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L'amore che si fa servizio


Riccardo Tonelli

(NPG 1996-08-3)

 

Gesù era abituato a trovarsi bombardato da interrogativi. Molti li suscitava lui stesso, con quel suo modo di fare così diverso dal solito. Qualche domanda esprimeva l'ansia dell'assetato che corre verso una sorgente d'acqua fresca. Qualche altro nasceva dal desiderio di vederci più chiaro o, persino, da un pizzico di curiosità per quest'uomo, spuntato da un paese che non aveva mai prodotto nulla di buono.
Il dottore della legge che, quel giorno, ha avvicinato Gesù, non rientrava in nessuna di queste categorie. La sua domanda era una specie di esame. Si sentiva in dovere, lui «dottore della legge», di verificare l'ortodossia di Gesù per esprimere un parere competente.
Gli ha rivolto la domanda d'obbligo: «Gesù, dimmi... cosa devo fare per avere la vita eterna?». La questione era facilissima per un uomo religioso... complicata invece per chi bazzicava poco con il tempio e le scritture. Dalla risposta si poteva dare subito un giudizio sulla competenza e serietà di Gesù.
Gesù non lo manda al diavolo... come, forse, avremmo fatto noi, infastiditi da un atteggiamento tracotante. Neppure però risponde, rassegnandosi al giudizio. Dice, con un sorriso disarmante: «Perché me lo chiedi? Sei tu il dottore della legge. Queste cose le sai meglio di me».
La reazione non si fa attendere. Pronto, il dottore della legge fa sfoggio della sua erudizione teologica: «Due cose sono necessarie per avere la vita eterna: amare Dio e amare il prossimo. Questa è la legge che Mosè ci ha insegnato».
Gesù si mette lui adesso dalla parte dell'esaminatore. Gli dà un ottimo voto. «Perfetto. Il titolo che hai, te lo sei davvero meritato. Una cosa ti raccomando: metti in pratica quello che conosci così bene». Fa un passo per allontanarsi. L'interrogatorio è concluso.
Il dottore della legge non si rassegna. Proprio non gli va giù la pessima figura fatta. Così rilancia con una nuova domanda.
Questa volta, sta particolarmente attento. Non vuole ricadere in una nuova trappola.
Va nel difficile. «Dimmi, Gesù, chi è il mio prossimo, quello che devo amare come amo Dio?». Su Dio non può chiedere. Ha paura che Gesù gli dica: «Come... lo chiedi a me? Sei tu il dottore della legge. Ogni giorno spieghi alla gente qual è la volontà di Dio su tutto... Per favore, non farmi perdere altro tempo».
Sul prossimo, invece, anche un dottore della legge può avere dei dubbi. La legge e le tradizioni identificavano abbastanza chiaramente chi era il prossimo da amare: sul mestiere, sul luogo di nascita, sulle ascendenze paterne, su alcune malattie... Le interpretazioni concrete però variavano. Per questo, il dottore della legge può rivolgere a Gesù la sua domanda intelligente. Ha l'occasione buona per valutare la posizione teologica di Gesù e magari risolvere qualche questione ancora aperta.
«Chi è il mio prossimo?». Chiede una specie di elenco. Immagina che Gesù gli dica: questo, questo e questo sono «prossimo» per un buon ebreo, osservante della legge. Gli altri no.
Prigioniero anche lui, come tanti, del tranello dei «destinatari», di cui interessarci con amore preferenziale, si aspetta un elenco a due colonne: quelli del sì e quelli del no... con qualche nome a metà strada. E invece Gesù risponde, raccontando una storia.
«Un giorno, un tizio che stava scendendo da Gerusalemme a Gerico è incappato in una banda di rapinatori. Gli hanno portato via tutto e poi l'hanno abbandonato, più morto che vivo, sul sentiero. Aveva disperato bisogno di aiuto. La sete gli bruciava la gola. Le poche forze stavano consumandosi. Non ce la faceva più. Da quelle parti, però, erano rarissimi i viaggiatori. Quel giorno poi non passava proprio nessuno...».
Creato il contesto, Gesù preme la mano. Fa passare di lì tre personaggi. Li sceglie con cura. Sono figure simboliche senza sfumature: i «buoni», proprio quelli ufficialmente buoni e bravi; e i «cattivi», che più cattivi di così non si può.
«Passa un sacerdote, tutto preso dalle sue preoccupazioni. Non s'accorge neppure del poveretto, abbandonato sul ciglio del sentiero. Prosegue il suo cammino, dritto per la sua strada. Anche un levita passa poco dopo per quel sentiero. Neppure lui s'accorge e procede oltre. Molti impegni pastorali l'attendono e non ha davvero il tempo per ammirare quello che gli sta attorno. Alla fine passa un samaritano. S'accorge subito della situazione disperata di quel povero uomo, incappato nella banda di ladroni.
Si ferma. Non ha dubbi: l'unica cosa seria, in questo momento, è dare una mano a chi soffre. Scende da cavallo. Disseta il moribondo. Gli cura alla bell'e meglio le ferite. Se lo carica in sella e giù di corsa verso Gerico, alla ricerca di un medico. Lo trova. Completa la medicazione. Poi lo porta in albergo e lo affida alle cure dell'albergatore. Gli anticipa una grossa somma di denaro per le prime urgenze e gli assicura il saldo al suo ritorno».
Gesù guarda il dottore della legge. C'è rimasto un po' male. La galleria dei personaggi Gesù la doveva risparmiare. Lo sa che tra Ebrei e Samaritani non corre buon sangue. Passi per la brutta figura fatta fare ai sacerdoti e ai leviti... ma far diventare bravo e generoso un samaritano... questo è troppo.
Gesù non ha dimenticato la domanda che ha dato origine alla storia. «Chi è il mio prossimo?» voleva sapere il dottore della legge. Era pronto a prendere nota: un elenco di quelli da amare e di cui interessarsi e, magari, anche il foglio con quelli che doveva lasciare andare per la loro strada.
Voleva un elenco. Con il suo bel foglio tra le mani poteva orientarsi facilmente a proposito di destinatari (del suo amore e della sua missione). In caso di contestazione, bastava citare Gesù e tutto era risolto.
Il suo problema è anche il nostro. Chi dobbiamo scegliere? Di chi dobbiamo interessarci? In questi tempi di profondi cambi, di fronte ad una situazione giovanile frammentata in mille espressioni, domande di questo tipo sono tornate di moda anche all'interno della comunità ecclesiale.
Gesù non dà nessun elenco: né al dottore della legge né, tanto meno, a noi. Anzi, capovolge proprio la logica.
Il «prossimo» non può essere previsto o programmato, a suon di decisioni o di richiami alla tradizione. Chiunque ha bisogno di me e mi interpella, lui è il mio prossimo, da amare e da servire. La questione non riguarda gli altri, presenti o assenti nell'elenco di quelli di cui interessarsi; e neppure riguarda uno stile consolidato di servizio né un tipo di risposta su cui possiamo essere specializzati.
La questione riguarda me, te: la comunità degli uomini e la comunità ecclesiale. Noi dobbiamo diventare capaci di «farci prossimo» nei confronti di chiunque ha bisogno. La specializzazione e la scelta nasce come risposta, precisa e puntuale, alle differenziate situazioni di bisogno che attraversano la nostra esistenza.
Certo, è più facile definire a quali bisogni farci sensibili o su quali categorie di giovani riversare la nostra passione evangelizzatrice. La storia del «buon samaritano» è inquietante, proprio perché mette in crisi questo modo di fare. Sposta il centro dall'interno verso l'esterno. Mette il problema dell'identità dopo quello della missione.
L'operazione è rischiosa, senza dubbi. Il Vangelo non riferisce la somma che il «buon samaritano» ha dovuto sborsare all'albergatore, ad operazione conclusa, ammesso che sia ritornato per saldare il suo debito...
Questo è il rischio dell'amore che si fa servizio.
«Hai capito?», chiede Gesù al dottore della legge, «beh, adesso fa' anche tu la stessa cosa». Chiaro?

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