Juan E. Vecchi

(NPG 1996-05-7)

 

L'articolista è il nuovo Rettor Maggiore dei Salesiani, eletto al Capitolo Generale XXIV come ottavo Successore di don Bosco (come viene anche denominato nella Famiglia Salesiana). Un suo profilo viene tratteggiato in seconda di copertina.Si tratta per noi non solo di dire ad alta voce la gioia per questa nomina, ma soprattutto sentire l'impegno in campo educativo che D. Vecchi rilancia. Non dimentichiamo infatti che è stato per dodici anni Consigliere Generale per la Pastorale Giovanile, e i lettori di NPG hanno tante volte apprezzato gli interventi (libri e articoli) su questo tema. Come dono ai lettori riproponiamo in questa rubrica (che, questa volta come doveroso riguardo, collochiamo prima del dossier) uno dei più recenti interventi fatti da D. Vecchi proprio sulle tematiche dell'educazione e della pastorale giovanile.
Egli traccia, a forme di schede di lavoro, le coordinate per la riflessione e il lavoro educativo, in maniera da riproporre in termini ripensati e adeguati alla cultura di oggi coi suoi nuovi fermenti e prospettive, l'impegno per stare vicino ai giovani e le vie per vivere tale impegno.
Sono riflessioni che non restano sul terreno della pura riflessione pedagogica, ma chiamano in causa antropologia e sociologia, non meno che politica, per dire la complessità e la necessità di competenza per un lavoro proficuo, o il meno inadeguata possibile. Per un quadro di riferimento complessivo, rimandiamo al suo libro Pastorale giovanile: una sfida per la comunità ecclesiale (Elle Di Ci 1992).
È difficile ascoltare oggi un discorso su qualsiasi problema dell'uomo o della società che non finisca indicando l'educazione come via definitiva di soluzione. La nostra epoca si caratterizza per la fiducia nell'educazione e perciò per uno sforzo per estenderla a tutti. Cerca di adeguarla costantemente alle sfide che sorgono nel campo del lavoro, delle conoscenze e dell'organizzazione sociale. L'affida sempre di più a istituzioni specializzate, la centra sempre di più sulla comunicazione culturale, l'informazione scientifica e la preparazione professionale. La responsabilità su di essa appare sempre più distribuita, condivisa tra famiglia, società e Stato.

 

UNA FIDUCIA CONDIVISA

Nel decorrere del tempo sono aumentate le agenzie educative ed è possibile ancora moltiplicarle, grazie alla diversificazione della domanda e al principio di libera iniziativa che si va affermando in ogni ambito.
La ricerca pedagogica va qualificando programmi, strutture e metodologie. Così l'educazione è diventata fenomeno sociale, diritto riconosciuto e aspirazione di ogni persona. Le questioni che la riguardano sono diventate problemi di tutti. Interessano i ceti dirigenti e imprenditoriali, il cittadino comune, l'opinione pubblica. In sostanza è un riconoscimento del valore unico della persona e della sua centralità nell'evolvere delle culture, della vita sociale e degli stessi processi di produzione.
Da parte della Chiesa la preoccupazione non è stata minore né gli orientamenti meno abbondanti. Il suo intervento appare determinante in molti contesti quanto all'estensione e alla qualità umana dell'educazione. L'interno rapporto che c'è tra evangelizzazione ed educazione la porta ad assumere quest'ultima non come un impegno opzionale ma come il cuore stesso della sua missione: si sente e vuole essere educatrice dell'uomo.
La Chiesa invita e aiuta a discernere il bene, ad aderire alla verità e a crescere nella libertà in ogni sua attività: nell'annuncio, nella liturgia, nel servizio, nella testimonianza. Ma anima pure un vasto impegno di educazione intenzionale, cioè di accompagnamento sistematico delle nuove generazioni per una loro integrale crescita umana e cristiana.
L'espressione più cospicua di tale impegno sono i santi che hanno fatto del compito educativo la manifestazione della loro scelta preferenziale di Dio, l'esercizio quotidiano dell'amore all'uomo e la via della propria santificazione. E dietro di loro gli istituti e i movimenti ecclesiali per i quali l'educazione costituisce una missione e uno stile. Essi intendono così rispondere alle aspirazioni profonde delle persone, particolarmente le più povere, inserirsi nell'attuale movimento storico e assumere l'invito per una nuova evangelizzazione.

RIPARTIRE DAGLI ULTIMI

Abbiamo però l'impressione che, per quanto riguarda l'educazione, ci sia una distanza tra aspirazioni e possibilità, tra dichiarazioni e adempimenti, tra intenzioni e realizzazioni, tra diritto riconosciuto e diritto garantito.
Ciò si avverte di più in alcuni contesti.
La prima invocazione da raccogliere è dunque quella che si solleva dove mancano i servizi minimi, le condizioni indispensabili.
Alle soglie del terzo millennio il deserto educativo, come quello geografico, non si riduce ma si estende. Il nostro sguardo va al mondo diventato un villaggio per la comunicazione a tempo reale e per l'interdipendenza tra persone fisicamente lontane. Ad essa richiamano gli ultimi documenti ecclesiali: «Gli impegni prioritari sono quelli che riguardano la gente tuttora priva dell'essenziale»1.
Il villaggio globale per i cristiani non è soltanto uno spazio dove vendere o fare turismo, ma indica le nuove dimensioni della solidarietà umana.
Le possibilità di educazione si riducono drammaticamente in assoluto e rispetto all'aumento della popolazione, in vaste aree del mondo.
I conflitti interni, il crollo dei servizi, una amministrazione dissestata e vorace, il degrado sociale e politico causano un sottosviluppo progressivo, la cui prima vittima è la gioventù.
Ma le possibilità di educazione si contraggono anche, riguardo alle domande, nelle società avanzate, a più velocità. In esse il numero degli esclusi aumenta.
Lo producono l'immigrazione ma anche l'impoverimento di alcuni ceti, la crisi della famiglia, il venir meno della solidarietà sociale che penalizza coloro che partono sfavoriti o non reggono il passo, la mancanza di offerte educative che corrispondano alla situazione dei diversi soggetti.
L'insufficienza si manifesta nella dispersione scolastica, la mancanza di sostegno familiare, le molteplici forme di devianza, la disoccupazione giovanile, la manovalanza precoce della criminalità.
Da queste realtà si solleva l'invocazione più forte.
C'è bisogno di condividere i beni fondamentali dell'educazione, di ridistribuire attenzione, tempo e risorse a beneficio di coloro che oggi ne sono carenti in ogni singola società e nel contesto mondiale.
Altrimenti capiterà ciò che avviene col cibo. Dopo esserci preoccupati di produrre il massimo, paghiamo perché venga distrutto.
Se il mondo è la dimensione in cui si devono pensare oggi i problemi perché è l'unica che consente una soluzione reale, questa prospettiva diventa privilegiata.

UNA NUOVA EDUCAZIONE

Ma possiamo immaginare uno scenario in cui la maggior parte delle persone, volendolo, ha accesso ad un'educazione sufficiente. Il problema «sociale» dunque con tutti i suoi elementi - strumenti giuridici, strutture, stanziamenti, servizi, meccanismi distributivi - è per ipotesi risolto o tenuto sotto attenzione.
L'invocazione riguarda una nuova qualità. Infatti il moderno entusiasmo per l'educazione, pur rappresentando globalmente un fatto positivo, non è senza ambiguità riguardo ad impostazioni di fondo e orientamenti pratici.
Il progresso delle conoscenze, le nuove tecnologie, l'attuale assetto sociale portano spesso a riferire la nuova qualità dell'educazione ad una aggiornata preparazione professionale e alla possibilità di un inserimento nel sistema socioeconomico.
Senza negare il valore di tali aspetti convenientemente integrati, la qualità ci porta a pensare una realtà più totale: come formare e attrezzare la persona perché emerga dai condizionamenti tipici del nostro tempo e della nostra cultura e riesca a informare con le sue ricchezze i processi storici di cui siamo attoniti testimoni e a volte partecipi incerti.
Educare - si è detto - è aiutare ciascuno a diventare pienamente persona attraverso l'emergenza della coscienza, lo sviluppo dell'intelligenza, la comprensione del proprio destino. Attorno a questo nodo si raccolgono i problemi e si scontrano le diverse concezioni dell'educazione.
Si avverte oggi una specie di scompenso tra libertà e senso etico, tra potere e coscienza, tra progresso tecnologico e progresso sociale. È stato sovente indicato con altre espressioni: la corsa all'avere e la disattenzione verso l'essere, il desiderio di possedere e la incapacità di condividere, il consumare senza riuscire a valorizzare.
Sono polarità piene di energie, se la persona riesce a comporle. Sono distruttive, se si cambia la gerarchia e soprattutto se quella principale viene negata o appiattita. Fattori strutturali, correnti culturali, forme di vita sociale possono spingere fortemente in una direzione. L'educazione richiederà sempre un atteggiamento positivo di discernimento, proposta e profezia.

COMPLESSITÀ E LIBERTÀ

Molti hanno l'impressione che viviamo in un mondo estremamente confuso per quanto riguarda ciò che è bene e ciò che è male. I sociologi parlano di complessità, una situazione sociale e culturale dove sono molti i messaggi, molti i linguaggi con cui tali messaggi vengono comunicati, molte le concezioni di vita che vi stanno alla base, molte, diverse e autonome le agenzie che se ne fanno promotrici, innumerevoli e incompatibili gli interessi che le spingono. E non c'è un'autorità visibile capace di proporre autorevolmente e far accettare una visione comune del mondo e della vita umana, un sistema di norme morali, una visione dell'esistenza, un «listino» di valori comuni.
Sembra questa una situazione esterna alla persona. Invece causa o almeno provoca in essa sensazioni insolite in parte di liberazione in parte di disorientamento; porta ad una modalità di rapporti che diventano più numerosi e meno stabili. Modifica il senso delle appartenenze e adesioni, anch'esse plurali e relative. Influisce finalmente sulla struttura della persona e sul suo modo di collocarsi di fronte a se stessa e al mondo.
La società e la cultura complessa sono contraddistinte dalla presenza di componenti diverse (etniche, religiose, culturali), dalla differenza di opinioni su concezioni globali di vita e su qualsiasi questione particolare, dalla molteplicità e sovente dalla separazione di ambiti in cui ciascuno svolge la vita e partecipa al lavoro.È potenzialmente pluralista quanto al numero di individui che la compongono. Ammette tutte le differenze senza colpevolizzarle.È dunque la società e la cultura della tolleranza, dei diritti civili, dell'opinabilità di tutto, delle biografie aperte, degli impegni temporanei, delle identità deboli, dei progetti modificabili.
Dove può, distribuisce beni e servizi, organizza la vita pubblica, detta norme per la convivenza civile. Le scelte etiche e di senso le consegna al singolo, il quale seleziona, rielabora, assume, trascura o anche combina quanto gli viene offerto, secondo le proprie preferenze o possibilità.
In queste condizioni i processi educativi possono essere difficili. Gli adulti non si sentono in possesso di un patrimonio culturale sicuro. Inoltre il tempo per consegnarlo è poco e le interferenze sono innumerevoli. Perciò quello che riescono a comunicare sembra sottoposto a rapida usura. Il pacco di proposte educative non sempre attira né viene capito nel suo insieme.La capacità propositiva tentenna.
La conseguenza più vistosa per tutti, ma specialmente per le generazioni giovani, è il travaglio di orientarsi nella molteplicità di stimoli, problemi, visioni, proposte. Appaiono confuse le varie dimensioni della vita e non è facile cogliere il loro diverso valore.
La debolezza della comunicazione culturale da parte della famiglia, della scuola, della società, dell'istituzione religiosa provoca difficoltà nel progettare la propria vita. Ciò si manifesta nella resa di fronte a conflitti e frustrazioni, nella fatica a prendere e mantenere decisioni a lungo termine, nel rinvio delle scelte di vita, nel non riuscire a riconoscersi nei modelli di identificazione che la società offre.
È la lotta per la propria identità: quel dinamismo che va integrando e organizzando intorno a un centro di unità interiore le diverse esperienze della persona: la percezione di sé, le immagini che giungono dall'ambiente, gli stati emozionali, i sistemi di significato, il progetto di vita. Se funziona, la persona diviene capace di affrontare e assimilare in forma positiva esperienze diverse senza perdersi né irrigidirsi.In caso contrario si dà la frammentazione interiore, l'incapacità di scelta.
Il problema educativo dell'identità non è nuovo. In tutte le epoche i giovani hanno dovuto affrontarlo per rendersi consapevoli del proprio essere e collocarsi in forma positiva nel sistema sociale.
Il nuovo è la situazione nella quale la si plasma oggi. Si combinano infatti tre fattori che presentano simultaneamente vantaggi e difficoltà. Da una parte ci sono offerte più abbondanti e maggiore libertà. Sembra come se si dicesse al giovane: scegli e fai da te. È una promessa di autonomia e una garanzia di autorealizzazione, ma in solitudine. Il deficit oggi non è di libertà ma di sostegno e accompagnamento.
Presto però la persona si scontra con i propri limiti e contro le barriere che le oppone la società postindustriale: la concorrenza e la selezione in ogni ambito, il mercato del lavoro, la mancanza di alternative alla sua portata.
Ciò dà origine a un sentimento di precarietà che rende i giovani vulnerabili alla manipolazione, che nella nostra società agisce attraverso diversi canali. I processi di persuasione, orientati alla acquisizione di prodotti, determinano non poche delle loro preferenze non solo di prodotti ma di modelli: il tipo d'uomo e di donna, l'immagine della bellezza e della felicità, la scala di valori, le forme di comportamento e collocazione sociale.

SOGGETTIVITÀ E VERITÀ

In questa opinabilità di tutto, le scelte lasciate alla persona sono sempre più numerose e più importanti.
Incalzata da messaggi e proposte contrastanti, si trova a dover decidere a proprio rischio su realtà che finora sembravano sacre e intangibili e perciò protette da convincimenti collettivi e normative sociali: la vita nascente che può manipolare o eliminare, la propria morte sulla quale può decidere, l'espressione della sessualità e la forma della propria famiglia, i messaggi e le immagini che egli può immettere sulle autostrade dell'internet.
Insieme ad altri poi, con il sistema economico che appoggerà, contribuirà a decidere il destino di gruppi sociali e interi popoli, il loro sviluppo o miseria.
L'offuscarsi della prospettiva trascendente e lo scarso riferimento a fondamenti di verità spingono a prendere le proprie preferenze come legittimi parametri di scelta.
La vita civile appare slegata da rigidità ideologiche.
Così anche le coscienze si sentono autonome nell'elaborare il proprio senso di vita. La ragione si piega di fronte ai dati e spiegazioni scientifiche, mentre le questioni che riguardano l'esistenza si consegnano alle preferenze del soggetto che sovente le risolve conformamente a convenienze immediate, a tendenze personali non vagliate.
La privatizzazione o elaborazione soggettiva appare di più nell'etica. Ne abbiamo avuto il riflesso in due importanti encicliche degli ultimi tempi: «Lo splendore della verità» e «Il Vangelo della vita».
È importante cogliere la loro portata perché la formazione della coscienza è il cuore dell'educazione.
In questa infatti si cerca di sviluppare le molteplici dimensioni della persona, ma tutte sotto la prospettiva e il punto unificante dell'agire cosciente libero e retto.
La mancanza di riferimento alla verità si percepisce nelle regole che guidano l'attività economica e sociale. Sovente esse si ispirano a fenomeni del proprio ambito, al consenso tra le parti più forti.
Non sempre rispondono al bene comune o ai fini dell'economia o della società.
Ma appare più evidente lì dove la persona pensa che gli atti le appartengano esclusivamente e che la loro rilevanza pubblica sia trascurabile, per cui non vengono regolati nemmeno dal consenso sociale.
L'esempio più alla mano, ma non l'unico, è quello della sessualità.
In quest'ambito sono caduti i controlli sociali e a volte anche quelli familiari. C'è tolleranza pubblica e diritto a scelte diverse.
Anzi, stampa, letteratura, spettacoli spesso esaltano le trasgressioni e presentano le deviazioni come conseguenza di condizioni diverse. Qualsiasi dimensione etica, anche soltanto umanistica, viene trascurata, quando non ignorata persino in programmi ufficiali ampiamente diffusi.
Ci si preoccupa solo di vivere la sessualità in modo appagante e sicuro da rischi per la salute fisica o psichica. La si stacca dai componenti che le danno senso e dignità.
L'emergere della soggettività è una delle chiavi per interpretare la cultura attuale.È legata al riconoscimento della singolarità di ogni persona e del valore della sua esperienza e interiorità. Viene rivendicata da quei gruppi che per molto tempo si sentirono «oggetto» di leggi, imposizioni di identità o convenzioni sociali che impedivano loro l'espressione.
Ma lasciata al proprio dinamismo, senza riferimento alla verità, alla società e alla storia, la soggettività non riesce a realizzarsi.
La qualità dell'educazione si giocherà nel colmare lo scompenso che appare tra possibilità di scelte e formazione della coscienza, tra verità e persona. Bisogna orientare a comprendere la portata storica delle proprie opzioni, a equilibrare la soggettività selvaggia, a cogliere la consistenza obiettiva delle realtà e valori.

PROFITTO INDIVIDUALE E SOLIDARIETÀ

La complessità e la soggettivizzazione influiscono su una giusta composizione tra la ricerca del proprio profitto e l'apertura agli altri.
L'opera di educazione deve fare i conti con i grandi sistemi con cui interagisce. Qualcuno ha raffigurato il rapporto educazione-società con l'immagine del camion-rimorchio. La forza di trazione risiede nell'educazione.La società la segue e verrà da essa trasformata. Altri ribaltano l'immagine definendo l'educazione come un sottosistema a servizio, e dunque variabile dipendente, di un macrosistema socioeconomico. Quest'ultimo è il motore, l'educazione va a rimorchio.
L'immagine non è adeguata.Nessuna delle due prospettive è totalmente vera. L'educazione è adeguamento ma anche anticipazione; dev'essere assimilazione di quello che esiste, ma anche critica e semina di futuro.Usufruisce dei vantaggi dei grandi sistemi, ne subisce i condizionamenti, cerca di creare elementi di trasformazione.
In una certa visione dell'educazione c'è un'espressione carica di significati e compiti: «Formare il buon cittadino». Accenna a un soggetto capace di legalità, di partecipazione, di professionalità e anche portatore di un progetto sociale profondamente solidale.
Forse oggi tutto questo suona lontano.
Ci fu una stagione in cui si pensava possibile organizzare una società libera e giusta, che attraverso le sue leggi e strutture provvedesse condizioni di benessere per tutti. Molti giovani si appassionavano alla trasformazione della società e alla liberazione dei popoli. La preparazione all'impegno politico era parte della formazione umana e della pratica della fede; costituiva quasi un segno di responsabilità matura e di generoso idealismo.
Poi venne l'inverno delle utopie, la caduta delle ideologie e con essa dei progetti collettivi, il problema morale, la contrapposizione tra le istituzioni. Il confronto politico divenne rissoso. La politica ogni tanto diventò spettacolo e non sempre esemplare.
Quindi il crollo della sua quotazione e la disaffezione documentata dalla scarsa partecipazione. Si sciolse una certa visione pratica del bene comune e non ne subentrò nessun'altra che fosse organica e sperimentata, ma soltanto si offrirono «briciole» di reciproca buona volontà sociale.
Noi oggi stiamo vivendo l'era del «mercato», come mentalità e come inquadratura del sociale. Non pochi, detrattori alcuni e sostenitori altri, formulano un'alternativa: solidarietà o mercato. Non è possibile una realizzazione simultanea di entrambi. Si riferiscono a quella forma di solidarietà vasta e organizzata che si attua attraverso le istituzioni sociali e che costituisce come la cornice di tutto l'ordito delle solidarietà parziali. La si considerava uno dei compiti nobili dello stato in ordine al bene comune in quanto creava un collegamento obbligatorio tra i gruppi sociali per soddisfare i bisogni fondamentali di tutti.Lo sviluppo di una società si misurava dalla quantità, efficienza ed estensione di tali servizi. Nel convincimento della legittimità e nella partecipazione in tale tessuto maturavano le generazioni.
Oggi molte delle sue realizzazioni sono entrate in conflitto con la logica del mercato oltre a scontare la propria inefficienza, gli sprechi, il peso burocratico e l'illegalità diffusa.
Troviamo la solidarietà in due versioni. L'una molto ricca di manifestazioni e iniziative: è quella del «privato sociale» che comprende tutte le forme di volontariato, le aggregazioni pro-sociale, le cooperative. Sono di libera partecipazione, lasciate alla generosità e al tempo libero dei singoli. Il reticolo di gruppi e persone che, nelle istituzioni o fuori di esse, si dedica a sollevare la sofferenza degli altri e a promuovere la giustizia è fitto ed esteso. Vengono stimolate anche dagli scenari mondiali che evidenziano l'interdipendenza tra i popoli e tra le situazioni in cui essi vivono: la guerra degli uni con la «pace» degli altri; la miseria estrema con l'accumulo della ricchezza.
L'altra, la solidarietà istituzionale, è in fase di ridimensionamento, riformulazione, privatizzazione e in parte di liquidazione.
Stiamo assistendo ad una gestazione nel sociale il cui risultato dipende dalle tendenze che prevarranno.
Per il momento va guadagnando terreno una concezione individualista del sociale. La società viene considerata una somma di invididui, ognuno dei quali è portato a cercare il suo interesse personale, l'appagamento dei suoi bisogni, potenzialmente illimitati. In questo contesto si pone il dibattuto problema del consumismo.Non va demonizzato, ma nemmeno trascurato, perché ci circonda, ci coinvolge e finisce per plasmarci. Prima che un fatto quantitativo è una mentalità che fa dipendere il valore e la realizzazione della persona dal possesso di beni economici superflui e costosi.
In questa tensione incessante verso la soddisfazione di bisogni artificiali si diventa sordi ai bisogni più fondamentali e autentici2. Gli ideali di giustizia sociale e di solidarietà finiscono per diventare formule vuote, considerate impraticabili. Non è dunque infondata la conclusione di molti che vedono in esso l'ostacolo principale, morale, culturale e legale perché maturi una mentalità solidale in adulti e giovani, a livello nazionale e internazionale.

I BUONI CRISTIANI

Complessità, soggettività e concezione individuale della persona influiscono sulla maturazione della fede dei giovani, che è sostanzialmente apertura, comunione e accoglienza della realtà della vita e della storia. Impressionano oggi due fenomeni.
C'è una religiosità diffusa che prende le strade più diverse. Risponde alla ricerca di senso in una società che non lo provvede, alla percezione vaga di un'altra dimensione dell'esistenza che rimane inespressa. Insieme ad essa però si nota carenza di fondamenti e motivazioni obiettive e dunque una rottura tra esperienza religiosa, concezione di vita e scelte etiche.
Anche le verità religiose vengono ridotte ad opinioni. La mediazione della Chiesa diventa problematica e molto di più quella dei suoi singoli ministri o rappresentanti.
Se ne usufruisce in forma selettiva.
C'è una minoranza che approfondisce, gusta e matura l'esperienza cristiana e la esprime nella fede, nel senso ecclesiale e nell'impegno sociale. C'è un grande numero che, dopo aver sentito l'annuncio, si va allontanando senza rimpianto. L'età della formazione religiosa si è allungata, e non sempre conta su proposte che la ricoprano interamente.
L'educazione alla fede tradizionalmente includeva «verità da credere», «pratiche da osservare», come l'assistere alla messa, la confessione, il battesimo dei bambini, il matrimonio in chiesa; e impegni «morali» derivanti dalla legge naturale e dal vangelo. L'interiorizzazione di tutto ciò veniva favorito dalla famiglia e dagli ambienti educativi.
La sua interpretazione autentica era garantita dalla riconosciuta autorità del magistero ecclesiale.
L'accoglimento di questo universo oggi dipende più da un incontro gratificante e utile con mediatori della fede che da qualsiasi tipo di autorità.
Si è spostato dall'orbita degli obblighi a quello delle preferenze che riguardano la vita, il senso e la felicità. Ci si sente molto più autonomi in fatto di religione, anche senza atteggiarsi a liberi pensatori o atei.
Le verità religiose sono difficilmente dimostrabili secondo la mentalità scientifica; il loro sistema completo non lo si apprende né lo si interiorizza facilmente. Passano fugacemente di fronte alla nostra attenzione, a causa del flusso continuo di altri messaggi che riguardano aspetti più pressanti e immediati della vita. Si capiscono poco i doveri che l'autorità religiosa proclama riguardo al culto e alla preghiera.
Convincono invece le esperienze felici, i testimoni, le opere di bene. E dietro di essi si corre secondo le proprie possibilità, senza sentirne «il dovere».
Le emozioni, le immagini e lo spettacolo vi giocano la loro parte.
Proprio per questa libertà, pubblicamente riconosciuta e personalmente difesa, si moltiplicano le offerte religiose: sono numerose, varie, e a scelta del consumatore.
La nuova religiosità è sulla cresta dell'onda. E non riguarda solo le religioni esotiche, ma anche la tradizione cristiana.
Oggi parecchi fanno il loro cocktail con le «verità» che sono riusciti a capire e sembra ragionevole, utile o bello accettare.
Tutto ciò tinge la fede di forte soggettivismo.
Slegata dalla concretezza degli avvenimenti storici della salvezza diventa estremamente fragile, una specie di bene di consumo, di cui ciascuno fa l'uso che gli aggrada.
La si giustappone così agli altri aspetti della vita e del pensiero che si vanno plasmando autonomamente.
Il rischio della separazione tra la vita e la fede, tra questa e la cultura è la condizione in cui ci troviamo tutti, in cui crescono oggi i giovani.
E ciò anche in un'epoca in cui la chiesa dà forti segni di vitalità comunitaria, di impegno sociale, di spinta missionaria.

TESTIMONI E MEDIATORI DELLA VERITÀ

Quali risposte possono essere date a queste invocazioni? Quali energie attivare?
Oggi le figure di educatori si moltiplicano. Sono svariate quelle professionali. Ci sono poi gli educatori informali, né delegati né professionisti. Così come ci sono curricoli dichiarati e altri nascosti. Al centro del processo educativo sta sempre di più, come giudice, il soggetto che sceglie ed elabora a volontà le cose che gli vengono proposte o che egli scopre da se stesso. Meno che mai oggi si può delegare l'educazione a qualcuno, pensando che abbia la possibilità di controllarne il percorso. Educatori veniamo nominati segretamente dai giovani quando ci danno ingresso alla loro intelligenza e al loro cuore, quando vogliono sentire da noi una parola o cogliere un gesto che considerano valido riguardo al senso della loro vita. La responsabilità può ricadere su ciascuno e in qualsiasi momento.
L'incidenza degli educatori delegati al compito e di quelli scelti dal soggetto dipendono da tre fattori: la credibilità dell'offerta in rapporto alla situazione che vive il giovane, l'autorevolezza del testimone, la capacità di comunicazione. C'è dunque una scommessa per l'adulto: esprimere un orientamento e una proposta senza rifuggire la complessità e l'esigenza della soggettività e senza lasciarsi omogeneizzare.
Ciò comporta apertura al positivo, ancoraggio saldo ai punti da cui la vita umana prende il suo significato, capacità di discernimento.
Cè un grappolo di valori ai quali le generazioni nuove sono particolarmente sensibili perché rappresentano i bisogni del nostro tempo: la pace, la giustizia, la mondialità, l'interdipendenza, il senso, la qualità dei rapporti, la vita. Ci sono valori ereditati che oggi sono sottomessi a reinterpretazione proprio in forza del nuovo spazio dato alla persona riguardo a istituzioni, organizzazioni enormi. Tutti vanno ricondotti alla loro radice se non si vuole che i primi siano soltanto «hobby di gioventù», i secondi un'abitudine senza significato e i terzi un punto di conflitto e disintelligenza insuperabile. L'adulto può contare sulla sua esperienza, sulla sua cultura. Con entrambe però deve fare interagire il Vangelo ascoltato e il mistero di Cristo rimeditato. Solo in essi troverà il fondamento sicuro e gli elementi di critica.
L'invito alla nuova evangelizzazione è una sollecitazione ad evangelizzare noi stessi in dialogo con nuove realtà culturali e sociali.La parola e la mediazione della Chiesa è una garanzia che la direzione che prendiamo corrisponde alla genuina mentalità evangelica. Fa al caso nostro il richiamo alla ragione e alla religione come due fonti da cui l'educatore maturo attinge una valutazione equilibrata degli avvenimenti e delle sfide. Ma come mettere i giovani a contatto con la fonte della cultura e della fede in un ambiente saturo di messaggi, dove le stesse parole rimandano a significati diversi? Un elemento ha suscitato interrogativi e ha preso rilevanza nell'educazione in quest'ultimo tempo: la possibilità di comunicare e di comunicarsi in forma intellegibile tra generazioni, gruppi, persone singole. È forse il cruccio degli adulti che tentano di trasmettere qualche cosa.
E infatti non appare facile.Nella giungla comunicativa gli interlocutori sono molti e sovente anonimi, la loro parte nel dialogo non è totalmente definita, i temi sono innumerevoli, le impostazioni impreviste, i canali molteplici. Ci siamo abituati allo zapping, allo spot, all'informazione in pillole, all'annuncio luminoso, alle sigle, al karaoke, ai meta-messaggi. Si introduce qualsiasi tema, tutto è sfiorato, nulla approfondito, e meno ancora definito. C'è una certa disaffezione ai concetti e si è attratti dall'immagine emotiva; si resta indifferenti di fronte al ragionamento logico e si intuisce il significato dei gesti e dei simboli; ci si stanca di fronte a una sintesi completa e ci si intrattiene volentieri sul frammento interessante. Si cede al consenso e all'opinione comune ma si resiste all'imposizione.
In un tale contesto più simile a una piazza che a un'aula la comunicazione educativa privilegia alcuni canali.
Il primo è quello della condivisione degli interessi e delle ricerche al posto delle soluzioni in scatola, pure ortodosse; del dialogo a tutto campo al posto delle informazioni limitate; della trasparenza o spiegazioni reali al posto delle mezze verità.
Nel loro sforzo di formarsi una visione del mondo i giovani ascoltano, reagiscono, provano, interiorizzano, sperimentano. Si sentono come in un mercato dove possono vedere il prezzo e la qualità delle proposte e prendere quelle che vanno loro bene. La testimonianza e la parola, capaci di far folgorare luce e speranza, troveranno udienza.
L'educatore del futuro sarà quello che saprà orientare, fra la molteplicità di messaggi e visioni, verso una scelta di valori e criteri atti a sostenere una crescita continua. Ma proprio l'educazione ai valori punta sul coinvolgimento attivo del soggetto piuttosto che sulla sola docile accettazione.
Le esigenze vanno presentate con coraggio. È da scartare il solo adeguamento a domande immediate che priva il soggetto di orizzonti e finisce col fissarlo in una posizione narcisistica.
La responsabilità è invece la principale energia per lo sviluppo della persona. Questa deve interiorizzare le proposte educative attraverso l'esperienza e la riflessione ed elaborare così le proprie conclusioni. Soltanto se si diventa soggetto e non solo oggetto dell'azione educativa le proposte entrano nella coscienza e diventano patrimonio valido per la vita. Ma c'è un altro elemento chiave nei modelli di comunicazione: gli ambienti.Oggi vengono valorizzati i cosiddetti «luoghi vitali», accanto alle tradizionali istituzioni educative. Queste influiscono attraverso le strutture, i programmi, i ruoli, le norme. Ma appaiono insufficienti per soddisfare le domande di senso e di rapporto che i giovani esprimono. I luoghi vitali invece danno spazio alla spontaneità rivolta al positivo, alla condivisione libera, all'amicizia, all'accettazione vicendevole, all'utopia, al linguaggio simbolico, ai progetti. È da augurarsi che così diventino le famiglie, le comunità cristiane, i gruppi di impegno, i luoghi di ritrovo giovanile.
Don Bosco, per intuizione piuttosto che per conoscenze teoriche, diede origine a un sistema comunicativo totale: l'oratorio, intriso di spontaneità e libera espressione, in cui c'erano ruoli riconosciuti e rapporti informali, si alternavano programmi proposti a tutti e portati avanti con regolarità e spazi di creatività personale e di gruppo. L'oratorio continua ad essere una proposta, la «formula» che da più parti si cerca di applicare in qualsiasi situazione o struttura educativa.

MONITORAGGIO EDUCATIVO NELLA VITA PUBBLICA

L'educazione non è stata ieri, non è oggi e non sarà domani un'operazione che si compie sotto una campana di vetro. È certamente un servizio settoriale, affidato a persone e istituzioni specializzate. Ma i risultati saranno scarsi se non diventa una attenzione globale, una specie di dimensione permanente della vita sociale.
Un tempo vigeva una divisione abbastanza netta tra la sua funzione, che consisteva nel preparare le persone, il compito culturale a cui veniva demandata l'elaborazione del sistema di valori, norme e simboli su cui si regge una società e la responsabilità sociopolitica a cui si attribuiva l'esercizio del potere in ordine al bene comune. Oggi l'onnipresenza della comunicazione non consente separazioni. Questi ambiti si compenetrano e a volte si invadono a vicenda.
Chi è veramente preoccupato della dimensione educativa cerca di influire attraverso gli strumenti politici perché essa sia presa in considerazione in tutti gli ambiti: dall'urbanizzazione e dal turismo fino allo sport e al sistema radiotelevisivo, realtà in cui sovente si privilegiano i criteri di mercato.
C'è l'aspetto specifico delle politiche educative e giovanili. Bisogna risvegliarne l'interesse e fare delle battaglie perché non vengano rimandate all'ultimo posto le soluzioni ad alcune urgenze, come un'ampia prevenzione primaria, la qualità di un sistema educativo integrato, una conveniente diversificazione di possibilità educative conforme ai bisogni dei soggetti, la parità economica, il ricupero di coloro che hanno sofferto incidenti nel percorso educativo.
Lo stile di vita sociale e di prassi politica costituisce poi in se stesso una grande scuola quotidiana da cui adulti e giovani traggono silenziosamente lezioni pratiche.
È quasi inutile, si dice, che le istituzioni educative cerchino di proporre la legalità se nella vita pubblica altri criteri vengono vissuti con coscienza tranquilla, perché questi finiscono per modellare i nostri convincimenti e comportamenti. È difficile inculcare il senso della giustizia se nell'amministrazione pubblica domina la collusione e il compromesso. Risulta arduo insegnare il rispetto alla persona se nel dibattito politico prevale la sfiducia vicendevole, l'inganno e la rissosità. Educazione, convivenza sociale e prassi politica formano un'unità per cui chi vorrà fare un salto di qualità in una di esse dovrà necessariamente dedicare energie per conferire dignità alle altre.
Alla radice dell'educazione, della convivenza sociale e della prassi politica c'è la cultura. Essa provvede motivazioni e comunica significati che vanno penetrando silenziosamente nelle coscienze e codificando comportamenti.
È a mezza via e canale di congiunzione tra la verità, le strutture e il sentimento soggettivo: comprende infatti le rappresentazioni, le idee, i valori, le intenzioni e aspirazioni di fondo che sostanziano l'esistenza umana.
Oggi è diventato comune parlare di cultura con riferimento a una realtà particolare: cultura della pace, dell'ambiente, della solidarietà, della tolleranza. Si indica così lo sforzo che l'uomo compie per dare un nuovo sviluppo e fondamento ad una costellazione di valori e inserirla in forma più stabile e influente nella vita della società.
L'accento sulla cultura in tal caso è pertinente. Mostra che per radicare un valore non bastano le iniziative, anche se abbondanti, né le persone generose e ben ispirate. Bisogna aggiungere il maturare di una mentalità comune. La cultura infatti riguarda non solo intenzioni e proposti privati, ma l'impiego sistematico e razionale delle energie di cui la comunità dispone. Avolte c'è una frattura tra i gesti dei singoli e la mentalità collettiva, tra le iniziative personali e le espressioni sociali, tra la prassi e i suoi fondamenti, per cui una sembra essere l'aspirazione della persona e altra la realtà quotidiana che è obbligata a subire.
La presenza educativa nel sociale comprende tutte queste realtà: la sensibilità educativa, le politiche educative, la qualità educativa del vivere sociale, la cultura.

SCOMMETTERE SULLA VERITÀ DELLA PERSONA

Nel perlustrare le invocazioni di educazione abbiamo riportato spesso parole che richiamano la consistenza della persona: identità, senso, soggettività, orientamento, capacità di scelta, responsabilità.
L'educazione ha un obiettivo e un sogno: aiutare ciascuno a esprimere la totalità o almeno il meglio di se stesso. Non si propone di realizzare modelli astratti concepiti in laboratorio, ma assistere individui concreti e situati a vivere dignitosamente la loro vita.
Convoca attorno ad essi competenze e risorse. Gli fa prendere coscienza del mondo, della storia, della comunità per sviluppare le proprie e altrui potenzialità. Non pretende che dall'oggi al domani cambino le società e i suoi dinamismi. Si sforza invece di preparare personalità che sappiano vivere in essa contribuendo al bene comune con la propria originalità.
La persona è l'investimento più sicuro per il futuro.Gli strumenti cambieranno, le conoscenze evolveranno, le forme sociali si struttureranno. La persona resterà a gestire la complessità delle conoscenze, dei rapporti, dei problemi, delle tensioni.
Si tratta di abilitarla ad essere soggetto non oggetto in qualsiasi situazione, di corredarla per leggere correttamente la realtà, di rafforzare la sua capacità di decisioni personali e motivate. Ciò risponde a due sfide. Prepara la persona ad assumerne il positivo e a misurarsi con successo con i condizionamenti descritti.
Assicura anche un fattore chiave di trasformazione umana e sociale. Questa infatti richiede sistemi aggiornati di conoscenze e di lavoro, capacità di organizzazione e ricerca. Ma soprattutto esige una nuova visione della realtà in cui il senso dell'uomo prevalga sulle cose, la dimensione spirituale informi quella materiale, la coscienza orienti la vita.
Si tratta allora di svelare e aiutare a vivere consapevolmente la vocazione di uomo, la verità della persona. E proprio in questo svelamento è dove i credenti possono dare il loro contributo più pregiato.
Essi infatti sanno che l'essere e i rapporti della persona vengono definiti dalla sua condizione di creatura, che non indica inferiorità o dipendenza, ma amore gratuito e creativo da parte di Dio. L'uomo deve la propria esistenza a un dono. È situato in una relazione con Dio da ricambiare.
La sua vita non trova senso al di fuori di questo rapporto.L'oltre che percepisce e desidera vagamente è l'Assoluto, non un assoluto estraneo e astratto, ma la sorgente della sua vita che lo chiama a sé.
In Cristo la verità della persona, che la ragione coglie vagamente, trova la sua illuminazione totale. Egli, con le sue parole ma soprattutto in forza della sua esistenza umano-divina, in cui si manifesta la coscienza di Figlio di Dio, apre la persona alla piena comprensione di sé e del proprio destino.
In Lui siamo costituiti figli e chiamati a vivere come tali nella storia.È un accadimento-dono, di cui l'uomo deve penetrare progressivamente il senso.
La vocazione a figli di Dio non è una aggiunta di lusso, un completamento estrinseco per la realizzazione dell'uomo. È invece il suo puro e semplice compimento, l'indispensabile condizione di autenticità e pienezza, il soddisfacimento delle esigenze più radicali, quelle di cui è sostanziata la sua stessa struttura creaturale.
«L'uomo è persona, ma insieme chiamato a diventarlo a tutti gli effetti, sviluppando ciò che è iscritto nella sua natura. In altri termini, egli è chiamato a costruire la propria personalità mediante un processo storico che lo conduce all'assunzione di quello che gli è stato originariamente donato»3.
Chi educa - genitore, amico o animatore - mantiene viva la consapevolezza che egli è testimone e accompagnatore in questo svelamento delle possibilità della vita che collega la coscienza con la sua fonte e col suo fine; che sviluppa la vita, ma soprattutto prepara un interlocutore e un abitacolo di Dio.
C'è un dialogo misterioso tra ciascun giovane e quello che gli giunge dall'esterno, quello che sorge dentro di sé, quello che scopre come imperativo, grazia o senso. Un po' alla volta va acquistando piena coscienza di sé, va elaborando un'immagine dell'esistenza nella quale scommette le sue forze e gioca le sue possibilità.
Gli educatori, professionisti e non, sono chiamati ad offrire tutto quello che credono opportuno, vivendo con speranza le incognite del futuro. Si interessano sinceramente dell'umano incerto che cresce. In esso infatti Dio verrà accolto e anche in forza della crescita si manifesterà con sempre maggior luminosità. Se le cose vanno per il verso migliore, avranno contribuito a mantenere nella storia la «stirpe di Dio» (coloro che si sentono in rapporto filiale con Lui) e avranno creato luoghi vivi della sua presenza.

 

NOTE

1) CEI, La Chiesa e le prospettive del Paese, 1982, n. 4: Evangelizzazione e testimonianza della carità.
2) Cf G. Gatti, Solidarietà o mercato?, Torino, Sei, 1995.
3) G. Piana, in Dizionario di Pastorale Giovanile, Voce Uomo, LDC, Torino-Leumann, 1992, pag. 1278.