Educazione alla sessualità in gruppo

Inserito in NPG annata 1997.


Coeducazione nella branca Esploratori-Guide

Ignazio Ganga e Margherita Calabrò

(NPG 1997-09-14)


Due sono gli obiettivi che l’Agesci pone come prioritari nella sua proposta ai ragazzi e alle ragazze di 12-16 anni:
– integrazione della sessualità nella totalità della persona;
– orientamento della persona sessuata all’amore.
Cosa vogliono dire in dettaglio questi due obiettivi?
Per quanto riguarda il primo, senz’altro educazione all’interezza (interdipendenza fra pensiero e azione); e ancora educazione al progettarsi anche sotto questo profilo molto particolare. Progettarsi alla coerenza; progettarsi alla fatica; progettarsi alla preparazione; progettarsi all’autocontrollo; progettarsi alla competenza.
Per quanto riguarda invece il secondo (orientamento della persona sessuata all’amore) riteniamo che tale concetto racchiuda un monito per i nostri Capi verso un’attenzione particolare per l’educazione all’oblatività; per l’educazione alla fedeltà; per l’educazione alla fecondità; per l’educazione alla socialità; per l’educazione alla sacramentalità.
Le differenze esistenti fra il ragazzo e la ragazza non possono non essere prese in debita considerazione. Pur se per scelta associativa la proposta educativa è comune, non v’è dubbio che sottolineature diverse siano utili per sviluppare diverse potenzialità insite nei due sessi che spesso, nella proposta educativa, rischiano di venire trascurate.
Il problema della ruolizzazione stereotipata dei due sessi è tutt’altro che risolto ed anzi, per certi versi, si ripresenta in modo più pericoloso perché più mascherato e sottile da un lato e perché meno consapevole nelle nuove generazioni di Capi che sono vissuti nell’Agesci senza la storia Agi-Asci (le due associazioni, maschile e femminile, prima della fusione) alle spalle.
L’azione educativa consiste soprattutto nella massima personalizzazione del sentiero scout che aiuta ogni ragazzo/a a scoprire il suo modo specifico e unico di essere uomo o donna. Ovviamente non ci si può illudere di risolvere oggi il problema dei ruoli con il solo intervento educativo: si tratta tuttavia di creare una libertà interiore talmente salda che renda capaci di accettare serenamente certi condizionamenti esterni conservando la propria identità.

I RAPPORTI NELLA DIVERSITÀ

La situazione. I ragazzi e le ragazze hanno due modalità di stare insieme fra loro decisamente diverse. Le ragazze sono più sensibili, considerano i rapporti interpersonali più importanti di quanto non facciano i loro coetanei maschi, hanno un diverso piacere nello stare insieme. La squadriglia femminile ha un’intensa trama di rapporti affettivi al suo interno, la voglia di conoscersi e di stare insieme viene prima della voglia di fare tipica della dinamica maschile; l’attenzione agli altri e la dinamica di leggere in profondità il significato delle cose è molto maggiore.
Le squadriglie maschili si uniscono su relazioni concrete; lo stare insieme è finalizzato a fare qualcosa e non viceversa: nei ragazzi è molto più vivo il desiderio di manipolare, di trasformare, di costruire. I rapporti fra maschi sono meno profondi e prevale il senso del dovere e della giustizia piuttosto che quello del gratuito, della comprensione dell’aiuto reciproco.
Proposte. C’è una attenzione al tema dei ruoli, non tanto o non solo come nel passato per rivendicare una pari dignità, sulla quale molta strada è stata fatta, ma per spingere verso una competenza di base multidisciplinare per ambedue i sessi contro la tendenza della settorialità. Con ciò non si intende negare che talvolta è giusto mettere quello che si sa fare al posto giusto e sfruttare attitudini e predisposizioni, ma si vuole dire che ognuno deve mettersi alla prova in tutti quei campi che gli permettano di «sapersela cavare in ogni situazione».
In questo senso sono utilissimi durante tutto l’arco educativo 11-12/16 anni dei momenti monosessuali che costringano ad affrontare con le proprie forze ogni situazione. La differenza esistente nel modo di rapportarsi fra ragazzi e ragazze non è eliminabile né auspicabile che lo sia, trattandosi di modalità diverse ma altrettanto ricche di entrare in rapporto con la realtà. Si tratta di far acquisire ad ogni persona quante più potenzialità possibili. È impensabile che il ragazzo/a all’inizio della pubertà possa impossessarsi di caratteristiche e capacità proprie dell’altro sesso prima di aver completato la propria identificazione sessuale. Riaffermiamo, perciò, che le squadriglie devono esser assolutamente monosessuali ed i capi debbono accettare modalità di funzionamento e interessi diversi, senza porre quello di un sesso come modello per l’altro, ma anzi educando ad accettare e valorizzare le differenze.
L’Alta squadriglia (il gruppo dei più grandi) è bene che sia mista, o se monosessuale che abbia momenti di incontro con altre Alte squadriglie dell’altro sesso perché in questa fase il ragazzo/a può arrivare ad uscire dal proprio egocentrismo e, mediante la mediazione dei capi presenti, apprezzare ed assumere le ricchezze dell’altro sesso. L’azione educativa consiste soprattutto nella massima personalizzazione del sentiero scout che aiuta ogni ragazzo/a a scoprire il suo modo specifico ed unico di essere uomo o donna. Ovviamente non ci si può ancora illudere, oggi, di risolvere il problema dei ruoli che ha profonde radici socio-economiche e culturali con il solo intervento educativo: si tratta tuttavia di creare una libertà interiore talmente salda che renda capaci di accettare serenamente certi condizionamenti esterni conservando la propria identità.

CORPOREITÀ E RAPPORTI

La situazione. Per quanto riguarda il rapporto con il corpo, questo, in età puberale, è vissuto meglio dalle ragazze. Esse mostrano una maggiore cura del proprio corpo ed una attenzione ad esso come strumento di comunicazione e di rapporto con gli altri; in parte ciò può essere dovuto allo stereotipo culturale della donna bella e attraente ed anche al fatto che le ragazze si accorgono prima di essere oggetto dell’attenzione sessuale dei ragazzi più adulti. Comunque, a prescindere dalle motivazioni che possono essere più o meno condivisibili, è di certo positiva l’attenzione e la cura del proprio corpo.
Nei ragazzi la corporeità emerge (è agita) nei giochi e nello sport, ma spesso l’aspetto estetico ed igienistico è gravemente trascurato. Molto più inibita, rispetto ai coetanei, è anche l’espressione dell’affettività attraverso il corpo: un gesto delicato, una carezza, imbarazzano i ragazzi e fra loro prevale la rozzezza, la volgarità, il cattivo gusto, quasi fossero segni di virilità.
In certi casi il corpo appena sviluppato è motivo di vergogna, in altri di esibizionismo, quasi sempre è fonte di ansia e di insicurezza; occorre educare al valore del corpo anche attraverso una corretta informazione sessuale che spesso è del tutto assente, distorta o eccessivamente medicalizzata.
Proposte. Ogni ragazzo/a deve appassionarsi nel gioco della scoperta del proprio corpo che cresce: accettarsi come persona in età adolescenziale significa anche accettarsi esteticamente. Vanno trovati, anche nell’ambito del reparto, strumenti che messi nelle mani dei ragazzi possano servire per seguire la propria crescita. Allo stesso scopo vanno valorizzate le attività di gioco, di educazione ambientale e di espressione.
Ed è proprio nel campo dell’espressione, per i motivi sopra citati, che appare indispensabile rifondare una tradizione scout che si è andata progressivamente deteriorando. (Salvo rari casi l’espressione è degradata a triste spettacolino e non trova spazi al di là del «fuoco» serale; deve invece tornare ad essere attenzione a tutto ciò che mette in comunicazione con gli altri).
Il corpo va valorizzato come manifestazione visibile della persona; l’igiene pretesa anche nei campi e in quelle situazioni meno favorevoli. La cura estetica del proprio corpo, l’abitudine al buon gusto e al bello possono diventare parte importante delle attività espressive. Nelle ragazze è da incentivare una corporeità agita, alla scoperta del misurarsi nel movimento, nel gioco, nelle attività fisiche, mentre i ragazzi vanno educati ad una corporeità più contemplata, al curarsi, all’estetica.
È importante educare ad esprimere il proprio cuore e il proprio corpo nel costante rispetto di se stessi e degli altri, educare in ambedue i sessi alla gentilezza, alla cortesia, alla tenerezza.
Occorre prevenire, come educatori, i rapporti banali, superficiali e recitati, e aiutare i ragazzi/e a mirare sempre verso incontri autentici: e ciò lo si può far passare soprattutto attraverso un equilibrato rapporto capo-ragazzo.
Per i ragazzi/e è importante l’abitudine a parlare in «clima sereno di sessualità» togliendo alla sessualità stessa, così, quell’aspetto di proibito che la relega sempre al di fuori della sfera «normale» della loro vita. I coetanei diventano il canale principale delle informazioni, ma ciò nonostante il capo deve assicurarsi sia con interventi personali che di gruppo affinché rispetto a tali temi non si creino distorsioni fonte di preoccupazioni e complessi. La grande variabilità che è tipica dell’età adolescenziale deve indurre a una costante attenzione al singolo anche nel campo della semplice informazione che, se pur chiara, non deve limitarsi all’aspetto igienico-sanitario, ma comprendere anche il problema degli affetti, del significato della sessualità e la diversità fra ragazzi e ragazze nel vivere la pubertà. Da una corretta e serena informazione dipende l’atteggiamento che il ragazzo/a assumerà di fronte alla sua mascolinità/femminilità nascente.
I capi nel loro comportamento devono sempre badare non soltanto ad incarnare questi valori in modo adulto, ma anche all’impressione che il loro comportamento provoca nei ragazzi: non è sufficiente che una cosa sia buona e giusta in sé per farla, ma anche che sia compresa come tale dall’educando che talvolta ha una capacità di comprensione e un punto di vista diverso da quello dell’educatore.
Inoltre i capi reparto devono essere coscienti di essere dei modelli per i ragazzi dello stesso sesso e dei potenziali oggetti di innamoramento per quelli di sesso differente. È necessaria molta maturità per trovare un giusto equilibrio fra il distacco e la partecipazione alle vicende affettive dei ragazzi. Non dobbiamo negare che il rapporto fra capo e ragazzo è un rapporto denso di componenti affettive dei ragazzi.
Non dobbiamo negare che il rapporto fra capo e ragazzo è un rapporto denso di componenti affettive e anche sessuali (come del resto ogni rapporto umano): più ne saremo coscienti, più potremo usarlo educativamente, altrimenti diventerà una dimensione equivoca ed incontrollata del rapporto.

IL RAPPORTO CON L’ALTRO SESSO

La situazione. In età E/G (esploratori-guide) si verificano i primi innamoramenti che spesso sfociano in un rapporto di coppia talvolta anche con esperienze genitali. Tali esperienze non sono positive perché spropositate; non si può dare ciò che non si ha, e il ragazzo ancora non è padrone di sé; il risultato è che ognuno tenta di prendere dall’altro con una frequente concomitante delusione. I ragazzi sono spinti a tali esperienze dal vuoto di proposte nel campo della morale sessuale e finiscono con identificare il lecito con ciò che fa la maggioranza.
La stessa proposta e testimonianza dei capi è spesso poco decisa e chiara.
Proposte. L’età E/G è l’età dell’amicizia: questa è la prima proposta del reparto che tutti debbono sperimentare. Tuttavia anche i primi innamoramenti possono costituire un’esperienza positiva se vissuti in una giusta dimensione che si distingue nettamente da quella dell’amore e della coppia adulta. La coppia adolescente non è solo amicizia, ma non è ancora amore, né può esserlo ed anzi l’educatore deve evitare che «si giochi ad imitare gli adulti» sfociando così precipitosamente in un rapporto troppo esclusivo ed impegnativo. Occorre far capire che l’amore è un’altra cosa e ad esso bisogna prepararsi.
Non si tratta di attuare una repressione degli istinti, bensì educare a scelte che comportano rinuncie e sacrifici ben motivati per superare la tendenza del ragazzo a chiudersi nell’universo del «piacevole» e della soddisfazione emotiva e andare verso l’altro con simpatia, comprensione, amicizia ed infine amore. Ovviamente si deve offrire al ragazzo una ricca rete di attività ed interessi in cui impegnare le sue energie. Tali attività devono essere dotate di un alto potere di gratificazione individuale, nel campo della vita affettiva e di quella intellettuale, della vita fisica e di quella estetica, e devono prevedere un giusto equilibrio fra momenti ludici e di lavoro. La concretezza, la manualità, il saper fare sono le ricette migliori per impedire al ragazzo di rifugiarsi nell’egocentrismo e nella fantasticheria e aiutarlo a fare i conti con la realtà oggettiva e i bisogni degli altri. La prima cosa da sviluppare è la coscienza della propria solitudine, della separatezza che forse a quell’età vuol dire abitudine a contare sulle proprie forze, a fare a meno dell’altro, a misurarsi con i propri limiti. Molte persone non sanno incontrarsi perché non sanno stare da sole e si aggrappano reciprocamente; l’altro non è riconosciuto come estraneo, non è accettato per quello che è, ma questa simbiosi è il gradino inferiore del desiderio dell’altro: per desiderare ed incontrare un altro devo prima imparare a farne a meno.
Una volta sconfitta questa presunzione di non voler ammettere nient’altro al di fuori di sé, nasce il problema dei segni della presenza dell’altro: è l’educazione al silenzio e all’ascolto.
È strada impegnativa, specie a quell’età, perché il silenzio è presto riempito dalla propria immaginazione e si crede di ascoltare l’altro mentre si hanno orecchie solo per se stessi.

Educazione del desiderio

Qui si pone l’educazione al desiderio che più tardi diventerà educazione al saper attendere e al prepararsi, ma che inizialmente è l’accettazione di uno stato di bisogno percepito come una mancanza, un’assenza. È importante non soddisfare immediatamente il desiderio perché esso è motivo di creatività e di crescita.
Una forte spinta a migliorarsi è proprio il desiderio di essere oggetto del desiderio dell’altro, e anche in una coppia adulta questa dinamica reciproca del desiderio va tenuta viva.
Il desiderio porta al «comprendere» che è cosa ben più grande del «capire». È un prendere dentro, è assumere, mettersi nei panni dell’altro, accettarlo nel bene e nel male. A quell’età non sempre è facile abituarsi, da un lato a comprendere, dall’altro a capire, distinguere e giudicare: occorre allenarsi ad entrambi.

La scoperta dell’altro

Dopo che ci si è accorti di non essere gli unici, che esistono altri diversi da noi, la scoperta dell’altro sesso avviene in due tappe. In un primo tempo la scoperta è generica. Il ragazzo scopre la femminilità in generale e viceversa: scopre che non è il centro del mondo e che esistono gli altri con idee e modi di fare diversi dal suo.
Più tardi si precisano meglio i contorni dei singoli altri per cui non esiste più la singola donna in genere, ma tante ragazze, ognuna diverse dalle altre.
Questo processo di scoperta dell’altro si realizza attraverso le esperienze di collaborazione, di fiducia, di affidarsi. La collaborazione è il primo passo e consiste nel realizzare insieme cose concrete con una divisione di compiti; il passo successivo è il fidarsi dell’altro, contare su di lui e poi, infine, l’affidarsi, cioè il mettersi nelle sue mani.
Quando tutto questo processo di identificazione dell’altro in generale e poi di individuazione dei singoli altri è bene avviato, le differenze sono prima rispettate e poi apprezzate e valorizzate, allora il tempo del desiderio diventa di preparazione e di attesa consapevole, ma ciò presuppone la capacità di scegliere e di progettarsi: e ciò è specifico delle età successive.
La preparazione e l’attesa non sono un momento negativo di sospensione della preparazione amorosa, ma anzi un tempo denso di attività interiori ed esteriori per accogliere l’altro nel modo migliore. Per incamminarsi su questa difficile strada ci vuole un carattere forte e capace di coerenza e di fatica. La coerenza agli adolescenti va richiesta.
Coerenza è ciò che supera il lasciarsi andare del momento e il dire ogni giorno «da domani mi metto in riga».
È forse una delle cose che più si sono perse della generazione di oggi che crede sia meglio un uovo oggi che una gallina domani; l’incoerenza, però, lascia scontenti di sé, con la bocca amara, e il guaio è che spesso cammina in modo impercettibile e strisciante, e solo dopo molto tempo che ci si accorge di non essere quello che si voleva.
Lo scout che oggi impara ad essere coerente a quello che ha promesso, lo sarà anche nelle scelte della vita affettiva. Ma la coerenza, così come la fedeltà ad altre cose, hanno un padre: la fatica.
Non è una finalità, la fatica, ma è uno strumento che senz’altro deve arrivare a far parte di noi, come i nostri piedi, altrimenti non camminiamo.
Non illudiamo i ragazzi facendo credere loro che l’impresa è venuta bene quando si sa che nessuno ha sudato per realizzarla: facendo così insegniamo a considerare buona ogni cosa secondo la sua apparenza, non a giudicare con il metro dell’impegno e del costo personale. Si fa veramente un torto ai ragazzi quando si insegna loro ad avere ideali che guardano lontano senza insegnare loro a sopportare le vesciche che vengono camminando, i vestiti fradici, la fame...
La capacità di amore oblativo è uno degli scopi generali della nostra educazione.
In età E/G è bene sviluppare delle capacità propedeutiche, come la disponibilità al servizio che a poco a poco attraverso il fare deve diventare uno stile di vita, un essere. Si inizierà con l’abitudine al dono (non al donarsi!) e alla Buona Azione per arrivare a saper rinunciare a qualcosa per il piacere dell’altro per il quale ci si sente responsabili. La generosità, la pazienza, la correzione fraterna e il perdono sono virtù alle quali abituare.
Le dimensioni dell’amore che il ragazzo/a può iniziare a comprendere sono la fedeltà e la fecondità.
La fedeltà dell’amore non è il frutto di un’usanza consolidata nei secoli, e non è cosa che ci interessi discutere sul piano sociologico o psicologico. L’amore fra gli uomini è fedele perché si conforma all’amore di Dio per il suo popolo, nonostante le infedeltà di questo.
Tutto l’Antico Testamento è intessuto di una storia di tradimento e di perdono, di collera e di promesse; ma ciò che è saldo è immutabile, ciò che porta ad un risultato che supera l’umano, è la certezza della fedeltà del Signore verso Israele.
In Reparto la prima fedeltà deve essere quella dei capi: un capo che «timbra il cartellino», che garantisce la sua presenza in unità a tempo determinato, che giustifica le assenze dei ragazzi per poter giustificare le proprie, insegna il calcolo, il tradimento, il tornaconto personale, non il perdono che non conta le volte, non la fedeltà contro la logica.
E allo stesso modo, la fedeltà va insegnata e chiesta ai ragazzi, attraverso, ad esempio, il perdono sincero e il mantenere gli impegni presi.
Un amore vero è sempre fecondo. Come potrebbe l’amore non generare? Anche senza procreare, pensiamo ad esempio alla creazione, alla povertà di San Francesco, ai tanti milioni di piccoli gesti che concorrono al cambiamento del mondo.
Si tratta di un grande impegno e di una grande sfida: la consapevolezza che l’amore non può essere immobile, ripiegato su di esso, ma deve necessariamente aprirsi al mondo e «generare», ci impegna a viverlo in una dimensione dal respiro ampio che va molto al di là della coppia e ci dà anche la certezza che è così che si cambia il mondo e che i piccoli gesti d’amore quotidiano hanno un’importanza enorme. Anche qui si tratta di conformare la propria vita all’amore di Dio.
In Reparto fecondità è prendersi cura delle persone e delle cose, creando rapporti di non violenza (un reparto dove tutti stanno bene), è la spinta a produrre gesti e la volontà di concretizzarli, è mettere in pratica, anche con fatica, ciò che si è imparato.