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L’epoca

della dissoluzione

della soggettività

umana

Pietro Barcellona

Sono convinto che questa sia un'epoca davvero cruciale: stiamo vivendo, forse senza rendercene conto, specialmente le giovani generazioni, nell'epoca della dissoluzione della soggettività umana, una dissoluzione che sta avvenendo, in un certo senso, come risposta al nichilismo, che ha sopraffatto le grandi filosofie dell'Occidente e le grandi narrazioni. L'esito di questa risposta al nichilismo – una risposta che, evidentemente, la religione non è riuscita a dare – è il ritorno a un neopositivismo, che è sostanzialmente la riduzione di tutta la sfera vivente all'oggettività del processo evolutivo, visto in modo più o meno casuale, in modo più o meno deterministico.
Si tratta, a mio modo di vedere, di un vero e proprio attacco alla radice dell'intera tradizione occidentale, ed è per questo che credo ci si debba porre il problema del rapporto tra quest'epoca e la tradizione occidentale, in cui la questione della soggettività umana è stata la questione individuante della cultura.
Se volessimo dare una definizione di Occidente, potremmo dire che sia l'invenzione del soggetto, ovvero la consapevolezza dell'individuo che si pone di fronte al mondo senza identificarvisi, istituendo di per sé una trascendenza e supponendo una trascendenza.
Invece, la cultura attualmente egemone sembra caratterizzata da un'immanenza radicale, che può essere data solo se si riduce tutto ciò che finora è stato considerato oggetto di riflessione a una situazione descrivibile e, in quanto tale, spiegabile. Si tratta di un'offensiva di dimensioni inaudite, perché passa, giorno per giorno, nel senso comune; per rendersene conto basta sfogliare le pagine culturali dei quotidiani…
In passato, le forme della nostra civilizzazione hanno conferito statuto antropologico al nostro modo di sentire, al nostro modo di essere individui che pongono domande, in una situazione di interrogazione mai satura che crea, di per sé, la trascendenza. Adesso, invece, l'apertura all'interrogazione viene completamente eliminata e, con essa, l'intero paradigma su cui si era costruito il pensiero dell'Occidente.
Direi di più: questa, secondo me, è la vittoria definitiva del pensiero "nordico", proprio in senso geopolitico, sulla tradizione mediterranea, che è stata la tradizione delle grandi religioni, in cui, neppure nel quadro del politeismo greco, si è riusciti a pensare all'idea di un uomo che non avesse di fronte una divinità, che non avesse il sacro, che non avesse la trascendenza.
Per questo mi sembra che, in termini di riflessione, sia storicamente impossibile discutere del profondo cambio di civiltà cui stiamo assistendo, senza discutere di Dio. Non si sta liquidando una superstizione, si sta liquidando la tradizione occidentale. Viene completamente annichilito lo statuto antropologico dell'essere costruito dall'Occidente, in un vero scontro di civiltà, interno alla tradizione occidentale, tra il patrimonio scientista, pratico, probabilistico che nasce nel nord dell'Europa e la cultura mediterranea, che, invece, si è sempre nutrita di rapporto con il sacro, con il mistero, in tutte le sue tradizioni, a partire da quelle eleusine, orfiche o pitagoriche.
Evidentemente, questo processo intaccherà profondamente il modo in cui le giovani generazioni penseranno a se stesse: vivranno in un mondo in cui il lessico sarà mutato, saranno cambiate le parole chiave; non troveranno più il problema dello spirito, l'anima, la soggettività, l'intenzione, la volontà o la rappresentazione, ma flussi e snodi informatici, trasformazioni dell'informazione. E, così, dovranno subire l'egemonia di quei linguaggi che non consentono più l'autorappresentazione riflessiva, non consentono più di essere una coscienza che si interroga.
Eppure, è tipico della nostra cultura proprio questo interrogarsi, questo sentirsi, già con il proprio essere corpo, oggetto della propria ricerca, della riflessione con cui si percepisce la propria dissociazione, la non-interezza, l'impossibilità di portare a sintesi il rapporto con l'altro da sé. E, se tutto questo è finora esistito, probabilmente, è proprio perché, nella tradizione occidentale, non è stato possibile riferirsi al soggetto senza pensare a un "creatore", a un qualcosa che sta oltre. L'idea di creazione non è, certo, solo un concetto cristiano, è un concetto profondamente radicato nell'idea che "fu la luce", che improvvisamente nella notte dei tempi apparve qualche cosa. De Santillana, in un bellissimo libro, Fato antico e fato moderno, analizza l'elemento destinale della modernità, ricostruendo la storia delle civiltà, nei millenni che precedono quella greca, a partire dal senso di sconquasso che gli esseri umani hanno percepito rispetto a una sorta di sconvolgimento cosmico, che non si riesce a indicare bene, non si sa se è il diluvio, se è una glaciazione, ma che viene descritto da tutte le culture arcaiche come il grande anno in cui il mondo andò in dissesto e, dopo quel dissesto, fu ricreato e ricostituito da una potenza che andava vista come la ragione dell'esistenza umana. Questa vicenda dà l'idea di una discontinuità e non di una evoluzione: il grande anno, il dissesto cosmico, l'asse della terra che si sposta, sono tutti indici di una cultura che si è sempre pensata a partire da un atto creativo, proveniente da qualcosa che sta ben oltre l'esistenza umana. Se si nega questo, resta soltanto la contingenza, non si è neanche più nichilisti, è superato lo stesso nichilismo, che è in fondo una posizione metafisica, quasi tragica, e senza dubbio più religiosa dell'evoluzionismo. Per questo credo che attaccare il nichilismo oggi sia riduttivo, quando ci si trova di fronte alla ben più insidiosa negazione della trascendenza che viene dal neopositivismo evoluzionista e dalle teorie del post-umano. Resiste, però, un punto, anche se nessuno vorrebbe più misurarsi con esso. Un punto che è stato individuato grandiosamente dai greci: l'uomo interroga Dio perché l'uomo è mortale. Se non fosse così, nessuna interrogazione avrebbe senso. Ebbene, nessun evoluzionismo, nessun tipo di spiegazione scientifica, può abolire il terribile fatto di morire: l'essere umano muore, mentre il vivente non muore, si trasforma, senza avere un’autorappresentazione della propria fine. Soltanto l'essere umano può percepirla come un momento in cui viene messo in discussione il senso di tutto quello che ha fatto. Per questo, secondo me, si deve prendere posizione di fronte alla questione di Dio, non per discutere se si tratti o meno di una superstizione o di un'invenzione, ma per capire se l'essere umano può restare tale senza un sacro, cosa che non considero possibile. Non si può pensare di essere autoprodotti, di essere un'emergenza di un processo naturalistico…
La domanda di senso viene espunta nel mondo contemporaneo. La questione del male presuppone che si possano individuare il bene e il male, e che, nella tradizione occidentale, ci sia una questione del far bene e del far male, come si è posta fin dall'inizio della storia delle civiltà umane.
Quello che, invece, stanno prospettando il neoevoluzionismo e il neonaturalismo mi sembra essere proprio l'abolizione della domanda sul bene e sul male, perché tutto ciò che accade è giustificato dalla sua funzione. Se non c'è più niente che ha sostanza, non c'è più niente che ha responsabilità, tutto quello che accade è meramente funzionale.
Il paradigma con cui si affronta ogni questione è profondamente modificato dal neoevoluzionismo e dal neonaturalismo: il problema del bene e del male non si può certo porre rispetto a una situazione in cui esistono soltanto reazioni chimiche ed elettriche di atomi, si può porre solo all'interno di relazioni. Ma l'idea di relazione è completamente cancellata nella visione post-umana; gli atomi che reagiscono all'interno di un corpo o di un organismo non sono in relazione, perché una relazione presuppone un campo nel quale due entità si assumano reciprocamente, guardandosi e riconoscendosi, come qualcosa che non è riducibile al campo stesso; non ci può essere relazione senza riconoscimento e non ci può essere riconoscimento senza soggettività.
Se tutto questo viene cancellato, allora l'ineludibile questione di Dio è la questione di come si fa a rimettere a tema la relazione con l'altro.
A richiamare il problema del bene e del male è il rapporto con la nascita e con la morte. Rispetto alla morte, ci si chiede il senso; rispetto alla nascita, ci si chiede perché un figlio; rispetto alle nuove generazioni, ci si pone un problema di responsabilità; ma se non c'è più un problema della nascita e della morte, che senso ha interrogarsi sul bene e sul male? E come può esserci un problema della nascita e della morte, in un mondo che ha cancellato completamente ogni trascendenza e la cui immanenza è l’autogiustificazione del puro divenire? Siamo ben oltre la prospettiva heideggeriana, perché la metafisica è stata davvero eliminata, mentre la critica heideggeriana della metafisica del soggetto era ancora metafisica.
A questo punto, bisognerebbe chiedersi se l'essere umano possa continuare a essere tale senza metafisica, e, di conseguenza, se quella che viene prospettata dai teorici del post-umano non sia, in fondo, un'altra metafisica. La posizione degli scienziati che affermano l'evoluzionismo come legge va ben oltre il livello dell'empíricità: è metafisica. Se si prende la teoria dell'evoluzione e se ne fa la teoria generale del mondo, si sta facendo una nuova metafisica.
E allora, il terreno su cui bisogna riprendere la questione del male e del bene è quello dello statuto antropologico umano che viene messo profondamente in discussione. Come ha efficacemente osservato Salvatore Natoli, siamo di fronte a un tentativo estremo di costruire una tecnologia che abolisca l'esperienza umana del dolore. Ma se si espunge il problema del dolore, della nascita e della morte, non si porrà più il problema del bene e del male; e se non si pone un criterio di distinzione nei comportamenti, non si può porre neppure la domanda di senso, si arriva all'indifferente etico.
Questo è il problema dell'ineludibile questione di Dío. In una battuta, credo che la cosa più terribile per l'essere umano sia il fatto che deve morire. E Cristo è morto, quindi non gli si possono muovere gli stessi rimproveri che si muovono al terni-bile Dio veterotestamentario, perché il Dio che si è incarnato ha assunto su di sé la stessa esistenza umana, diventando "uno che cammina accanto", come sostiene Quinzio. Farsi uomo ha significato essenzialmente questo: non sono in un altro posto, sono dove vi incontrate; non mi cercate nei libri, nelle stelle; incontratevi e vi accorgerete che ci sono. Questa è la grandezza di Gesù. Ma parlare di questo non basta, rispetto a quello che sta avvenendo…
A dirci la presenza che interroga, è la presenza che appartiene al linguaggio del mondo incantato.
A chi voglia capire a che punto siamo, consiglio di leggere Rompere l'incantesimo, del cognitivista americano Daniel Dennett. “Rompere l'incantesimo” significa qui rompere con l'idea dell'esistenza di un Dio e con ogni religione. Il saggio di Dennett è secondo me inquietante, per la minuta analisi che offre delle pratiche religiose del popolo americano, ad esempio dei tanti casi di genitori che offrono una somma di denaro perché venga assicurata loro la guarigione di un figlio; ma proprio dalla diffusione di tante pratiche ai confini della superstizione Dennett fa derivare la necessità di rompere un incantesimo che non è più quello della "presenza incantata", dell'universo stellato che commuoveva Kant, come Aristotele, come gran parte dei filosofi precedenti all'epoca del post-umano.
Nell'epoca del post-umano e del disincanto, l'unica "presenza" è una presenza heideggeriana, che non lascia interrogazioni; la presenza heideggeriana è la piena presenza che corrisponde all'assoluta negazione del problema dell'essere. Ma l'oblio dell'essere coincide con la fine del pensiero, perché la presenza occupa la testa. La piena presenza è il pieno, che sazia, stanca.
Probabilmente, gli esseri umani si sono stancati di essere incantati, ma adesso si stanno facendo incantare da qualcosa che si presenta come disincanto, non più dalla presenza che interroga, ma dalla presenza che sazia, che satura.
Sottolineo questo passaggio, perché si dà sempre un significato positivo solo alla presenza, anche nelle argomentazioni di questo incontro; mentre bisognerebbe evidenziare che l'essere umano è cresciuto per l'assenza, perché ha dovuto produrre simboli con cui rappresentare quello che non c'è. La trasformazione del bambino in adulto non è altro che la sua capacità di simbolizzare l'assenza del seno materno attraverso la parola che evoca la madre; tutta la capacità umana di simbolizzazione si è sviluppata nel ritmo assenza-presenza che era tipico della società incantata.
Invece, nella società della piena presenza di cui parla Heidegger, non c'è più la capacità di simbolizzare.

(P. Barcellona - F. Ventorino, L’ineludibile questione di Dio, Marietti 2009, pp. 157-180, passim)

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