-sperare»):
– due soggetti umani personali, liberi sono in interazione: Gesù e i discepoli;
– di entrambi si dice le rispettive domande che innestano una ricerca reciproca: i discepoli su chi è Gesù e sul loro destino; Gesù sulla rispondenza dei discepoli alla sua propria rivelazione a loro;
– si profila non un attimo per la risposta ma tutto un percorso che inizia con il consenso storico («Restarono con lui. Ed erano le quattro del pomeriggio»: 1, 39);
– percorso che dura tutta una vita, quella di Gesù, da ben ripassare in tutti gli atti: la sua causa, le sue parole ed azioni, il suo decisivo atto finale (cc. 2-4);
– percorso fatto insieme, dei discepoli con Gesù, ma anche di discepoli tra loro convinti della presenza di Gesù e capaci di farsene missionari. È la connotazione ecclesiale e lo stile nuovo di vita che emerge, vivendo nel quotidiano il Vangelo ritrovato finché Lui venga (cf Gv 21, 22), in clima di impegno e di speranza. (cc. 5-10).
* A partire dal basso, dalla sensibilità giovanile e dalla cultura, si potrebbe istituire una esperienza dell’incontro con Gesù secondo le note formule: Ci sei? chi sei? che dici o qual è il tuo pensiero? che cosa hai fatto? quale è il tuo mistero? come incontrarti?
Infine va rispettata la ricchezza dei linguaggi-segni-esperienze che dicono l’incontro con Dio in Gesù nella comunità dei credenti, tra cui l’ascolto, la preghiera, i sacramenti, la diakonia, ma anche arricchendo i testi, specie le schede operative, in particolare la galleria dei testimoni, piuttosto esile, ed approdando a concrete esperienze di fede cristiana.
Il tutto, lo ricordiamo appena, non può essere un insieme di nozioni vere, ma staccate e momentanee. Si tratta di un Catechismo per il progetto di vita del giovane.
Ma qui si apre il necessario sguardo di pastorale giovanile chiamata a interiorizzare e contestualizzare il cammino del Catechismo.

I limiti

Si può parlare di limiti e manchevolezze?
È inevitabile, sapendo che fare un Catechismo per dei giovani (e non solo per loro) è oggi operazione quasi impossibile, dove prevale per sé più la tenacia della volontà che la spinta della ragione, comunque codice di lettura da mediare fortemente nella comunicazione.
Vedo elementi che fanno discutere:
– vi si intravede un laborioso cammino redazionale che si riflette nella diversità delle parti;
– il linguaggio grammaticalmente e stilisticamente è facile, ma semanticamente è compatto, denso, alternativo alle forme dello spot impressionistico, del «colpo d’occhio» subliminale (videoclips), certamente esigente una certa soglia tecnico-culturale negli uditori, anche tra i credenti;
– talvolta (specie nei capitoli 5 ss) i giovani sono piuttosto dirimpettai al messaggio, il quale appare già confezionato per tutti, piuttosto che innervato sulle attese, linguaggio, assumibilità da parte dei giovani;
– non paiono centrali tematiche che meriterebbero di più: il problema del male e del dolore prima di tutto, il problema del senso, il problema della ragione in rapporto alla fede, il mistero di Dio e dell’uomo... Invece che sostare sulle questioni di «teologia della soglia» si è voluto entrare dentro l’abitato cristiano e semmai da lì si cerca di ricuperare le questioni fondamentali o preambula fidei;
– la relazione tra le schede operative («Per camminare nella fede») e l’esposizione previa vede quelle piuttosto povere, semplificatorie... Anche le figure testimoniali riprodotte sono un po’ estemporanee. Forse, almeno in avvio, si dovrà ricorrere a figure di cristiani meno canonizzati ma più vicini.
Vi è certamente del lavoro da compiere nella comunicazione sul campo.
In questo senso un Catechismo è meno un calco da riprodurre, che un paradigma che addita una direzione da compiere in proprio.


NOTE

[1] Una prima elementare presentazione è Il Catechismo dei giovani «Venite e vedrete», in via Verità e vita, n. 164, 1997.
[2] Si noti la variazione semantica tra i due costrutti:
c. 1 : ricercare (A e B)
c. 2-4: dimorare (A); incontrare (B)
c. 5-9: decidersi (A); dimorare (B)
c. 10 : sperare (A); dimorare (B).
3) Altra, ma anche suggestiva, è la parabola della «risposta di Dio all’uomo nel vento-spirito» evidenziata da Giovanni Paolo II a Bologna a seguito della celebre ballata di B. Dylan.