Cresima ultimo atto: il fallimento della catechesi

Inserito in NPG annata 1997.


Giuseppe Morante

(NPG 1997-08-52)


L’educazione religiosa dove ha fallito? Che cosa si può fare? Le due domande che l’analisi della ricerca COSPES induce a porsi riflettendo sui dati, suppongono che ci sia già l’evidenza di un fallimento nell’educazione cristiana degli adolescenti.
Diamo per scontato che una ipotesi di fallimento in ogni processo educativo, compreso quello religioso, è sempre da mettere in bilancio, perché si lavora con persone vive. Questo già in qualche modo potrebbe scusare gli educatori.
Ma se gli interrogativi evidenziano il fallimento, vogliamo cercare di capire meglio la realtà ed individuare eventuali strategie operative per modificare, dove è possibile, la situazione.

Reazioni e provocazioni...

La mia è una provocazione che parte dal recepire esattamente le conclusioni a cui arrivano gli estensori della ricerca, al capitolo La religiosità degli adolescenti.
Sul piano soggettivo viene detto a conclusione, e il termine precisa chiaramente il significato di quello che si intende dire, che l’adolescente appare come un cantiere aperto per lavori in corso. Però non c’è scritto fuori del cantiere: «Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori».
Se un cantiere è aperto, vuol dire che bisogna entrarci e cercare di rendersi conto dei materiali a disposizione per poterli organizzare.
Per questa organizzazione dei materiali ci vuole necessariamente un progetto, altrimenti si rischia di usarli senza finalizzarli allo scopo per cui sono stati fatti. E questo «usarli» alla rinfusa potrebbe essere già una causa di questo fallimento, nel senso di rischiare l’improvvisazione, la frammentazione, la carenza di elementi indispensabili e l’offerta di doppioni che provocano rigetto...
Ci domandiamo: quali sono gli elementi di questo «cantiere» che è il ragazzo, dal punto di vista religioso? Si tratta di adolescenti combattuti tra crisi, dubbi, percorsi di ricerca, disaffezioni rituali, facili securizzazioni di tipo emotivo o magico.
Anch’io leggo in positivo questa situazione soggettiva dei ragazzi. Per me sarebbe strano che un adolescente non fosse combattuto da crisi, da dubbi; che non fosse orientato in percorsi di ricerca; che non avesse anche delle disaffezioni rituali per prendere coscienza in proprio della partecipazione, coinvolgersi nei significati; che non avesse delle strutture a cui attaccarsi a livello di sicurezza emotiva, affettiva, psicologica e religiosa. Se gli adolescenti non sono così fatti, risultano dei mostri o portenti (nel senso latino del termine «monstrum»). Cioè persone già pienamente riuscite anche dal punto di vista della maturazione cristiana. Ma purtroppo «natura non facit saltus».
Se è vera la descrizione che si fa a livello psicologico, che questa cioè è un’età in cui c’è una faticosa conquista di identità e non c’è ancora la pienezza della integrazione affettiva e dell’identità in senso pieno come progettualità, con tutti i limiti che sono stati messi in evidenza, allora diventa importante per ogni catechista-educatore prendere coscienza ed aiutare a prendere coscienza che, entrando in questo cantiere (l’identità dell’adolescente), si scopre una personalità che deve ancora essere costruita e orientata ad affrontare i nuovi compiti che la vita gli propone.
Se l’adolescente non è ancora persona pienamente riuscita in ogni settore dell’esperienza umana, ha bisogno di sperimentarsi ogni giorno e quindi di essere aiutato ad affrontare i compiti che la vita gli propone, compreso appunto il compito di una autentica e responsabile scelta religiosa.
Evidentemente questo processo educativo non è automatico, non si sviluppa se non nel contesto culturale in cui sono collocati i ragazzi. Non possiamo pensare di lavorare, come tante volte si fa, estrapolandoli dal loro contesto e credendo che possiamo in qualche modo dominare gli influssi ambientali secondo i nostri criteri e le nostre mentalità di educatori. I ragazzi non vivono in una campana di vetro; anzi fanno scelte di vita in cui si trovano a loro agio anche se questo non piace a tanti educatori e catechisti.
Se l’adolescente è collocato in una cultura post-moderna, l’educatore deve fare i conti con i suoi sintomi di disgregazione e di frammentazione culturale e religiosa. In positivo oggi si tende a mettere in evidenza una certa rivalutazione metafisica della coscienza; è su questa leva che bisogna insistere, aiutando a ricucire i diversi frammenti di questa esperienza variegata.
In qualche modo è la ricerca di un equilibrio tra ciò che essi incominciano ad avere come idea di se stessi e ciò che emerge da un confronto a livello relazionale. E questo non tanto con gli adulti quanto con i coetanei per quello che essi influiscono sulla loro identità. È ciò che mette in evidenza Pellerey, parlando di un certo ideale, di un certo io che si progetta, che si proietta oltre, anche se sono ragazzi che vivono il presente, che sono soddisfatti delle loro scelte basate sul «mi piace», «mi va», «mi sta bene così».
Dobbiamo aiutarli a sganciarsi da questo presentismo, recuperando le radici dell’esperienza umana e aiutandoli a proiettarsi oltre il presente, tentando di unificare le loro esperienze alla luce delle visione cristiana.
Questa visione, recuperata nella sua significazione positiva, offre anche agganci esistenziali notevoli se si riesce a individuare i ponti che portano gli adolescenti ad allargarsi al di fuori dell’io, al noi, agli altri. Si tratta di recuperare i significati esistenziali.
Sul piano pedagogico, è detto nella ricerca che l’adolescente richiede un’attenzione educativa; dunque gli adolescenti non sono contrari a quello che gli adulti possono in qualche modo individuare e progettare con loro. Sono attenti e richiedono questa attenzione, ma vogliono essere in qualche modo coinvolti in una scelta di corresponsabilità.
Sembra che questo serva anche a rivalutare tutto ciò che va oltre questa situazione occasionale e momentanea di aggancio emotivo all’esistenza, in vista di un recupero di una razionalità che in qualche modo è richiesta dalla cultura del post-moderno.
Qualcuno dice che siamo stanchi di pensiero debole e allora vogliamo qualcosa di più forte. Questo può essere offerto soprattutto come una capacità aggregante dell’esperienza umana nella identificazione di un’esperienza religiosa significativa capace di unificare le diverse e molteplici dimensioni della persona.

Gli adolescenti «abbandonati a se stessi»

Gli estensori della ricerca si chiedono ancora: «Troveranno gli adolescenti di oggi chi saprà porsi accanto a loro per accompagnarli e aiutarli a riorganizzarsi intorno al senso dell’esistenza e al fondamento della fiducia vitale?».
È certamente una domanda provocatoria. L’esperienza ecclesiale di questi anni manifesta piuttosto disattenzione e chiusura verso il mondo dell’adolescenza, almeno dal punto di vista religioso e catechistico. Mostrerò anche con altri dati che gli adolescenti di oggi non hanno accompagnatori nella loro esperienza religiosa e quindi sono in qualche modo abbandonati a se stessi, quasi buttati allo sbaraglio. Se questo è ciò che avviene, essi cadranno in una vera disintegrazione tra fede e vita, oppure si ridurranno a vivere in maniera più o meno acritica e poco significativa qualche esperienza di socializzazione preadolescenziale e infantile che ancora permane, ma senza una presa di coscienza a livello critico del significato religioso della vita.
È stata pubblicata un’altra ricerca [1], che rileva la situazione dei catechisti parrocchiali, attraverso un campione rappresentativo di 130 diocesi (sulle 220 presenti in Italia) e quindi anche dei catechisti impegnati nella catechesi parrocchiale degli adolescenti. Si tratta di un’indagine portata avanti per tre anni, dal ’92 al ’94, per conto dell’Istituto di Catechetica dell’Università Pontifica Salesiana e sotto il patrocinio dell’Ufficio Catechistico Nazionale.
Prendo in esame la fetta del campione che riguarda i catechisti degli adolescenti, per rispondere alla domanda se essi troveranno chi li accompagna.
Chi sono i catechisti degli adolescenti? I dati sono sorprendenti e comunque relativi della situazione attuale di disaffezione ecclesiale.
In Italia ci sono circa 300.000 catechisti su circa 25.000 parrocchie. I dati evidenziano una media di 10-12 catechisti per parrocchia, tenendo presente che molte parrocchie comprendono meno di 1000 abitanti e c’è una grossa fetta di esse di oltre i 10.000-15.000 abitanti. Del totale dei catechisti, il 60% è al servizio della catechesi ai fanciulli; il 31% alla catechesi dei preadolescenti; solo il 3,9% è al servizio della catechesi agli adolescenti. Il dato evidenzia due cose immediatamente: che la catechesi è ancora molto infantile (se il cammino di fede si interrompe con la preadolescenza); che le parrocchie non offrono sbocco dopo la catechesi sacramentale e quindi sono assenti dalle comunità adolescenti e catechisti...
I pochi catechisti degli adolescenti, inoltre, non sono stati interpellati sul modo di entrare nella pastorale della comunità, sulle sue scelte pastorali, sull’uso del catechismo degli adolescenti «Io ho scelto voi».
Secondo queste risposte, i pochi adolescenti presenti vivono una loro esperienza interessante anche se con qualche disadattamento (ma è fisiologico); fanno delle richieste che seguono l’impostazione antropologico-pedagogica del catechismo; ma evidentemente è solo «resto» del popolo dei preadolescenti. Se calcoliamo dal quadro presente sulla rivista [2], dove si dice che il 26,3% degli adolescenti in qualche modo è aggregato intorno a parrocchie e oratori, io posso aggiungere che non tutti coloro che sono aggregati attorno alle parrocchie e agli oratori hanno una catechesi significativa.
C’è da dire un’altra cosa, e questo a onore degli adolescenti. Nell’indagine si chiede anche le date di nascita dei catechisti in servizio. Dieci anni fa il 20% dei catechisti era giovanissimo (cioè aveva meno di 18 anni). Attualmente i catechisti con meno di 18 anni sono il 4% del totale. Vuol dire che il 4% di questi adolescenti sono nelle istituzioni ecclesiali come catechisti, ma non in senso pieno, bensì come spalla a un catechista più adulto, ed intanto incominciano a fare esperienza. Credo che sia quella fetta di adolescenti che nell’indagine COSPES viene accreditata come «credenti praticanti». Questi catechisti fanno un apprendistato ecclesiale significativo, ma non sono formati a livello di maturità personale e non sono preparati, cioè non hanno frequentato corsi specifici di formazione catechistica.
Dalla indagine sui catechisti risulta difficile trovare soluzioni al problema formativo, perché nel momento in cui si cambia rotta a livello di comunità, di associazioni, di gruppi, di movimenti, di chiesa e si vogliano formare gli animatori e i catechisti per questi soggetti, passano degli anni e gli adolescenti di domani saranno diversi dagli adolescenti di oggi.
Si cammina quindi sempre con questo distacco generazionale, per cui appare provvidenziale che ci si domandi che cosa fare oggi. E non solo con gli adolescenti, ma anche con i preadolescenti e coi fanciulli di oggi per arrivare preparati agli adolescenti di domani.

In che cosa è fallita la catechesi?

I risultati statistici desunti anche da certe domande implicite con l’incrocio di alcuni dati dicono che oltre il 90% dei fanciulli segue la catechesi parrocchiale; quasi il 65-70% dei preadolescenti partecipa alla catechesi in vista del sacramento della cresima; solo un 25% degli adolescenti bazzica ancora attorno alle parrocchie. Dove è finito quel 50%?
Pare che con la cresima si faccia la festa dell’addio, per cui appare evidente il senso del distacco e della disaffezione della maggior parte degli adolescenti. Fanno eccezione quei pochi che hanno trovato catechisti capaci di accompagnare il loro cammino di fede, che hanno capito, andando anche contro la mentalità del parroco, il modo di uscire un po’ dagli schemi tradizionali della catechesi finalizzata ai sacramenti.
La maggioranza degli adolescenti che hanno abbandonato la parrocchia non hanno continuato il cammino della maturazione cristiana iniziale; non hanno avuto la possibilità di interiorizzare le motivazioni della fede in sintonia con le nuove scoperte dell’identità; per cui la socializzazione religiosa precedente è rimasta tradizionale e un po’ legata a motivazioni esteriori senza integrarle in una nuova visione.
Non essendoci stata questa interiorizzazione personalizzata dei principi cristiani, gli adolescenti vivono la fede un po’ con nostalgia, con il rimpianto di un bene perduto, in quanto percepiscono che avrebbero avuto delle buone occasioni per continuare il discorso iniziato. È come se sentissero di aver perso un’importante occasione per attuare le scelte successive.
Non avendo avuto questo sviluppo in positivo per il dopo, i loro catechisti si sono accontentati del presente. Ed allora non serve lamentarsi che i ragazzi vivono solo per il presente, senza progettualità. Potremo tentare di rispondere alla domanda del titoletto, ipotizzando le aree di intervento pastorale entro cui collocare gli eventuali fallimenti della catechesi:
– nell’impostazione pastorale parrocchiale, fondamentalmente finalizzata al sacramento e non alla crescita della fede (e quindi incapace di offrire sbocchi successivi ai cammini di fede precedenti);
– nel non saper preparare gli operatori pastorali per la catechesi sistematica per tutte le età (e gli adolescenti sono in una fase delicata di grande importanza per l’interiorizzazione della fede);
– nel non usare gli strumenti (i catechismi della CEI) in maniera adeguata, per cui si usano strumenti nuovi ma con una mentalità (e una metodologia) vecchia;
– nella incapacità di usare una metodologia catechistica esperienziale durante la preadolescenza, per favorire la correlazione di significati tra la fede e la vita.

Proposte

In conclusione, si tratta di ridisegnare possibili vie per un intervento pedagogico e pastorale in vista di una ripresa del cammino di fede degli adolescenti a livello esperienziale, a livello sociale e a livello culturale e mass-mediale, perché queste dimensioni fanno parte dell’identità e della cultura in cui sono inserite. Una catechesi che non sia esperienziale, cioè integrata dentro questa esperienza progressiva e allargata, non è efficace e non trasforma, unificando la coscienza.
Bisogna individuare perciò le strategie educative più opportune da mettere in atto e renderle bene articolate, tenendo presente l’identità personale per aiutare il superamento della crisi e dei dubbi esistenziali, in ordine alla conoscenza personale del mistero cristiano incentrato attorno a Gesù Cristo, attraverso percorsi esperienziali di ricerca personalizzati, attraverso alcune iniziative pastorali:
– favorire la ripresa di una rinnovata pastorale giovanile: un’educazione della fede che non si integri dentro un’esperienza pastorale più ampia non si sostiene. Pastorale giovanile significa offrire luoghi di accoglienza comunitari e ecclesiali e persone disponibili capaci di condivisione;
– stimolare l’avvio di ampie iniziative di formazione di animatori-catechisti per adolescenti, capaci di farsi carico delle loro domande esistenziali, per affinità di esperienze e per disponibilità di animazione;
– organizzare la scuola parrocchiale dei genitori, per coinvolgerli nell’impegno educativo. Per questi ragazzi i genitori sono ancora a livello affettivo le persone più significative come riferimento esperienziale e per le scelte esistenziali (ma chi educa gli educatori?);
– riproporre itinerari progressivi e ciclici di maturazione alla fede ai diversi tipi di età. I catechismi della CEI in qualche modo questa scelta implicita l’hanno fatta, ma mancano strumenti operativi, sussidi didattici pratici capaci di coinvolgere in questo cammino di fede (sviluppando progressivamente obiettivi e contenuti, in sintonia con la maturazione e la crescita personale).


NOTE

1) Morante G., I Catechisti parrocchiali in Italia agli inizi degli anni '90, LDC, Leumann (To) 1996.
2) Cf Tonolo G., «Accanto a loro. Un'indagine Cospes», in NPG, 5/1995, 41.