Giovani senza futuro col tic della violenza

Inserito in NPG annata 1997.


Massimo Ammaniti

(NPG 1997-09-6)


Continuano a giungere segnali allarmanti dalla galassia dei giovani e degli adolescenti. Un adolescente che si uccide sfidando la morte col gioco della roulette russa oppure giovani che si lanciano a tutta velocità col motorino per attraversare gli incroci stradali quando il semaforo è rosso. Chi pensava che i giovani di Tortona rappresentassero un esempio estremo e distorto è continuamente costretto a ricredersi, il malessere giovanile è molto diffuso e prende strade diverse, spesso imprevedibili.
Ritornando oggi alla vicenda dei giovani che tiravano sassi dal cavalcavia, rimangono senza risposta numerosi interrogativi, a cui si dovrebbe cercare di rispondere.

1. Chi erano i giovani implicati? Dalle notizie emerse dall’indagine giudiziaria si tratterebbe per lo più di giovani fra i 20 e i 30 anni. E come scrive il sociologo Alessandro Cavalli, curatore del libro Senza fretta di crescere (Liguori, pagg. 203, lire 28.000), i giovani, oggi, non sarebbero più adolescenti, proprio perché nell’adolescenza sono in primo piano i cambiamenti personali, cominciando da quelli corporei e sessuali.
Al contrario l’età giovanile, che inizia dopo i venti anni, si caratterizzerebbe, soprattutto in Italia, come un periodo interminabile di stagnazione. E questo vale per i giovani di classe media che rimangono spesso parcheggiati all’Università, quasi ad evitare il confronto per lo più fallimentare col mondo del lavoro. Anche per i giovani delle classi più basse il destino è ugualmente privo di prospettive. Usciti da una scuola che non li ha saputi motivare allo studio, cominciano i primi lavoretti, precari e saltuari, da cui tirano fuori qualche soldo per pagarsi la pizza di sera o per andare in discoteca con gli amici. Come i protagonisti del film scozzese Trainspotting, non entrano mai nella vita, continuano a vivere in famiglia, dove trovano un letto, le camicie lavate e un piatto di spaghetti, quando sono finiti gli ultimi soldi.
Si è ormai inceppato il meccanismo di riproduzione della nostra società. Una società senza ricambio in cui le università non assorbono le risorse dei giovani perché non ci sono posti e i sindacati e i partiti difendono esclusivamente gli occupati. Addirittura c’è chi teme che nel futuro i giovani non potranno avere più la pensione, perché il sistema si è intasato.
Questa stagnazione e questa mancanza di futuro provocano dei guasti tremendi fra molti giovani, che bivaccano nella notte riempiendo le città di graffiti, correndo come disperati coi motorini e con le macchine. E gli adulti assistono silenziosi a questo sfacelo, allarmati solo quando questa «gioventù cannibale» esce fuori dai suoi recinti.

2. Questi giovani vivevano solo in branco? Il continuo paragone col branco dei lupi è sbagliato, perché il branco animale serve a garantire la sopravvivenza e la difesa dai pericoli. Il gruppo dei giovani ha invece altre caratteristiche, di cui hanno parlato molti psicoanalisti come Bion e Blos. Mentre durante i primi anni dell’adolescenza il gruppo è una necessità per staccarsi psicologicamente dalla famiglia, successivamente diventa sempre più un ostacolo alla crescita. È un luogo in cui ci si può nascondere e mimetizzare, nessuno è individualmente responsabile e all’io si sostituisce un noi di cui si perdono i contorni. E poi nel gruppo agiscono forze sotterranee inconsce che sono difficilmente controllabili e possono prendere direzioni molto pericolose.

3. Che cosa avevano in testa questi giovani? I resoconti dei giornali hanno cercato di rispondere all’ansia diffusa di capire che cosa veramente pensavano questi giovani, quando lanciavano i sassi dal cavalcavia. E chi leggeva rimaneva disorientato dai pareri degli esperti (psichiatri, psicoanalisti e sociologi), che si lanciavano in interpretazioni disinvolte, la «sindrome di Peter Pan», «il complesso di Erostrato» e così via, perdendo ancora una volta l’occasione di usare le proprie competenze per illuminare, se possibile, un’opinione pubblica disorientata. Sull’altro versante c’è stato presentato il deserto mentale di questi giovani, il «niente», dimenticando che per comprendere più a fondo il mondo di questi giovani occorre un contesto di incontro ben diverso, in cui ci sia una sufficiente fiducia fra gli interlocutori, senza la spada di Damocle dell’inchiesta giudiziaria e senza la presenza ingombrante di avvocati, giornalisti e fotografi.
A questa domanda è impossibile rispondere in questo momento, forse bisognerebbe attingere ad indagini sul mondo giovanile in cui siano stati rispettati i minimi requisiti per avvicinarsi ai giovani e volerli capire, anche se questo implica tempo e riservatezza. Sicuramente la letteratura giovanile degli ultimi anni, ma anche gli scritti di Pasolini, hanno anticipato ancora una volta molte scoperte scientifiche della psicoanalisi e della psicologia, come aveva ripetutamente scritto Freud all’inizio di questo secolo.

4. E noi? Credo che opportunamente il cardinal Martini abbia messo in luce l’altra faccia del problema che per troppo tempo è stata mantenuta in ombra. Ci sono sicuramente responsabilità che riguardano i giovani e questi in particolare, ma non dimentichiamo le inadempienze della società degli adulti. In primo luogo responsabilità educative che hanno delle origini lontane. Alle proteste degli studenti e dei giovani degli ultimi anni si è sempre risposto cercando di insabbiare tutto e di rimandare la soluzione dei problemi. I giovani non venivano considerati dei veri interlocutori e si preferiva piuttosto blandirli, come succedeva ad esempio col voto politico o con l’esame di gruppo, ai tempi della contestazione studentesca. Nessuno si è assunto la responsabilità di mettere dei limiti e dei confini, accettando anche il contrasto e in qualche caso lo scontro. E i giovani hanno sicuramente bisogno che gli adulti accettino la loro sfida, come scrisse lo psicoanalista inglese Winnicott, perché questo li aiuta a provare a delimitare il proprio sé.