A cura di Giancarlo De Nicolò

(NPG 1986-03-05)


La serie di cambiamenti, sia a livello di sistema che individuale, sia di struttura che di cultura, che ha avuto luogo negli ultimi 30 anni praticamente in tutto l'occidente, o meglio ancora nei paesi post-industriali, a buon diritto può essere definita una «rivoluzione silenziosa».
«Rivoluzione» perché i mutamenti avvenuti sono tali da lasciar presumere effetti di lunga durata, non solamente nell'ambito delle coscienze, ma anche sociali e politici, e riflettono una trasformazione di fondo delle visioni del mondo; «silenziosa» perché tali mutamenti sono avvenuti in modo graduale e quasi invisibile, a dispetto delle speranze o delle paure di chi la sognava o la temeva.
Questi cambiamenti hanno assunto essenzialmente due forme: un aumento delle capacità politiche della media dei cittadini, e uno spostamento dei loro valori e finalità fondamentali. O, se si vuole, i due cambiamenti sono essenzialmente l'uno di tipo «conoscitivo», e si riferisce allo sviluppo di un crescente potenziale di partecipazione politica, l'altro di tipo «valutativo», e si riferisce a un mutamento in atto delle priorità dei valori.
I due processi tendono a rafforzarsi a vicenda, ed hanno implicazioni notevoli per la stessa struttura della società.
Indagare su questa tesi è quanto si propone di fare il sociologo americano Ronald Inglehart, nel voluminoso La rivoluzione silenziosa (Rizzoli 1983), attraverso una verifica empirica di serie storiche di dati istituzionali (per esempio in Germania, in Giappone, negli USA) e dei risultati di un centinaio di sondaggi e ricerche condotte, dal 1970 in poi, in un certo numero di paesi europei.

VERSO IL POSTMATERIALISMO?

Secondo Inglehart, è sul piano dei valori e dei fini che si deve ravvisare il cambiamento decisivo.
Ora, «i valori delle popolazioni occidentali sono andati spostandosi, durante gli ultimi decenni, da un orientamento predominante in senso materialista ad uno sempre più postmaterialista: dall'enfasi sulla sicurezza fisica ed economica che dominava ogni cosa, verso una crescente enfasi sul senso di appartenenza, sull'autorealizzazione e sul soddisfacimento intellettuale ed estetico» (pag. 10).
Tale processo di cambiamento dei valori non sarebbe affatto effimero, ma rifletterebbe una trasformazione di fondo delle visioni del mondo, se pur in maniera graduale.
L'ipotesi di Inglehart sarebbe suffragata da alcune evidenze empiriche, che in maniera chiara e sistematica precisano il quadro dell'ampiezza e della natura del fenomeno: soprattutto i sondaggi realizzati nella Comunità europea agli inizi degli anni Settanta.[1]

Il «tipo postmaterialista»

I primi sondaggi (1970) comprendevano una serie di domande ideate allo scopo di conoscere a quali valori un individuo dia la priorità, qualora si trovi obbligato a scegliere tra sicurezza o valori «materialisti», come la stabilità economica e politica, e valori emozionali o postmaterialisti.
I risultati mostravano una chiara distinzione tra gli estremi: «tipi materialisti» e «tipi postmaterialisti», con «tipi misti» collocati al centro. Gli estremi tendevano a scegliere atteggiamenti omogenei facendo emergere una serie di valori diametralmente opposti, con relazioni significative con numerosi altri atteggiamenti in campi diversi.
Le polarizzazioni estreme erano attorno ai blocchi definiti dai bisogni di sicurezza e di sostentamento da una parte, e a bisogni sociali e di autorealizzazione (appartenenza e stima, intellettuali, estetici) dall'altra.
L'indice materialista/postmaterialista sembrava quindi rivelare un aspetto centrale e diffuso nel modo di vedere la vita di un individuo, fornendo un indicatore di certe priorità dei valori fondamentali.
E per di più la configurazione di fondo delle scelte risultava sorprendentemente simile in tutte sei le nazioni sottoposte a verifica.
Ulteriori analisi condotte negli anni seguenti, a campioni nazionali allargati (1973), rivelavano la stessa tendenza.
Non era poi sorprendente il fatto che le scelte riferite a obiettivi di carattere sociale alquanto generali, tendessero a essere integrate con gli obiettivi più propriamente personali: il risultato era la rilevazione di una struttura di personalità abbastanza unitaria tra gli orientamenti di fondo nelle scelte riguardanti obiettivi sociali e obietti- 'i della propria vita personale e privata.

Le teorie di base: la gerarchia dei bisogni e l'ipotesi della socializzazione

Il modello teorico di riferimento è quello della «gerarchia dei bisogni» di Maslow: esso implica che gli esseri umani perseguono un obiettivo dopo l'altro in un ordine più o meno prevedibile, a partire da quelli
che sono più importanti per la sopravvivenza fisiologica; se un dato bisogno è soddisfatto, tendono a spostarsi verso il perseguimento di altri bisogni di «ordine superiore». Assicurata infatti la soddisfazione dei bisogni di sussistenza e di sicurezza fisica, i bisogni del senso di appartenenza e della stima degli altri sono precisamente quelli che dovrebbero venire accentuati. Anche gli obiettivi «non materiali» riflettono infatti bisogni genuini e normali: qualora vi sia un minimo di sicurezza economica e fisica, il bisogno di amore, di appartenenza e di stima diviene sempre più importante: successivamente poi si profila una serie di obiettivi correlati al soddisfacimento intellettuale ed estetico, che si possono definire «bisogni di autorealizzazione». Infatti la soddisfazione soggettiva per l'appagamento di dati bisogni tende a decrescere nel lungo periodo e ad aspirare non a livelli quantitativi più ampi, bensì ad obiettivi qualitativamente differenti.
Tale mutamento di aspirazioni tenderà ad esser tanto più frequente e anticipato quanto più si sono sperimentati livelli relativamente alti di soddisfazione oggettiva dei bisogni durante gli anni formativi.
Queste osservazioni trovano un preciso aggancio nella storia politica ed economica dell'Europa del dopoguerra, e rendono ragione del fatto che i giovani tendono ad essere più postmaterialisti di qualunque altra classe di età: il loro periodo formativo infatti ha avuto luogo proprio in un periodo di assenza di guerra totale e di crescita economica: le generazioni del dopoguerra non hanno vissuto le severe privazioni economiche che colpirono le generazioni cresciute nel periodo tra le due guerre mondiali e la grande depressione (e lo stesso ristagno economico degli ultimi anni non sembra essere riuscito ad annullare gli effetti dei venti anni di abbondanza tra il 1950 ed il 1970). La teoria dei bisogni in tal modo viene collegata con un'altra derivata dalla scienza sociale: e cioè l'ipotesi che la gente tende a mantenere nel corso di tutta la vita adulta (almeno con più forte probabilità) una serie di priorità di valori dopo che questi si sono consolidati durante gli anni formativi, e quindi quel certo carattere di fondo dopo che questo si è formato nell'infanzia e nella giovinezza.

Sono postmaterialisti i giovani?

«Se questo concetto fosse esatto, le persone più anziane dovrebbero rivelare priorità dei valori che riflettano le condizioni materiali di relativa insicurezza prevalenti durante gli anni della loro formazione. D'altra parte... possiamo pensare che i gruppi di giovani, e in particolare quelli cresciuti dopo la seconda guerra mondiale, diano meno enfasi alla sicurezza economica e fisica» (pag. 47).
Ovviamente questo non toglie che i valori postmaterialisti possano essere condivisi e diffusi tra altre classi sociali, soprattutto se sono state in grado di godere di relativa sicurezza fisica ed economica: tuttavia questa classe dovrebbe essere poco rappresentata tra le classi più anziane, dal momento che i valori tendono a riflettere le condizioni prevalenti in una società nel corso degli anni precedenti l'età adulta di un dato gruppo.
Per lo stesso motivo, la distribuzione delle preferenze per questi valori varia considerevolmente tra le varie nazioni, riflettendo la storia di quella nazione durante la vita delle persone considerate.
Evidenza suffragata per esempio nel raffronto tra Germania e Gran Bretagna. Ora, tutti i sondaggi effettuati mostrano la stretta relazione esistente tra la costellazione dei valori postmaterialisti e l'età, con un andamento di fondo simile in tutte le nazioni.
In ognuno dei paesi esaminati, tra le classi d'età più vecchie i materialisti superano di molto i postmaterialisti, con una quota però decrescente a mano a mano che ci si avvicina alle classi d'età più giovani. Per queste ultime, infatti (la generazione del dopoguerra che aveva tra i 15 e i 24 anni durante gli anni Settanta, nei rilevamenti del sondaggio del 1970), le proporzioni cambiano in favore dei postmaterialisti, che diventano la maggioranza.
Ma questo andamento riflette un cambiamento storico, o è solamente effetto del ciclo vitale? Non potrebbe essere così solamente perché appunto si tratta di giovani, cioè senza grosse responsabilità, idealisti, ribelli, e quindi quando invecchieranno si può presumere che avranno le medesime preferenze dei più anziani?
I sondaggi effettuati lungo tutto il corso degli anni 1970-1982 per i vari gruppi di età, mostrano chiaramente come non si manifesti affatto la tendenza di ciascuna classe di età a diventare più materialista col passare degli anni (relativa stabilità degli orientamenti di valore), anche se le recessioni della metà degli anni Settanta e quella del 1979-80 hanno ridotto temporaneamente la quota dei postmaterialisti nell'Europa occidentale. Al contrario, questi gruppi rimangono relativamente stabili, con il risultato che il numero dei postmaterialisti gradualmente cresce. Questo fatto riflette un cambiamento storico, culturale, che non può non avere grosse conseguenze a livello sociale, come vedremo.
Esso è interpretato pertanto come un processo di natura intergenerazionale, risultato dal mutamento delle condizioni prevalenti negli anni formativi delle differenti generazioni.
Per conservare il senso delle proporzioni non bisogna sottovalutare la gradualità del fenomeno: «in tutti gli undici paesi considerati il numero dei materialisti supera decisamente quello dei postmaterialisti. La preponderanza dei materialisti varia da una proporzione di circa 2 a 1 fino a raggiungere i 5 a 1. La società occidentale rimane pertanto prevalentemente materialista. E solo fra le classi d'età più giovani che i postmaterialisti risultano essere quasi altrettanto numerosi dei materialisti» (pag. 61).

L'influenza di età, economia, istruzione

Si può essere certamente più precisi circa l'influenza delle singole variabili sui valori postmaterialisti. Non è infatti sufficiente affermare l'effetto delle classi di età e del livello economico che, all'interno delle classi di età, differenzia i singoli membri.
Si diceva che è più probabile che coloro che durante gli anni formativi godevano di sicurezza economica diano la priorità ai valori postmaterialisti.
Ma non è facile determinare il grado di sicurezza economica di un individuo durante gli anni formativi: non basta come indicatore la status attuale (per esempio l'appartenenza al ceto medio o il livello del reddito), anche se esso rivela una benché debole correlazione positiva.
Vi è però un indicatore più preciso che rivela il grado di agiatezza durante gli anni formativi, ed è il livello di istruzione di un intervistato, che misura un cosiddetto «benessere formativo».
Ora, i dati confermano in modo marcato quanto ci si poteva aspettare, e cioè che il tipo di valori è fortemente influenzato dall'istruzione più che dall'occupazione (o dal reddito): l'istruzione però è correlata con la classe d'età, che ha pure un effetto indipendente sui valori.
Andando più a fondo, si può rilevare che l'istruzione formale ha un impatto molto ridotto sulle opinioni di fondo di un individuo: i valori postmaterialisti non vengono trasmessi dalla scuola; mentre invece rivelano capacità predittrice sia lo sviluppo conoscitivo generale che i modelli di comunicazione informale.
Altre variabili del background sociale hanno effetti significativi, seppure in maniera ridotta, sul tipo dei valori, e sono, in ordine di importanza, l'appartenenza ad un partito politico e la frequentazione della chiesa, la nazionalità, l'iscrizione ad un sindacato e il sesso. Infatti, per esempio, risulta che l'appartenenza ad una religione organizzata tende a rafforzare l'adesione a valori tradizionali, che nella società industriale contemporanea sono i valori materialisti. Lo stesso sembra capitare per le donne, sebbene le differenze con le corrispettive classi di età dei maschi tendano a diminuire.

LA «MOBILITAZIONE CONOSCITIVA»

Vi è un secondo aspetto della «rivoluzione silenziosa» in atto negli ultimi decenni nelle società industriali dell'Occidente, e si può indicare col termine «mobilitazione conoscitiva». Si tratta cioè di «una crescita delle capacità politiche di ampi settori della popolazione, che ha come risultato il fatto che per loro diventa possibile giocare un ruolo sempre più attivo e orientato su temi specifici nella vita politica delle loro società» (pag. 9).
Certamente le masse hanno svolto per lungo tempo un ruolo importante nella politi‑
ca nazionale attraverso le elezioni e altre forme. Ma, secondo Inglehart, i mutamenti attuali hanno permesso loro di incidere in modo sempre più significativo nella formulazione delle politiche impegnandosi in quelle che si potrebbero chiamare attività di «sfida alle élites», rispetto alle attività «dirette dalle élites».

Il peso delle variabili conoscitive

Vi sono studi molto approfonditi che mettono in rilievo, per quanto riguarda tale «competenza politica soggettiva» e quindi il grado di partecipazione politica, l'importanza delle variabili strettamente socioeconomiche (e quindi delle migliori relazioni sociali) e di altre variabili strutturali (reti organizzative, eventi politici...).
Tuttavia per quanto riguarda i cambiamenti di lungo periodo (che è quello che maggiormente ci riguarda e definisce la portata della «rivoluzione silenziosa» ) le variabili conoscitive sono particolarmente interessanti e altrettanto significative.
Uno degli indicatori più certi di questo complesso processo è infatti l'istruzione: l'enorme aumento della quota di popolazione che riceve un'istruzione secondaria e superiore, e che via via soppianta le classi di età più anziane e meno istruite.
Gli effetti dei crescenti livelli di istruzione sono rinforzati dalla diffusione dei mezzi di comunicazione che portano l'informazione politica anche a quelli che non hanno istruzione formale.
L'istruzione infatti dà la possibilità non solamente di rendere più efficace la propria «competenza politica soggettiva», ma anche permette di avere oggettivamente una maggior informazione politica e attenzione alla politica stessa.
E l'analisi multivariata mostra come «l'istruzione e l'informazione politica risultano essere indicatori della partecipazione politica più efficaci delle variabili di classe sociale, relativamente pure, come il reddito o l'occupazione» (pag. 338).
Il nuovo tipo di partecipazione politica è di natura sua diverso da quello legato alle forme tradizionali di partecipazione, mediate da organizzazioni strutturate come il sindacato, la chiesa e il partito politico, e che si esprimevano nella mobilitazione delle masse al semplice atto del voto. Il nuovo tipo di partecipazione è in grado di esprimere meglio le preferenze dell'individuo, tende ad essere molto più legato a questioni specifiche e a specifici cambiamenti politici che non il semplice appoggio ai leader: è insomma più portato a funzionare alle soglie più alte di partecipazione. Questo implica, a lungo periodo, un aumento delle soglie di partecipazione che sfidano le élites, quindi un mutamento profondo del modo di far politica.
Vi sono tuttavia anche elementi che fanno pensare, nelle nazioni occidentali, ad una diminuzione della partecipazione politica. Probabilmente la risposta è da trovare a livello di sistema: da una parte aumenta la competenza politica oggettiva della gente, ma aumenta a un tasso ancor più rapido la sfiducia nella capacità di risposta del sistema. Effetto questo non solamente di alcuni avvenimenti politici e sociali, ma anche dell'effettivo mutamento dei valori (declino della legittimità dell'autorità gerarchica, minor fiducia nelle istituzioni, sorgere di nuove questioni e di nuove basi di polarizzazione politica...).

Giovani, politica e postmaterialismo

Una particolare attenzione le indagini prestano ai giovani, dal momento che in queste classi di età prevale lo spostamento verso nuove priorità di valori, anche nel settore politico.
Da una parte ci si potrebbe naturalmente aspettare che tali classi di età abbiano livelli più alti di partecipazione di quelle più anziane, dal momento che hanno ricevuto più istruzione formale.
Tale previsione viene però di fatto smentita in varie indagini, che mostrano minori tassi di partecipazione politica da parte dei giovani, soprattutto per quanto riguarda il voto.
La coscienza politica si acquista con l'età; e a lungo andare si può presumere che tutta una serie di caratteristiche delle classi di età più giovani riveleranno tassi più alti di partecipazione politica, tanto più che appare chiaro che il voto è tra le forme di attivismo politico più semplice e meno discriminante; e tenendo conto dei vincoli relativamente deboli che i giovani hanno con gli apparati delle organizzazioni gerarchizzate.
I giovani sembrano infatti più portati ad altre forme di attività politica, più qualificate, soprattutto se di sfida alle élites.
Vi è un'ulteriore relazione empirica che si può verificare: quella tra la «mobilitazione conoscitiva» e il tipo di valori. Se esiste un'ampia dimensione di mobilitazione conoscitiva che riflette una serie di capacità di attivismo e partecipazione politica, cioè di orientamenti rivolti verso «l'esterno» e non più solamente a problemi immediati e presenti, ci si può aspettare che ciò sia collegato al tipo di valori postmaterialisti, dal momento che ciò presuppone la capacità di dare per scontata la soddisfazione dei bisogni personali immediati e di attribuire grande importanza ai problemi relativamente distanti.
I due processi sono di fatto collegati, e contribuiscono alla formazione di una cosiddetta «identità cosmopolita» in opposizione ad una identità «campanilistica». Ancora una volta i fattori esplicativi di più grande importanza non sono gli indicatori di classe sociale, reddito e occupazione, ma la componente conoscitiva dell'istruzione. Tali capacità acquisite sono più forti non solo dello status sociale, ma anche dell'appartenenza a organizzazioni, come la chiesa, il partito, il sindacato.

LE CONSEGUENZE

Quale sarà l'impatto dei due aspetti della «rivoluzione silenziosa» sul comportamento dell'«uomo occidentale» negli anni che seguiranno?

Nel campo della politica

Potrebbe sembrare a prima vista irrealistico che le priorità dei valori di un individuo abbiano molta influenza sulle sue scelte politiche (e di voto); gli studi più importanti nel settore, difatti, hanno messo in rilievo il grado in cui le variabili del background sociale (e in particolare l'identificazione nel partito politico) siano dominanti nell'influenzare la scelta elettorale, e in grado anche di neutralizzare il prevedibile orientamento al mutamento sociale di chi possiede come valori di fondo quelli che si ispirano al postmaterialismo.
È stata sottolineata infatti nel passato la grande forza delle variabili ascrittive, di tipo «preindustriale», come la religione, il gruppo linguistico, la razza, trasmesse da generazione a generazione, e ancor più di quelle acquistive, di tipo «industriale», come il reddito, l'occupazione, l'istruzione, l'iscrizione al sindacato, fattori che stanno alla base dell'andamento del conflitto industriale di classe.
Tuttavia il peso di queste variabili è in declino, sempre maggiormente accentuato e rilevato dalle indagini; mentre è possibile che a lungo periodo, soprattutto se profondamente interiorizzati negli individui, le priorità dei valori potranno essere alla base degli andamenti prevedibili di una divisione politica.
Sarà quindi prevedibile un cambiamento del significato di destra e sinistra, e quindi uno spostamento di fondo nelle basi sociali della militanza politica.
Ora, Inglehart pensa che tale processo non è solamente prevedibile, ma, nelle analisi storiche e indagini sociologiche, che esso si sta davvero verificando da più di trent'anni a questa parte.
Il processo è tuttavia condizionato e tuttora limitato dalle istituzioni esistenti e dalle strategie delle élites.

Nuove domande, nuovi movimenti

«Il cambiamento dei valori individuali influenza l'orientamento di una persona per quanto riguarda le questioni politiche. Se le preoccupazioni materiali perdono di importanza rispetto ad altre, può verificarsi anche un declino dell'importanza delle questioni che riflettono il sistema di stratificazione della società industriale; l'ideologia, l'appartenenza etnica, lo stile di vita e così via possono acquistare una maggior importanza. La politica di classe può tramontare a favore di una politica basata sullo status, sulla cultura, o sugli ideali» (pag. 35).
Quindi, assieme alla domanda di partecipazione, altre questioni emergeranno, che nascono da differenze nello stile di vita più che da bisogni economici (per esempio, la protezione dell'ambiente, la qualità della vita, il ruolo della donna, la ridefinizione della moralità, l'uso della droga...). Queste non sono ovviamente questioni nuove: ciò che cambia è la loro importanza relativa.
Tali questioni hanno dato origine a nuovi movimenti politici. Infatti, gli schieramenti dei partiti politici tradizionali riflettono ancora le questioni di carattere materialista, orientato alle classi sociali, tipiche degli anni anteguerra. Non che non tentino di far proprie le nuove questioni per attrarre i nuovi gruppi; ma spesso la «nuova politica» corre il rischio di allontanare l'elettorato tradizionale, scontrandosi con valori e norme tradizionali fortemente radicate. Oggi le accese controversie tendono a riflettere la polarizzazione dei valori postmaterialisti e materialisti, e sono i valori post- materialisti a motivare maggiormente oggi l'azione politica a livello di massa. I post- materialisti allora, anche se provengono di solito dagli strati sociali economicamente più vantaggiosi, tendono ad essere insoddisfatti del tipo di società in cui vivono, che enfatizza il guadagno economico sopra ogni cosa, e quindi sono relativamente favorevoli al cambiamento: sono quindi tendenzialmente portati a sostenere i partiti di sinistra.
Viceversa le questioni di carattere postmaterialista possono sollecitare una reazione inversa, di tipo materialista, nella quale buona parte delle classi lavoratrici si ritrovano schierate con la posizione conservatrice, per ribadire la tradizionale enfasi materialista sulla crescita economica, la sicurezza militare, la legge e l'ordine.
Ci si ritrova pertanto di fronte ad un sorprendente cambiamento nelle basi sociali della politica: non solo si verifica una graduale diminuzione del voto di classe, pur restando intatte le profonde differenze politiche tipiche delle società industriali, ma «le basi sociali del nuovo supporto per i partiti e le politiche di sinistra tendono a provenire in modo più che proporzionale dalle classi medie. Ma nello stesso tempo i partiti di sinistra diventano vulnerabili per una potenziale spaccatura tra la loro sinistra postmaterialista, fortemente impegnata sui nuovi temi, e la tradizionale componente materialista» (pag. 14).

La «nuova classe»

Altre conseguenze possono essere rilevate: l'insoddisfazione per le istituzioni esistenti, determinata dal fatto che i sistemi politici ed economici continuano a dare risposte relativamente soddisfacenti alle domande tradizionali, ma non ai bisogni e richieste che stanno acquistando importanza maggiore in alcuni segmenti della popolazione. A questo va aggiunta la crisi di legittimità a cui stanno soggiacendo molte delle istituzioni tradizionali.
Uno dei risultati di questa trasformazione può essere una maggior apertura a un'integrazione internazionale o anche, all'opposto, una richiesta di autonomia subnazionale, fondata sul linguaggio e sulla cultura. Un'ultima conseguenza può essere indicata nel cambiamento degli stili di partecipazione politica, non più basata sui partiti di massa e sui movimenti associati, con strutture oligarchiche e burocratiche, ma su forme che sottolineino la spontaneità, l'autoespressione, la partecipazione attiva e personale.
Il postmaterialismo si sta sempre più diffondendo: da movimento di protesta studentesca negli anni Sessanta, è diventato il movimento soprattutto delle giovani élites, essendo penetrato nelle file dei giovani professionisti, giornalisti, amministratori pubblici e dei politici. È forse questa la «nuova classe» emergente: uno strato sociale di giovani tecnocrati ben istruiti e ben rimunerati che assumono un atteggiamento antagonistico nei confronti della società. E si allargherà sempre più la frattura tra i valori.

NOTE

[1] È chiaro che vi sono delle ovvie difficoltà connesse al tentativo di misurare le priorità dei valori della popolazione, dal momento che gli studi classici su tale argomento rivelano come i modi di pensare del pubblico mostrano una struttura di coerenze sorprendentemente debole, e una mancanza di atteggiamenti consolidati su buona parte degli argomenti trattati.
Tuttavia alcune accortezze tecniche (interviste in profondità, ripetute a distanza di mesi, oppure la scelta di campioni rappresentativi) possono offrire uno strumento valido anche se non perfetto.