Riccardo Tonelli

(NPG 1998-01-5)


Questa è la storia di due discepoli che, per nostra fortuna, avevano capito poco dello stile di Gesù. All’inizio, sbagliano tutto e si prendono una sgridata solenne. Alla fine, però, ci consegnano, in modo inequivocabile, il parere di Gesù sullo stile con cui metterci, nel suo nome, al servizio della vita.
Le cose sono andate... più o meno così.
Gesù aveva insegnato ai suoi discepoli tutto quello che gli stava a cuore. Se li era portati dietro in un mucchio di situazioni speciali. Aveva commentato solo per loro alcuni dei discorsi più impegnativi. Li aveva trascinati lontano dalle folle che toglievano il respiro, per dare a loro il tempo di pensare e di pregare.
Adesso li lascia camminare un poco con le loro gambe.
Li manda in giro, a due a due. L’invito è preciso: «Guardatevi d’attorno e fate qualcosa. C’è un gran bisogno di qualcuno che dia una mano a chi soffre, che restituisca un briciolo di speranza a chi soffoca nella tristezza della disperazione. Annunciate con coraggio che il regno dei cieli è vicino... Guarite gli ammalati e fate del bene a tutti».
Poi, dopo una pausa: «Coraggio... partite. Ci ritroviamo qui tra qualche giorno. Condivideremo assieme l’esperienza che avete vissuto. L’avventura di uno sarà dono per l’altro. Vi accompagno con la mia benedizione».
«Tu che fai nel frattempo?» chiede qualcuno. «Mi ritiro un po’ a pregare» conclude Gesù.
Partono verso i villaggi della zona.
Sentono la responsabilità della solitudine e della decisione. Li conforta la presenza incoraggiante del maestro.
Il Vangelo racconta indirettamente la storia di due di questi discepoli, perché a loro ne è capitata una di speciale.
Sono arrivati nella piazza principale di un piccolo paese delle vicinanze. Si guardano d’attorno, con quella curiosità cui li aveva educati Gesù. Notano subito uno strano crocchio di persone. Si avvicinano, mescolandosi alla folla.
Nel mezzo c’è uno sconosciuto; vicino a lui due o tre malati su poveri giacigli. Lo sconosciuto prega. Poi impone le mani. Gli ammalati balzano in piedi, guariti.
La gente applaude. I parenti ringraziano calorosamente.
Poi, uno dopo l’altro, se ne vanno tutti.
Restano soli, nella piazza deserta, i due discepoli e lo sconosciuto guaritore.
Un’occhiata d’intesa e poi si avvicinano. Lo salutano. A bruciapelo gli chiedono: «Tu guarisci la gente? In nome di chi lo fai? Hai sentito qualche volta parlare di Gesù di Nazareth?».
Assalito da queste domande, lo sconosciuto risponde, con calma: «Io guarisco la gente... punto e basta. Gesù di Nazareth... mai sentito. Chi è? Un concorrente? Non ho bisogno di nessuna raccomandazione speciale. Prego, impongo le mani e la gente guarisce. Mi sembra di fare un favore a chi soffre. E sono contento. Ringrazio Dio per questo dono... Ma a voi... che interessa tutto questo?».
«La cosa ci riguarda... eccome. Tu non ci conosci. Noi siamo discepoli di quel Gesù che tu dici di non conoscere. Anche lui guarisce. Ne ha il diritto. È inviato da Dio per questo». Insistono, con un tono che sembra conclusivo: «Vedi: puoi scegliere. O diventi anche tu discepolo di Gesù e continui a guarire nel suo nome. O la pianti di guarire la gente. È proibito... chiaro? Non ci piacciono i liberi battitori».
Ai due discepoli basta aver detto le cose chiaramente. Se ne vanno soddisfatti. Non si preoccupano di sapere se il tipo li ha presi sul serio o se invece ha continuato per la sua strada. Il suo dovere l’hanno fatto. Hanno messo ordine e chiesto di scegliere.
Sono contenti. Possono riferire a Gesù qualcosa di riuscito. Gesù sarà felice di loro. Povero Gesù, qualche consolazione se la merita davvero...
L’avventura non finisce così.
Tornano. Prima dell’incontro con Gesù, scambiano quattro chiacchiere con i colleghi. Li trovano scoraggiati e delusi. Hanno davvero poco da raccontare a Gesù.
Concludono assieme: «Per fortuna che avete voi qualcosa da dire. Per favore... fateci fare bella figura».
Finalmente Gesù convoca i discepoli, ritornati dal tirocinio. Qualche battuta, un po’ di festa... e poi al dunque. «Allora... come è andata?» chiede Gesù.
Le prime risposte sono deludenti. «Poco o niente». Tutto di routine.
«E voi due... che mi dite?».
«Ah, Gesù... siamo contenti. Ce n’è capitata proprio una di eccezionale. Te la raccontiamo... vedrai che qualche consolazione, almeno noi, te la diamo».
E raccontano: «Abbiamo incontrato un tipo che guariva gli ammalati. Era bravissimo... quasi come fai tu, quando la folla ti chiede aiuto. C’era molta gente. Non c’erano imbrogli, te l’assicuriamo».
Una piccola pausa per prendere il fiato e creare meglio l’attesa.
«Finito tutto, gli abbiamo chiesto se ti conosceva... se aveva imparato da te... o, almeno, se faceva queste belle cose nel tuo nome». Altra pausa. «Ha risposto di no... e anche con un tono che non ci piaceva per nulla».
«E voi?». Gesù ha fretta di arrivare alla conclusione. Ha paura che lo zelo geloso dei suoi discepoli abbia rovinato tutto. «Voi... cosa avete fatto?». «Beh, Gesù, la cosa più evidente. Gli abbiamo ordinato di smettere di guarire la gente. Poteva scegliere di venire con noi e diventare tuo discepolo. Non ha voluto. Allora gli abbiamo detto: basta guarire la gente. Questo lo facciamo già noi».
Si aspettano un «bravi»: l’applauso della promozione.
Gesù la pensa esattamente al contrario. Li rimprovera, con una decisione insolita. «Non avete proprio capito nulla. I vostri schemi mentali sono terribili. La gente non si divide tra chi mi conosce e chi non mi conosce. Fanno così gli altri maestri... ma io non sono così.
A me sta a cuore la vita di tutti. Questa è la mia causa: la passione che riempie la mia vita e dovrebbe riempire quella dei miei discepoli. Altro che proibire... dovevate congratularvi con lui.
Insomma... lo vogliamo capire che chi sta dalla parte della vita, sta dalla mia parte, anche se non mi conosce?».
La causa della vita è tanto impegnativa che cerca compagnia. Sulla vita si sceglie, non sulle etichette o sulle formule. Il confine passa tra chi vuole la vita e chi invece sta dalla parte della morte.
11.28 10/05/2018I discepoli di colui che ha fatto del servizio alla vita la «perla preziosa», per conquistare la quale si dichiarano disposti a perdere tutto il resto, sono persone di grande compagnia.