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Mentalità e pratica cristiana


Juan E. Vecchi

(NPG 1997-06-3) 


La mentalità, il pensare secondo la fede, è oggi uno dei punti più impegnativi e compromessi. Eppure è parte irrinunciabile del credere.
Su ogni questione importante il cristiano deve confrontarsi con opinioni diverse alle quali conseguono scelte pratiche. Esempi quotidiani sono la solidarietà e il sistema economico, l’amore e la sessualità, il matrimonio e la famiglia, la bioetica e la paternità-maternità responsabile e, più a monte, la libertà e la coscienza, il senso della vita e la condizione umana, il bene e il male.
Le difficoltà per giungere ad una valutazione coerente di fede su tali questioni risiedono nella loro complessità e nel fatto che coinvolgono il comportamento. Anche la molteplicità di pareri, appoggiati da corrispondenti argomenti, ci sconcerta e ci rende insicuri. Disorienta pure l’idea, sottesa in molti messaggi, che un comportamento si giustifichi dalla sua diffusione.
Incide però in forma determinante lo scarso approfondimento della fede: ignoranza religiosa, si dice in parole povere. Occupati da molte esigenze, stimolati da molteplici proposte, trascuriamo di applicare la luce della fede alle questioni che sfidano la vita. Così le espressioni religiose stesse possono svuotarsi di valore perché non hanno alla base una fede sufficientemente consapevole e motivata. Per i giovani questo rischio incombe ancora di più. Sono conosciuti i rischi della socializzazione religiosa che riesce a fare la famiglia, l’incidenza non definitiva che ha la prima catechesi e l’allontanamento che avviene sulla soglia della gioventù. La fede, l’affidarsi a Cristo, comporta un modo di pensare e valutare la realtà, la natura, le persone che ci stanno attorno, l’uso del denaro, la finalità del piacere, l’impiego del corpo, il senso del lavoro e simili.
Il Vangelo di Giovanni è attraversato da un motivo: la luce. Gesù è la luce del mondo e di ogni uomo che viene a questo mondo. Gli dà il senso del valore e della vita. Poiché è il Verbo, secondo cui tutto è stato creato, insegna a guardare le cose e la storia dalla prospettiva giusta.
Nel Vangelo lo vediamo intento a istruire i discepoli. Egli accetta il titolo di Maestro e lo è realmente non solo delle verità religiose, ma del modo giusto di giudicare gli avvenimenti e realtà quotidiane: la dignità di ogni persona, il rapporto con le autorità, il pagamento delle tasse, la natura del potere, le solidarietà legittime o chiuse, le felicità vere e quelle ingannevoli.
Lo scarto tra sfide della cultura e mentalità di fede va colmato con una riflessione religiosa adatta alle diverse fasi della vita. Essa oggi non è un optional, uno scomparto culturale trascurabile, ma necessità vitale per sopravvivere da credenti.
Al primo catechismo della fanciullezza deve seguire una nuova e più seria formazione che aiuti a far luce sugli interrogativi che si vanno affacciando all’orizzonte di una identità in formazione. La Chiesa sta vivendo oggi due fatti significativi. Il primo è la diffusione dei catechismi che ripropongono in forma organica il contenuto della fede: c’è quello della Chiesa cattolica, quello dei giovani, quello degli adulti. È una lettura che prende: somiglia ad una conversazione in famiglia sugli interrogativi reali.
Il secondo è il moltiplicarsi delle opportunità di formazione per gli adulti: studio di problemi, riflessione di fede, lettura del Vangelo, approfondimento teologico, giornate di ritiro. Anche nella pastorale giovanile ciò va diventando uno dei capisaldi. Ed è di buon auspicio rilevare l’abbondanza di «scuole», corsi e collane per le diverse categorie di giovani interessati o impegnati. La fede è luce e sostegno quando viene responsabilmente applicata alle situazioni. Si rafforza quando viene riflettuta e comunicata attraverso la testimonianza e la parola.
Contemporaneamente al maturare della mentalità, va seguita la pratica della vita. Alcune parole di Gesù ci allertano sulla autenticità della fede.«Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno, ma chi fa la volontà del Padre». E riferendosi agli scribi: «Fate quello che dicono, ma non imitate quello che fanno». L’opposizione dire-fare è evidenziata anche nella parabola dei due servi: quello che dichiara di essere disposto ad andare, ma non si muove e quello che si rifiuta in un primo momento di obbedire, ma poi adempie.
In molte altre circostanze Gesù indica sentimenti e comportamenti conformi al Regno: perdonare, donare gratuitamente, non giudicare, aiutare chi è caduto sulla strada, dare il superfluo. La fede comporta un giudizio pratico sul valore delle diverse scelte. Oggi tale giudizio non è senza difficoltà. Spesso convivono nella stessa persona giudizi ideali corretti con modi di agire discutibili.
Chi sono i credenti e come li si distingue? Quale fosse il credo dei primi cristiani, i pagani non lo capivano granché. Vedevano però il loro stile di vita: si amavano gli uni gli altri come fratelli indipendentemente dalla nazionalità, colore e condizione sociale; lo dimostravano mettendo in comune i beni in modo che nessuno patisse miseria; partecipavano alla preghiera insieme. Poco tempo dopo, la lettera di un testimone a un pagano interessato al cristianesimo, di nome Diogneto, rilevava che socialmente i cristiani non si distinguevano dagli altri: essi partecipavano alla vita della città, si muovevano nelle piazze e nei mercati come gli altri, vestivano e lavoravano come il resto dei cittadini. Individuava però alcuni segni per scoprirli: «meravigliano tutti per il loro modo di stare insieme che ha dello straordinario; adempiono con lealtà i loro doveri di cittadini; si sposano come tutti e hanno dei figli, ma non abbandonano i neonati; sono uomini, ma non agiscono seguendo il proprio interesse; obbediscono alle leggi dello stato, ma con la loro vita vanno oltre la legge; sono poveri, ma arricchiscono molti».
La fede è culto e religione, ma non solo. Ci sono verità, espresse imperfettamente in proposizioni, cui assentire; ma non come fine a se stesse. Il tutto tende a trasformare la vita: i sentimenti, gli atteggiamenti, i comportamenti, le abitudini, affinché corrispondano alla nostra realtà di figli di Dio, fratelli di Gesù, uomini e donne abitati dallo Spirito. La pastorale dunque guarda simultaneamente all’una e all’altra.
Quando lo scriba chiese una delucidazione teorica o dottrinale su chi doveva considerare suo prossimo, Gesù glielo spiegò presentandogli un modo di agire e gli diede il consiglio: vai e comportati allo stesso modo. Vivendo ciò che già si è appreso si va comprendendo il resto
Un programma completo per la vita del credente lo propone Gesù nelle Beatitudini. Le pronunciò in uno scenario stupendo che ancora oggi ci impressiona: il monte, il verde pendio, il lago, il sole terso e caldo che per la configurazione del terreno arriva dappertutto, l’orizzonte: un’immagine toccante della luminosità e trasparenza della vita.
Disse parole gravide: povertà, purità di cuore, verità in parole e opere, fame e sete di giustizia, misericordia, pace, resistenza nel bene, fiducia in Dio.
Ad esse aggiunse promesse di beni che sono oltre il desiderio umano: il regno dei cieli, il possesso della terra e dei cuori, la visione di Dio, il compimento del desiderio di felicità, la gioia definitiva che nessuno può togliere.
Le beatitudini sono l’annuncio di un dono che opera già in chi si affida a Dio. Quando si accoglie la sua presenza, nascono in noi i beni, i desideri, gli atteggiamenti proclamati nelle beatitudini. Essi conformano il volto e l’anima di chi è nato da Dio. Allo stesso tempo propongono un impegno nella vita e nella storia: rendere reali e dare visibilità ai beni annunciati, scommettere sul loro valore per la felicità propria e degli altri. In essi la persona può trovare quello che il suo cuore cerca, e la storia il suo punto di consistenza e il suo compimento.
Dono e impegno producono felicità: durante l’esistenza terrena come in seme, ma sufficiente per dare senso e gusto alla vita; al termine di questa secondo le dimensioni di Dio e della natura umana.
Le beatitudini esprimono il culmine dell’amore e della gratuità da parte di Dio e da parte del credente. Se ne è parlato come di una proposta senza limite, aperta infinitamente verso il di più. Il giovane ne capirà la portata un po’ alla volta meditando altri passi del vangelo.
Il paradosso cristiano consiste nell’affidarsi ad un’apparente debolezza per cercare un bene duraturo, nell’accettare una provvisoria sconfitta per un eterno trionfo. È infatti debolezza per la mentalità corrente la povertà intesa non solo in senso materiale, ma come capacità di dare spazio ai progetti di Dio piuttosto che ai propri. Sembra sconfitta la mitezza e lo spirito di pace quando nel mondo prevale la durezza contro i concorrenti, gli avversari, i diversi. È follia mettere da parte se stessi per cercare solidarietà e condivisione con gli ultimi, pensando che da loro riceviamo più di quello che doniamo.
D’altra parte la gente rimane stupefatta quando incontra chi sa realizzare tutto ciò. Ha trovato uno che ci crede!

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