Educare alla sessualità in famiglia

Inserito in NPG annata 1997.


Danilo e Isabella Solfaroli

(NPG 1997-09-9)


Visto che la nostra terza e ultima figlia si affaccia ormai alle soglie della pubertà, è forse possibile tracciare un quadro della nostra esperienza nell’accompagnare i nostri figli verso la scoperta e la valorizzazione della propria sessualità. Un’esperienza in un certo senso pionieristica, in quanto del tutto nuova per noi, privi come eravamo di modelli familiari validi in questo settore: i nostri rispettivi genitori, fattivi e presenti in tutti gli altri settori, si erano infatti rivelati assenti o reticenti sull’argomento. Erano, in questo, il frutto della cultura del loro tempo, che giudicava sconveniente e pericoloso parlare con i giovani di queste cose. In una certa misura, credevamo di essere facilitati nel nostro compito dalle nostre rispettive professioni: papà psicologo e mamma pediatra; in realtà, di fronte alle emozioni inevitabilmente suscitate da questi argomenti, non siamo così certi che le nostre esperienze professionali siano state di grande aiuto.

«Mi ha fatto la mia mamma»

Sull’onda degli anni ’70 e della liberazione sessuale, reduci dalle difficoltà personali di organizzare in una visione coerente e positiva tutta una pletora di informazioni frammentarie e distorte ricevute dalle fonti più disparate, ci proponemmo di essere, con i nostri figli, ben diversi dai nostri genitori. Pensavamo che sarebbe bastato essere chiari ed espliciti per dare ai nostri figli tutto quello di cui avrebbero avuto bisogno: nessun mistero o reticenza sul sesso era la nostra «parola d’ordine». Eravamo entusiasti di una graziosissima canzoncina di Gianni Rodari, Mi ha fatto la mia mamma, che suonava così: «Persone male informate/o più bugiarde del diavolo/dicono che tu sei nato/sotto una foglia di cavolo./Altri maligni invece/sostengono senza vergogna/che sei venuto al mondo/a bordo di una cicogna./Se mamma ti ha comperato/come taluni pretendono/dimmi dov’è il negozio/dove i bambini si vendono./Tali notizie sono prive di fondamento/ti ha fatto la tua mamma/e devi essere contento».
Così, quando nacque la nostra primogenita, cominciammo a spulciare le librerie per rispondere alle sue prime domande e a stimolare ulteriori interrogativi. La nostra tentazione è stata, in varie occasioni, di andare ben oltre le richieste della piccola, scivolando inavvertitamente in una sorta di lezione ben più ampia e spesso un po’ indigesta per lei. Tuttavia, il carattere riflessivo della nostra primogenita – e probabilmente anche il suo desiderio di corrispondere alle nostre aspettative – non ci mise in condizione di riconoscere la trappola in cui stavamo cadendo: anche se Elena sembrava seguire con attenzione le nostre spiegazioni, il nostro approccio era troppo libresco e didattico. Ci sarebbero voluti gli altri due figli per farcelo capire.
Nel frattempo, era nato il nostro secondogenito, Matteo, che si rivelò immediatamente molto diverso da sua sorella; era assai curioso, ma il suo desiderio di conoscere era strettamente settoriale. Poneva una domanda, ma rifiutava apertamente e senza esitazioni i nostri conati didattici: voleva una risposta ristretta e limitata alla sua necessità conoscitiva del momento. Appena riteneva di aver capito ciò di cui andava in cerca, frustrava apertamente i nostri tentativi di inquadrare la risposta in un contesto più ampio e si distraeva o, più esplicitamente, se ne andava, dicendo: «Ah, va bene, ciao!». È così che vedemmo rapidamente sgretolarsi i criteri che avevamo seguito fino allora e ci trovammo costretti a trovare una nuova modalità: cogliere i suoi momenti di interesse, cercando di creare rapide connessioni al volo tra la risposta e quando gli era stato detto in precedenza.

La scoperta dei limiti

Di Matteo, ricordiamo ancora con tenerezza la sua scoperta della differenza sessuale. Avrà avuto circa quattro anni, quando, a casa della nonna, si fece accompagnare al bagno: era questo un momento di grande intimità col genitore che l’accompagnava. Per ingannare il tempo necessario all’espletamento delle sue funzioni, amava chiacchierare, far domande, insomma, fare salotto. Quel giorno, avendo ormai chiaro da nostre precedenti spiegazioni che i bambini si formano nella pancia della mamma, pose improvvisamente il problema di come facessero a uscire. Tornammo così a descrivere la differenza tra i suoi genitali e quelli di sua sorella, spiegando che questa diversità avrebbe permesso a lei di partorire un bimbo, allorché fosse divenuta più grande: d’un tratto una serie di informazioni ricevute in maniera assolutamente non sistematica andò a posto nella sua mente, formando un quadro abbastanza completo e coerente. Allora, seduto com’era sul water, abbassò lo sguardo sul suo «pisellino» e commentò sconsolato: «Ma allora io non potrò mai fare un bambino!». Aveva scoperto i limiti della differenza sessuale.
Nel frattempo, papà si era trovato a occuparsi professionalmente di educazione sessuale nella scuola media; per sua comodità e su richiesta dei genitori degli alunni, aveva sviluppato una traccia scritta. Il testo cercava di andare oltre il concetto di informazione per tentare di legare l’aspetto anatomico e fisiologico con i temi dell’affettività, del significato del piacere e del valore comunicativo dei gesti corporei, particolarmente di quelli legati all’amore. Così, quando Elena finì le scuole elementari, decidemmo che era il momento di darle un quadro più ampio e approfondito del problema. Pensammo che la mamma, in quanto anch’essa donna, sarebbe stata più adatta a trattare in maniera diffusa l’argomento, sviluppando una sorta di complicità, anche in vista dell’imminente pubertà. Papà si ritagliava, invece, il ruolo degli interventi volanti, magari scherzosi, per integrare il discorso con flash sul punto di vista maschile. Non è possibile, data la sua assoluta episodicità, rendere ragione di questo lavoro paterno. Invece, per varie sere, quando Elena era andata a letto, la mamma si sedeva accanto a lei e insieme leggevano e approfondivano la traccia che papà aveva scritto. Insieme decisero quando considerare esaurito questo lavoro.
Nel frattempo, Matteo cresceva ed era nata Sara. La terzogenita ci presentò un modo di affrontare il problema ancora differente: non faceva domande, non mostrava particolare interesse per il problema e scoraggiava i nostri tentativi di sondare il terreno. Probabilmente, l’unica cosa vera era che non aveva nessuna intenzione di parlarne con noi. Scoprimmo, infatti, che si informava più efficacemente e più volentieri presso i suoi fratelli. Quando Matteo arrivò in quinta elementare, le maestre prospettarono in una riunione con i genitori l’opportunità di dare ai bambini un quadro d’insieme per collegare e rettificare le molte e distorte informazioni sessuali in loro possesso. Fu chiesto perciò a Danilo di fare un incontro con la classe. Fu quello l’ultimo vero intervento verso Matteo, intervento indiretto, ma coerente con lo stile che egli ci aveva imposto. Infatti, in quell’occasione, forse anche fiero che fosse il suo papà a fare quella lezione, fu molto collaborativo e interessato. Tuttavia i contatti finirono lì: qualche cauto tentativo di affrontare in altri momenti il problema con lui si è infranto contro il suo rifiuto di parlare di queste cose, sia con papà che con mamma: «Non ti preoccupare, lo so già!».
Un’altra occasione di affrontare indirettamente l’argomento a livello famigliare ci è stata offerta dalla comparsa delle prime mestruazioni della nostra primogenita: fu quello un momento di grande festa. Facemmo un dolce e stappammo una bottiglia di spumante: Elena era diventata donna!

In viaggio verso la formazione

Nel frattempo, se era stato relativamente facile fornire informazioni, per così dire, tecniche, maggiori difficoltà ci attendevano di fronte alla necessità di collocare concretamente le informazioni nel quadro dei nascenti interessi per l’altro sesso. Su questo terreno eravamo destinati a incontrare un muro di riserbo. Dopo qualche perplessità, ci rendemmo conto che l’atteggiamento di Elena e, successivamente, di Matteo era giusto, rispondeva a una loro esigenza profonda: dovevano costruire una loro vita privata, un loro mondo di affetti amicali e con l’altro sesso, dal quale non potevamo che essere esclusi, dove al massimo potevamo essere saltuari spettatori. In questo momento, trovammo di grande utilità – contro ogni nostra aspettativa – due libri della nostra adolescenza, che ritenevamo superati e incapaci di dire gran che a dei ragazzi degli anni ’90. Si tratta di due scritti di Michel Quoist: Donare (Il diario di Anna Maria) e Amare, o il diario di Daniele che consigliamo vivamente a tutti. Il successo di questi libri con i nostri figli fu, per noi, stupefacente: perfino Matteo, che non è mai stato un grande lettore, li ha divorati rapidissimamente e con grande interesse. Successivamente, mentre Matteo, assai pudico e geloso della sua intimità, ha trovato un utile terreno di confronto in sua sorella Elena, quest’ultima ha proseguito nell’esplorazione del nostro modo di vedere, mantenendone l’iniziativa. In varie occasioni ha posto, soprattutto a sua madre, tutta una serie di situazioni che vedevano come protagoniste alcune sue amiche: è stato questo un nuovo modo di confrontarsi, più asettico, capace di rispettare in modo più adeguato la sfera personale di nostra figlia.
Intanto, Sara continuava ad attingere informazioni dai suoi fratelli, e a non concedere a noi alcuno spazio sull’argomento. Quando frequentava ormai la quarta elementare, acquistammo, più per ragioni professionali di papà che per altro, le tre videocassette L’albero della vita edite con grande risonanza pubblicitaria dall’editoriale La Repubblica. Si tratta di un sussidio molto curato e capace di una buona presa sul bambino. Inaspettatamente, Sara manifestò il desiderio di vederle e chiese che papà le stesse accanto per tutto il tempo della visione. Seguì con grande attenzione e, alla fine di ogni parte, pose poche, ma acute domande. Alla fine, si dichiarò soddisfatta e pose la parola «fine» sull’argomento che tornò a vivere nel sommerso della sua mente. Solo ora che la sua pubertà si annuncia prossima, ha ripreso un confronto, molto riservato, con sua madre sui cambiamenti che sta subendo il suo corpo e sui dettagli tecnici legati alla prossima comparsa delle mestruazioni.
Siamo ancora in viaggio: l’approfondimento di questi argomenti, dei quali si parla ora con grande libertà con i due figli più grandi, che hanno ormai 19 e 16 anni, si è esteso a temi più ampi che si legano sempre di più agli aspetti etici. In virtù anche della nostra professione, è stato forse utile che nipoti, altri ragazzi o adulti ci abbiano stimolato a parlare di argomenti sessuali: riteniamo che i nostri figli, pur astenendosi da interventi attivi, abbiano sempre partecipato con interesse. In questo campo abbiamo sempre cercato di essere poco normativi, mirando più a una trasmissione di valori che di norme specifiche. Non sappiamo se e quanto ci siamo riusciti, né se questa è stata una scelta giusta: solo il futuro potrà provarcelo. Certo non è stato il cammino semplice e chiaro che immaginavamo all’inizio: non è bastato essere disponibili a parlare. È stato necessario trovare la via adatta a ciascun figlio, rispettando, per quanto possibile, le sue caratteristiche personali, il suo stile cognitivo, il suo bisogno di riserbo. In questo ci ha sorpreso l’incredibile variabilità individuale, che ci ha presentato problemi radicalmente differenti per ciascuno dei nostri tre figli. Pensiamo che se ne avessimo avuto dodici avremmo dovuto inventare dodici modi diversi. Avevamo sottovalutato, poi, le difficoltà emozionali. Ci sembrava semplice spiegare le cose, affrontare anche i temi del rapporto sessuale, del piacere e non soltanto della riproduzione, e pensiamo di essere stati capaci di padroneggiare abbastanza bene le nostre emozioni nelle spiegazioni a parole. Molto più imbarazzante è stato trovarsi ad assistere, durante il film televisivo, a scene di sesso alla presenza dei nostri figli. La tentazione di manovrare il telecomando, rimuovendo il problema che quelle scene ponevano, è stata a volte molto forte. Era l’immagine della nostra sessualità di coppia che ci imbarazzava, l’idea che le menti dei nostri figli potessero fare un traslato immaginario con i loro genitori. Ci siamo accorti poi che, se questo avviene, non sembra comportare ripercussioni apprezzabili nei figli, che assistevano al film, almeno apparentemente, con un imbarazzo assai minore del nostro.

Un’educazione «circolare»

Le differenze personali hanno giocato un ruolo nel clima emotivo che ha accompagnato il crescere dei nostri figli, in questo come in altri campi. La mamma ha avuto più difficoltà di papà a rispettare l’intimità personale dei ragazzi, provando una maggiore paura che il nostro modo di agire fosse inadeguato e non riuscisse a dare ai figli tutto ciò che era necessario. Le è stato spesso difficile inghiottire le «prediche» che le salivano alle labbra, vincere la tentazione di parlare molto perché «davvero» capissero anche il messaggio morale. La sua preoccupazione è servita anche a papà, che sarebbe stato tendenzialmente troppo poco interventista, ma si è stemperata nel confronto che abbiamo sempre cercato di avere tra noi per un approccio comune, confronto che è stato utile anche per noi stessi, nel nostro rapporto coniugale. Vedendo crescere i nostri figli, molte delle nostre paure sono diminuite: evidentemente il messaggio morale passa per vie diverse dalle parole e dalle «prediche». È presto ancora per estendere il discorso a tutti e tre, ma siamo rimasti piacevolmente sorpresi nel cogliere nel comportamento e nei giudizi della figlia più grande una solidità morale, sulla quale non ci siamo mai particolarmente profusi a parole. È difficile ancora, per noi, tracciare un bilancio della nostra azione educativa in materia. Ci sembra, però, di poter mettere a fuoco alcuni aspetti che ci sembrano importanti. La prima cosa che ci viene in mente riguarda la quantità e la qualità di espressione corporea che contraddistingue lo stile della famiglia. Non è una scelta precostituita, ma tutti e due, sia pure in misura diversa, sentiamo il bisogno di manifestare apertamente l’affetto con gesti corporei. Non ci facciamo inutili pudori quando sentiamo il bisogno di stare abbracciati o di darci un bacio, convinti come siamo che questo sia, oltre che piacevole e necessario per noi, anche un messaggio di grande valore per i nostri figli: il nostro corpo è fatto per trasmettere l’amore. È per questo che abbiamo vissuto una grande corporeità anche con loro, quando erano bambini, stropicciandoli, strapazzandoli, facendoci la lotta, sbaciucchiandoli e abbracciandoli: pensiamo che questo sia loro servito a meglio conoscere ed apprezzare il proprio corpo e la grande capacità che esso ha di trasmettere nella maniera più efficace i sentimenti di affetto. Talvolta ci siamo chiesti se ridere o scherzare su questi argomenti con i nostri amici in presenza dei nostri figli, magari con battute sui nostri «desideri» e i nostri «piaceri», fosse inopportuno, li spingesse a entrare indebitamente nella nostra intimità. Col tempo, però, ci sembra di poter affermare che il messaggio che passa è che, al di là di tanti discorsi più o meno «seriosi», viviamo la nostra sessualità con allegria e gioia, senza bisogno di occultarla più di quanto lo richieda il naturale riserbo. L’altro aspetto che ci sembra importante è stato quello di non dire mai mezze verità: a una domanda specifica è necessario rispondere in maniera specifica, senza inutili allargamenti – che quasi sempre servono a coprire il nostro imbarazzo – e senza veli che occultino una parte della risposta. È da tenere presente che molte volte i bambini hanno già una nozione, sia pure imprecisa, di quello che chiedono: scoprire le nostre contraddizioni e il nostro imbarazzo non è per loro affatto difficile, ma può alienarci radicalmente la loro fiducia su questo argomento.
Ora siamo in mezzo al guado e non siamo in grado di renderci conto fino a che punto abbiamo educato i nostri figli e fino a che punto loro hanno educato noi. È certo che ci hanno spogliato delle nostre semplificazioni e ci hanno sollecitato ad arricchirci della complessità del loro animo, ma forse ci hanno anche aiutato a superare tutta una serie di falsi pudori e di difficoltà personali che ci portavamo dietro dalla nostra adolescenza. Confrontarci con loro ci ha aiutato a vivere con molta più semplicità e naturalezza anche la nostra sessualità, e non ci pare cosa da poco.