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Educare alla legalità

 

Riccardo Tonelli

(NPG 97-8-5)



L’hanno preso in uno dei rari momenti di tranquillità.

Gesù se ne stava solo e in santa pace, dopo una giornata spesa tutta a parlare, a rispondere, a fare.

Stava pregando, immerso nella contemplazione del Padre.

Arrivano come forsennati, trascinando per i capelli una povera donna, spaurita e discinta.

Gliela buttano ai piedi, come un sacco di patate. «L’abbiamo colta in adulterio flagrante. Non ci sono dubbi sulla sua colpevolezza. Uccidiamola, a colpi di pietra. Lo prescrive la legge, come tu sai molto bene». Gesù li guarda stupito.

«Incomincia tu. Ecco una pietra: lanciala per primo. Hai sempre parlato bene della legge. Coraggio... osserviamola assieme».

Quel gruppetto di dottori della legge pensava di averlo messo con le spalle al muro. Gesù aveva sempre parlato bene della legge. Aveva invitato ad un’osservanza precisa e puntuale. «Non dovete permettervi di cambiare il testo scritto: neppure una virgola o un accento va preso alla leggera». Adesso deve scegliere: osservare la legge e mettersi a gettare pietre sulla povera donna peccatrice, o sconfessare tutte le sue dichiarazioni di principio e togliersi finalmente la maschera.

Gesù tace. Continua a pensare e a pregare come se nulla fosse capitato. Non gli piace la gente che decide solo perché altri hanno deciso per loro. Vogliono uccidere nel nome della legge? Se la vedano loro, con la coscienza e non cerchino sostegni esterni.

Il clima si fa teso, pesante. Qualcuno insiste: «Gesù... allora?». Ma Gesù aspetta in silenzio. La legge per lui è importante. Ma è per la vita. Non può diventare principio di morte. Questa non è la legge che il padre suo ha offerto agli uomini. Fanno così i potenti di questa terra, cui interessa davvero poco la vita degli altri.

Stanati dal silenzio impietoso di Gesù, quei bravi giudei che volevano il rispetto della legge a tutti i costi si scoprono immersi nella morte. La invocavano sul peccato della povera donna. E ne erano pieni essi stessi: di peccato e di morte.

Sono messi con le spalle al muro. Chiamati per nome, loro che della donna conoscevano solo la colpa, fuggono. Buttano le pietre che avevano ormai nelle mani e fuggono.

Qualcuno scappa vergognoso. Qualche altro si allontana salvato: riscopre la legge, lui che pensava di conoscerla alla perfezione e la voleva applicata alla lettera.

Tutti erano arrivati lì pieni di morte. Se ne tornano a casa loro, restituiti alla vita.

Gesù, finalmente, è solo. La donna è ancora per terra, incapace di sollevare lo sguardo dalla polvere in cui era stata gettata.

Gesù si china. La afferra per una mano. La alza in piedi: a testa dritta, come piace a lui. La guarda negli occhi, con uno sguardo dolcissimo.

«Sei viva. La legge della vita ti ha salvata. Vedi come sono strane queste cose... Pensavi di essere viva perché facevi quello che volevi in barba alla legge. Ed eri morta, prima ancora di essere condannata. Ora sei viva: restituita alla vita. Beh... adesso... ce la fai a vivere da persona viva?».

«Sì, Gesù. Grazie. Posso stare con te?».

 

Una differenza non piccola tra noi e gli accusatori della donna peccatrice, merita di essere sottolineata.

Quella gente credeva alla legge. Forse, possiamo discutere sul tipo di fiducia e sull’interpretazione che dava. Resta che ci credeva.

Noi, invece, viviamo in una stagione di profonda e diffusa crisi di legalità. Contestiamo, spesso e volentieri, la legge e le istituzioni che la esprimono e la garantiscono.

Non si tratta di scoprire chi dei due ha la ragione.

Il problema è un altro. Gesù lo pone davanti con fermezza.

Le istituzioni e le leggi che le regolano hanno il compito di guidarci nell’amore. Ma spesso schiacciano l’amore. La legge è disattesa o piegata verso il favore di qualche persona o di qualche gruppo. L’istituzione diventa impersonale e ossessiva e serve solo a ratificare il sopruso acquisito.

Purtroppo l’esito lo costatiamo tutti i giorni: una spontanea sfiducia verso la legge, che scatena una larga crisi di legalità.

Certo, dobbiamo trovare un rimedio.

La storia di Gesù e della donna peccatrice ci avverte che il problema non è prima di tutto di metodo. Riguarda la sostanza delle cose.

Qualcuno vuole leggi sicure e punizioni ferree per i trasgressori. Spesso anche le istituzioni educative si buttano nella stessa logica. La logica sembra giustificatissima. In fondo, fanno tutti così...

Gesù suggerisce un atteggiamento specialissimo nei confronti della legge. Raccomanda l’osservanza delle leggi fino ai particolari più piccoli: una virgola o un accento trasgredito basta per finir male (Mt 5, 17-19). E poi... quando c’è di mezzo la vita, infrange persino le leggi più sacre: quella del sabato o quella della punizione del colpevole, disposto a scatenare reazioni dure da parte dei suoi nemici (Gv 5, 1-18).

Alla fine è condannato a morte come trasgressore della legge, lui che si era impegnato per la sua vera osservanza, contro ogni forma di legalismo della legge.

La sua vita ci insegna qualcosa di serio e urgente: l’orizzonte dentro cui pensare e progettare con la fatica quotidiana di chi sa utilizzare scienza e sapienza.

La legge è una sola: dare vita dove c’è morte, perdendo la propria perché tutti possiamo averne piena e abbondante.

Questo va gridato come esito della scelta di vita che porta a confessare che solo Gesù è il Signore. Le altre leggi – tutte, anche se a livelli diversi – sono importanti. Spesso rappresentano la via obbligata per far nascere vita. Qualche volta le esigenze della vita sono tali da costringerci alla libertà della trasgressione. Sempre, sono così urgenti da sollecitare a trapassare l’osservanza della legge: fino, veramente, a sacrificare la vita.

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