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Educare ai sacramenti


Riccardo Tonelli

(NPG 96-06-7)


«Dove abita Dio? Dove lo incontreremo, perché il Suo amore, che ci appare tante volte silenzioso e nascosto, ci parli, e il volto della Sua fedeltà si riveli al nostro cuore inquieto? dove ci lasceremo raggiungere ed amare da Lui, perché ci contagi il coraggio di esistere e di volerci fino in fondo umani, secondo il Suo progetto e il desiderio del Suo cuore divino? dove noi, nati nel tempo, potremo rinascere alla vita che inizia nel tempo e non conoscerà tramonto? A queste domande la simbolica della fede risponde indicando nei sacramenti gli eventi in cui la grazia dell'Eterno viene ad offrirsi agli uomini in gesti della loro storia e in parole del loro linguaggio. Senza questi luoghi dell'incontro con Dio la lontananza del Trascendente resterebbe invalicabile e l'esodo umano non verrebbe raggiunto nella sua concretezza dalla forza trasformante dell'avvento divino. Negli eventi sacramentali le meraviglie operate dal Dio dell'alleanza si fanno presenti nella fragilità dei segni dell'oggi della storia per preparare e anticipare il domani della gloria promessa e attesa» (Forte B., La parola della fede, Introduzione alla Simbolica ecclesiale, San Paolo, Torino 1996, 149).
Lo riconosciamo anche noi nella stessa fede e lo confessiamo con le parole appassionate appena citate. Ci chiediamo, nella logica con cui «Note di pastorale giovanile» affronta i problemi: cosa fare per coinvolgere altri, giovani soprattutto, nella stessa esperienza per «una vita che inizia nel tempo e non conoscerà tramonto»?
Queste pagine suggeriscono una risposta. Essa è ampia e articolata, perché l'autore ha sentito la necessità di ricostruire, prima di tutto, la prospettiva pastorale in cui collocare la ricerca, ricordando alcune delle scelte in cui la Rivista, in questi anni, ha qualificato la sua proposta. Scende verso il concreto: quel concreto che non pretende di possedere la formula per risolvere i problemi, ma chiama a responsabilità il lettore, dopo avergli offerto un quadro di orientamenti da cui organizzare la sua competenza e la fantasia che nasce dall'amore.
Anche se il titolo del dossier sembra riguardare tutti i sacramenti della vita ecclesiale, i richiami, gli esempi e i progetti si riferiscono soprattutto alla Riconciliazione e all'Eucaristia, i due sacramenti con cui i giovani sono a contatto più frequente.

 

1. Prospettive diverse

Chi si domanda come fare per assicurare una partecipazione matura e intensa ai sacramenti, assomiglia oggi a quell'automobilista che, incerto sulla strada da percorrere, chiede alla prima persona che incontra: da che parte devo andare? La risposta non può essere che una: solo se mi dici dove devi andare, posso suggerirti quale strada conviene scegliere... Fuori metafora, questa è la mia convinzione: a proposito di sacramenti la ricerca sul metodo deve fare i conti, prima di tutto, sul loro significato e sulla loro funzione.
Conosciamo tutti molto bene la definizione di sacramenti, che abbiamo imparato dal catechismo: i sacramenti sono «segni efficaci» della grazia.
Sappiamo anche che la voce «grazia» va compresa in quella più ricca ed espressiva di «salvezza» e di «vita». Non basta però aggiornare alcune parole. Allo stato attuale della ricerca teologica, questa definizione, molto precisa e sicura, apre più problemi di quelli che risolve.
Due grosse questioni, infatti, richiedono una verifica e un approfondimento:
- di quale salvezza sono segni efficaci?
- cosa significa essere segni efficaci rispetto alla salvezza?
Su questi temi pregiudiziali si concentra ora la mia riflessione, alla ricerca di orientamenti di teologia pastorale. Da questi tenterò poi di suggerire qualcosa sul piano del metodo.

Due prospettive teologiche a confronto

La salvezza si realizza nell'incontro tra Dio e l'uomo. Non è un fatto puntuale, ma un processo, trascinato sul ritmo dell'esistenza, tra un «già» e un «non ancora».
Il processo salvifico è un atto di gratuita accondiscendenza da parte di Dio e di libertà, responsabilità, decisione personale da parte dell'uomo. Il Dio vivente si muove verso l'uomo dalle profondità dell'eternità. L'uomo incontra il suo Dio nella trama del tempo, in una decisione di libertà e di responsabilità, che la vicinanza di Dio gli rende continuamente possibile.
Su questa costatazione l'accordo teologico è pieno e costante, anche quando le espressioni che la descrivono sembrano diverse. Le posizioni diventano invece differenti quando si cerca di precisare le modalità del processo salvifico e, soprattutto, le condizioni dell'incontro tra Dio e l'uomo.
Il modello teologico che ha dominato per tanto tempo la riflessione ecclesiale pensava all'incontro tra Dio e l'uomo secondo uno schema dualista. Il punto di partenza era una distinzione rigida tra mondo sacro e mondo profano. Il mondo sacro è quello di Dio, tutto avvolto nella sua grazia di salvezza: il mondo della trascendenza e della «grazia». Il mondo profano è il nostro mondo quotidiano, quello che in cui si svolge l'avventura della vita di tutti i giorni.
La salvezza si realizza quando quello che non appartiene ancora al mondo di Dio è trascinato nel suo mondo, sotto l'azione potente del gesto divino. Di conseguenza i sacramenti sono pensati come gli interventi diretti e quasi databili di Dio, mediante cui egli sottrae frammenti dal mondo profano e li colloca in quello sacro. Senza l'azione sacramentale, il nostro mondo resta immerso nel peccato e lontano da Dio.
La teologia dell'Incarnazione ci ha aiutato a vedere le cose in modo molto diverso.
La distinzione tra mondo sacro e mondo profano è vera, ma ormai è superata perché il mondo, la nostra storia, la nostra vita quotidiana sono diventati, in qualche modo, la tenda in cui Dio ha preso dimora, per essere il Dio-con-noi, intimo ad ogni uomo più di se stesso.
Con questo gesto, gratuito e imprevedibile, tutta la realtà è stata trasformata nel luogo della presenza di Dio e nell'evento della sua grazia che salva.
Un'altra cosa va detta subito, per comprendere in modo cristiano l'azione salvifica di Dio. I due modelli, diversi nell'orizzonte complessivo, lo ricordano con la stessa intensità. Non lo possiamo proprio dimenticare.
Questo è il riferimento comune: la salvezza non opera mai in modo magico e automatico, come se fosse sufficiente porre il gesto per ottenere il risultato. Dio la propone alla libertà e responsabilità personale. Si è nella salvezza solo quando pronunciamo la nostra decisione per il dono di Dio.
Per scegliere e per deciderci, dobbiamo conoscere e riconoscere. Questa costatazione rilancia il problema del nostro rapporto con Dio e delle realtà che ci aiutano a scoprirlo vicino a noi. Nella vita quotidiana Dio è presente come offerta imprevista, come amore silente. La presenza diffusa della grazia di Dio è un'esperienza vissuta ma non detta, percepita ma non formalizzata. Ha bisogno di esprimersi, per consolidarsi e per inverarsi. Abbiamo bisogno di sperimentare in modo forte la presenza di Dio nella nostra vita, per accoglierlo e consegnarci a lui.

Il confronto sulle conseguenze

Ho ricordato due modelli teologici. Nelle nostre comunità ecclesiali, per comprendere in che modo Dio opera la salvezza nella nostra esistenza e nella storia quotidiana, ci si riferisce abitualmente o all'uno o all'altro, anche se non sempre il richiamo è fatto in termini espliciti o con scelta motivata.
Nei due modelli molti elementi sono comuni. Uno di questi, per esempio, l'ho appena ricordato. Non pochi però sono notevolmente diversi. Lo si costata soprattutto quando le indicazioni sono spinte verso le conseguenze più concrete. Anche in questo caso, capita quello che facilmente sperimentiamo quando ci troviamo ad un bivio, costretti a scegliere l'una o l'altra direzione di cammino. All'inizio, resta l'impressione che non ci sia eccessiva differenza: il panorama è lo stesso e s'intravede, molto vicina, la strada abbandonata. Sembra quasi che sia sufficiente un salto, per raggiungerla. Poi, però, dopo aver percorso un tratto consistente di cammino, la differenza è evidente e i ritorni diventano sempre più difficili.
Per questa convinzione, per indicare la differenza, preferisco parlare di «prospettiva». Come sappiamo, la prospettiva è il punto di osservazione attraverso cui analizziamo una realtà. In questo caso, l'oggetto analizzato è lo stesso e le preoccupazioni sono fondamentalmente identiche; molte cose diventano diverse, perché cambia l'angolo di prospettiva.

I sacramenti nella prospettiva dualista

Per ricordare il modo in cui sono compresi i sacramenti in quella prospettiva che tende a separare il sacro dal profano, non ho bisogno di spendere troppe parole, perché questa logica la conosciamo molto bene, noi che ci siamo cresciuti dentro.
Spesso, nell'educazione dei giovani ai sacramenti, abbiamo fatto ricorso ad un famoso «sogno» di Don Bosco: la nave, sbattuta dalle onde di un mare in tempesta, che trova tranquillità e sicurezza quando riesce ad ancorarsi alle due colonne dell'Eucaristia e della Penitenza. I riferimenti importanti ci sono proprio tutti.
L'esistenza quotidiana si sviluppa in un mare tempestoso. Lì, il rischio del naufragio è incombente. L'unica via di uscita è la fuga, rapida, verso il porto sicuro. La nave che riesce a scampare il pericolo resta ancorata alle due colonne. Solo in questo spazio protetto c'è bonaccia. Altrove, invece, tutto è minaccioso.
È facile costatare come la coscienza dualista (mare in tempesta e porto sicuro) è vissuta in modo drammatico. La funzione dei sacramenti è precisa: sono la salvezza, perché sottraggono dalle situazioni di pericolo.
Gli stessi toni drammatici sono riservati alle condizioni per celebrare bene i sacramenti. Le preoccupazioni e le paure trasformano l'incontro salvifico in una specie d'incubo che riguarda condizioni personali e oggettive: avrò fatto bene tutte le cose? È proprio questo quel che ci vuole?
Nel secondo esempio, ugualmente classico nelle raccomandazioni pastorali, cambiano i toni, ma la sostanza resta inalterata.
Di molti santi la tradizione educativa ha sottolineato l'impegno di preparazione attiva alla celebrazione dell'Eucaristia e, soprattutto, il lungo periodo di ringraziamento che ad essa seguiva. Ricordiamo tutti l'esempio di S. Luigi: tre giorni di preparazione e tre di ringraziamento, in una settimana che aveva come centro l'Eucaristia. La questione non è se egli ha fatto veramente così o com'egli vivesse, in concreto, la preparazione e il ringraziamento rispetto agli impegni normali della sua settimana. Mi sta a cuore, in questo contesto, porre l'accento sugli inviti pastorali che nascevano da questo «fatto». Ancora una volta, non devo spenderci eccessive parole, perché molti di noi li ricordano a menadito.
Mi guardo bene dal giudicare e non voglio assolutamente suggerire un'inversione di tendenza ingiustificata e frettolosa.
Chiedo solo un'attenzione alla logica sottostante, per cogliere il peso della prospettiva dualista.
È facile costatare la presenza di due tempi diversi e antagonisti dell'esistenza quotidiana: sono diversi, perché uno è tutto del mondo «sacro» e l'altro di quello «profano»; sono antagonisti, perché si escludono reciprocamente, a meno di non riuscire a finalizzare l'uno all'altro. Il suggerimento è netto: quello che conta è il mondo del sacro; l'altro va coraggiosamente piegato verso di esso. Questa visione teologica dà origine ad un modello di spiritualità centrato sul controllo della vita quotidiana e, quando era possibile, sulla sua fuga.

La prospettiva dell'Incarnazione

Molto diverso è l'atteggiamento che scaturisce dal confronto con l'evento dell'Incarnazione, interpretato come la manifestazione del progetto di Dio verso la vita quotidiana.
Per accennare anche a qualche riflesso concreto di questa seconda prospettiva, mi piace pensare alle dichiarazioni che Gesù ha rilasciato a Nicodemo che lo interrogava sulla sua missione.
Nicodemo era un uomo colto e onesto, che sapeva troppe cose per lasciarsi sedurre da qualche battuta ad effetto. Un giorno avvicina Gesù per verificare se era veramente colui di cui si diceva tanto bene; e Gesù, invece di rispondere, dichiara che per capirlo bene bisogna «nascere di nuovo». Che cosa aveva Gesù di tanto sconvolgente da comunicare a Nicodemo? Leggiamo la storia, come la racconta il Vangelo di Giovanni.
«Nel gruppo dei farisei c'era un tale che si chiamava Nicodemo. Era uno dei capi ebrei. Egli venne a cercare Gesù di notte, e gli disse: Rabbì, sappiamo che sei un maestro mandato da Dio, perché nessuno può fare miracoli come fai tu, se Dio non è con lui.
Gesù gli rispose: credimi, nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce nuovamente. Nicodemo gli fa: com'è possibile che un uomo nasca di nuovo quando è vecchio? Non può certo entrare una seconda volta nel ventre di sua madre e rinascere.
Gesù rispose: Io ti assicuro che nessuno può entrare nel regno di Dio se non nasce da acqua e Spirito» (Gv 3, 1-5).
Di fronte alle difficoltà di Nicodemo, Gesù approfondisce la sua posizione. Rilancia l'invito provocante a «rinascere». Ma spiega che la faccenda non è di tipo fisico; riguarda la mentalità. Va cambiata la testa e il cuore.
Solo chi è disposto a cambiare modo di pensare, può comprendere il progetto di Dio, che Gesù svela a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3, 16-17).
Il mondo che Dio ama siamo noi, la nostra vita, tutti gli uomini.
Dio ci ama, ama la nostra vita, ce la vuole restituire piena e abbondante (Gv 10, 10). Per realizzare questo progetto, si è messo lui stesso in cerca dell'uomo. Si è fatto dei nostri, solidale con noi pienamente e totalmente. Questa è la grande, insperata «bella notizia» che Gesù rivela a Nicodemo e, attraverso lui, a tutti noi.
Quello che conta è la vita quotidiana, abitata già dal mistero di Dio, fondamento di autenticità e di speranza. La salvezza porta a compimento, in pienezza e in autenticità. Senza il dono della salvezza (e di conseguenza, senza i sacramenti di questa salvezza), restiamo prigionieri della morte e del nostro peccato.
La vita nuova, sperimentata e consolidata, si esprime immediatamente in un ritorno, da «creature nuove», nella vita quotidiana.


2. La vita quotidiana, il grande sacramento

Per invitare a scegliere in modo coerente, ho dimostrato qualche esito concreto di una prospettiva e dell'altra.
Chi conosce il mio modo di pensare, sa che la preferenza corre, senza incertezze, verso la prospettiva della riconciliazione tra sacro e profano, come sollecita la meditazione dell'evento dell'Incarnazione.
Non voglio fermarmi a motivare la proposta. L'ho già fatto in altri contesti. Preferisco invece dedicare tempo e risorse per un'altra operazione, molto più urgente: ripensare, con amore disponibile e critico, quello che c'è stato consegnato nella tradizione catechistica e pastorale in cui siamo stati educati, per riesprimerlo in questa logica nuova.
La prospettiva nuova, sollecitata dalla meditazione dell'Incarnazione, è tanto decisiva da spostare persino l'asse dei problemi, perché restituisce alla vita quotidiana tutto il suo spessore teologico. Al centro dell'esperienza di salvezza sta quindi la vita quotidiana (la vita d'ogni giorno... con le gioie, speranze, tristezze e dolori, che la caratterizzano), che riconosco «segnata» dalla presenza dello Spirito di Gesù.
Per questo, non mi chiedo quale è il significato della vita quotidiana, partendo dall'importanza dei sacramenti nella vita cristiana. Mi interrogo, invece, sul senso dei sacramenti per un cristiano che riconosce nella sua vita quotidiana «la cosa che conta di più» nella sua esperienza credente, proprio per questa stessa esperienza credente.

La vita quotidiana tra segni e simboli

La nostra esistenza è una trama molto intensa di segni e di simboli. Ci cresciamo dentro, poco a poco, attraverso le vie più normali dell'educazione e quelle più raffinate che progettiamo, quando ci siamo abilitati a vivere pienamente in compagnia delle altre persone.
Se per comunicare con gli altri fossimo costretti ad usare delle cose (un pezzo di pane per parlare di pane, una sedia per dire dove siamo seduti...), ci sarebbe da impazzire. Basta pensare a tutto quello che dovremmo portarci dietro per fare quattro chiacchiere con gli amici. Per fortuna, siamo facilitati dalle parole e dai gesti: abbiamo, in altre parole, un grosso repertorio di segni, di cui possiamo disporre per comunicare.
In genere, la comunicazione tra le persone è «mediata» dai segni di cui disponiamo: quelle realtà (parole e gesti) che hanno la capacità di rendere presenti altre realtà (il pane e l'amore) che altrimenti resterebbero nascoste.
Per dire ad una persona che le vogliamo bene, utilizziamo parole, compiamo gesti, facciamo regali, coloriamo il nostro volto e facciamo brillare di una luce speciale i nostri occhi.
L'amore che ci riempie il cuore è una cosa reale, concreta. Riusciamo ad esprimerla solo traducendola in qualcosa che la renda manifesta verso l'esterno e sia compresa pienamente dal nostro interlocutore.
I segni funzionano quando il rapporto tra ciò che si vede e ciò che si vuole chiamare in causa, è comune e condiviso. In caso contrario, la comunicazione diventa impossibile.
Ci sono dei segni specialissimi, tanto diversi da quelli normali che, abitualmente, si usa un altro nome per definirli: i simboli.
I simboli legano quello che si vede e quello che non si vede con una forza evocativa tutta speciale. Non c'è bisogno di grosse spiegazioni. L'evocazione della realtà è quasi spontanea e naturale, soprattutto per persone che vivono dentro uno stesso mondo culturale.
Per chi vive in una società contadina, il pane non dice solo qualcosa che serve a togliere la fame. Chiama in causa qualcosa di molto più grande, che trascina persino verso un'espressione religiosa dell'esistenza. Così è, per esempio, per il popolo della Bibbia e così è stato anche per noi, per tanto tempo. Il pane è simbolo di affetto, presenza dell'altro alla mia vita, condivisione profonda delle cose più care. Il pane è (era?) un simbolo speciale per comunicare.
Il simbolo possiede un'altra dimensione importante, che sta alla radice di quella appena ricordata: esso ha la capacità di assicurare un intenso coinvolgimento tra gli interlocutori. Il simbolo costruisce solidarietà, condivisione, convivialità.
Per queste ragioni, gli addetti ai lavori distinguono volentieri tra «segni» e «simboli». Non voglio complicare le cose e non voglio chiedere un consenso forzato su modelli che possono essere discussi a lungo. Per questo, preferisco utilizzare i termini quasi come fossero dei sinonimi, pur riconoscendo e riaffermando l'importanza della distinzione e delle sue conseguenze pratiche.

Segni e simboli nella vita cristiana

Anche nella vita cristiana noi viviamo tra segni e simboli. Sono gli stessi che utilizziamo nell'incontro e nella comunicazione interpersonale, pieni del mistero dello Spirito di Gesù che ci avvolge e ci trasforma.
Per dire chi è Dio per noi, utilizziamo «parole» della nostra esperienza quotidiana. Lo chiamiamo «padre». Affermiamo che è «amore». Riconosciamo che è «vicino». Qualche volta sono solo dei segni. Manca il coinvolgimento e la forza evocativa.
E dobbiamo affannarci a spiegare e a commentare. Altre volte, per fortuna, scegliamo la strada della convivialità e della condivisione e la forza evocativa diventa travolgente. Basta pensare alla parabola del buon samaritano, per cogliere il differente livello di rivelazione di Dio, presente nelle parole del dottore della legge e quello evocato da Gesù nella figura del samaritano che si piega a curare le ferite di quel poveretto sorpreso dai briganti.
La dimensione simbolica della vita cristiana non riguarda solo il gesto rivelatore di Dio. Essa investe anche la risposta dell'uomo a quest'invito.
Dio ci chiama alla salvezza e noi diciamo la nostra decisione di accogliere il suo dono o di rifiutarlo. Non lo facciamo, dicendo sì oppure no; e neppure dicendo «Signore, Signore». Lo facciamo con la vita: nel ritmo delle ventiquattro ore del nostro quotidiano. Facciamo gesti, diciamo parole. Tutto questo si porta dentro il mistero della nostra libertà che si piega all'accoglienza di Dio che ci chiama.
I gesti e le parole che pronunciamo sono i simboli di quello che riempie il nostro cuore e che altrimenti resterebbe indicibile: la voglia di essere figli di Dio o la pretesa suicida di arrangiarci da soli.

La sacramentalità della vita quotidiana

Un'espressione è diventata comune tra i cristiani per dire tutto questo: la sacramentalità. Sacramento traduce l'espressione «segno» e «simbolo». Nell'uso ecclesiale il termine «sacramento» ricorda anche un'altra dimensione, molto interessante: la parola latina «sacramentum» significa anche «giuramento di fedeltà», il patto solenne che legava due amici o due contraenti. Dire sacramentalità è come dire «un mondo di simboli», con un impegno di fedeltà tra gli interlocutori.
La sacramentalità non riguarda frammenti del quotidiano; investe invece tutta la vita quotidiana. Siamo passati, infatti, dalla visione, un po' riduttiva, di alcuni «sacramenti» destinati a rendere presente Dio nella nostra vita, alla scoperta gioiosa che Dio riempie della sua presenza tutta la nostra vita, in modo sacramentale.
La consapevolezza di questa sacramentalità «diffusa» nella vita quotidiana rappresenta una svolta decisiva nel modo di pensare, progettare e vivere la vita cristiana. Le ragioni sono tante. Mi preme ricordarne soprattutto due, molto collegate reciprocamente. Ci riportano direttamente al tema di queste riflessioni: i sacramenti e la loro educazione.
La prima ragione, quella che funziona da fondamento a tutto, è cristologica. Nella sacramentalità della vita quotidiana abbiamo la possibilità di riscoprire che Gesù è il grande sacramento dell'incontro tra Dio e l'uomo, nella grazia della sua umanità. Lo ricordo, riportando alla lettera una bella citazione, piena di fede e di poesia. «Sacramento di Dio, sacramento dell'uomo. Cristo è in se stesso l'alleanza dei mondi, Colui in cui cielo e terra si sono incontrati. Egli è l'alleanza in persona: apertura di un mondo all'altro, Egli è la sovversione e la salvezza del mondo umano da parte del mondo di Dio. Gesù Cristo è la grazia in persona! In lui Dio si rivela come il Dio per noi e con noi, il Dio amore, che liberamente sceglie di uscire da sé e di comunicarsi all'uomo per stringere con lui un'alleanza di vita eterna. In Gesù risorto l'umanità è ammessa a dimorare nell'Eterno, resa capace di uscire da sé per ritrovarsi in Dio» (B. Forte).
La seconda ragione nasce come immediata conseguenza.
Gesù di Nazareth è il grande sacramento della presenza di Dio che ama e salva. Lo è per la sua umanità, profondamente solidale con la nostra. Per questo, la nostra umanità fa da sacramento a Dio: nel doppio movimento convergente di Dio che si fa vicino all'uomo e in quello correlativo dell'uomo che accoglie il suo dono di vita e cerca di farsi vicino a Dio.
Nella vita quotidiana quello che si vede e si manipola non è tutta la sua verità. Quello che costatiamo, siamo e produciamo della nostra vita, è veramente «nostro», frutto della fatica del nostro esistere.
In esso però è presente un evento più grande, che ci permette di essere quello che siamo. Quello che si vede è la nostra umanità, che possiamo descrivere nella nostra sapienza e accogliere come evento di libertà e di responsabilità; il mistero che ogni visibile si porta dentro è costituito dalla presenza salvifica di Dio, che confessiamo nella fede.

 

3. Il significato dei sacramenti

Nell'esistenza cristiana possediamo una serie di eventi che esprimono una sacramentalità tanto originale che nel linguaggio abituale si riserva spesso solo a loro la qualifica di «sacramenti». Secondo la tradizione ecclesiale sono la Parola «scritta» di Dio, la Chiesa come luogo di una comunione oltre «la carne e il sangue» (come dice una bella pagina del Vangelo di Giovanni: Gv 1, 13) e soprattutto i sette sacramenti.
Qual è il loro significato e la loro importanza, in una prospettiva teologica che mette al centro la sacramentalità diffusa?
Ho già ricordato la novità della questione. Nella riflessione pastorale, orientata sulla separazione tra il mondo della trascendenza, dove Dio sta di casa, e il mondo della vita quotidiana, non ci sono dubbi sull'importanza dei sacramenti. Senza di essi, siamo esclusi dal mondo di Dio. Esistevano delle eccezioni... ma, in fondo, erano dei modi diversi per dichiarare più concretamente ancora la funzione irrinunciabile dei sacramenti: l'eccezione conferma la regola.
Oggi, in compenso, molti cristiani sono vittime della soluzione contraria. Mettiamo tra parentesi i sacramenti o li riduciamo ad una specie d'avventura di gruppo (pensiamo ad alcune celebrazioni dell'Eucaristia) o a qualche ritualità che ci vuole per ragioni sociali (la celebrazione «in chiesa» del matrimonio, altrimenti... cosa dice la gente?).
In questo clima mi pongo l'interrogativo: non voglio che l'enfasi sulla sacramentalità diffusa porti a concludere sul fatto che i sacramenti, nella vita cristiana, non servano quasi a nulla; non voglio però riaffermarne l'importanza, scivolando verso la logica dualista.

La proposta: «una esplosione simbolica»

Non è facile dire quale rapporto collega la presenza di Dio nella vita quotidiana e quella presenza speciale, che è tipica dei sacramenti. Questo, infatti, è uno degli ambiti in cui le nostre parole sapienti denunciano il loro limite. Come capita per tutte le esperienze decisive dell'esistenza, dobbiamo imparare ad accontentarci di risposte di carattere evocativo.
Mi piace utilizzare un'espressione, di cui riconosco tutto il limite: «esplosione simbolica». I sacramenti in senso stretto sono come una «esplosione simbolica» della sacramentalità diffusa.
Cerco di spiegarmi un poco.
Il segno è un intreccio di cose e di significati. Il bacio è una «cosa»; l'amore è il suo significato. Il pane è una «cosa»; quando esso viene spezzato condiviso, diventa esperienza di amore.
Spesso il significato resta misterioso, perché le cose sono «mute» per uno dei due interlocutori.
Le ragioni di questo silenzio possono essere molte: la realtà di cui si vuole parlare è indicibile o è passibile di diverse e svariate comprensioni o sfugge all'attenzione pratica dell'interlocutore.
Il silenzio è infranto quando si pone un segnale dotato di particolare forza espressiva per convenzione sociale o per la sua capacità evocativa. In questo caso, il segno crea coinvolgimento, attenzione, decisione. Si realizza, in altre parole, una specie di «esplosione simbolica»: quello che prima era nascosto, silenzioso, lontano dall'attenzione, ritrova tutta la forza di cui è carico, fino a sollecitare verso qualcosa che altrimenti sarebbe impensabile.
Per produrre qualche esempio, penso, ancora una volta, alla nostra vita quotidiana.
Qualche volta, le persone che si amano sono costrette a restare lontane. Non conta né la distanza né il tempo. L'amore ha ritmi, logiche e misurazioni tutte sue.
Finalmente però si realizza l'incontro tanto atteso e sognato. Le due persone sono l'una nelle braccia dell'altra. L'amore sta dentro la vita. Non si è spento nonostante l'attesa. Adesso finalmente esplode, in tutta la sua forza.
Quell'abbraccio prolungato e le due lacrime che solcano il viso sono un'esplosione simbolica di un amore diffuso e persistente.
Altre volte, purtroppo, una nube ha velato l'amore. C'è il greve sapore del tradimento. Qualcosa sembra frantumarsi. Poi ci si riprende. L'abbraccio spegne la paura e il sorriso ritorna. Anche questo è un sacramento: una riconciliazione manifestata nel gesto, che esprime la gioiosa fatica della riconciliazione ricostruita nel tessuto della vita.
La stessa cosa vale, per fare un altro esempio, per il perdono. L'offesa è ormai dimenticata. Riaffiora ogni tanto il ricordo... ma è concretamente cancellato dall'impegno di ricostruire rapporti nuovi. La voglia di perdono è presente nel cuore delle due persone che hanno litigato. Un giorno si incontrano. Si confrontano con uno sguardo pieno di eloquenza. Si stringono la mano: un gesto che dice forte quello che, frammento dopo frammento, hanno saputo ricostruire.
Faccio un altro esempio.
Un giovane ha deciso di dedicare tutta la sua esistenza al servizio di Dio nel servizio dei fratelli. Ha coltivato la sua decisione nel silenzio sofferto dei lunghi giorni di preparazione. Finalmente, nel giorno della sua professione religiosa o in quello della consacrazione sacerdotale, proclama forte, davanti a tutti, la sua decisione irrevocabile. È un gesto forte e solenne, che esprime una scelta di vita diffusa nel ritmo della quotidianità.
Riflettiamo su questi esempi. Essi dicono più di mille parole, ma hanno bisogno di parole per permettere il confronto e l'approfondimento.
Questi segni esterni rendono «più» presente il significato delle cose, perché togliendo il velo di opacità che le nasconde agli occhi distratti dell'uomo, le fanno esplodere in tutta la loro forza interpellante e propositiva.
In questo modo, il silenzio è rotto. La parola pronunciata risuona, alta e interpellante, costringendo ad una scelta personale.
Il bacio, la stretta di mano, la proclamazione pubblica della propria decisione di dedicare tutta la propria vita al servizio di Dio e dei fratelli sono un'esplosione simbolica di quell'orientamento di vita che percorre tutta l'esistenza. In qualche modo, rendono presente, in modo perentorio, a tutti i protagonisti, quello che altrimenti resterebbe nascosto e, forse, un po' sopito.

Il dono speciale dei sacramenti

Questo modo di comprendere il rapporto tra la sacramentalità diffusa nella vita quotidiana e i sacramenti in senso stretto, mi permette di aggiungere un rilievo, che ha per certo peso nella corretta comprensione dei sacramenti e, di conseguenza, nei processi che riguardano la loro educazione.
Indico il problema come un interrogativo: i sacramenti aggiungono o non aggiungono qualcosa a quello che è già presente diffusamente nella vita quotidiana?
Anche su questa frontiera, molti modelli pastorali non trovano eccessiva difficoltà ad indicare risposte. Nell'ipotesi sacrale l'aggiunta era vistosissima. Basta ripensare, per fare un altro esempio, al modo con cui, qualche volta, parliamo dell'amore che due giovani si portano. Prima della celebrazione del sacramento del matrimonio, prevalgono i toni preoccupati e gli inviti alla prudenza. Dopo la celebrazione le formule si fanno solenni: i due giovani sono diventati figura dell'amore sponsale che Cristo porta alla Chiesa. Sembra quasi che la celebrazione del sacramento abbia, di colpo, tolto ogni problema e liberato da ogni difficoltà.
Nella nuova prospettiva è invece molto più complicato verificare se i sacramenti aggiungono qualcosa di particolare a quello che già riconosciamo nella sacramentalità diffusa.
Provo, però, a dire qualcosa, continuando a riflettere in una logica evocativa.
Per farmi capire, devo invitare a superare un atteggiamento purtroppo molto diffuso. Spesso ragioniamo in termini di quantità. Se ho cento lire in tasca e un amico me ne regala altre mille, ho aggiunto qualcosa al capitale. Se siamo catturati da questa logica, non riusciamo a capire la funzione dei sacramenti rispetto alla sacramentalità diffusa. Che cosa aggiungono? La mia risposta è: nulla. La salvezza di Dio riempie già totalmente la vita quotidiana.
Ripensiamo invece all'amore, per passare dalla logica quantitativa a quella qualitativa. Quando i due innamorati s'incontrano, dopo un periodo d'assenza, cosa capita di diverso nella loro vita? L'incontro e la vicinanza «aggiunge» davvero qualcosa al loro amore. Lo rende vivo, più intenso... c'è quasi una verifica che riporta verso il passato e rilancia verso il futuro, quando ci si separerà un'altra volta.
Per questo, posso affermare che il sacramento aggiunge qualcosa di profondamente nuovo e originale alla sacramentalità diffusa. Il sacramento è un evento specialissimo della grazia di Dio. Celebrando questa presenza, è infranto il velo del silenzio. La voce di Dio risuona solenne come esperienza di salvezza. Senza quest'evento, il silenzio renderebbe vano e inefficace il dono. L'uomo distratto resterebbe, triste e solo, fuori d'ogni personale esperienza di salvezza.
I sacramenti rappresentano, perciò, il punto d'incontro con Dio, più alto e intenso: in essi il tempo entra nell'eternità e l'eternità pervade il tempo. Portando a Dio la nostra esistenza e l'anelito della storia di tutti, ritroviamo pienezza di vita e sostegno alla nostra speranza.

Tre ragioni

Finora mi sono limitato a fare delle dichiarazioni di principio. Possono servire per verificare il punto di prospettiva. Ma non bastano, di certo, a risolvere il problema.
Ho bisogno di fare un passo avanti, offrendo e commentando le ragioni che giustificano e orientano la proposta.
Ne propongo tre. Le considero complementari, come se fossero le tre facce della stessa realtà, anche se possiedono peso e risonanza differenti.

Un simbolo «forte»

I sacramenti non sono avvenimenti separati dalla nostra vita quotidiana. Risentono di conseguenza e partecipano di quella sacramentalità diffusa che la caratterizza. Sono, infatti, un pezzo di vita, pieno della presenza di Dio che chiama alla salvezza e un pezzo di quella vita attraverso cui noi ci decidiamo per il dono della vita nuova che Dio ci offre.
Possono però diventare una reale «esplosione simbolica» di un senso più intenso e profondo, solo se si staccano dal ritmo normale dell'esistenza. Essi sono, di natura loro, un simbolo «forte» nella trama del quotidiano. Lo sono, di fatto; e lo devono diventare concretamente nello stile celebrativo con cui sono vissuti e nel tessuto esistenziale in cui sono espressi.
Penso, ancora una volta, all'amore. Questa esperienza ci aiuta, infatti, in modo privilegiato, a comprendere il mistero che riempie la nostra vita quotidiana.
Quando due persone si vogliono bene, tutta la loro vita è una trama continua d'amore. I gesti concreti che la pervadono manifestano qualcosa che sta sotto tutta l'esistenza e tutta la percorre come in filigrana. Se non fosse così, parole e gesti sarebbero falsi: da ricacciare come il peggiore degli imbrogli. L'incontro e l'abbraccio, dopo l'attesa, sono un simbolo forte, di quello che è diffuso nella quotidianità.
Così sono i sacramenti rispetto alla sacramentalità che percorre tutta la vita cristiana: una specie d'incontro e d'abbraccio dei due innamorati, dopo un periodo d'attesa, ricerca, silenzio.
Ne abbiamo bisogno, come dell'aria che respiriamo.
Sogniamo una trama nuova di rapporti interpersonali. Desideriamo costruire una città dove tutti i figli di Dio possano abitare felici e rispettati. Il dolore trapassa la nostra esistenza e cerchiamo con ansia uno spazio dove costatare che la morte non è più l'ultima parola sulla nostra vita ed ogni lacrima è davvero asciugata. Prendiamo decisioni coraggiose e ci cresce dentro il timore di giocare solo con le parole. Abbiamo costruito un gesto d'amore e ci chiediamo, con ansia trepidante, fino a che punto può essere considerato sufficiente.
Non troviamo una risposta adeguata nel ritmo della nostra esistenza quotidiana, anche se nella fede la riconosciamo percorsa dalla potenza trasformatrice di Dio. Quando portiamo alla celebrazione dei sacramenti queste nostre attese, i sogni che la riempiono, i frammenti di futuro che abbiamo costruito, viviamo un'esperienza, forte e originale, che ci rassicura e conforta. Nel clima che respiriamo, nell'avventura che la fede ci fa vivere, tocchiamo con mano quel ministero di accoglienza e di salvezza, che sta alla radice del nostro impegno e della nostra speranza.
Il piccolo seme di grano, sepolto nella morte, lì rinasce come esperienza impensata e donata.

Dio è protagonista speciale

C'è un'altra dimensione importante da ricordare. Non è una ragione in più, ma è il fatto che dà sicurezza e consistenza a quella appena ricordata.
Tutta la tradizione cristiana lo dice con forza. E sarebbe grave dimenticarsene, presi dal fervore di immaginare prospettive un po' diverse dal solito.
Normalmente il rapporto tra cosa e significato è un puro gioco d'intenzionalità. Nel ricordo o nel gioco linguistico «facciamo finta» di realizzare qualcosa di nuovo. Ma è solo un modo di fare che cambia davvero poco la realtà delle cose. Chi è lontano resta lontano; il silenzio continua ad avvolgere la realtà; ciascuno è inesorabilmente alle prese con i suoi limiti e le sue responsabilità.
La tradizione cristiana afferma invece che nei sacramenti Dio è presente realmente ed agisce efficacemente. Essi realizzano un autentico incontro personale con Dio.
L'amore investe la vita di due persone, la percorre tutta come una specie di trama sotterranea. Un giorno però i due innamorati immergono il loro amore nel mistero di Dio, celebrando il sacramento del matrimonio. Si realizza un misterioso cambio di protagonista. Dio diventa il protagonista principale, che restituisce una dimensione nuova all'amore che riempie quelle due vite e lo sprofonda in una lunga storia d'amore in cui c'entra persino Gesù, la Chiesa, tutti gli altri uomini.
Di sicuro, Dio è protagonista in ogni amore umano, come lo è per tutta l'avventura della vita. Di solito però resta tra le quinte, soffocato dalla nostra voglia di protagonismo. Celebrando il sacramento, lo riconosciamo, gli facciamo spazio, ci affidiamo a lui.
Mi piace dire tutto questo ricordando una bella espressione del Vangelo: «Quando un servo ha fatto tutto quello che gli è stato comandato, il padrone non ha obblighi speciali verso di lui. Questo vale anche per voi! Quando avete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: Siamo soltanto servitori. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17, 10). Per capire il suo significato, in ordine al tema su cui stiamo riflettendo, bisogna pensare a Maria. La tradizione le mette sulle labbra la stessa formula, come risposta all'angelo: sono la serva del Signore. Gesù è Dio in mezzo a noi per la potenza dello Spirito e non per la forza generatrice di Maria. Per questo, essa si proclama «soltanto serva». Gesù però è Dio in mezzo a noi per la grazia della carne e del sangue di Maria: il suo corpo di mamma ha veramente dato corpo a Gesù. Chiamandosi «serva», Maria non rinuncia alla sua collaborazione. Al contrario, la dichiara e la realizza, collocandosi nel mistero di Dio.
Riprendo un esempio già prospettato.
Cerchiamo di riconciliarci con noi stessi e i nostri fratelli, perché abbiamo scoperto di non poter più vivere divorandoci reciprocamente. Lo facciamo a piccoli gesti, con fatica e trepidazione. La nostra esperienza di perdono e di amore esprime veramente una «sacramentalità diffusa».
Ogni tanto, però, c'immergiamo in Dio. La nostra fatica di vivere nella riconciliazione è assunta da Dio. Lui ci riconcilia a sé e ci rende capaci di vera riconciliazione con gli altri.
Abbiamo così la gioia di sperimentare i frutti grandi del nostro piccolo gesto: la potenza di Dio porta a compimento quello che abbiamo seminato e diffuso nella vita.
Gli esempi servono a dire, in modo povero, quello che i cristiani hanno sempre riconosciuto con forza: nei sacramenti noi incontriamo realmente Dio e lui incontra noi, in un dialogo efficace di salvezza.
I sacramenti riempiono di speranza la vita e ce la riconsegnano nuova nella salvezza di Dio, perché restituiscono forza interpellante e capacità di accoglienza a quel mistero di libertà e di amore che attraversa tutta la nostra esistenza.
Non si collocano sul piano delle interpretazioni, ma su quello dei fatti e delle realizzazioni. Qui sta la radice della loro efficacia.
Ancora una volta, gli esempi possono aiutare, quando le parole denunciano il loro limite.
Il bacio che due persone si scambiano può avere tanti significati. Si va dal tradimento di Giuda all'indifferenza di certi nostri modelli culturali, dall'espressione di un egoismo che sfrutta l'altro alla manifestazione di un affetto intenso e duraturo. Quel gesto concreto di significati ne ha però uno solo. Gli altri sono significati possibili solo sul piano ipotetico. Per evitare cattive interpretazioni del gesto, chi lo pone ha la responsabilità di precisarlo. Il contesto e la dichiarazione delle intenzioni orientano l'attenzione verso il significato autentico del gesto: lo svelamento dà, in qualche modo, le ragioni del gesto.
Non è questa la logica dei sacramenti. Essi fondano la speranza non perché danno il significato di gesti che altrimenti resterebbero senza un senso preciso. Fondano la speranza perché la realizzano.
Non si tratta di dare l'interpretazione corretta ad un gesto che è già carico del suo valore. Al contrario, nessun nostro gesto può essere sufficiente a fondare la speranza, se è vero che la radice più profonda della nostra disperazione sta nella violenza della morte, contro di cui siamo radicalmente impotenti. Abbiamo bisogno di costruire la speranza, andando all'unica radice sicura.
Tutto questo resta mistero grande, sottratto alla nostra pretesa di esprimerlo con parole sapienti e convincenti. Viene dal silenzio e si immerge continuamente nel silenzio. È un fatto però che sta prima delle parole con cui lo proclamiamo. L'interpretazione non è sul piano della selezione di un significato tra i tanti possibili. Essa è fondamentalmente riconoscimento e confessione.
Celebrando i sacramenti noi non consegniamo a Dio quello che invece dipende dalla nostra responsabilità. Diciamo invece tutta la nostra voglia di intervenire, cambiare, rimettere le cose a posto. Riconosciamo però che non siamo noi i padroni di questa trasformazione dalla parte della vita. Il protagonista indiscusso è Dio. Solo lui può cambiare il nostro cuore di pietra in un cuore di carne (Ezech 11, 19) e può far nascere figli di Abramo anche dalle pietre (Lc 3,8). Per questo gli affidiamo quello per cui ci impegniamo e gli affidiamo l'esito della nostra fatica.

Sacramenti e comunità ecclesiale

I sacramenti ci fanno scoprire la comunità ecclesiale come il soggetto, storico e visibile, del dono della salvezza ad ogni uomo e della sua capacità di accoglienza. E ci fanno scoprire che la comunità ecclesiale è essa stessa un grande sacramento di salvezza. Essa esiste perché è questo dono e perché l'uomo è stato fatto capace di accoglierlo. Nel nostro cammino verso il futuro che Dio ci ha preparato, la comunità ecclesiale è il luogo privilegiato del nostro incontro con lui: essa anticipa il futuro che ci attende, ce lo propone, sostiene la nostra decisione, incoraggia la nostra fatica quotidiana, testimonia l'amore accogliente di Dio.
È importante comprendere la funzione della Chiesa riguardo alla salvezza e, di conseguenza, il rapporto esistente tra Chiesa, sacramenti e salvezza, nel cambio di prospettiva teologica di cui ho già ripetutamente parlato. Il Concilio lo ricorda con un'affermazione impegnativa: «La Chiesa è in Cristo come un sacramento, cioè un segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità del genere umano» (LG 8). La Chiesa ci dona la salvezza perché è essa stessa «sacramento» di questa salvezza. Ce la propone e ce la comunica in quella stessa logica sacramentale di cui ho parlato a lungo nelle pagine precedenti.
Come si nota, due inviti, molto precisi, scaturiscono dall'affermazione del Concilio; a loro dobbiamo riferirci per assolvere bene il nostro compito di educare ai sacramenti.

- La Chiesa sacramento di Gesù Cristo.
Il primo ricorda a tutti che la funzione della Chiesa riguardo alla salvezza è, in qualche modo, insostituibile. Gesù Cristo è il grande sacramento della salvezza. Egli si fa presente nel tempo attraverso la Chiesa, che è suo sacramento, e attraverso i sacramenti che essa celebra.
A chi cerca salvezza, la Chiesa la mostra nell'esperienza di quella comunione fraterna che anticipa la comunione definitiva con Dio; ne addita la fonte, sicura ed efficace, in Gesù, vivo e operante nella storia, anche nella forma speciale della celebrazione dei sacramenti.
La comunità ecclesiale, impegnata nella celebrazione dei sacramenti, dà il proprio contributo alla vita e alla speranza dei suoi figli, come una madre attenta e sollecita. Sperimentando qualche frammento di vita nuova nella comunità ecclesiale, in compagnia dei tanti amici che con noi la cercano, la costatiamo più vicina, più rassicurante: ci sentiamo più immersi nella vita nuova che ci è donata.
Nello stesso tempo, celebrando i sacramenti, la comunità ecclesiale cresce come comunità di fede e di speranza.
Attraverso i sacramenti, la comunità ecclesiale si proclama davanti al mondo come il luogo in cui Dio gratuitamente opera la salvezza per tutti e testimonia la reale possibilità di vivere la vita quotidiana come accoglienza di questo dono.
Denuncia la presunzione di poter vivere senza la salvezza di Dio, ricordando ad ogni uomo che egli è debitore, in tutto e per tutto, all'amore di Dio che gli si dona in Gesù Cristo.
Mette la responsabilità personale al centro di ogni incontro di salvezza, perché riconosce di essere essa stessa esito della salvezza di Dio. Rassicura la timida speranza dell'uomo che invoca salvezza, perché propone in modo autorevole le fonti sicure dell'azione salvifica di Dio.
Celebrando i sacramenti per la vita e la felicità dell'uomo, la Chiesa esiste come comunità di fede e di salvezza: il Padre si fa vicino all'inesauribile fame di vita e di felicità d'ogni uomo e, nel gesto concreto e verificabile della Chiesa, lo assicura sul dono, insperato e gratuito.

- La Chiesa, mediazione salvifica.
Il secondo invito, che scaturisce dall'affermazione conciliare, riguarda il modo attraverso cui la Chiesa ci offre la salvezza, nella celebrazione dei sacramenti.
Anche questo dato è importante: serve a dare concretezza al primo, appena ricordato nelle righe precedenti.
Il Concilio precisa che la funzione ecclesiale riguardo alla salvezza è di tipo «sacramentale». Il richiamo invita a superare le posizioni strumentali e un poco magiche se ancora fossero presenti in qualche operatore di pastorale; rilancia con forza il modello sacramentale per farci scoprire la Chiesa come «mediazione» salvifica.
Per spiegarmi, ricordo un riferimento, già annotato in altri contesti.
La teologia pastorale (soprattutto quella ricostruita attorno alla meditazione dell'Incarnazione) ama distinguere bene tra mediazione ecclesiale e processo salvifico.
Il processo di salvezza è l'attuazione e assimilazione personale della salvezza. Si tratta di un atto libero, in cui ogni persona esprime la propria decisione riguardo alla salvezza. Questa decisione non è «amministrata» dalla Chiesa. Riguarda il dialogo misterioso e intimissimo tra Dio e ogni uomo. Investe l'attuazione nel tempo del Regno di Dio il cui ambito è molto più ampio dell'ambito constatabile della mediazione ecclesiale.
La mediazione ecclesiale è invece un dato di ordine storico. Essa ha il compito di favorire, di sostenere il processo di salvezza. Crea le condizioni perché esso possa svolgersi nell'imprevedibile dialogo tra l'amore interpellante di Dio e la libertà e responsabilità dell'uomo, a livello personale e collettivo.
Un'immagine può esprimere, in termini evocativi, il significato concreto di quest'importante distinzione teologica: quella del grembo materno. Il rapporto tra la madre e il bimbo che sta nascendo, è molto stretto e la dipendenza reciproca così intensa che l'eventuale stato di conflitto si riduce, purtroppo, alla morte dei due protagonisti. Il bimbo, che la madre porta in grembo, è però persona autonoma.
Come un grembo materno, la comunità ecclesiale ha il compito di favorire e sostenere il processo di salvezza. Essa crea le condizioni perché possa svolgersi pienamente, nella trama misteriosa in cui si realizza il dialogo tra l'amore interpellante di Dio e la libertà e responsabilità dell'uomo.
Questo riferimento è prezioso: abbandonati alla solitudine della nostra libertà, siamo trascinati nell'incertezza e ci troviamo privi del conforto che la compagnia dei fratelli offre alla maturazione della nostra fede e all'esperienza rassicurante della salvezza in atto, nella nostra esistenza personale e collettiva.


4. Educare a celebrare i sacramenti

Dedico le ultime pagine della mia riflessione ai problemi educativi, entrando, finalmente, nel merito della questione messa a tema. Ho bisogno, però, di chiedere, ancora per un momento, un po' di attenzione nei confronti della prospettiva complessiva. Cambiare mentalità... non è un'impresa facile, soprattutto quando contrapponiamo qualcosa in cui siamo cresciuti a punti di vista ancora incerti.
La prospettiva dualista era orientata a comprendere la funzione dei sacramenti secondo modelli strumentali, come se fossero dei «mezzi» da porre in atto per assicurare l'esito ricercato. In questa logica l'impegno di educare ai sacramenti era risolto secondo una doppia convergente preoccupazione: la ricostruzione di un interesse verso i sacramenti, superando resistenze personali e culturali; una realizzazione corretta e autentica, mediante le «condizioni» rituali necessarie. La prima compete agli educatori; la seconda è stabilita dagli esperti.
La prospettiva dell'Incarnazione, che ho scelto per ricomprendere la salvezza e la funzione dei sacramenti, spinge a superare i modelli strumentali. In che direzione orientare allora il ripensamento? Faccio una proposta, che spero di riuscire a precisare, proprio mentre suggerisco come educare a «celebrare» i sacramenti: i sacramenti sono «celebrazione» della salvezza in atto nella storia.

A confronto con i racconti della Cena

Per scoprire come e dove operare per «educare» ai sacramenti, mi piace ritornare alle fonti della nostra esperienza credente con il bagaglio dei problemi che inquietano il mio presente. Credo sia questo un tipo di lettura dei testi scritturistici, importante per restituire a loro la forza normativa che compete, senza scadere in modelli fondamentalistici.
L'interrogativo è preciso: a quali condizioni la celebrazione dei sacramenti diventa esperienza di salvezza per noi, nella trama della nostra esistenza quotidiana? Con la domanda in primo piano, ho riletto i documenti della nostra fede. Cito quello che essi dicono a proposito dell'Eucaristia per il carattere rappresentativo di questo sacramento. Potrei ripetere le stesse affermazioni anche a proposito del perdono e della riconciliazione.
Incominciamo dal confronto con i testi.
Nel Nuovo Testamento esistono quattro redazioni esplicite del racconto della Cena: tre dei Sinottici (Mt 26, 26-30; Mc 14, 22-25; Lc 22, 15-26) e una nella prima Lettera di Paolo ai cristiani di Corinto (1 Cor 11, 23-25).
Le redazioni dei Sinottici sono molto simili (non certamente identiche). Si limitano a raccontare il fatto, senza particolari commenti. Paolo, invece, cambia registro. Racconta a cenni rapidi l'avvenimento, tutto preoccupato di rilevarne le conseguenze sul piano dello stile di vita. Raccomanda la condivisione del pane terreno a chi partecipa dello stesso gesto eucaristico. Minaccia di morte quelli che invece conservano nel cuore e nei fatti la divisione e il sopruso.
Nel suo vangelo Giovanni non racconta esplicitamente la Cena. Sembra quasi ignorare questo momento solenne della vita cristiana. Propone però un racconto che ha il medesimo ritmo narrativo: la lavanda dei piedi (Gv 13, 1-20). Analizzando con attenzione la pagina, ci si accorge dello stesso schema fondamentale, quasi a carattere liturgico, fino a sollecitare alla medesima conclusione della Cena: «Fate lo stesso, in mia memoria», raccomanda Gesù.
Perché racconti così diversi?
La ragione la conosciamo molto bene. I testi evangelici non sono un resoconto stenografico di qualcosa che è capitato, ma un'espressione di fede. In altre parole, l'autore non vuole, prima di tutto, descrivere la cronaca di avvenimenti lontani. Ripropone dei fatti che riconosce avvenimenti salvifici. Per questo, ricordandoli, vuole soprattutto farli rivivere, come fonte, unica e definitiva, della salvezza. Li esprime, di conseguenza, allargandoli con le parole della sua fede e con i bisogni concreti dei suoi destinatari.
Meditiamo allora i racconti della Cena da questa consapevolezza ermeneutica.
Giovanni vuole riportare la comunità ecclesiale allo spessore autentico dell'Eucaristia: Gesù sacrifica la sua vita perché tutti abbiano la vita e chiede ai suoi discepoli di continuare lo stesso gesto. Sembra sostituire il simbolo del pane a quello più provocante della lavanda dei piedi, proprio per sollecitare all'evento che dà sostanza all'Eucaristia: la croce.
Paolo grida la sua minaccia, nel nome del pane della vita, perché si rivolge a cristiani intorpiditi, consegnati al loro egoismo mentre celebrano il sacramento dell'amore e della condivisione.
Un cenno, indiretto, lo offre anche Giacomo: «Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: 'Tu siediti qui comodamente', e al povero dite: 'Tu mettiti in piedi lì', oppure: 'Siediti qui ai piedi del mio sgabello', non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?» (Giac 2, 1-4).

Tra evento, segno e qualità della vita

I racconti della Cena si sviluppano su tre direzioni. Alcune sono comuni; altre sono diverse. Tutti fanno riferimento allo stesso evento: la morte di Gesù, come rivelazione suprema del suo amore e del mistero di Dio che salva. La raccomandazione di Gesù di non dimenticare questo evento si traduce nell'invito esplicito a ripetere qualche gesto «simbolico»: il pane e il vino, la lavanda dei piedi. Soprattutto i testi che hanno riferimento immediato e diretto alla vita della comunità ecclesiale, indicano con forza le esigenze che scaturiscono dal ricordo di Gesù e dal gesto che serve a ricordare: la condivisione e il rifiuto delle discriminazioni.
Nei racconti sono presenti così tre elementi: l'evento celebrato, il gesto che fa «ricordare» (in altre parole una struttura simbolica che serve a rendere presente un evento che, altrimenti, resterebbe lontano o misterioso), un richiamo, concreto e impegnativo, nei confronti della vita quotidiana e degli orientamenti pratici in cui esprime.
Tutto questo suggerisce indicazioni preziose per chi, come noi, s'interroga su come educare ai sacramenti.
La prima è immediata: l'educazione ai sacramenti e la loro celebrazione richiedono attenzione ai tre elementi: all'evento, al rito, alla vita. Se ne è dimenticato uno, la celebrazione diventa un rito vuoto, privo della sua forza salvifica o, peggio, il pane della vita si trasforma in un pane di morte, come ricorda, esplicitamente, Paolo.
I testi del Nuovo Testamento non si limitano a rilevare questa preoccupazione, ma prendono posizione sul merito, indicando precise esigenze, molto concrete.
I Sinottici legano al pane e al vino l'invito a ripetere il gesto di Gesù, come suo ricordo, alla disponibilità a lavarsi reciprocamente i piedi. Di certo, il quarto Vangelo non intende mettere sotto discussione il segno eucaristico, ormai consolidato nella prassi ecclesiale. Vuole invece riportarlo alla sua funzione evocativa più radicale. Per questo, lo cambia, proponendo la lavanda dei piedi come il gesto da ripetere, nel nome di Gesù, per fare memoria della sua morte e resurrezione.
Inoltre, soprattutto nella testimonianza di Paolo e di Giacomo, la realtà (quella che riguarda Gesù di Nazaret e quella che riguarda i cristiani che celebrano il sacramento) irrompe nel rito sacramentale come una specie di condizione di verità. Paolo chiama «pane di morte» il pane della vita consumato senza nessuna disponibilità alla condivisione. Giacomo usa espressioni molto dure nei riguardi di quella comunità eucaristica che non si preoccupa per niente di superare i modelli razzisti e vessatori nei confronti dei poveri. I due testi sottolineano con chiarezza il motivo: un modo di essere e di fare di questo stampo allontana il senso profondo della morte e resurrezione di Gesù, anche se il gesto simbolico vorrebbe ricordarlo.
Le indicazioni sono davvero preziose per elaborare progetti di educazione ai sacramenti. I testi citati si riferiscono all'Eucaristia; ma è molto facile allargare le annotazioni anche verso gli altri sacramenti. Da una parte, siamo sollecitati a ricostruire la verità dell'evento che vogliamo celebrare, superando eventuali distorsioni. Dall'altra, siamo invitati a tradurre nei modelli culturali attuali le esigenze del «condividere», «lavare i piedi», «restituire dignità» a chi ne sembra privo, cui ci richiamano Paolo, Giovanni e Giacomo. Su questi due riferimenti possiamo, infine, verificare lo stile della celebrazione sacramentale.

La realtà: l'evento celebrato

Prima di tutto, la celebrazione dei sacramenti e la loro educazione richiedono attenzione all'evento che essi celebrano. Solo nella luce dell'evento, di cui sono segno, possono essere compresi e vissuti come avvenimento salvifico.
L'esigenza riguarda tutti i segni. Non posso, infatti, studiare la natura del «bacio» che due persone si scambiano... così in astratto, come se il bacio fosse una «cosa» (come una sedia o un tavolo). Il bacio è, prima di tutto, un'espressione culturale di qualcosa che lega due persone. Per studiarlo, devo sapere se è... il bacio di Giuda o quello che esprime tenerezza e amore o un gesto ormai d'abitudine, scambiato come fosse una stretta di mano.
Questa esigenza ha, però, uno spessore particolare quando si tratta dei sacramenti, perché, in loro, il rapporto tra segno ed evento è molto speciale. Quello che si vede, porta a scoprire qualcosa che non si vede; tutto questo conduce alla presenza di Dio. Il pane spezzato evoca la croce di Gesù, come gesto supremo di amore per noi; la croce di Gesù «rivela» il progetto di Dio sulla nostra vita, per la nostra salvezza.
Il doppio legame tra segno ed evento rende impegnativa la ricerca: non è sufficiente ricostruire la realtà significata al primo livello (la croce rispetto al pane condiviso); dobbiamo riuscire a decifrare la realtà più profonda, evocata dal segno sacramentale.
La fede ecclesiale ci dice con chiarezza che l'evento che i sacramenti celebrano riguarda il mistero di Dio per la nostra salvezza. Essi sono «celebrazione della salvezza» perché sono l'incontro tra la nostra fame di vita, di senso e di speranza e il volto di Dio che Gesù ci ha rivelato. Possiamo immergerci nella salvezza, secondo il progetto di Gesù, quando pieghiamo la nostra libertà verso l'accoglienza di questo volto.
Per celebrare i sacramenti in verità e per educare ad una piena celebrazione, siamo sollecitati ad immergere la nostra vita in questo mistero. Solo in questo cammino verso la verità, possiamo vivere pienamente il segno sacramentale.
Proprio per riconoscere, fino in fondo, il senso di quest'affermazione dobbiamo rifletterci con tutta la calma necessaria. Non posso certamente pretendere, in questo contesto, di ricordare tutti gli elementi che l'affermazione comporta. Non ne ho né la competenza né la possibilità. Rilancio solo due richiami, scelti, tra i tanti, per la loro speciale urgenza.

- Un Dio per la vita.
Dio, chi sei per noi? Scegliendo te, come fondamento della vita e della speranza, chi scegliamo?
Gesù ha dato a Dio un volto molto preciso: un Dio che offre all'uomo il suo amore che salva e genera la vita, Dio-per-noi, Padre della nostra vita, che fa di noi figli suoi nella novità di vita che ci dona. La sua morte e resurrezione rappresenta il momento culminante di questa rivelazione. Nella straordinaria bontà che sperimentava chi aveva la fortuna di incontrarlo, nel suo perdono, nella sua proposta di libertà, di gioia, di significato alla vita, Gesù rivelava il Padre.
È tanto sconvolgente questa rivelazione, che solo le parole e i gesti di Gesù ce la rendono credibile. Leggiamo qualche pagina del Vangelo.
«Una volta Gesù stava insegnando in una sinagoga ed era di sabato. C'era anche una donna malata: da diciotto anni uno spirito maligno la teneva ricurva e non poteva in nessun modo stare dritta. Quando Gesù la vide, la chiamò e le disse: 'Donna, ormai sei guarita dalla tua malattia'. Posò le mani su di lei ed essa si raddrizzò e si mise a lodare Dio» (Lc 13, 10-13).
Di fronte alle proteste del capo della sinagoga, arrabbiato perché Gesù aveva osato guarire la donna nel giorno di sabato (andando contro la legge), Gesù risponde: «Satana la teneva legata da diciotto anni: non doveva dunque essere liberata dalla sua malattia, anche se oggi è sabato?» (Lc 13, 16).
Non è l'unico testo di questo tono. Tutto il Vangelo è scritto così. La voglia di far nascere vita dove ha incontrato i segni di morte, la fatica di rimettere a testa dritta le persone che per differenti ragioni camminavano curve e piegate in due, sembrano il filo rosso che lega tutta l'avventura di Gesù.
Leggiamo qualche altra pagina.
«Giunto all'altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro: erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. Cominciarono a gridare: 'Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?'.
A qualche distanza da loro c'era una numerosa mandria da porci a pascolare; e i dèmoni presero a scongiurarlo dicendo: 'Se ci scacci, mandaci in quella mandria'. Egli disse loro: 'Andate!'. Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio» (Mt 8, 28-34).
L'episodio va compreso bene. L'ho citato apposta per chiedere di pensare.
I due indemoniati avevano perso la gioia della loro umanità. Erano costretti a vivere nei sepolcri, in una condizione di morte anticipata. Vivevano come bestie selvagge: senza amici, tra i dirupi, privi di libertà. Erano uno spavento per tutti. Per questo erano sfuggiti da tutti.
Gesù li restituisce alla pienezza della loro umanità: li riveste, li rimanda a casa, li restituisce all'affetto dei loro amici. Non mettono ormai più paura a nessuno. Sono veramente passati da morte a vita. La conclusione del racconto non mi sembra importante: i porci in mare e la rabbia dei guardiani... sono l'appendice spettacolare di una storia che è tutta un canto alla vita, rifiorita nelle situazioni più drammatiche.
Aggiungo infine un terzo racconto, anche questo molto bello, perché mostra che la vita vince anche quando siamo morti dentro, condannati impietosamente dalla legge o costretti a condannare senza remissione nel nome della legge.
«Gesù s'avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: 'Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?'. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: 'Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei'. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: 'Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?'. Ed essa rispose: 'Nessuno, Signore'. E Gesù le disse: 'Neanch'io ti condanno; va e d'ora in poi non peccare più'» (Gv 8, 1-11).
Quella povera donna colta in flagrante adulterio era morta ancora prima d'essere uccisa fisicamente a colpi di pietra. Era morta, nonostante le apparenze, perché si trascinava in una vita mortifera. Ed era morta perché ormai condannata senza pietà dalla legge, buttata come un sacco di patate ai piedi di Gesù, per ottenere anche da lui l'avallo di una sentenza già pronunciata.
Erano morti però anche i suoi accusatori: legati all'osservanza rigida della legge, volevano la distruzione fisica della peccatrice, per sentirsi vivi perché osservanti delle prescrizioni.
Gesù contesta la possibilità di rimettere le cose a posto solo attraverso un uso legalista della legge. Non nasconde il grave peccato della donna né lo copre con un velo di falsa rassegnazione. Questo modo di fare è ancora dalla parte della morte.
Rimette in piedi, a testa dritta, la donna peccatrice, in un gesto d'amore che trasforma. In questa situazione nuova nasce l'invito a non peccare più. Chi è vivo, deve impegnarsi a vivere da vivente. Ridà vita anche agli accusatori, liberandoli da un uso spietato della legge.
Nel nome della vita, Gesù rimette in piedi e a testa alta tutti coloro che vivono piegati sotto il peso delle sopraffazioni. Restituisce dignità a chi ne era considerato privo. Ridà salute a chi è distrutto dalla malattia. Contrasta fortemente ogni esperienza religiosa in cui Dio è utilizzato contro la vita e la felicità dell'uomo. Egli è davvero il segno di chi è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe: «Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dall'Egitto, perché non siate più schiavi. Da quando ho spezzato il giogo del dominio egiziano che pesava su di voi, potete camminare a testa alta» (Lev 26, 13).
L'intervento di Gesù restituisce ad una situazione normale di vita: guarisce la donna, rimanda a casa gli indemoniati e i lebbrosi, li fa amici degli altri e non più nemici pericolosi. La sua azione raggiunge anche le dimensioni culturali e strutturali dell'esistenza, almeno a quel livello in cui si riconosceva la sensibilità corrente più matura. Libera la donna da quell'immagine di Dio che altri volevano depositata nella sua esperienza: il Dio che preferisce l'osservanza del sabato alla guarigione è un Dio dei morti, non dei vivi, come incalza Gesù a chi tenta di opporsi nel nome di Dio al suo intervento.
Letti da questa prospettiva, i tre racconti dicono tutti la stessa cosa. Le parole e il tono sono diversi; ma la sostanza è la stessa: di fronte al dolore e alla sofferenza. Gesù interviene; restituisce alla vita chi vive in situazione di morte.
E il tema di tutto il Vangelo. Gesù agisce così nel nome di Dio. Per questo, si getta in polemiche infuocate con coloro che gli contestano il suo modo di agire: ci tiene a dichiarare con i fatti da che parte sta Dio.
Sembra quasi dire continuamente: vedete questi gesti di vita opposti ai fatti di morte... questi sono il segno della presenza e dell'azione di Dio nella nostra storia... per parlar bene di Dio, è necessario collegare le parole a fatti come questi.

- Lo stile per far nascere vita.
Gesù non ha rivelato solo chi è Dio per noi. Egli è anche la rivelazione di come Dio operi per la vita e la speranza.
Anche questo è un riferimento molto importante per comprendere l'evento che dà realtà e consistenza alla celebrazione sacramentale.
Ogni giorno facciamo esperienza del dolore, del tradimento, della morte. Cerchiamo, con l'affanno del disperato, di uscire dalle onde che ingoiano la nostra voglia di vivere e la nostra speranza. Dal profondo dell'angoscia gridiamo a Dio: Dio, dove sei?
Spesso il volto di Dio, che poniamo davanti al nostro grido di dolore, è molto lontano da quello che Gesù ci ha rivelato.
Abbiamo immaginato Dio come una persona offesa, piena di gelosia e di rabbia, che fa pagare prezzi altissimi prima di dichiarare il suo perdono. L'abbiamo pensato come chi dimostra la sua potenza attraverso gesti clamorosi, che vince il male nella forza e riduce al silenzio i suoi nemici, schiacciandoli impietosamente. Siamo persino riusciti a dargli il volto del signorotto rinascimentale, tutto pieno dalla voglia di comandare, felice di avere sudditi rispettosi, pronto a far valere i suoi diritti a tutti i costi.
Di questa figura di Dio abbiamo riempito, qualche volta, anche la nostra esperienza sacramentale.
Gesù non solo è il segno del progetto efficace dell'azione creativa di Dio per la vittoria della vita; egli è anche il segno dello stile attraverso cui Dio realizza il progetto di vita che la sua azione creativa ha iniziato.
Pensiamo a quell'insieme di avvenimenti che i cristiani chiamano «il mistero pasquale». Essi sono la grande e definitiva rivelazione di chi è Dio per noi. Per questo sono il centro della celebrazione dei sacramenti.
Gesù rivela la presenza nella storia di un principio inedito, sconvolgente rispetto alle logiche del male: la debolezza e la sconfitta (la croce) è vittoria della vita, quando è vissuta come disponibilità all'amore e affidamento al progetto di Dio.
La presenza di Gesù è «salvezza» (redenzione della creazione verso l'esito conclusivo) perché porta a realizzazione l'irruenza della vita sul male e assicura sull'esito di quest'avventura drammatica.
Anche in questo caso, abbiamo bisogno di riprendere il Vangelo tra le nostre mani, oranti e frementi, per incontrare nella verità il volto di Dio. Ricordo due pagine tra le tante: la storia del ragazzo scappato di casa che incontra l'abbraccio del padre (Lc 15, 11-32) e la storia di Zaccheo (Lc 19, 1-10).
Nella parabola del padre misericordioso Dio corre incontro per primo al figlio che torna ed esce di casa anche per incontrare il fratello, stizzito per la festa. Nella storia di Zaccheo poi mostra che il primo passo verso il perdono è l'accoglienza incondizionata del peccatore e la restituzione a lui della coscienza di una dignità nuova.
Con questo volto di Dio ci incontriamo, celebrando i sacramenti.
La vita nuova della salvezza non nasce magicamente nella realizzazione dei sacramenti. Nasce in quel dialogo che Dio realizza, nella comunità ecclesiale attraverso i sacramenti, con la libertà e responsabilità di ciascuno. Possiamo sceglierlo solo nella verità: quando ci decidiamo per il mistero che lui è secondo il volto e la parola con cui Gesù l'ha disegnato.
Per questo, la riscoperta della verità dell'evento è decisiva per la celebrazione salvifica dei sacramenti. Pieghiamo la nostra libertà all'accoglienza di Dio che ci salva, dopo aver scoperto chi è lui per noi.

La realtà: la qualità della nostra vita

Il sacramento non ricorda solamente il mistero di Dio, fondamento della nostra vita e della nostra speranza. Nel segno sacramentale rilancia verso la nostra stessa vita quotidiana: la possiamo celebrare nell'evento, solo se essa è segnata, almeno in modo germinale, da qualcosa che è già nella sua stessa logica (o tende almeno verso questa stessa logica). Solo così il segno è davvero espressivo: capace di esprimere quella salvezza che dall'evento investe la nostra esistenza e la fa nuova.
Una prima conclusione diventa spontanea a chi s'interroga sull'educazione ai sacramenti da questo punto di vista: non basta, di sicuro, analizzare le componenti culturali del segno, come se fosse sufficiente conoscerne la storia, l'uso e il senso per vivere intensamente l'evento. Neppure è sufficiente cercare segni eloquenti ed espressivi, capaci di esprimere la realtà dell'evento senza richiedere lunghe spiegazioni e commenti.
L'impegno educativo va condotto, con decisione, nella direzione della realtà della vita quotidiana. L'educazione al segno e al suo significato ci aiuta a definire meglio la qualità della vita da ricostruire e consolidare.
Tutto questo va studiato con attenzione, per scoprire verso quale direzione d'esistenza i sacramenti ci chiamano e quale ricostruiscono in chi li vive in modo pieno e autentico.
Faccio solo qualche esempio, con l'unico scopo di invitare a continuare la ricerca, in termini concreti. Le indicazioni potrebbero rappresentare (sulla misura dei giovani) un profilo iniziale di quel progetto culturale che la Chiesa italiana sta riscoprendo come fedeltà al «Vangelo della carità».

- Prendere la vita con serietà.
Considero, come atteggiamento preliminare da ricostruire nell'esistenza dei giovani, una certa predisposizione verso la serietà: la capacità, riconosciuta teoricamente e realizzata esistenzialmente, di lasciarsi misurare dalle esigenze dell'esistenza che dipendono dalla vita stessa e non sono pattuibili. Esse riguardano l'immagine di uomo e donna riuscita, verso cui ci sentiamo in tensione, e le condizioni esistenziali che ci permettono di raggiungere e consolidare questa figura.
Spesso, purtroppo, questo atteggiamento viene contrapposto alla voglia di vita e di felicità. Sembra che serietà e voglia di felicità vadano considerati come prospettive alternative.
Nei modelli educativi tradizionali, prevaleva l'attenzione alla serietà. Oggi, tutto sembra sbilanciato verso la vita e la felicità, a scapito della serietà. Viviamo in una cultura in cui le cose, anche le più banali, sono offerte come capaci di risolvere tutti i problemi. L'esito di maturità non è il frutto della fatica di vivere, ma il risultato sicuro del possesso di ciò di cui possiamo facilmente disporre.
È importante risolvere l'alternativa, a pieno vantaggio della vita e della felicità.
Punto di attenzione è la vita e la felicità. Essa «è sempre un bene» (EV 34). Lo riconosce, con una forza speciale, il cristiano che confessa: «È proprio nella sua morte che Gesù rivela la grandezza e il valore della vita, in quanto il suo donarsi in croce diventa fonte di vita nuova per tutti gli uomini (Gv 12, 32)» (EV 33).
«La vita porta indelebilmente iscritta in sé una sua verità. L'uomo, accogliendo il dono di Dio, deve impegnarsi a mantenere la vita in questa verità, che le è essenziale. Distaccarsene equivale a condannare se stessi all'insignificanza e alla infelicità, con la conseguenza di poter diventare anche una minaccia per l'esistenza altrui, essendo stati rotti gli argini che garantiscono il rispetto e la difesa della vita, in ogni situazione» (EV 48).
Vivere la vita in «serietà» significa in concreto riconoscere proprio questa verità e i diritti che da essa scaturiscono sulla nostra libertà. Questo atteggiamento restituisce la capacità di porsi di fronte alla realtà in modo maturo; la responsabilità (soprattutto quella a carattere collettivo) diviene così la «forma» della soggettività.

- Oltre quello che si vede...
Il secondo atteggiamento da ricostruire nella trama della vita quotidiana riguarda il senso del mistero.
Siamo abituati a considerare vero e reale solo quello che possiamo manipolare. La nostra cultura parla attraverso le immagini. Per questo siamo diventati presuntuosi e saccenti. Per ogni cosa abbiamo una spiegazione e di ogni avvenimento sappiamo responsabilità, positive o negative. Se qualche male ci sovrasta, ne conosciamo il rimedio o, almeno, è solo questione di giorni: presto o tardi, troveremo il nome giusto per identificarlo e gli strumenti adeguati per risolverlo.
Il credente non si trova a proprio agio in questo modo riduttivo e falso di vedere la realtà. Si impegna per comprenderla fino in fondo, felice di poter utilizzare tutto quello che la scienza e la sapienza dell'uomo hanno saputo produrre. Riconosce però l'esistenza di un altro mondo, fatto di eventi un po' misteriosi, la cui trama ci sfugge completamente e di cui possiamo parlare solo nel modo strano del linguaggio religioso.
Riconosciamo che la stessa realtà ha due facce: una si vede, si può manipolare, può essere letta e interpretata attraverso le categorie della nostra scienza e sapienza; l'altra, invece, si sprofonda nel mistero. La fatica di vivere in modo autentico la propria esistenza comporta la fatica quotidiana di integrare le due dimensioni della realtà, decifrando l'una a partire dall'altra.

- Riscoprire l'amore che si fa servizio.
Il terzo atteggiamento riguarda un'altra dimensione qualificante per una qualità di vita in convergenza con la realtà dell'evento: un'esistenza capace di farsi «prossimo» a tutti. Penso, per esempio, all'amore gratuito che si fa servizio, alla disponibilità a sostenere, in una presenza silenziosa e accogliente, il dolore e la sofferenza, fino a riscattare il suo significato per la vita di tutti, alla passione per la vita e la libertà, che conduce a sacrificare la propria esistenza come dono per quella di tutti.
In questo modo ritroviamo due esigenze irrinunciabili per una qualità matura di esistenza: la capacità di riconoscere gli altri come ospiti graditi della nostra vita e la decisione di accogliere, con amore disponibile e generoso, le domande e le inquietudini che gli altri ci lanciano.
Con il primo atteggiamento si supera quello stile di esistenza, diffuso e pervasivo, che mette in rapporto con gli altri in termini di competitività e di aggressione: l'altro è sempre un nemico da combattere o da cui difendersi o una preda da conquistare;
Con il secondo ci impegniamo a far risuonare nella nostra esistenza la voce sommessa della coscienza morale e ci abilitiamo ad ascoltare il grido dell'altro e quello che sale dalla realtà (pace, ecologia, rispetto della natura...) come impegnativo «imperativo etico».

- Un'esistenza vissuta nella gratuità.
Tra gli atteggiamenti a cui rieducare per una celebrazione autentica dei sacramenti, è importante collocare anche il senso della gratuità.
Gesù rivela la presenza nella storia di un principio inedito, sconvolgente rispetto alle logiche del male: la debolezza e la sconfitta (la croce) è vittoria della vita, quando viene vissuta come disponibilità all'amore e affidamento al progetto di Dio.
Possiamo affidarci a lui, consegnando al mistero di Dio la nostra voglia di vita e di felicità e la paura che il dolore e la morte scatenano, solo se riusciamo a ricostruire un rapporto giocato all'insegna della gratuità.
La mancanza di gratuità porta a riconoscere come importante per la mia esistenza solo quello che mi assicura un guadagno.
La riconquista della gratuità dell'amore porta, invece, all'avventura della speranza: la fede diventa consegna della propria esistenza ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare. Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.
Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione giocata nell'avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell'esistenza.
Ricostruire persone capaci di affidamento significa, di conseguenza, ricostruire un tessuto di umanità. Ma significa anche radicare la condizione irrinunciabile per vivere una matura esperienza religiosa e cristiana.

Riscoprire e riformulare il segno sacramentale

La celebrazione dei sacramenti e la loro educazione richiede attenzioni sul piano dell'evento celebrato, della vita quotidiana, del segno. Dei primi due elementi ho già parlato. Mi riferisco ora al terzo: il segno attraverso cui «celebriamo» l'evento di Dio e il nostro impegno, nella comunità ecclesiale.
Anch'esso è importante in ordine all'educazione ai sacramenti. Dobbiamo abilitare a comprendere e a vivere quelli in uso, mentre cerchiamo riformulazioni, in una sintonia con i modelli culturali dominanti.
Ricordo qualche preoccupazione educativa.

- Riscoprire la festa.
La celebrazione dei sacramenti è sempre «festa»: sono esplosione simbolica proprio in quanto espressione festosa.
Sembra strano... ma va riscoperta la festa. La dobbiamo riscoprire noi educatori, che abbiamo paura della festa e ci prepariamo alle celebrazioni sacramentali cercando, con tutto l'impegno possibile, la faccia più seria e compunta che abbiamo.
La devono riscoprire i giovani, amici della festa... perché non sempre le loro feste sono veramente feste.
In concreto:
- prima di tutto, riscoprire l'esigenza di celebrazioni festose (attraverso i gesti e le espressioni che assicurano questa dimensione);
- riportare verso l'autenticità: la festa è frutto di rapporti nuovi tra le persone e della disponibilità a condividere veramente le cose (e non delle cose messe tra le persone... come invece suggerisce spesso la nostra cultura). Per questo, non c'è festa senza riconciliazione e non c'è riconciliazione senza lo Spirito di Gesù;
- la festa viene dal futuro: è anticipazione nel piccolo delle cose grandi che speriamo.
Significa due cose, almeno: perché ci sia festa, è necessario trasformare il presente nella direzione del futuro; perché ci sia festa, nonostante il limite sperimentato, dobbiamo lanciarci verso il futuro;
- la festa è anche radicata profondamente nel passato: la festa richiede una intensa capacità di fare memoria;
- la festa è di tutti e per tutti, a partire da quelli che generalmente sono esclusi dalla festa: la celebrazione richiede solidarietà, condivisione, libertà, uguaglianza (chi ha compiti e responsabilità... non ha potere in più ma è chiamato ad un servizio «qualificato»).

- Tra riformulazione e restituzione.
I sacramenti esprimono una realtà «dentro» sistemi simbolici che ci vengono da lontano e che assicurano una reale solidarietà tra tutti gli uomini.
Purtroppo, siamo diventati tutti, un poco alla volta, persone che hanno perso la consapevolezza dello spessore di molti segni che ci vengono da lontano.
Pensiamo, per esempio, a quelli più intensi e frequenti, anche nelle celebrazioni sacramentali: il pane, l'acqua, l'olio, i rapporti interpersonali, l'abbraccio, la luce... Abbiamo un enorme bisogno di restituire storia e spessore ai simboli che utilizziamo.
Questo è importante e urgente. Ancora una volta, non è sufficiente, come non possiamo ridurre l'educazione ai processi che permettono ad una persona di sentirsi a proprio agio in un mondo che le è imposto.
Educare significa contemporaneamente:
- far riconoscere l'esistente come importante per la propria vita;
- e modificare l'esistente perché continui ad essere espressivo in situazioni esistenziali molto diverse.
Chi sta con i giovani ha il compito e la responsabilità di riformulare continuamente le espressioni della esperienza ecclesiale, perché siano significative anche oggi, proprio mentre i giovani accettano di vivere nel grembo materno della comunità ecclesiale, intessuta di persone diverse per sensibilità, cultura, tradizioni.
L'operazione è seria e urgente. Richiede fede e fantasia. Da una parte dobbiamo distinguere i diversi livelli di importanza (per superare la furia distruttrice e la sacralizzazione a tutti i costi) e dall'altra dobbiamo... rischiare «dalla parte del futuro»... perché anche questa è fedeltà.

- Nella Chiesa.
Celebriamo un dono che ci è offerto dall'amore. Lui ci chiama, ci convoca, ci trasforma.
Dobbiamo riconoscerlo e realizzarlo, verificando tutto da questa prospettiva esigente.
La celebrazione non è riuscita quando le persone sono contente, tutto è andato bene, la nostra capacità organizzativa ha trionfato... È autentica quando abbiamo incontrato Dio in mezzo a noi, per la nostra vita e la nostra speranza.
Il sacramento ha un ritmo preciso: la fonte della vita è «dall'alto»... anche se passa attraverso la nostra esperienza e si fa parola nostra per diventare parola per noi. Una espressione importante di questo riconoscimento è data dalla dimensione ecclesiale dei sacramenti e dal conseguente rispetto delle indicazioni liturgiche. Non siamo noi i proprietari di quello che facciamo. Ci è affidato... in un gesto d'amore gratuito ed esigente.
La celebrazione dei sacramenti è sempre un grande evento ecclesiale. Chiama in causa la Chiesa, come popolo in cammino nella storia verso il Regno di Dio. Ricorda il modo con cui questo cammino si realizza.
Noi non realizziamo la salvezza in un rapporto strettamente individuale con Dio, come se potessimo risolvere meglio i nostri problemi, cercando un isolamento dai fratelli. Neppure possiamo presumere di organizzarci noi, a nostro gusto e arbitrio, i tempi e i modi del rapporto istituzionale.
Siamo in cammino verso la salvezza come popolo ordinato e obbediente. L'educazione ai sacramenti comporta di conseguenza anche una ricostruzione di senso di appartenenza alla Chiesa.
Lo affermo con forza.
Non basta costruire le condizioni previe alla celebrazione dei sacramenti. Non basta neppure celebrarli bene, restituendo ad essi tutta la forza evocativa che loro compete. Dobbiamo anche riscoprire la nostra fedeltà alla Chiesa, soprattutto in una stagione in cui predomina la soggettivizzazione e il rifiuto, facile e immotivato, di ogni forma di istituzione.

- Tra accettazione e conversione.
I sacramenti celebrano l'amore di Dio che ci salva, facendoci diventare persone nuove. Dio ci salva secondo quello stile strano, che il Vangelo ci testimonia. Ci accoglie incondizionatamente, restituendoci la gioia di poter scoprire la nostra grande dignità. Ci fa camminare «a testa dritta». In questa esperienza inattesa... ci costringe, in una espressione impensata di amore, a cambiare radicalmente: l'accettazione incondizionata porta spontaneamente alla conversione.
Questa è l'esperienza che dovremmo fare in ogni celebrazione autentica.
Non possiamo dividere i due momenti, quasi ci fossero celebrazioni finalizzate alla conversione e celebrazioni orientate all'accoglienza. Ogni gesto si porta dentro l'altro. Lo dobbiamo sperimentare, momento per momento, nel ritmo complessivo della celebrazione stessa.

- Assicurare una vera esperienza.
I sacramenti sono una esperienza. Vanno celebrati assicurando la capacità di fare veramente esperienza.
Cosa significa veramente «fare esperienza»? Quali condizioni traducono in una reale (soggettiva) esperienza il fatto di compiere certi atti e di partecipare a determinati eventi?
Si fa esperienza quando la persona riesce a collegare realtà, pensiero e linguaggio nell'unico gesto compiuto.
L'esperienza comporta prima di tutto un contatto vitale con la realtà, nella sua forza provocante che, in qualche modo, precede l'atteggiamento personale.
Questo contatto deve risultare non troppo lontano e difficoltoso, per non apparire estraneo; né troppo familiare, perché altrimenti non provocherebbe a sufficienza.
In questo confronto disponibile che giudica la nostra soggettività, è dischiusa la possibilità di prospettive sorprendenti, nuove e promozionali. Questo contatto, però, non è solo fredda oggettività. Esso è sempre riempito dai ricordi, dalle sensazioni e dai progetti di colui che fa esperienza. Esperienza è quindi interpretazione soggettiva di dati oggettivi. Interpretando (operando cioè sul reale attraverso il nostro pensiero), noi identifichiamo ciò di cui abbiamo fatto esperienza.
Da una parte infatti, raccogliamo ed evidenziamo gli elementi d'interpretazione che trovano la loro ragione e fonte nella realtà sperimentata, che il nostro pensiero rende trasparente; dall'altra, colmiamo questa realtà della nostra soggettività, fino al punto che attraverso il nostro pensiero interpretante noi abitiamo in un mondo diverso da quello abitato da persone che hanno fatto esperienze differenti dalle nostre.
È importante mettere in evidenza che questa interpretazione del vissuto non è un fatto di ordine puramente razionale, ma coinvolge tutta la persona, anche se richiede un momento di riflessione sull'interpretazione esistenziale, per favorire l'integrazione riflessa e tematica del vissuto.


5. Un frammento di futuro nel tempo della lotta

Infine, chi ha fatto esperienza sente il bisogno di comunicarla, a sé e agli altri. Racconta quanto gli è capitato e tale narrazione pone in movimento qualcosa di nuovo. Per raccontare (interiorizzando in modo riflesso quello che si è vissuto e comunicandolo agli altri), serve un linguaggio. Può essere utilizzato l'insieme dei segni linguistici accumulati nello sviluppo della tradizione, oppure ci si può sentire sollecitati a produrre nuovi sistemi simbolici, perché si costata l'insufficienza di quelli già posseduti.
È evidente che parlo di linguaggio in senso globale: sistemi simbolici verbali e non-verbali (parole e gesti), anche se riserviamo un compito importante alla parola, soprattutto nel momento riflessivo, come atto di metacomunicazione dell'esperienza stessa.
Facendo così, allacciamo profondamente parola, gesto e vissuto.
Per vivere pienamente la nostra vita quotidiana, la dobbiamo immergere nel passato verso il futuro.
La vita è presente: piccoli frammenti di esistenza che produciamo e ci lasciamo alle spalle. Vissuta solo così, essa resta muta e senza prospettiva.
Ci lascia nel buio di ogni presente: senza passato restiamo anche senza futuro. Abbiamo perciò un gran bisogno di riallacciare, sul tempo che vivendo produciamo, il passato al presente e al futuro.
La celebrazione dei sacramenti trasforma i giorni del tempo in una anticipazione del futuro e la dura esperienza della lotta quotidiana nell'incontro con quell'amore che ci raggiunge dal passato e ci fa pregustare la gioia senza fine del futuro promesso.
Nella celebrazione sacramentale il passato è rievocato come sorgente e ragione della festa nel presente. Non è il greve condizionamento che pesa sul presente; ma l'avvenimento che gli dà senso e lo riempie di ragioni.
Viene anche anticipato il futuro. La celebrazione sacramentale è scoperta gratuita e entusiasta dei segni della novità anche tra le pieghe tristi della necessità del presente.
Per questo, possiamo vestire nel presente i panni fantasiosi del futuro, senza passare per uomini che fuggono le responsabilità a cui li chiama ogni presente. Il sacramento è quindi una grande esperienza trasformatrice. Aiuta a spezzare le catene del presente, senza fuggirlo.
È un piccolo gesto di libertà, che sa giocare con il tempo della necessità e sa anticipare il nuovo sognato: il regno della convivialità, della libertà, della collaborazione, della speranza, della condivisione.
Nei sacramenti, l'uomo, fatto «nuova creatura» dalla salvezza di Dio, impara, di conseguenza, ad amare la sua terra e la sua storia e a vivere, nello stesso tempo, in piena fedeltà all'eternità.
L'Eucaristia è il vertice dei sacramenti. Per questo essa ci aiuta, in modo speciale, a sperimentare quanto l'incontro con Dio in Gesù faccia nascere l'uomo nuovo, nella cui vita si incontrano il cielo e la terra, il mondo presente e quello che attendiamo con ansia trepidante.
Memoria solenne ed efficace del passato, l'Eucaristia riscrive nell'oggi i grandi eventi della nostra salvezza. Restituisce così il presente alla sua verità per la forza degli eventi.
E immerge nel futuro la nostra piena condivisione al presente: in quel frammento nel nostro tempo che è tutto dalla parte del dono insperato e inatteso. Per questo, la celebrazione dell'Eucaristia sollecita i cristiani, sempre tentati a leggere la propria esperienza solo dalla prospettiva del suo esito, quando asciugata ogni lacrima vivremo nei cieli nuovi e nella nuova terra, a misurarci coraggiosamente con i gesti della necessità, nel tempo delle lacrime e della lotta.
Impariamo così a cantare i canti del Signore anche in terra straniera. Riusciamo a cantarli, in una convivialità nutrita di speranza, in questa nostra terra.
Cantando i canti del Signore in terra straniera, la riscopriamo la nostra terra, provvisoria e precaria, ma l'unica terra di tutti.
Cantando i canti del Signore, la «terra straniera» diventa la nostra terra, proprio mentre sogniamo, cantando, la casa del Padre.

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