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Ragioni e significato del «sì» alla vita»


Riccardo Tonelli

(NPG 1998-01-11)


Per questo dossier abbiamo scelto un titolo un poco strano: una cultura del «sì alla vita». Preso da alcuni punti di vista, forse non brilla per chiarezza. Considerato da altri, può dare l’impressione di concentrare risorse e provocare attenzione su un tema che non ha proprio bisogno di grosse riflessioni, almeno nella stagione culturale che stiamo vivendo. Eppure, la riflessione condivisa nel gruppo redazionale di NPG ci ha convinti della sua urgenza e attualità. Per aiutare il lettore a verificare cosa c’è di nuovo nella proposta e quanto essa sia motivata, si rende necessaria qualche precisazione pregiudiziale. Le note che seguono, assolvono a questa funzione, facendo il punto della questione e suggerendo le ragioni e il significato della proposta.

PER CAPIRE IL PROBLEMA

Due sono, in sintesi, le ragioni che ci hanno spinto ad affrontare il tema:
– un rilancio motivato del cammino percorso in questi anni da NPG, per collocare l’attenzione alla vita, spesso raccomandata, in una prospettiva più motivata e matura;
– la consapevolezza di dover reagire ad alcune linee di tendenza in atto, che appaiono venate da ingiustificato pessimismo. Queste due ragioni si intrecciano in un’unica ricerca, orientata ad immaginare un progetto culturale attento alla vita.

Il cammino percorso da NPG

In questi anni, nelle proposte di NPG si è progressivamente consolidato, verificato e approfondito l’orientamento a considerare la vita quotidiana come la grande risorsa di cui ciascuno dispone per vivere con serietà e responsabilità il proprio progetto di esistenza. Ci vorrebbero lunghi discorsi per spiegare e precisare l’affermazione. Come è evidente, li risparmio al lettore che ha camminato con noi in questi anni. Suggerisco invece a chi ha assunto, da poco, dimestichezza con le pagine della rivista una rapida navigazione nel Cd-rom che ripropone, in modo articolato, il materiale dei trent’anni della nostra vita redazionale [1]. Una parola però va detta.
La ragione che ha scatenato questo orientamento è stata, per noi, di chiara intonazione teologica: Gesù di Nazareth è volto e parola di Dio nella grazia della sua umanità. In questo modo abbiamo riscoperto l’evento che sta alla radice della esperienza di salvezza. Chi come noi si chiede chi è Dio e chi siamo noi (affronta cioè le questioni teologiche e antropologiche più radicali), riconosce da una parte che quell’intreccio di umanità che è la nostra vita quotidiana propone la grande e definitiva rivelazione del mistero di Dio; dall’altra constata che il riconoscimento di questa funzione comporta, d’immediata conseguenza, l’accertamento di un livello insperato di dignità dell’umanità dell’uomo, chiamato a diventare lo strumento rivelativo del mistero.
Le conseguenze sul piano operativo sono enormi ed affascinanti. Nell’educazione e nell’educazione alla fede, la vita quotidiana va riconosciuta come la grande risorsa, da restituire in pienezza e autenticità ad ogni persona, per renderle possibile l’esperienza della salvezza e la decisione di dimorare in essa. Anche la spiritualità cristiana ritrova un orientamento nuovo. Possiamo quindi superare i modelli tradizionali, costruiti attorno ad una paura della vita che spingeva alla sua «fuga», e assumere, al contrario, una spiritualità dell’amore alla vita, che si apre nell’esperienza della sua pienezza e si impegni ad autenticarla progressivamente secondo il progetto di Dio. Il nostro cammino è stato attraversato però da non poche incertezze e da frequenti, forti contestazioni. Ci hanno, le une e le altre, costretti a pensare e sollecitato a non dare mai per scontato quello che era, all’inizio, frutto di intuizioni teologiche e di scambi culturali. Ora lo riconosciamo con gioia e gratitudine.
Un po’ alla volta, le reazioni critiche e quelle più o meno preoccupate hanno assunto toni meno violenti. La piattaforma di accordo si è allargata, anche a partire da esperienze diverse… e quelli che non riuscivano proprio a condividere qualcosa in questa logica, hanno deciso percorsi differenti. A questo punto, però, i problemi sono sorti dall’interno. Consolidata la scelta della vita, sul piano educativo e pastorale, abbiamo avvertito mille ragioni che sembravano ributtare tutto all’aria.
Da una parte, infatti, la stessa vita, accolta con disponibile serietà, ci chiede di verificare se esistono motivi validi per confessare una fiducia tanto ampia. La consapevolezza del male, diffuso e pervasivo, e la coscienza del limite, quasi invalicabile, che l’attraversa, crescono in progressione diretta con l’amore e l’accoglienza della vita stessa.
Dall’altra, lo sguardo allargato verso i cambi culturali in atto, spronato, ancora una volta, dall’amore alla vita, ci porta a constatare che quello che un tempo sembrava richiesto dal clima che si respirava, oggi viene denunciato dallo stesso clima in atto. Di molte crisi attuali si incolpano i modelli permissivi del recente passato… quelli, appunto, che avevano inventato l’enfasi sulla vita e sulla sua accoglienza. Sembra, quasi, che la perdita di dimensioni irrinunciabili dell’esistenza (la serietà, la responsabilità, l’attenzione al passato, la progettazione rigorosa, il senso del sacrificio e l’ascesi…) sia l’esito scontato di una attività educativa che dava troppa fiducia alla vita. Se le cose stanno così… ha ancora senso parlare di «sì alla vita» o l’invito a costruire una cultura del «sì alla vita» non è davvero una nostalgia inutile e pericolosa?

Sulla frontiera della cultura attuale

Gli ultimi cenni aprono alla seconda delle due ragioni che ci ha spinto ad affrontare il tema del dossier.
Viviamo in una cultura dove predomina la denuncia, la paura, l’incertezza e lo scoraggiamento. Siamo sotto l’incubo di ciò che non funziona e di ciò che fa problema... con la conseguente spietata ricerca degli elementi da colpevolizzare. È facile attardarsi negli elenchi lamentosi dei mille problemi che attraversano l’esistenza quotidiana. Spesso, quasi come reazione di rilancio, è facile constatare una diffusa tendenza a far diventare normale e fascinoso solo ciò che è deviante, negativo, alternativo, fino a banalizzare il ritmo faticoso dell’esistenza di tutti i giorni. La conflittualità (a livello personale e sociale) sta diventando, insomma, una componente normale dei processi di maturazione. Certo, il realismo, anche nell’ambito educativo, è una conquista da cui non possiamo tornare indietro. Di conseguenza, si teme che le troppe sicurezze siano espressione di un volontarismo e di un utopismo vecchia maniera.
Mille problemi drammatici, infatti, sono sotto lo sguardo di tutti e la presuntuosa onnipotenza di qualcuno viene distrutta alla radice dall’improvvisa comparsa di flagelli incontrollabili. Anche questo realismo ha però un rovescio della medaglia che pone preoccupazioni non piccole: la pretesa di indicare in modo privilegiato ciò che va evitato e i rischi connessi in certi comportamenti, rinunciando a proporre la forza del positivo.

LA PROPOSTA

Le due situazioni, appena ricordate, hanno spessore e risonanza molto diversi. La prima pone un problema che riguarda direttamente solo gli orientamenti redazionali. La seconda, invece, sollecita verso un giudizio sui modelli culturali ed educativi diffusi in questa nostra stagione. Ci vuol poco però a constatare quanto l’una richiami immediatamente l’altra. Infatti, chi si trova d’accordo sugli orientamenti che dominano il tempo in cui viviamo e non ha difficoltà a condividerne la giustificazione, è costretto a rifiutare o a ridimensionare l’eccessiva fiducia sulla vita del nostro progetto educativo e pastorale.
Di qui la questione che il dossier vuole affrontare: possiamo condividere quell’atteggiamento che assume la conflittualità come ragione indisturbata di crescita? Se rispondiamo in modo affermativo, dobbiamo, in coerenza, rivisitare molte posizioni educative e pastorali della rivista. La vita ritorna a scadere da risorsa a fonte di problemi, e solo una reazione coraggiosa di fronte ad essa permette una crescita in maturità e responsabilità. Se, al contrario, arriviamo a contestare come ingiustificato questo clima culturale, rilanciamo la linea di NPG e, nella sua logica, cerchiamo interventi concreti di sostegno per una cultura del «sì alla vita».
Il problema è, decisamente, educativo e pastorale. Riguarda, in altre parole, la prassi che lega adulti e giovani attorno a progetti comuni. La soluzione di questo problema non può però limitarsi a repertori di suggerimenti. Esige, al contrario, la costruzione di un entroterra motivante. Richiede cioè la capacità di andare alla radice dell’esperienza umana e si traduce nella elaborazione di un coerente modello culturale.

L’ISPIRAZIONE DEL DOSSIER

Bastano questi cenni per concludere sulla mole di lavoro che il tema sollecita. Davvero… c’è materiale abbondante per produrre molto di più di un dossier. Va detto subito, per non lasciare l’impressione di voler caricare questo dossier di attese che sarebbe quasi impossibile saturare. La nostra pretesa è molto più limitata: affermare con forza la scelta che abbiamo progressivamente maturato in redazione, giustificarla e mostrare alcune condizioni educative che la rendano operativa.
Il lettore attento ha già capito, infatti, da che parte stiamo. Lo dice, del resto, il titolo stesso del dossier: una cultura del sì alla vita.
In concreto, proponiamo la scelta di un modello culturale che sappia porsi come alternativo alla diffusa cultura del conflitto, della colpevolizzazione, della denuncia. In questo senso, il dossier cerca di motivare e rilanciare un po’ di fiducia nella vita.
Il cammino ha due movimenti obbligatori:
– una meditazione teologica, per fondare su radici sicure la proposta stessa,
– un modello culturale, capace di offrire un’alternativa a quelli dominanti.
Da questi due movimenti scaturisce un progetto educativo (sulla linea di atteggiamenti e di strategie) che sappia elaborare quello che costatiamo come negativo e che vogliamo superare nell’azione educativa e pastorale quotidiana.
Nel dossier abbiamo previsto una serie di articoli che hanno la funzione di suggerire, con una certa profondità, qualcosa a questo proposito. La complessità dell’argomento spinge però a tracciare una specie di quadro di riferimento globale per dare contesto ai singoli articoli. Le note che seguono assolvono a questa funzione.

Il riferimento teologico

Non ci piace quel modo di fare teologia che cerca di ignorare, più o meno consapevolmente, la realtà e il suo peso condizionante. Non possiamo però neppure accontentarci di una lettura superficiale dell’esistente, per decidere i riferimenti e le linee di azione solo sotto l’urgenza di quello che appare. Cerchiamo invece una lettura «credente» della realtà, per cogliere i segni della presenza di Dio nella trama della storia e leggere la storia da questa prospettiva.
In questa logica ci guardiamo d’attorno. Verifichiamo l’esistente e pronunciamo un giudizio motivato su esso, capace di ispirare le scelte operative.
Che valutazione possiamo dare della realtà in cui siamo immersi? L’esperienza di Gesù, Signore della storia, e la decisione ecclesiale di dimorare nella sua sequela… come ci aiuta a vedere la realtà, «oltre» ciò che si vede e si constata, per «possedere ciò che solo speriamo» (Eb 11, 1)?

Il grande sì di Dio alla vita

Il credente riconosce di vivere immerso in un grande e radicale sì: il sì di Dio alla vita, all’uomo, alla sua avventura nella storia. Esso sta prima di ogni nostro sì. È il suo fondamento e la ragione di una speranza che sta oltre ogni incertezza e ogni rischio.
Una lettura credente della storia è, però, sempre piena di realismo. Per questo constata la presenza inquietante del male nel tessuto dell’esistenza personale e collettiva. Si chiede, di conseguenza, qual è la sua ragione e quale il suo senso. L’accoglienza della vita e la fiducia in essa sta o cade sul tipo di risposta che possiamo dare a questi interrogativi.

Un percorso coerente

Su questi interrogativi abbiamo meditato a lungo nella nostra ricerca. Alcuni frammenti di teologia della storia sono diventati il nostro punto di riferimento obbligante. Li ricordo qui quasi a flash, per dare una specie di chiave di lettura e di contestualizzazione agli articoli che nel dossier affrontano il tema in modo esplicito.
– Il male è il vuoto, la mancanza di vita, lo schiacciamento dell’amore e dell’incontro interpersonale. Esso sta all’inizio dell’avventura dell’uomo, come singolo e soprattutto come collettività.
– Dio prende posizione contro il male attraverso il suo atto creativo. Fa irruenza nella storia, per immettere un principio di vita, di amore dialogico. Il suo atto creativo costituisce la libertà dell’uomo, come responsabilità ad allargare l’ambito della vita, controllando progressivamente le resistenze del male.
– Nel tempo, l’azione creativa di Dio si confronta con la libertà e responsabilità dell’uomo. Possiamo controllare la resistenza del male, realizzando progressivi gesti di accoglienza della forza della vita e dell’amore. O possiamo allargare la tendenza entropica (allargamento del male, anche a causa di responsabilità più ampie e di conoscenze più approfondite). Il tempo, che ci è affidato e in cui esistiamo, è un’avventura drammatica: siamo coinvolti in prima persona nella possibilità di resistere al male e vincerne le logiche o di rifiutare la vita, aumentando le potenzialità del male.
– La fede riconosce la presenza di Gesù Cristo in questa drammatica avventura. Egli è il segno del progetto efficace dell’azione creativa di Dio per la vittoria della vita. Ed è il segno di come realizzare il progetto di vita che l’azione creativa di Dio ha iniziato.
– Gesù rivela la presenza nella storia di un principio inedito, sconvolgente rispetto alle logiche del male: la debolezza e la sconfitta (la croce) sono vittoria della vita, quando la vita stessa viene vissuta come disponibilità all’amore e affidamento al progetto di Dio. La presenza di Gesù è «salvezza» (redenzione della creazione verso l’esito conclusivo) perché porta a realizzazione l’irruenza della vita sul male e assicura sull’esito di questa avventura drammatica.
– L’avventura della storia è già carica di frammenti di questa presenza vittoriosa dell’azione creativa e redentiva di Dio. Sono infatti segni dell’esito vittorioso tutti coloro che, magari senza consapevolezza esplicita, continuano l’esperienza di Gesù di Nazareth, per «portare» il male e «vincerlo» nell’amore che si dona.

Un modello culturale

Chi sono io?
Di risposte ne possediamo tante. Spesso sono giocate all’insegna di quello che appare a prima vista o di quello che possiamo conquistare nella fatica delle nostre mani.
Gli esiti di questa operazione sono però alla portata di tutti; e sono tutt’altro che consolanti. Se la risposta all’interrogativo è frutto di quello che appare o solo di quello che riusciamo a costruire, diventa facile dividere secondo categorie conflittuali, ricorrere alla sopraffazione per saltare sulla categoria più elevata, giocare ogni frammento di umanità nel terreno dello scontro, per resistere agli assalti e per conservare, con le armi al piede, ciò che è stato conquistato.
La cultura della conflittualità è espressione ed esito di una ricomprensione limitata del mistero della nostra esistenza. La prospettiva teologica, ritagliata nelle righe precedenti, ci porta a rispondere all’interrogativo fondamentale che attraversa ogni esistenza, in un modo davvero nuovo e originale.
– Noi non siamo il bene: non lo possiamo neppure pensare né possiamo costruire giustizia. L’impossibilità riconosciuta è riconoscimento del limite insuperabile che ci attraversa. Il cammino verso la verità ci costringe a rifiutare l’orgoglio illuminista che ci trascina a fare di noi stessi il «soggetto», aumentando il potenziale che possediamo o raffinando le nostre capacità.
– Solo Dio è il principio del bene. Egli lo costruisce, facendo irruzione nella storia con la sua azione creatrice e restituendo ad essa la possibilità del suo esito positivo.
Per questo, nel riconoscimento e nell’affidamento, ritroviamo la possibilità di «potere tutto», dalla parte della vita. La nostra debolezza, riconosciuta e accolta, è principio inedito di trasformazione.
Una cultura del «sì alla vita» prende atto di queste considerazioni e cerca di montarle in una specie di progetto culturale operativo, alternativo rispetto a quello dominante. Alcuni tratti li valutiamo decisivi per questa operazione impegnativa. Per esempio:
– abilitare a leggere la realtà sapendo cogliere i segni positivi e gli elementi problematici, in termini di disponibile realismo e di confronto che sa accogliere la differenza come contributo prezioso per la propria autenticità;
– impegnare a superare la distruttività, trasformandola in costruttività operosa;
– ritrovare la capacità di lottare come esito dell’urgenza costruttiva, nell’amore, nel confronto, nel dialogo, nell’accoglienza;
– recuperare la capacità di gestire la complessità, sociale e valoriale, in un atteggiamento realistico e in uno stile di sufficiente distacco.

UN PROGETTO EDUCATIVO COME CONDIZIONE

Vari articoli del dossier riprendono e sviluppano le note teologiche e antropologiche tracciate nelle pagine precedenti. Non c’è proprio bisogno di allungare il discorso in questo momento. Un tema però richiede attenzione speciale: la dimensione educativa. Rappresenta quello che ci interessa più da vicino e funziona come campo di verifica e di trascrizione operativa di quanto è stato suggerito nelle pagine precedenti. Anche su questo aspetto abbiamo previsto articoli di approfondimento. Non sono però specifici… perché ci stava a cuore analizzare soprattutto alcune dimensioni complementari di questo impegnativo confronto. Qualche riflessione va quindi aggiunta a quelle che il lettore attento troverà nelle pagine che seguono, per suggerire qualche rilievo maggiormente pertinente.
Ricordo tre preoccupazioni. Montate in un insieme dinamico, possono offrire una organizzazione delle risorse educative che possediamo e di quelle che possiamo elaborare.

Ripensare alla funzione educativa del «sacrificio»

Un poco alla volta si è consolidata una pessima abitudine: quella di contrapporre l’accettazione della vita e la fiducia in essa, riconosciuta come grande risorsa educativa, all’impegno di serietà e al coraggio di assumere la vita come realtà esigente e interpellante.
Di conseguenza, nell’ambito dell’educazione, si sono consolidati due schieramenti opposti.
Da una parte, stanno coloro che fanno dell’accondiscendenza rassegnata la loro bandiera e sono disposti a tutto pur di non perdere la simpatia dei giovani.
Dall’altra, stanno quelli che invece avvertono la necessità di fare proposte esigenti, di richiamare al dovere e alle sue responsabilità e propongono la via del «sacrificio» come la condizione di ogni realizzazione.
Ormai tra i due schieramenti non c’è più dialogo, ma scambio reciproco di accuse.
Un progetto educativo, impegnato a definire una cultura della vita, fa i conti, continuamente, con le esigenze della «vita dura» e, di conseguenza, fa spazio alla centralità del «sacrificio» per la vita e la felicità.
Devo spiegarmi con qualche parola in più, per evitare di essere frainteso.
Il richiamo al «sacrificio» rappresenta uno dei tratti tipici dei modelli educativi tradizionali. Non lo sto riproponendo quasi per introdurre dalla finestra quello che è stato estromesso dalla porta.
Non si tratta affatto di ripensamenti all’ultima ora, né di recupero sull’onda di esiti inquietanti. La proposta rilancia un dato tradizionale da una prospettiva molto diversa da quella tradizionale.
Nella proposta educativa del «sì alla vita» il sacrificio non è obiettivo e neppure condizione. Non lo cerchiamo come esito irrinunciabile. Nemmeno lo rilanciamo per ottenere altri obiettivi, come farebbe colui che si sottopone a terapie pesanti per riconquistare quella salute che ha scoperto minacciata. Il sacrificio è dimensione della vita e, di conseguenza, della sua accoglienza. La pienezza di vita nasce dalla condivisione e dalla perdita: come il chicco di grano fiorisce in spiga turgida solo se accetta di morire nel buio della terra. Vogliamo la vita e la vogliamo piena e abbondante.
Può essere così per ciascuno solo se lo è per tutti. La vita è piena per tutti solo quando ciascuno si piega, amorevolmente, verso la vita di tutti e pone questa meta come criterio di ogni sua scelta.
In altre parole, la felicità è esito della solidarietà e la solidarietà esige la responsabilità.
Il «sì alla vita» nasce e fiorisce perciò solo sul terreno di molti, coraggiosi «no». Non si tratta di rifiuti della vita né di rilanci verso un domani più radioso dell’oggi. Il no è espressione di condivisione e di compagnia con tutti.
L’educatore si pone come garante di questi no, frammenti di un sì più pieno e grande. Egli diventa, di conseguenza, il testimone del limite, dal cui confronto, accolto e ricompreso, la vita esplode piena e abbondante.
Forse… non è corretto chiamare tutto questo «sacrificio». Altre espressioni andrebbero ritrovate per restituire alla prospettiva la sua costitutiva risonanza positiva e promozionale. Possiamo utilizzare la formula per restituirla alla sua autenticità… nell’attesa di poterci esprimere attraverso sistemi linguistici maggiormente espressivi. Proviamo a pensarci… e chi ha idee geniali ce le proponga, per poterle rilanciare agli altri.
La stessa cosa vale per un’altra espressione, comune nei modelli educativi e pastorali tradizionali: «la mortificazione». Una cultura attenta alla vita, che vuole la vita piena e abbondante per tutti, fatica non poco ad usare un temine che invece ha il sapore del suo contrario. Il rischio lo stiamo sperimentando quotidianamente: il rifiuto di una espressione che suona male, diventa trascuratezza di un contenuto che invece è qualificante. Anche su questa espressione è aperto un concorso… linguistico.

Educare ad atteggiamenti impegnativi

Come sempre, il terreno di intervento educativo è costituito dall’ambito degli atteggiamenti, di quelle disposizioni verso l’azione che ci abilitano a decisioni rapide e pronte, nella logica della meta verso cui siamo in tensione.
La ricostruzione di una «cultura del sì» passa, di conseguenza, attraverso l’abilitazione ad una serie di atteggiamenti corrispondenti.
Faccio qualche esempio, dando voce a frammenti di vissuto:
– Dal conflitto tra vita e morte, male e bene... è possibile riportare verso l’esperienza della trascendenza.
È decisivo però il punto in cui ci si colloca per analizzare questo drammatico conflitto: in una visione statica, il male è ostacolo al riconoscimento di Dio; in una visione dinamica, diventa sua ricerca e riconoscimento attraverso i segni della sua presenza irruente nella storia.
– Superamento della tentazione utopica e di quella correlativa volontaristica, per un esercizio serio di realismo (riconoscere i segni di male e i germi di vita) e di libertà che si fa responsabilità (il conflitto tra vita e morte e la possibilità di invertire la tendenza distruttiva sono affidati alla competenza responsabile delle persone, nel ritmo concreto della vita quotidiana).
– Superamento di ogni tentazione di autosufficienza e di onnipotenza (dal microcosmo dell’esistenza concreta al macrocosmo della soluzione dei problemi sociali e politici...), verso una intensa capacità di
* riconoscimento del mistero in cui siamo costituiti,
* decentramento verso l’altro di bisogno,
* affidamento fiducioso al mistero di Dio.
– Riaffermazione della vita quotidiana come luogo dell’avventura della vita che vince sulla morte o del suo fallimento: le piccole cose che fanno il ritmo della esistenza sono lo spazio dove esercitiamo la possibilità di essere «virtuosi».
– Formazione culturale seria e approfondita, per cogliere i percorsi culturali necessari alla realizzazione dei valori, in uno stile di realismo critico.
– Impegno per sperimentare modelli alternativi, sapendo costruire nel piccolo e nel concreto qualcosa da far sperimentare nel grande (a livello, per esempio, delle appartenenze di gruppo, del clima delle istituzioni formative...).
– Capacità di cogliere dove stanno i problemi veri, quelli che hanno il diritto di inquietare veramente le persone (distinguendo seriamente da quelli invece indotti o inutili...), impegnando le risorse disponibili per la loro soluzione (per esempio: pace, diritti umani, minoranze, modelli culturali mondiali...). La decisione di quali sono seri e quali non lo sono è frutto di una serie di criteri orientativi, alla cui attenzione abilitarsi, e, in ultima analisi, di informazione approfondita.

Qualche strategia concreta

Il progetto educativo richiede la progettazione di strategie operative adeguate.
Ne ricordo alcune:
– una terapia di autotrascendimento, perché solo la persona capace di decentrarsi verso l’altro da sé può assicurare a se stessa una corretta immagine di sé (nel positivo e nel negativo);
– l’elaborazione di luoghi educativi dove sperimentare rapporti interpersonali gratuiti ed accoglienti, come condizione per una seria esperienza del sì;
– attenzione ai luoghi educativi «reali»: prima di tutto, famiglia e scuola;
– elaborazione di una rete di relazioni interpersonali e istituzionali, segnate da una reale esperienza di accettazione;
– esistono nella vita di una persona momenti forti, in cui l’orientamento verso l’esperienza del sì (o la direzione contraria) viene sollecitata e consolidata. Uno di questi momenti è il tempo della malattia. Richiedono attenzioni speciali.

PER CONCLUDERE: IN CAMMINO VERSO CASA

La nostra vita è un cammino, duro e faticoso finché si vuole, ma verso una casa in cui già abitiamo, che dobbiamo ogni giorno scoprire e abbellire.
Il processo di crescita è un cammino che assomiglia all’esodo perché è costituito da progressivi abbandoni, sulla forza di qualche promessa.
Questo è prima di tutto l’esodo: abbandonare le vecchie sicurezze per fidarsi solo di una promessa. Si tratta di mettersi in cammino verso casa, rischiando di perdere quello che si possedeva, portando con sé il minimo indispensabile per la sopravvivenza.
Spesso parliamo dell’esodo con una espressione che ci è più famigliare: la pasqua. Pasqua significa «passaggio»: dunque «esodo».
Il processo di crescita, visto così, assomiglia dunque ad una pasqua: si passa alla vita nuova, accettando di morire a quella vecchia. In fondo, richiede davvero e continuamente il coraggio di perdere quello che si possiede, per possedere quello che si spera.
La marcia del popolo ebraico verso casa avviene nel deserto, tra mille difficoltà. Non lo possiamo di sicuro dimenticare. Non è facile dimenticare questa constatazione, perché ci pensa la vita di tutti i giorni a ricordarcelo con la violenza dei fatti.
Lo dobbiamo però sapere in anticipo. Serve a coprirci le spalle e a corazzarci contro le difficoltà. Diventare cristiani adulti è un’impresa che esige spalle robuste e un coraggio da leoni.
Il richiamo al deserto ci aiuta a pensare anche ad un’altra esigenza del nostro cammino. Colui che si imbarca per un lungo viaggio si attrezza, progettando tutto fino ai minimi particolari. Qualche volta trasforma il suo zaino in un supermercato, nel timore che qualcosa di essenziale gli possa poi mancare. Alla fine scopre, invece, che le cose importanti sono davvero poche. Forse... proprio quelle che aveva lasciato o dimenticato a casa. Le persone sagge, quelle che hanno già fatto un lungo tratto di strada nel deserto della vita, hanno imparato a proprie spese che il nostro progettare è soprattutto un essere guidati e il nostro faticoso cammino è soprattutto un essere accompagnati dalla mano, dolce e robusta, di chi fa strada per noi e con noi.
Camminare nel deserto è possibile solo se alla paura dell’imprevisto si sostituisce progressivamente la fiducia. Siamo invitati a consegnarci senza riserve nelle mani di Dio. Solo lui merita tutta la nostra fiducia e solo in lui smettono di avere senso le mille domande che quotidianamente ci facciamo sulla nostra esistenza, sul suo domani e, persino, su quel momento imprevedibile e pauroso che conclude il nostro cammino.

 

NOTA

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