Giovanni Fedrigotti

(NPG 1996-09-8)


Riflettendo sulla ricerca La religiosità in Italia, presentata al convegno ecclesiale di Palermo e pubblicata da Mondadori, c'è stato chi ha sottolineato una strana contraddizione: davanti ad un ritorno rampante del sacro (espresso nelle forme più svariate, ortodosse e... non), si nota una perdurante, diffusa difficoltà degli italiani a rapportarsi con la Chiesa, con alcuni punti sostanziali della dottrina cattolica, con la norma morale che essa predica. Per questo il sociologo Garelli ha potuto parlare di grande freddo dei cattolici...
È come se qualche cosa si fosse ingrippato nel duplice circuito che porta dall'appartenenza alla fede, da una parte, e dalla fede alla vita (e, quindi, alla cultura), dall'altra. Per questo, nello stesso contesto, si è potuto affermare che gli italiani sembrerebbero più cattolici che cristiani, più religiosi che credenti.
Mi domando se tutto questo non abbia a che fare col tema spiritualità. È suo compito, infatti, dare all'«appartenenza» quell'interiorità profonda che viene dalla fede. Ed esprimere quella energia, che è vita nello Spirito, per cui il creduto si traduce in vissuto, e il dogma suggerisce ed accompagna, con spirituale spontaneità, atteggiamenti etici conseguenti. Suo è il compito di curare il soggettivismo etico investendolo con quella libertà nello Spirito che genera la soggettività spirituale matura, segno dell'uomo e della donna nuovi, risorti in Cristo.
Quel grande Maestro di spirito che è stato Antonio Rosmini vagheggiava di creare una «Enciclopedia Cattolica» da contrapporre alla Enciclopedia degli illuministi (Diderot e compagni, i cui volumi fanno ancora bella mostra di sé nel Palazzo Rosmini di Rovereto). All'amico friulano Sebastiano De Apollonia aveva commissionato una voce, il cui contenuto era: «Come far passare al cuore le verità percepite dall'intelletto». In questo passaggio, il grande Roveretano vedeva un nodo perenne della vita cristiana, che occorre sciogliere, per procedere sulla via della fede. Sciogliere il nodo è compito di una spiritualità, che si fa coscienza, vita, testimonianza.
Se è vero che la spiritualità è «su» nella considerazione delle comunità religiose e dei movimenti laicali più impegnati, essa sembra restare «giù» presso molti giovani e cristiani comni. Quale la ragione? Forse, questa: la spiritualità viene percepita come cosa estranea alla vita, una specie di lusso da monasteri se non proprio una «alienazione» da secoli bui. Fare le «nozze» fra spiritualità e vita appare la condizione necessaria per celebrarle fra spiritualità e popolo di Dio, fra spiritualità e nuove generazioni di giovani.
Ciò suppone la capacità di tracciare un itinerario spirituale equidistante dagli opposti estremi: quello dell'«integrismo», che per una malintesa identità non riesce a fare i conti con la vita; quello del qualunquismo che, preso dall'ansia di non perdere il passo coi tempi, perde... l'appuntamento col Vangelo.
La spiritualità è chiamata ad inserirsi - integrandolo e perfezionandolo evangelicamente - nel processo di realizzazione continua di sé così caro all'uomo d'oggi, che si vede come un sistema aperto, capace di assimilazione e sintesi continua, in vista di una più matura umanità. La spiritualità è vita vera da figlio di Dio, che ha la sua sorgente nello Spirito di Cristo. Ma è anche sempre vera vita da figlio dell'uomo, che conosce ed accetta tutti i rischi della città terrestre.
Attraverso una spiritualità il giovane impara ad esprimere un modo nuovo di essere credente nel mondo, e organizza la vita attorno ad alcune percezioni di fede, scelte di valori e atteggiamenti evangelici.
Fra i pregiudizi che, forse, attardano alquanto l'assunzione decisa di un impegno di spiritualità giovanile c'è, da una parte, quello che vede in essa una novità, che distoglierebbe l'attenzione dalla ben più urgente e fruttuosa pastorale degli adulti. Dall'altra parte, essa rischierebbe di distogliere l'attenzione dei giovani e dei loro pastori dalla grande e complessiva spiritualità della chiesa - biblica e liturgica specialmente - distraendoli in sortite poco fruttuose, nei campi improbabili e sempre cangianti di un mondo giovanile di impossibile definizione.
Per questo non è inutile dare un'occhiata alla storia, per meglio cogliere e valutare la robusta continuità, che caratterizza lo sforzo di individuare una spiritualità giovanile.

UNA STORIA DELLA SPIRITUALITÀ GIOVANILE

Ricercando in tale direzione, non è difficile cogliere una serie di splendidi frammenti, che chiedono di essere collegati, contestualizzati, integrati da una ricerca storica più organica, che potrebbe diventare una vera e propria Storia della spiritualità giovanile.
Data la novità di questo campo di ricerca (la prima cattedra universitaria di spiritualità - come «cattedra di ascetica e mistica» - è solo del 1917), è naturale aspettarsi ancora molti approfondimenti, alcuni dei quali dovrebbero andare in direzione della spiritualità giovanile.
Non mancano, comunque, strumenti che permettono, attraverso la considerazione di singole tessere, di apprezzare il colore e la bellezza dell'intero mosaico, del quale si attende una ricostruzione meno frammentaria. Mi riferisco, ad esempio, al Dizionario di pastorale giovanile (a cura di Midali e Tonelli, LDC), e ad alcune sue parti - come quella dei «medaglioni, che disegnano i profili di una serie di grandi maestri spirituali - che aiutano a percorrere, in certo modo, alcune sequenze di storia della spiritualità giovanile.
È da questa lettura che i pastori di giovani e i cultori della spiritualità giovanile potranno trarre la convinzione di essere in «buona compagnia», ispirandosi ad illustri predecessori.

I giovani come categoria pastorale

È chiaro che la struttura della società moderna ha dato al mondo dei giovani una identità e una visibilità inedita e del tutto sconosciuta alle società dei secoli precedenti.
Fra i fattori che vi hanno contribuito, si può ricordare: il prolungamento dell'età scolare, il crescente ritardo dell'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e delle responsabilità familiari, l'anomalo indugiare fra le mura di casa, un processo più lento e faticoso nell'acquisire la propria identità, l'accentuazione ecclesiale dell'impegno laicale anche giovanile e della formazione vocazionale, la nascita di strutture civili ed ecclesiali direttamente mirate ai giovani, ecc.
Ma l'impressione che si trae - percorrendo a volo d'uccello la storia dei secoli passati - è che «i giovani», considerati come categoria pastorale, non sono una scoperta dei secoli a noi più vicini, ma rappresentano una «costante storica», che - anche se non in modo generalizzato, dato che in alcune epoche rappresenta una vera eccezione - è sempre stata presente.
Basterebbe accostare con quest'ottica, ad esempio, gli scritti di S. Agostino o di S. Giovanni Crisostomo per averne conferma. E dove i giovani ricevono una specifica attenzione pastorale, non è difficile individuare alcuni tratti di quella che oggi chiamiamo spiritualità giovanile.
È a partire dal mondo biblico - e dall'attenzione dedicata ai giovani, ad esempio, dai libri sapienziali, in forza della loro natura educativa - che vediamo precisarsi - in Israele non meno che nella chiesa primitiva - la presenza de «i giovani».
«Scrivo a voi giovani: voi avete sconfitto il diavolo (...). Giovani, io vi dico che siete forti, che la parola di Dio è radicata in voi, e che avete vinto il diavolo» (1 Gv 1, 13-14): la lettera di Giovanni ci aiuta ad intravvedere una speciale attenzione dell'apostolo per i giovani, come viene anche attestato da un famoso racconto di Eusebio di Cesarea.
I giovani e gli adolescenti, che incontriamo nella storia della Chiesa e negli Atti dei martiri - Lucia ed Agnese, Tarcisio e Pancrazio, Blandina ed altri innumerevoli - ci ricordano che, nella compatta comunione della chiesa primitiva, essi si sono meritati un posto di rilievo.
Giovani in cerca di spiritualità sono spesso coloro che si accostano ad un maestro spirituale, ricercandolo fra i Padri del deserto o, più tardi, presso la nascente vita monastica. S. Basilio si preoccupa di coloro che venivano educati presso i monasteri, in vista di un discernimento vocazionale, che fosse serio, così da dare garanzia di perseveranza.
Sant'Agostino - che del giovane, cristiano o catecumeno, dell'epoca sua ci ha lasciato un impressionante ritratto autobiografico nelle sue Confessioni - non esitava ad entrare in comunità e in corrispondenza coi giovani.
Giovanni Crisostomo scrive - guardando a loro e ai problemi culturali e educativi che più direttamente li toccavano - alcuni dei suoi trattati. S. Benedetto chiede per loro speciale attenzione ed ascolto da parte dell'Abate, e Gregorio Magno li introduce volentieri come protagonisti dei suoi Dialoghi. Essi emergono ed attirano l'attenzione della Chiesa, nel Medio Evo, come allievi delle Scuole Cattedrali o delle nascenti Università degli Studi, movimentate dalle loro tenzoni accademiche, dagli eccessi goliardici, non meno che dai loro generosi propositi di santità. Di giovani, specialmente, vediamo circondato Francesco di Assisi e Chiara.
Francesco di Sales non lesina i consigli ai genitori su una buona educazione spirituale dei loro figli.
La sua esperienza in Savoia, i quasi dieci anni passati presso i Gesuiti del Collegio di Clermont a Parigi, la permanenza alla Università di Padova, il perdurante impegno catechistico al servizio dei ragazzi e dei giovani, mantennero sempre Francesco singolarmente aperto a comprendere e interpretare il loro mondo.
Questo gli consentiva di dare uno stile giovane sia alla sua scrittura, sia alle accentuazioni teologiche, sia allo stile relazionale.
Spigolando qua e là, nel gran campo seminato da questi maestri, raccogliamo alcuni tratti caratteristici di una spiritualità giovanile.

LINEAMENTI DI SPIRITUALITÀ GIOVANILE

Spiritualità della gioia e della speranza

Il giovane vive della propria speranza e la gioia rappresenta l'ambiente ecologico ideale ove la speranza può essere seminata, attecchire, crescere e donarsi.
Piace al Crisostomo sottolineare il contrasto che egli nota fra l'atmosfera di gioia, che segna la celebrazione del battesimo dei giovani, e il clima di tristezza, che aleggia su coloro che - troppo pavidi, insicuri di sé, o timorosi di perdere i piaceri della vita - si fanno battezzare solo sul letto di morte.
L'austero S. Gerolamo, che riceveva sull'Aventino matrone romane e le loro giovani figlie, voleva che l'atmosfera fosse di gioia e di serenità, che si desse spazio al gioco e alla distensione, oltre che a lavori e intrattenimenti tipicamente femminili.
Agostino non concepisce altro clima per la catechesi che quello della gioia. Al giovane Dioscoro, che gli presenta i suoi problemi di giovane studente, Agostino - proponendogli un coraggioso colpo d'ala - dice, fra l'altro: «Chi infatti cerca come arrivare alla felicità, in realtà non cerca altro che dove risiede la somma perfezione del bene».
Chi accostava Filippo Neri usciva contagiato dalla sua straripante letizia: «Scrupoli e malinconia fuori di casa mia»; «Figlioli state allegri, state allegri: voglio che non facciate peccati».
C'è una straordinaria somiglianza di «stili educativi» fra questi pastori innamorati della salvezza dei loro giovani. Il Crisostomo promuove assemblee catecumenali intense, pellegrinaggi e celebrazioni ricche di musica e di canto, un culto ai martiri e alle reliquie che ha dello spettacolare (come quando organizza il trasporto notturno delle reliquie attraverso il mare). Filippo Neri scandalizza i benpensanti di Roma col suo fare brioso e, ma solo all'apparenza, scanzonato (da buon toscano!). Francesco di Sales non disdegna di farsi piccolo coi piccoli: «Ho terminato or ora la scuola di catechismo - scrive alla Chantal - dove mi sono abbandonato un poco all'allegria, mettendo alla berlina le maschere e i balli per far ridere l'uditorio; ero in un momento di buon umore, e un grande uditorio mi invitava coi suoi applausi a continuare a fare il bambino coi bambini. Mi si dice che, in questo, riesco bene, e io ci credo».
Don Bosco organizza grandi passeggiate, goliardiche e rumorose - un singolare incrocio di happening, festival e gita - e non si vergogna di far la sua parte in gruppi di giovani che rumoreggiano, con schiamazzi, trombe e tamburi.

Spiritualità relazionale

Il passo previo ad ogni cammino educativo e comunicazione di spiritualità è l'impostazione di una relazione accogliente e promozionale che apre la strada alla profondità e alla educazione delle motivazioni. Una positiva relazione educativa opera il contatto profondo dei cuori e fa scattare la scintilla della comunicazione spirituale. Di una tale esperienza Agostino - che certo ebbe doni relazionali straordinari oltre ad una sociale simpatia per la giovinezza - scrive: «I giovani pronunciano per così dire per bocca nostra le cose che ascoltano e noi apprendiamo da essi, in certo modo, le cose che insegniamo». Oggi si parla di «stile feriale» e della capacità di «far compagnia» ai giovani. Agostino lo intuiva, quando scriveva a Florentina, sua giovane interlocutrice: «Io, infatti, non sono un dottore perfetto, ma un dottore che si va perfezionando insieme a quelli ai quali insegna». Ed aggiunge: «Ti risponderò per dirti a chi dobbiamo tutti e due rivolgerci, per imparare ciò che tutti e due ignoriamo». Per Agostino, infatti, la relazione educativa ha solo il compito propedeutico di agevolare l'incontro e il dialogo con il Maestro, conducendo il giovane a diventare discepolo della Luce. Non si tratta solo di una «relazione-mezzo», ma soprattutto di una «relazione-segno».
Una particolare relazione è quella che si esprime nello stile epistolare - del quale oggi, sventuratamente, abbiamo perso l'abitudine - che permette di accompagnare le stagioni della vita e la maturazione dei cammini spirituali, con suggerimenti meditati, mirati e puntuali.
Dove il rapporto è davvero carico di spiritualità, si vede la «grazia relazionale» trasformarsi, per così dire, e diventare segno di una grazia sacramentale: così operavano S. Filippo Neri e don Bosco. Era loro stile creare continuità fra la relazione di amicizia e la esperienza sacramentale, attraverso la carità pastorale, che animava ambedue. I discorsi cominciavano lungo le strade di Roma o di Torino, o dentro i cortili di Valdocco, ma la loro conclusione era sigillata dal dialogo sacramentale.

Spiritualità educativa

Occorre educare a misura di ragazzo e di giovane - riconoscendo ad essi il diritto di essere ciò che sono, senza bruciare impazientemente le tappe - sapendo che anche la spiritualità conosce uno sviluppo e una crescita graduale, e delle frenate improvvise.
In una delle sue opere giovanili, all'indomani del suo Battesimo, Agostino scrive, rivolgendosi a Dio: «Tu guidi e istruisci i fanciulli con semplicità, con forza i giovani, con serenità gli anziani, tenendo conto dello sviluppo non solo fisico, ma anche spirituale di ciascuno».
«L'anima del giovane è la statua più preziosa di tutte», scrive il Crisostomo. Preziosità e fragilità si sposano insieme in quella delicata stagione della vita che è l'adolescenza: «All'infanzia segue il mare dell'adolescenza, dove i venti soffiano violenti, come nell'Egeo...». Per questo il grande Vescovo si dedica a neutralizzare le insidie che maggiormente rischiano di sgretolarla: «Né il desiderio di denaro, né di gloria, né nessun altro tormenta questa età quanto l'attrattiva dei corpi». Al genitore dice: «Alleva un atleta per Cristo». E quando i giovani sono sufficientemente maturi per le nozze: «Chiamiamo qui Cristo: ormai lo sposo è degno di lui». Verginità e castità sono virtù «controculturali» nel mondo antico - ed altrettanto nel moderno - fatte apposta, si direbbe, per far crescere il giovane, accettando la pienezza della sfida e della novità cristiana.
«State fermi, se potete», esclamava Filippo Neri, il quale chiedeva serio impegno per diventare cristiani - sono rimaste famose, per la loro estrosità, le pubbliche penitenze, che egli imponeva ai suoi seguaci -, ma lasciava anche tutto lo spazio per essere giovani del proprio tempo, col gusto dei propri passatempi. Ma a chi può dare di più occorre chiedere di più. C'è nei giovani il rischio, non solo teorico, di fermarsi alle tappe più comode, orientandosi verso adolescenze lunghe che, spiritualmente, potrebbero essere soltanto adolescenze pigre. Occorre che il giovane viva il senso del cammino, dell'itinerario, delle tappe successive, per non perdere il duplice appuntamento della sua maturazione umana e dell'incontro col suo Signore.
Il giovane Dioscoro aveva chiesto a S. Agostino di rispondergli «senza indugio» (ah, questi giovani!) su certi quesiti, riguardanti I dialoghi di Cicerone, perché temeva, sennò, di fare una figuraccia. S. Agostino gli spiega che un Vescovo non ha tempo per «spiegare le questioncelle dei Dialoghi di Cicerone ad uno studentello», ma, tuttavia, gli risponde per «strappare da un legame infelice la tua felicità, che tu fai dipendere dal giudizio malsicuro e instabile degli uomini, e per legarla ad un cardine assolutamente stabile e inconcusso». Il Vescovo Agostino, che «una volta vendeva coteste ciance ai ragazzi», non desidera «che tu sia ancora un ragazzo», né gli si addice più «di essere né venditore, né largitore di bagatelle puerili». Una bella lavata di capo, non c'è che dire! Per far comprendere a quel giovane che era ormai tempo di «alzarsi e camminare» verso nuovi appuntamenti.
S. Filippo Neri aveva l'Oratorio grande, che si caratterizzava per la sua capacità di ampia accoglienza, e poi l'Oratorio piccolo, quello in cui confluivano i più impegnati, per un di più di preghiera, di formazione e di servizio. Anche don Bosco aveva articolato il suo Oratorio in compagnie o gruppi: al loro vertice stava la compagnia dell'Immacolata, cui si davano responsabilità maggiori, ma si chiedeva anche maggior impegno, fino a maturare nelle più impegnative vocazioni di speciale consacrazione. Non è un caso che i membri della prima compagnia della Immacolata - quella di S. Domenico Savio - siano diventati, tutti meno uno, i fondatori della Congregazione Salesiana.

Spiritualità dell'umanesimo planetario

È noto l'impegno dei santi educatori di giovani per dare spazio alle attività in cui si esprime la vitalità propria della loro età. Il giuoco, le passeggiate, le esplosioni delle bellezze naturali, la musica e il canto non sono di cornice, ma fanno parte della sostanza di un mondo in cui lo spirito non rinnega il corpo, ma si sforza di crescere in sua compagnia.
Palestrina ed Animuccia - grandi della polifonia del Cinquecento - erano assidui frequentatori dell'Oratorio di «Pippo buono», e venivano da lui incoraggiati a dare il meglio di sé nell'arte loro, fino ad inventare - lì su due piedi, si direbbe - le loro splendide laudi, che annunciavano quel genere musicale che, qualche decennio più tardi, sarebbe diventato famoso sotto il nome di «Oratorio».
Francesco di Sales lascia scritto: «A Parigi ho imparato parecchie cose per piacere a mio padre e la teologia per far piacere a me stesso». «Far piacere al padre» è un valore che Francesco non disprezza, tutt'altro, visto che si tratta di diventare un «gentiluomo», anche attraverso la equitazione, la scherma, la danza, il canto, ecc. A Padova, il primogenito dei conti di Sales, allievo del celebre Possevino, si laurea in utroque iure e non disdegna di darsi una «base professionale». Da tutto questo verrà spontanea per lui quella sintesi di cristianesimo e di umanesimo, di fede e di professionalità squisita, che rappresenta il fascino più profondo della sua persona e della sua spiritualità.

Spiritualità cristocentrica ed ecclesiale

È presente, in tutti i santi educatori di giovani, le preoccupazioni di informarli ad una serie dimensione ecclesiale.
È nota la passione di Agostino per costruire - ovunque si trovasse, da laico, da prete, da Vescovo - comunità coi suoi compagni di strada, fino a farne un «seminario di vescovi». Il Crisostomo si batte, in uno scritto della sua giovinezza, per un serio tirocinio comunitario, realizzato dalla permanenza dei giovani in monastero. E già abbiamo accennato alla forte esperienza comunitaria di altri santi educatori.
Con insistenza vengono invitati alle «due mense»: quella dell'Eucaristia e quella della Parola di Dio. Presso i Padri antichi, come presso i Fondatori dell'Oratorio (S. Filippo Neri e don Bosco), la Parola di Dio gode di indiscussa centralità. La «storia sacra» ha per tutti un peso notevole (ma in Gregorio Magno pressoché esclusivo), nella formazione del cuore dei giovani uditori, per la qualità dei modelli che essa può rappresentare. Di seguito si svilupperà poi - specie nell'esperienza dell'Oratorio - l'uso narrativo della storia della Chiesa e della vita dei santi. «Viva lectio est vita bonorum», esclamava S. Gregorio Magno, «la miglior lezione è l'esempio dei buoni».
Chiesa, Eucaristia, Scrittura: tutte portano a Cristo, perché da Lui derivano. Non c'è esperienza migliore della lettura degli antichi Padri - si pensi alle lettere di Ignazio di Antiochia o alle infuocate esortazioni che Ambrogio rivolgeva alle vergini - per aiutare i giovani ad equilibrare la vita cristiana sul suo baricentro, che è Cristo.
Il sodo realismo di questi Pastori li porta a misurarsi con il dramma del male, che lambisce la vita di tutti. Il senso del peccato e del suo drammatico influsso sui giovani è ben presente alla loro coscienza. Agostino si vede «ancor ragazzino e così gran peccatore» e mette in guardia dalla cecità, che porta ad identificare giovinezza ed innocenza. «Purché non facciano peccati, nel resto sopporterei che mi tagliassero la legna addosso», esclama S. Filippo Neri. Una autentica pedagogia della confessione si sviluppa, nei secoli a noi più vicini, per sostenere i giovani nel lento cammino della loro maturazione umana e cristiana.
Brilla davanti a loro la figura della Vergine Maria, «segno di sicura speranza» e di una bellezza, umana e soprannaturale, che stimola i giovani a crescere, colmandoli di gioia.

Spiritualità apostolica

Giovani per i giovani

Giovanni Crisostomo vuole che ogni categoria si interessi dei propri membri: «i giovani dei giovani». La drammatica conversione di Agostino è accompagnata da alcuni amici e ha come effetto di contagiarne altri. È nota l'avventura di Bernardo di Chiaravalle, che trascina con sé una intera generazione di fratelli, parenti, giovani amici. Sulle sue giovani compagne punta Angela Merici per salvare le ragazze a rischio, nell'Europa sconvolta del primo Cinquecento.
Ignazio di Lojola, non più giovane oramai, crea tuttavia un feeling profondo e impegnativo, denso di carica apostolica, fra i suoi giovani amici, che da studenti all'Università di Parigi si trasfigureranno, gradualmente, in fondatori della Compagnia di Gesù.
Bartolomea Capitanio, morta giovanissima all'età di 26 anni, ha lasciato scritto: «Cercherò (...) di non acquietarmi mai, finché non le venga tutte dedicate al servizio di Dio». A tale scopo ella istituisce ed anima Compagnie e Pie Unioni delle quali poteva affermare: «Avvi fra varie buonissime giovani una santa lega, mediante la quale vicendevolmente si animano a far del bene».
A Domenico Savio in cerca di sentieri di santità, don Bosco indica subito quello dell'impegno coraggioso e generoso verso i coetanei. E Maria Mazzarello coinvolge nella sua splendida avventura le giovani amiche che, con lei, formavano il gruppo delle Figlie dell'Immacolata.

Al servizio dei poveri

S. Filippo Neri spingeva i suoi verso «le opere di misericordia» (oggi parleremmo di volontariato e di promozione umana). Ai membri dell'Oratorio piccolo ogni domenica venivano affidate le visite agli ospedali, che essi dovevano compiere nel corso della settimana successiva.
S. Vincenzo De' Paoli contemplava Cristo evangelizzatore dei poveri e visse l'unità di vangelo e carità con una tale limpidezza di coscienza da farne un magnifico candidato a patrono del decennio CEI su «Vangelo e testimonianza della carità».
Egli creò le charités - vere progenitrici delle moderne Caritas - che erano gruppi di laici che si impegnavano al servizio dei poveri. Da tali gruppi vennero le Figlie della Carità, che realizzarono, per così dire, l'antico sogno dell'amico Francesco di Sales e anticiparono il progetto che Federico Ozanam sviluppò, più tardi, nella S. Vincenzo.
In un paragrafo classico della Regola delle Figlie della Carità, citato da tutte le antologie, Monsieur Vincent abbatte le barriere di separazione col mondo, trasformando la tradizionale fuga dal mondo in una autentica immersione nel mondo, operata da cuori temprati dalla carità. «Non avendo, ordinariamente per monasteri che le case degli infermi; per celle, stanze di affitto; per cappelle, le parrocchie; per chiostri, le strade della città o le corsie d'ospedale; per clausura l'obbedienza; per grate il timor di Dio e per velo la santa modestia, devono in forza di questo condurre una vita altrettanto religiosa, come se fossero professe in un ordine religioso» (cap. 1, art. 2). Ed aggiungeva: «Saranno come i raggi del sole, che passano continuamente attraverso l'immondizia e, nonostante questo, non si sporcano» (art. 8 e 18). Si trattava di una rivoluzione apostolica, di una ennesima riscoperta del volto di Cristo sotto i lineamenti del povero, che avrebbe lasciato il segno su ogni forma di impegno laicale e religioso successivo.
Don Bosco non esitava a mandare i suoi ragazzi a soccorrere i colerosi, mentre altri giovani si impegnavano, a due passi da lui, a dare continuità alla miracolosa invenzione del Cottolengo.
Ed è ancora sui campi delle più estreme povertà che Madre Teresa provoca e tempra, oggi, la generosità delle sue giovani figlie.
Gli «ospedali degli incurabili» (erano i sifilitici), in cui facevano il loro tirocinio i giovani di ieri, anticipavano le ultime frontiere di oggi: malati terminali, morenti di Aids, agonizzanti abbandonati sui marciapiedi...

La missione ad gentes

La passione missionaria propriamente detta ha sempre appassionato i giovani, in ogni epoca storica. La storia della Chiesa, degli Ordini e delle Congregazioni religiose è piena dei martìri eroici di giovani generosi. Fra le principali letture che Filippo Neri propone ai suoi seguaci, ci sono le folgoranti lettere che giungono a Roma da parte dei missionari della Compagnia di Gesù. Giovani entusiasti si offrono a S. Vincenzo De Paoli e se ne vanno a morire coraggiosamente, di stenti e malaria, in Madagascar. Le prime spedizioni missionarie di don Bosco fanno fare un salto di qualità ai ragazzi del suo Oratorio, e si espande in essi la coscienza di essere cittadini del mondo e responsabili del Vangelo.

STILI E MAESTRI

Abbiamo accennato ad una serie di lineamenti comuni a numerosi maestri e discepoli. Essi vennero però proposti e vissuti con stili e tonalità alquanto diverse, con quella flessibilità che è propria dello Spirito di Dio, che è spirito di libertà. Ed è appunto per servire la libertà dei giovani che la chiesa propone ad essi una ricca gamma di singole spiritualità.
Abbiamo parlato, finora, di spiritualità al singolare. Ma la Chiesa conosce, da sempre, anche le spiritualità, al plurale. Anzi, a ben vedere esistono solo le spiritualità. La spiritualità è solo il nome collettivo, che le indica tutte insieme, così come la vita intende riferirsi a tutte le vite, con le loro irriducibibili originalità e bellezze.
Quando spiego ai giovani il concetto di spiritualità, mi piace fare riferimento a due analogie, che servono per comunicare l'idea.
La prima è quella degli stili architettonici. Parlando di stile gotico o romanico, rinascimentale o barocco, neoclassico o moderno, applicato, ad esempio, ad una cattedrale, ci rendiamo conto di tre elementi sostanziali.
Anzitutto, appare chiaro che lo stile si adatta ai gusti e, in parte, li crea. Esso provoca la libertà e la seduce attraverso una particolare forma di bellezza. C'è una misteriosa affinità fra gli stili artistici ed architettonici e le disposizioni spirituali, per cui uno stile che immette un amico immediatamente in una atmosfera di preghiera («non mi stancherei mai di pregare e di contemplare in questo luogo», lo si sente esclamare!), lascia del tutto indifferente un altro (che giudica tutto questo un noioso archeologismo romantico). In secondo luogo, pur salvando gli elementi architettonici essenziali di una cattedrale, ogni stile li esprime in contesti e modalità diversificate, ora evidenziando di più la serena armonia delle masse, ora intrecciando insieme le forze che, con spinte e controspinte, anelano alla luce, ora ricercando l'armonia e la misura, ora arabescando ogni spazio con l'onnipresenza trasformante della fantasia dell'uomo.
In ogni cattedrale, infine, di qualsivoglia stile, si troveranno - diversamente articolati contestualizzati ed espressi - gli stessi elementi fondamentali: altare e sede episcopale, pulpito e battistero, navata e presbiterio, ecc.
Non meno espressiva è l'analogia del volto umano: quale varietà nei gusti di chi sceglie il volto che lo innamora! Quale inesauribile galleria di bellezza! Eppure ogni volto ben riuscito è costituito dagli stessi elementi strutturali: occhi, bocca, naso, orecchi... Così è delle spiritualità cristiane: i medesimi elementi fondamentali (sacramenti e liturgia, virtù teologali e morali, parola di Dio e sapienza dei Padri e preghiera, croce e testimonianza e carità, ecc.) si intrecciano fra loro in modo diverso e si collocano in contesti differenti, vengono diversamente accentuati e formano «un linguaggio spirituale», col quale entriamo in dialogo in modi diversi ed originali.
Dietro le grandi cattedrali c'erano «scuole» e «maestri», che percorrevano tutte le vie d'Europa, che si inchinava al loro genio. Dietro il volto della Pietà o della Vergine delle Rocce c'è la forza creativa di Michelangelo e di Leonardo.
Lo stesso accade per le grandi spiritualità, spesso legate a carismi personali di autentici capiscuola e testimoni, che ci guidano al Regno: «Mentre infatti consideriamo la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, per un motivo in più ci sentiamo spinti a ricercare la città futura (cf Eb 13, 14 e 11, 10) e insieme ci è insegnata la via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno» (LG 50).
Penso a santi che hanno profondamente influenzato la vita spirituale cristiana ed italiana, come Benedetto e Domenico, Chiara e Francesco, Caterina da Siena e Teresa d'Avila, Francesco di Sales, don Bosco, Maria Mazzarello, Teresina del Bambin Gesù. O a «scuole»: come la benedettina e la carmelitana, la francescana e la domenicana, quella gesuita, salesiana o sulpiziana...
Essere spiritualmente amico d'uno di questi santi (di quell'amicizia che si esprime nell'assidua frequentazione), il farsi discepolo di qualcuna di tali scuole (dove, a chiunque entra, la «promozione» è sempre assicurata) è «grazia» da saper riconoscere e coltivare.
Ci sono coloro cui scuola e maestro sono stati indicati dalla Provvidenza, attraverso la loro stessa vocazione. Penso, ad esempio, agli Istituti religiosi legati ai loro Fondatori, da cui prendono il nome - del quale la spiritualità è parte essenziale - per un misterioso disegno di Dio. Penso ai numerosi laici, che si nutrono essi stessi dello spirito delle grandi Famiglie religiose.
E ci sono quelli che - nello splendido firmamento della Santa Chiesa di Dio - docili ad una ispirazione interiore, potranno scegliere la stella (o la costellazione) a cui ancorare il proprio tragitto spirituale.
Evangelizzando giovani italiani, non mi parrebbe fuori luogo prevedere un itinerario che li metta a contatto con quello «zoccolo duro» di spiritualità che segna la nostra storia e fermenta la nostra cultura. In esso è sedimentata l'esperienza di Francesco di Assisi: attenzione amorosa all'umanità di Cristo, povertà di vita e stile di servizio (minorità), riconciliazione con gli uomini (pace, programma del terzo millennio) e col creato...
Esso porta ancora il segno di Caterina da Siena, della sua audacia «laica» e profetica nel richiamare Roma alla sua libertà, e gli uomini alla conversione, e principi e popoli alla riconciliazione...
Vi ritroviamo la mistica semplicità di Filippo Neri, la sua relazionalità contagiosa e feriale, la voglia di valorizzare arte e bellezza del Rinascimento al servizio di Dio, un'ascesi severa rivestita di umorismo e di sorriso...
Vi è incorporata la sapienza pastorale di Sant'Alfonso e la sua fedeltà al popolo di Dio, che accostava con una affettività tutta mediterranea. Vi si trova l'allegra diaconia di don Bosco e il suo poema dell'amore educativo... e... paese che vai, santi che trovi.
Nella pietà del popolo italiano si è condensata una autentica spiritualità che, se a volte ha bisogno di purificazione, non per questo perde la sua efficacia. Quanti «santuari» italiani sono diventati vera scuola di spiritualità ecclesiale! E quante regioni italiane sono connotate - magari senza esserne del tutto coscienti - dal clima spirituale creato dai santi, cui esse diedero (e da cui ricevettero) vita.
Comunicare una spiritualità incarnata nella storia e radicata in un territorio significa aiutare i giovani a sentirsi protagonisti di una storia di salvezza che li interpella e li avvolge e dà loro strumenti, risorse e modelli per tracciare il proprio itinerario spirituale ed andare incontro al Signore Gesù, con la serena fierezza dei giovani del 2000.