I luoghi dell’animazione: la piazza e la strada

Inserito in NPG annata 1997.

 

I luoghi dell'animazione /3

Mario Pollo

(NPG 1997-04-51)


Secondo i risultati della ricerca La gioventù negata (Fondazione Labos & Ministero dell’Interno, TER, Roma 1994) diretta dallo scrivente, i luoghi in cui i giovani italiani trascorrono maggiormente il loro tempo sono, in ordine di graduatoria: la casa, la piazza e la strada, e la scuola.
Per quanto riguarda la piazza e la strada, la ricerca indica che ben il 71% dei giovani passa in questo luogo urbano una quota importante del proprio tempo.
Questo dato, di per sé, non dovrebbe essere particolarmente rilevante, visto che nelle società mediterranee, ma non solo in esse, lo spazio urbano aperto, di cui l’agora era il simbolo, ha sempre costituito il luogo centrale degli scambi tipici della comunicazione, del commercio, della religione, della politica, delle idee e dei sentimenti.
Basta pensare alla vita di Socrate che nelle strade e nelle piazze conduceva tanto la sua ricerca filosofica quanto l’educazione delle giovani generazioni, o a quella dello stesso Gesù che in questo spazio annunciava la buona novella, compiva miracoli e formava i propri discepoli.
Tuttavia, nonostante questa tradizione, il dato sulla frequentazione da parte dei giovani delle piazze e delle strade della città colpisce, e spesso con tonalità negative, gli adulti, specialmente quelli che hanno una preoccupazione educativa nei confronti delle nuove generazioni.
Questo avviene perché nel corso di questo ultimo secolo, in parallelo con il forte processo di urbanizzazione indotto dalla industrializzazione, la strada e la piazza sono sempre più diventate un luogo di transito anonimo e, salvo alcune parti della città, di solito centrali che hanno mantenuto una qualche funzione di luogo di incontro, irto di pericoli fisici e morali, specialmente per i ragazzi ed i giovani.
Non è perciò casuale che l’espressione «ragazzi di strada», sia progressivamente diventata una etichetta usata per indicare ragazzi la cui educazione, invece di avvenire all’interno della famiglia o delle altre istituzioni educative, per il fatto di realizzarsi nella strada ha prodotto in essi comportamenti, stili di vita e orientamenti esistenziali giudicati, se non proprio devianti, almeno insufficienti rispetto agli standard richiesti dalle norme e dai codici della vita sociale.
L’etichetta «ragazzi di strada» è, infatti, gravata da un forte stigma sociale. E questo conferma la percezione negativa di questo spazio all’interno dell’attuale cultura sociale.
La trasformazione della piazza e della strada da spazio fortemente interrelato con quello della casa, dei luoghi di produzione e di culto e delle istituzioni, tanto da poter essere considerato un loro prolungamento, a spazio estraneo, oscuro ed anonimo, è stata prodotta da un insieme composito di cause.
Quelle più evidenti e note sono costituite dall’anonimato e dall’isolamento relazionale che affligge gli abitanti dei grossi agglomerati urbani, dall’esplosione del traffico motorizzato, dall’espansione smisurata delle grandi città conseguente ai processi di emigrazione di massa che hanno condotto milioni di persone ad abitare e a lavorare in luoghi con una cultura sociale differente da quelle dei loro luoghi di origine e, infine, dalla desacralizzazione dello spazio.
Mentre gli effetti del traffico sulla vivibilità e sulla frammentazione dello spazio urbano sono evidenti e non richiedono particolari analisi, un po’ meno evidenti soprattutto nel medio e lungo periodo sono quelli prodotti dall’espansione urbana, così come sono nascosti alla percezione dei più gli effetti della desacralizzazione dello spazio.
Occorre poi tenere conto che l’espansione urbana è attualmente un fenomeno planetario che investe in modo affatto particolare quella che può essere definita come la periferia del mondo, costituita dal cosiddetto terzo mondo, ovvero paesi africani, asiatici e sudamericani.

L’ESPANSIONE URBANA ALLE SOGLIE DEL 2000

L’esplosione urbana, che riguarda oramai la maggioranza dei Paesi del pianeta, è un fenomeno tipicamente moderno, innescato, come già detto, dalla nascita e dallo sviluppo della società industriale. Basta dire che nel 1800 solo il 3% della popolazione mondiale viveva nelle città, mentre si prevede che nel 2000 più della metà della popolazione vivrà nelle aree urbane.
Il 2000 non è lontano, per cui molte aree geografiche vivono già nell’oggi questa situazione. Basti pensare che questo dato è già riscontrabile nei tre quarti dei paesi latino-americani. L’Africa non è ancora in queste condizioni, ma sta procedendo a tappe forzate verso di esse. Infatti le città africane stanno aumentando la loro popolazione residente al ritmo di un incremento del 10% annuo. Analoghi fenomeni stanno avvenendo nelle città asiatiche.
La maggioranza delle città del mondo in seguito a questo fenomeno ha aumentato, o sta aumentando, le loro dimensioni. Se, ad esempio, all’inizio del XIX secolo c’erano nel mondo solo venti città con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti, oggi queste città sono novecento.
Questo significa che la civiltà del 2000 sarà quella delle grandi città, per le quali è stato da tempo coniato il nome di megalopoli.
C’è da dire che mentre nell’occidente ricco e industrializzato, ad esempio l’Europa e gli USA, questo fenomeno è contenuto in limiti abbastanza modesti e in alcune città è addirittura in regressione, nei paesi del terzo mondo, o comunque meno sviluppati industrialmente, esso ha i caratteri di una vera e propria esplosione.
I demografi prevedono che nel 2000 ci saranno nel mondo tre città con un numero di abitanti superiore ai venti milioni e ben 20 città con una popolazione tra i dieci e i venti milioni.
Ci si rende allora conto dell’incredibile progressione che l’urbanesimo ha avuto nei tempi moderni e dell’impatto che esso determina sulle condizioni della vita sociale.
C’è da notare poi che mentre la popolazione delle grandi città dell’Europa e degli Stati Uniti tra il 1970 e il 2000 ha avuto o avrà una crescita o nulla o lenta, nello stesso periodo le città dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud hanno avuto e avranno crescita rapida o addirittura rapidissima.
Questo farà sì, ad esempio, che la popolazione di Città del Messico sarà il triplo di quella di Parigi, mentre quella di Shanghai e quella di Pechino saranno il doppio.
Il fatto che la crescita maggiore della popolazione delle città stia avvenendo nelle aree del mondo meno sviluppate economicamente determinerà problemi sociali enormi, vista l’impossibilità di queste agglomerazioni urbane di offrire condizioni di vita adeguate per la totalità o perlomeno per la maggioranza dei loro abitanti.

Vivere in città

In questo quadro del dirompente sviluppo dell’urbanesimo a livello mondiale acquista ancora una maggiore rilevanza il tema delle condizioni e, quindi, della qualità della vita nelle città, specialmente in quelle di grandi dimensioni.
La capacità di affrontare in modo positivo il nodo delle condizioni della vita umana nelle città appare essere decisiva per le sorti attuali e future dell’uomo moderno.
Infatti i riflessi di questa esplosione urbana appaiono per ora catastrofici. Sovrappopolazione, crescita incontrollata, speculazione immobiliare, carenza di alloggi, traffico caotico, inquinamento, criminalità, devianza, emarginazione ed insicurezza diffusa sono i nomi della catastrofe quotidiana che la vita della grande città propone ai suoi abitanti.
Eppure, nonostante questo, specialmente per le persone più svantaggiate economicamente e socialmente, la città, come dimostrano i dati, continua a esercitare un potere di attrazione molto forte.

La città tra mito e macchina

La città, per le persone che ogni giorno abbandonano le campagne per vivere in essa, rappresenta il luogo mitico della speranza in una vita migliore. Questo mito è diffuso, enfatizzato dalla comunicazione di massa, specialmente televisiva, che propone la città come il luogo del successo, del lavoro, della pienezza dei consumi, della cultura, dell’istruzione e del divertimento.
È sovente in nome di questo mito, come accade in molte regioni africane, ad esempio, che si abbandonano luoghi in cui bene o male la sussistenza è assicurata per affrontare l’abisso della miseria che rende simili all’inferno molte periferie urbane.
D’altronde questo mito ha una base di realtà: infatti esso manifesta la centralità, sovraccaricata dei riflessi dell’immaginario della comunicazione, che nella economia e nella cultura sociale moderna la città ha assunto.
L’industria prima e il terziario avanzato poi hanno eletto la città a loro ambiente specifico. Questa elezione della città da parte della civiltà industriale moderna a suo luogo specifico ha concluso un processo di modificazione del concetto stesso di città durato alcuni secoli.
Si è trattato di un vero e proprio processo di secolarizzazione che ha tolto alla città ogni residuo della sua arcaica funzione di imago mundi e, quindi, di spazio sacro, trasformandola in macchina per abitare, per produrre e per socializzare. La città, secondo le concezioni arcaiche era infatti una immagine del cosmo che riproduceva al proprio interno la logica della creazione del mondo e che perciò collocava gli uomini che l’abitavano nella dimensione sacra della creazione e li proteggeva dalle forze della distruttività presenti nello spazio.
Questa concezione arcaica aveva già avuto una importante trasformazione nella civiltà greca che aveva valorizzato la dimensione comunitaria, politica e culturale della città costituendola come luogo di relazione tra gli uomini.
È significativo a questo proposito quanto afferma Socrate nel Fedro laddove, giustificando la sua preferenza per la città rispetto alla pace e alla bellezza dei luoghi agresti poco fuori Atene e a lui pressoché sconosciuti, dice: «Sai bene che io sono assetato di sapere: ora le campagne, gli alberi si rifiutano di parteciparmi il loro insegnamento, come invece fanno gli uomini della città».
Nell’epoca moderna vi è stato un ulteriore, enorme balzo nel processo di trasformazione aut secolarizzazione del senso della città nella vita umana che ne ha oscurato anche la natura relazionale.
Infatti il risultato della «secolarizzazione della città», come è visibile oggi nelle grandi aree metropolitane, è che questa è ridotta ad essere una somma di funzioni dalle quali sono assenti, o perlomeno sono presenti in modo molto labile, quelle riferite alla vita di relazione comunitaria, ai processi di identificazione in una storia e in una memoria. Lo stesso rapporto tra città e ambiente naturale non è più leggibile, e le città tendono a produrre architetture e funzioni simili al di là del contesto ambientale in cui sono inserite.
Da questo punto di vista le città possono essere assimilate a delle macchine produttive di attività lavorative, di servizi, di istruzione e di cultura, di svaghi e divertimenti, e assai poco a degli spazi esistenziali in grado di circoscrivere la vita delle persone in un senso collettivo e di produrre relazioni significative tra le persone.
Il risultato di questa meccanizzazione sono città a basso tenore di vivibilità, in cui le relazioni di solidarietà tra le persone, laddove ci sono sistemi amministrativi efficienti, sono surrogate dalle prestazioni anonime dei servizi sociali. In questo contesto si parla sempre di più per i «cittadini» di isolamento e di povertà relazionali, di indifferenza e mancanza di solidarietà.
Tuttavia non è possibile ridurre le città a puri luoghi negativi, in quanto accanto ai disagi esse offrono, proprio per le funzioni che svolgono, anche molte opportunità utili alla realizzazione delle persone che vi abitano.

La città disuguale

La vita nella città è un fatto complesso, in cui si intrecciano ostacoli e opportunità, disagi ed agi. Questo si verifica però solo per le persone che hanno un inserimento sociale pieno, che hanno un lavoro, una famiglia e la possibilità di esprimere e soddisfare i loro diritti. Per le altre persone, invece, che non possono contare su questa pienezza di diritti, la città è un luogo di disagio e di emarginazione.
Ma è anche nella stessa struttura urbana che le funzioni tipiche della città non sono distribuite in modo omogeneo. Infatti, mentre nelle periferie i luoghi destinati alle funzoni produttive, di scambio, di socializzazione, ecc. sono scarsi, i centri storici rischiano di essere soffocati per l’eccesso di queste funzioni.
Se a questo si aggiunge il fatto che sulla base di moderni criteri urbanistici le periferie sono state progettate come dei quartieri autosufficienti, senza però che questa scelta fosse coerentemente tradotta in pratica, si comprende perché queste stesse periferie siano in realtà isolate dal contesto di relazioni e di funzioni della città.
Infatti il solo vero risultato prodotto da questa cultura urbanistica è stato la creazione di quartieri dormitorio o ghetto debolmente legati al resto della città.

Giovani tra periferia e città

In conseguenza di questa «utopia» urbanistica, forse già perniciosa a livello teorico e completamente tradita nella realizzazione pratica, molti quartieri periferici nel nostro paese sono diventati per i giovani luoghi ad alta probabilità di devianza e di emarginazione o, comunque, a bassa offerta di opportunità di autorealizzazione personale.
Nelle periferie non ci sono luoghi di aggregazione, giovanili e non, e i servizi sono limitati, per cui costringono chi ci abita a defatiganti pendolarismi. Ci si deve spostare per andare a lavorare, per studiare, per accedere ai servizi sanitari o a quelli amministrativi, per fare acquisti, per divertirsi o semplicemente per socializzare.
Non è un caso vedere il sabato o la domenica ondate di giovani che dalle periferie si spostano nei centri storici delle grandi città, alla ricerca di uno spazio urbano che offra loro quelle funzioni che la macchina per abitare in cui vivono non è in grado di produrre.
Un’altra conseguenza della assenza di strutture urbane di relazione è la nascita dei cosiddetti gruppi informali di giovani, che si formano nei quartieri e che si ritrovano in luoghi che non hanno alcuna caratteristica particolarmente utile alla socializzazione, se non quella di renderli identificabili nell’anonimo e monotono paesaggio urbano.
Questo fa sì che questi luoghi siano i più disparati, andando dai gradini di una chiesa (quando c’è), al muretto, al cassonetto dell’immondizia, al marciapiede di fronte al bar gelateria, ecc.
Il risultato è quasi sempre una socializzazione povera fatta più di un tempo consumato nell’esclusivo stare insieme, che di un tempo produttore di crescita e, quindi, di vita. Questo tempo consumato è addirittura, per una minoranza di giovani, un tempo di disagio, in quanto segnato dalla distruttività di gesti che vanno dal vandalismo alla microcriminalità, passando in alcuni casi attraverso l’esperienza tossicomanica.
In questi quartieri, poi, le varie generazioni che ne formano la popolazione non si incontrano se non all’interno delle reti parentali o di studio e lavoro.
Non ci sono, infatti, né nella struttura fisica della città, specialmente in quella delle periferie, né soprattutto in quella culturale luoghi dello scambio intergenerazionale.
Da questo insieme emerge con molta chiarezza come le moderne città del nostro paese non offrano pari opportunità a tutte le persone che abitano in esse, specialmente a quelle appartenenti alle fasce giovanili.
In questa complessità della città, in bilico tra sovrabbondanza di offerta di beni e servizi da un lato e di emarginazione da essi dall’altro, nascono i fenomeni tipici dell’odierna condizione giovanile dell’isolamento individuale e generazionale, della perdita del rapporto con lo spazio e dell’identità con il tempo della storia, della crisi della socializzazione nella sua dimensione formativa e, anche, della perdita del senso del mistero che rinchiude la presenza dell’uomo nello spazio e tempo nel mondo.
In cambio ci sono quei servizi, se si vive in una città ben amministrata e sviluppata economicamente, che servono a sostenere il benessere materiale e magari psichico del giovane, accanto alla possibilità di avere un lavoro adeguato alla propria condizione professionale e all’accesso al banchetto opulento dei consumi.

Il terzo escluso la cui vista non produce scandalo

Oltre ai giovani, e in forme molto più gravi e drammatiche, vi sono altri «cittadini» a cui la città offre, nella maggior parte dei casi, un insufficiente livello di opportunità di realizzazione della loro vita. Sono gli appartenenti al cosiddetto terzo degli esclusi, ovvero quelle persone che per la loro condizione economica, biologica, psichica e sociale non possono godere né della pienezza del diritto alla vita e all’integrazione sociale, né di condizioni materiali adeguate ai loro effettivi bisogni.
Queste persone che formano un gruppo eterogeneo che raggiunge oramai la quota di un terzo della popolazione delle società industriali avanzate o complesse, sono i senzatetto, i disoccupati, gli immigrati terzomondiali, gli anziani non autosufficienti e gli handicappati privi di assistenza, i malati mentali, i tossicodipendenti e i giovani marginali.
La città occulta normalmente queste persone pur rendendole fisicamente visibili attraverso l’isolamento relazionale. Queste persone, infatti, ognuno le incontra, o ne conosce l’esistenza, nello scorrere della sua giornata, ma il fatto di non avere alcun luogo in cui poter entrare realmente in rapporto con loro le rende praticamente invisibili o peggio dà loro la trasparenza della non effettiva esistenza.

Il rischio città e la profezia della solidarietà

Questi fenomeni che connotano il vivere in città, e che costituiscono il male non tanto oscuro che lo affligge, toccano profondamente la coscienza della comunità cristiana che, in molti casi, ha raccolto la sfida e sta operando per dare una risposta sia nel breve che nel medio periodo a questi stessi fenomeni.
Questo impegno si dispiega sia dal versante educativo e pastorale nei confronti dei giovani, sia da quello delle attività a favore delle persone che vivono la marginalità urbana.
Tuttavia questi segni di profezia, già numerosi ma ancora al di sotto dell’effettiva potenzialità della comunità ecclesiale, debbono essere sostenuti da una azione che coinvolga l’intera comunità ecclesiale e che inneschi e produca quella che potrebbe essere definita come una vera e propria rifondazione della città.
Si tratta, in altre parole, di operare concretamente per trasformare la città da macchina che produce funzioni in luogo di incontro di uomini in cammino dentro una storia il cui senso, pur appartenendo alla loro vita, la trascende.
Questo significa la creazione di una rete di rapporti umani in cui possano giocare un ruolo fondamentale sia l’esercizio della solidarietà dei cittadini, singoli ed associati, all’interno dei vari luoghi in cui si svolge la vita quotidiana, sia la costruzione di un’identità culturale in grado di aiutare le persone a percepire la loro storia individuale come appartenente alla storia comune delle altre persone con cui condividono lo spazio-tempo della città che abitano.
In altre parole questo richiede un lavoro educativo nella comunità cristiana al fine di far nascere la consapevolezza che i mali della città nascono dai guasti provocati dai modelli di convivenza presenti al suo interno e dalla perdita della coscienza di appartenere ad una «storia». Questa consapevolezza deve generare però la convinzione che è possibile eliminare questi mali modificando sia i modelli di convivenza sociale sia ridando un senso storico all’agire quotidiano delle persone.

L’ANIMAZIONE COME FRAMMENTO DI UN IMPEGNO GLOBALE DI TRASFORMAZIONE DELLO SPAZIO URBANO

Da quanto detto intorno all’attuale smisurata espansione urbana si capisce perché nell’immaginario degli educatori la strada e la piazza abbiano assunto quei connotati negativi descritti all’inizio e perché sia indifferibile, per chi è davvero interessato alla vita dei giovani; l’affrontamento di questo spazio urbano in chiave educativa.
Ma anche come questo nuovo impegno educativo sia una parte importante anche se niente affatto esclusiva di quello più globale della comunità ecclesiale verso la città.
In altre parole questo significa che l’educazione nelle strade e nelle piazze delle nuove generazioni dovrebbe essere pensata e progettata all’interno di un’azione più vasta di riqualificazione del tessuto urbano.
Infatti il rendere abitabile dai bambini, dai ragazzi, dagli adolescenti e dai giovani lo spazio urbano non può essere prodotto solo dall’effetto delle attività educative che vengono promosse a favore delle nuove generazioni, perché richiede una trasformazione urbanistica e sociale più profonda e generale, a cui le stesse attività educative possono dare un importante contributo ma che comunque è sempre parziale.
Fatta questa doverosa precisazione si può passare a individuare quale possa essere l’azione educativa dell’animazione culturale dei giovani nelle strade e nelle piazze, tenendo conto che il luogo privilegiato di questa animazione è costituito dai gruppi informali che i giovani hanno spontaneamente formato intorno al «muretto», al bar, alle sale giochi, ecc.

Gli obiettivi dell’animazione culturale dei giovani nella strada

Gli obiettivi che l’animazione può perseguire nei confronti dei giovani che trascorrono il loro tempo nelle strade e nelle piazze sono fondamentalmente tre:
1. costruire, all’interno dei gruppi informali in cui i giovani si aggregano nella strada, uno spazio educativo atto a sostenere la conquista di una identità personale radicata nella loro storia personale e sociale che consenta loro di pensare alla propria vita come un progetto dotato di un senso non contingente;
2. riconnettere lo spazio del gruppo informale allo spazio sociale attivando uno scambio che consenta agli stessi giovani un più accentuato protagonismo e, quindi, una loro partecipazione più attiva e soddisfacente sia alla trasformazione che alla gestione della vita sociale;
3. ristrutturare e riqualificare il controllo educativo del territorio da parte degli adulti.
Li riprendiamo.

Fare del gruppo informale un luogo educativo

La trasformazione del gruppo informale in un luogo educativo richiede all’animatore di strada tre azioni specifiche, che potrà mettere in atto però solo dopo essere riuscito a far accettare la sua presenza, periodica e non continua, da parte della maggioranza dei membri del gruppo. Il farsi accettare, superando con tenacia e creatività il rifiuto, la diffidenza e l’ostilità del gruppo è l’azione più delicata e importante dell’animazione di strada. Infatti, una volta che la presenza dell’animatore è accettata dal gruppo, l’animazione di questi diviene una sorta di conseguenza naturale.
La prima azione è relativa al far acquisire al gruppo uno scopo ulteriore rispetto a quello dominante di luogo di consolazione e confronto sugli aspetti problematici del vivere e/o di sperimentazione di modelli comportamentali innovativi o trasgressivi, in luogo di potenziamento dell’identità di genere e di prima sperimentazione di ruoli e valori tipici della società adulta.
In altre parole questo significa che il gruppo deve divenire un luogo in cui i giovani si confrontano rispetto alle «richieste» del mondo adulto veicolate dall’animatore. Non solo il luogo, quindi, in cui essi si separano dagli adulti ma quello in cui mettono a punto, attraverso un confronto serrato, il loro modo di rapportarsi con lo stesso mondo adulto.
La seconda azione, invece, è quella di incrementare e di rendere autentiche le interazioni tra i membri del gruppo sottraendole al ritualismo e al mascheramento che caratterizza il loro svolgimento all’interno della maggior parte dei gruppi informali. Questo avviene perché, nonostante le mitologie dei «ragazi del muretto», questo tipo di aggregazione è ben lungi dall’offrire uno spazio di autenticità, in quanto il modo di interagire dei suoi singoli membri dipende fortemente dalla necessità di non ridurre la funzione di protezione e di rassicurazione che essa offre. Si tratta di un gruppo in cui la paura della perdita dell’unità del gruppo fa sì che le persone indossino le maschere di sé che sanno essere gradite agli altri.
La terza azione consiste nell’aiutare i giovani ad allargare la temporalità dal presente al passato e al futuro, ovvero aiutandoli ad aprire la loro coscienza al tempo noetico.
Per fare questo l’animatore deve per prima cosa offrire loro memoria viva attraverso sia il raccontare storie, sia l’aiutarli a scoprire che il luogo in cui essi si incontrano e da cui si dipartono molti dei sentieri lungo cui si sviluppa il cammino della loro vita, è intessuto di una storia che condiziona, anche se non lo sanno, il loro presente.
Per seconda cosa l’animatore deve risvegliare negli stessi giovani la capacità di sognare, ovvero di vivere il presente come una promessa di futuro. Il miglior modo per aiutare i giovani a fare sogni veri, e a farli fuggire da quelli distruttivi delle allucinazioni e delle fantasticherie, è quello di far toccare loro con mano che i loro sogni possono diventare realtà attraverso l’acquisizione della capacità di essere protagonisti. Queste tre azioni sono, di fatto, gli ingredienti essenziali di ogni animazione di gruppo che debbono essere sempre attuate se si vuole evitare che l’animazione di strada diventi la mistificante attività di adulti che non sanno dialogare con i giovani se non facendosi simili ad essi, ovvero mettendosi le «braghe corte».

Riconnettere lo spazio del gruppo informale allo spazio sociale

Il protagonismo nella dimensione educativa dell’animazione assolve a due importanti funzioni. La prima è quella di aiutare il giovane ad uscire dal grembo protettivo del gruppo informale per affrontare in modo attivo lo spazio sociale che abita. La seconda, come già accennato, è quella di far scoprire che niente è più di aiuto alla vita quotidiana di un sogno, a condizione però che esso sia un sogno vero. Per questo motivo l’animatore di strada deve operare al fine di rendere lo spazio del gruppo un luogo di protagonismo prima all’interno del mondo vitale e dopo del sistema sociale. Dove il protagonismo consiste nel fare acquisire al gruppo degli obiettivi relativi alla realtà personale e sociale dei suoi membri, a mettere in campo le risorse e le azioni necessarie al loro raggiungimento e ad agire negoziando e componendo verso una direzione comune le differenze tra le persone che partecipano all’azione. Gli obiettivi del protagonismo possono essere i più disparati e spaziare, ad esempio, dal dare vita a una squadra di calcio che partecipa ad un torneo delle PGS o del CSI, alla rivendicazione di un centro di aggregazione per i giovani del quartiere. La funzione educativa del protagonismo consiste, infatti, nel far scoprire ai giovani la capacità di trasformare i loro sogni in realtà aiutandoli a scoprire sia le risorse di cui sono portatori sia le vie per acquisire il potere necessario a rendere i sogni in realtà.
Questo significa aiutare i giovani a progettare, a negoziare con la realtà sociale interna ed esterna al gruppo e, soprattutto, a scoprire che il futuro non è la proiezione del presente.

Ristrutturare e riqualificare il controllo educativo del territorio da parte degli adulti

L’animazione di strada non consiste solo nell’azione verso i giovani dei gruppi informali, ma anche in un’azione verso le agenzie e le istituzioni educative presenti nella realtà locale in cui si opera.
È necessario operare perché il mondo adulto, nel suo versante della responsabilità educativa, riscopra il territorio che abita come un luogo educativo al di là di quello costituito dalle isole, più o meno felici, in cui viene svolta, o dovrebbe essere svolta, l’educazione.
Questo significa che l’animatore deve operare per costruire una rete educativa che renda il territorio urbano non uno spazio vuoto ma un luogo civilizzato, ovvero un luogo in cui si manifestano e sono presenti i valori, gli stili di vita, le idee, le opportunità che caratterizzano una determinata cultura sociale.
Questo significa lavorare per coinvolgere le varie agenzie educative in particolare e il mondo adulto in generale in un progetto integrato, in cui ogni soggetto, pur nell’autonomia e nella libertà propria, condivide con gli altri alcune iniziative per rendere il territorio in cui esiste uno spazio socialmente controllato e in cui il mondo adulto è presente in positivo per offrir al mondo giovanile una promessa di vita e di educazione.