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Educare alla fede: l’incontro con Cristo


Juan E. Vecchi

(NPG 1997-03-3) 


«Ci sentiamo impegnati ad offrire alle nuove generazioni la possibilità di un incontro con Cristo». Tale è il proposito dichiarato dal documento Con il dono della carità dentro la Storia al n. 38.
L’incontro con Cristo è il punto di snodo dell’educazione alla fede. Ad esso si mira, da esso si riparte: il fatto, la qualità, il seguito dell’incontro. La parola è quanto mai concreta per esprimere l’inizio, l’esperienza e la natura della fede. Ha abbondante riscontro nei vangeli.
Questi si soffermano a raccontare gli incontri di Gesù con le persone più diverse: quelli che sarebbero diventati gli apostoli, la samaritana, Nicodemo, la adultera, Zaccheo, Marta e Maria, il giovane ricco, i discepoli che camminavano verso Emmaus. Non solo vi accennano, ma riportano i gesti minimi e le parole di Gesù, così come le reazioni più profonde dei suoi interlocutori.
La prima mossa è sempre di Gesù. Egli si fa avanti e cerca l’incontro. Entra in una casa, si avvicina al pozzo, dove una donna va ad attingere acqua, si ferma davanti a un esattore, volge lo sguardo verso chi si è arrampicato su un albero, si aggiunge a chi sta percorrendo un cammino. Dalle sue parole, dai suoi gesti e dalla sua persona sprigiona un fascino che avvolge il suo interlocutore. È ammirazione, amore, fiducia ed attrazione.
Per molti il primo incontro si trasformerà in desiderio di ascoltarlo ancora, di fare amicizia con lui, di seguirlo. Si sederanno attorno a lui per interrogarlo, lo aiuteranno nella sua missione, gli chiederanno di insegnare loro a pregare, saranno testimoni delle sue ore felici e dolorose. In altri casi l’incontro finisce con un invito a un cambio di vita.
Gli incontri del Vangelo raccontano la fede. Ci dicono come nasce e cosa è. È l’autorivelazione di Gesù. «Il Messia sono io che parlo con te».
Gesù si manifesta attraverso gesti e parole. Chi si è incontrato con Lui lo conosce, non solo secondo il commento e la valutazione della gente, ma personalmente. Fa l’esperienza della sua saggezza e della sua bontà. La vita allora comincia a cambiare nelle sue prospettive, sentimenti, abitudini e progetti. La dimestichezza con Gesù e le sue rivelazioni porterà a riconoscerlo e confessarlo Figlio di Dio.
L’incontro, e quello che in esso accade, è misterioso e incomprensibile come l’amore umano: ma più ancora. Gesù medesimo afferma che nessuno viene a lui se il Padre non lo attira. Ai discepoli dice: «Non siete stati voi a scegliere me. Sono io che ho scelto voi». Così l’incontro non appare come un caso né come abilità delle persone, ma proprio come dono di Dio.
Per ciascun giovane la fede personale ha inizio nel momento in cui Gesù gli appare come colui da cui attingere un senso per la sua vita, al quale rivolgersi in cerca di verità, attraverso il quale capire il rapporto con Dio e interpretare la nostra condizione umana.
L’incontro momentaneo non basta. Cresciamo nella fede man mano che questo incontro diventa conoscenza personale e adesione permanente.
Ci si imbatte spesso con qualcuno che racconta di aver fatto una «esperienza» religiosa. E si vede che essa ha lasciato un ricordo grato. Qualche volta però non ha seguito. La fede non è solo sentimento, fascino o ammirazione per Gesù Cristo. Come l’amore umano non è la «cotta». Nel clima di soggettivismo che respiriamo, questa confusione è sempre in agguato. Ci accontentiamo dell’attimo intenso e fuggente.
Il primo entusiasmo è certamente una grazia. Ma la fede è tale quando esso approda alla accoglienza della persona di Gesù nella propria vita, alla fiducia nel suo insegnamento, al cambiamento degli atteggiamenti secondo le sue indicazioni.
Questo lascia capire il Vangelo nei racconti sulla fede. Lungo le rive del Giordano Giovanni vede passare il Signore: sente la chiamata e sperimenta il sussulto. Lo segue, coltiva la sua amicizia, si sente amato e ricambia. Gesù diventa per lui una compagnia indispensabile. Non riuscirebbe a concepire la sua esistenza senza di lui. Ne diviene discepolo prediletto. Ecco che cosa è accoglienza: è riferirsi a Gesù per orientarsi e scegliere, è desiderio di risentirlo, è andare verso di lui, rinnovare l’ammirazione, assumere il suo progetto.
A Pietro, che per tutta la notte aveva pescato invano, Gesù propose di buttare la rete. Forse un dubbio balenò nella mente dell’esperto pescatore: buttare la rete ancora una volta dove non avevano preso niente? e in pieno giorno? Ma Pietro si fidò: «Sulla tua parola...». La fede comporta fiducia in quello che Gesù indica e promette: una fiducia che si traduce nelle scelte di vita.
Nella cittadina di Gerico Zaccheo, conquistato da Gesù, lo accoglie in casa. Alla luce delle sue parole e dei suoi gesti intuisce quanto sia meschina una vita consegnata al denaro, senza pietà. La rinnega, promette di non rubare e di restituire, quattro volte tanto, ciò che aveva sottratto. La fede comporta il cambio di criteri, gusti e rapporti.
Molti hanno ascoltato Cristo una volta con ammirazione, come le folle che volevano farlo re. Parecchi l’hanno incontrato e non si sono preoccupati di coltivare la sua amicizia. Alcuni, raggiunti singolarmente da lui, anche tra i più vicini, non l’hanno accolto. Non tutti si sono fidati del suo giudizio, del suo equilibrio mentale (è fuori di sè!), delle sue capacità (non è costui il figlio del falegname?), della sua saggezza (noi abbiamo la legge!), della sua rettitudine (ha un demonio!). Pure oggi si dice: è fuori dal mondo, è un idealista, predica l’impossibile, è una creazione della chiesa, è un personaggio mitico.
La fiducia riguarda tre ambiti in cui l’uomo gioca tutte le sue forze: la felicità, la verità, il bene: insieme determinano la «vita» e la «salvezza». Quale senso si dà all’esistenza, come si pensa, come si agisce. Su tutto ciò, di fronte alla molteplicità di proposte e ai margini di incertezza, il giovane credente dice: «Tu solo hai parola di vita eterna».
L’accoglienza di Gesù porterà ad un cambiamento di mentalità e a un orientamento nuovo della vita secondo il codice della felicità proclamato da Gesù, le beatitudini: la povertà, la pace, la purezza del cuore, la giustizia, la misericordia. Conforme ad esso imparerà a giudicare i beni materiali, l’amore umano, l’uso del corpo, il rapporto con simili e dissimili, gli avvenimenti, il progetto di Dio su di lui.
Insomma: un cambiamento che ha bisogno di bussola, accompagnamento, verifiche e appoggi.
Provocare l’incontro, prepararne l’occasione e fissare un appuntamento è oggi una delle preoccupazioni della pastorale giovanile. Non diventa sempre facile. Il luogo privilegiato dell’incontro è la comunità cristiana. Ma sovente tra di essa e la maggioranza dei giovani si dà una distanza fisica e psicologica. D’altra parte le attese su Cristo, che giacciono nell’animo dei giovani, sono quanto mai varie. Oggi si diffondono immagini superficiali e incomplete, da consumo, musical, talk show o maglietta. C’è nell’aria una sfilata di personaggi che porta a ridurre il rapporto con tutti a simpatia sentimentale. Ci si attende qualche cosa di sensazionale. La sovrabbondanza di messaggi, la scarsità di tempo e le tendenze odierne del linguaggio rendono arduo un’esposizione sistematica di quello che la riflessione cristiana offre su Gesù.
Ma tutto questo non è definitivo. Lo Spirito e il Padre muovono ogni giovane verso Cristo. Egli susciterà sempre un fascino e una energia che vanno sostenuti e motivati.
Il pastore educatore prova dunque tutte le vie che portano verso l’incontro: la testimonianza dei credenti che bisogna collegare con la presenza di Cristo in loro; la riflessione sulla vita, i suoi interrogativi, le sue aspirazioni che l’educatore aiuterà ad individuare, chiamare per nome, interpretare e portare a confronto con la storia e la parola di Gesù; le esperienze di valori, situazioni e rapporti che svelano nuove dimensioni; l’annuncio diretto che ha una eloquenza interna capace di toccare la mente e il cuore.
L’incontro è un «momento» da non bruciare, ma neppure da ritardare.
Anche l’educatore deve fidarsi di Cristo e del giovane.

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