Gioco, sport e oratorio

Dalmazio Maggi

(NPG 1996-4-42)


Nel contesto ecclesiale di oggi ci sono più immagini ed esperienze di oratorio. Il carattere dinamico dell'oratorio ha dato origine ad una diversità di realizzazioni che spesso trova una giustificazione nelle domande giovanili del contesto, ma non poche volte scaturisce da interpretazioni personali.

150 ANNI DI ORIENTAMENTO ALLA VITA ATTRAVERSO IL GIOCO E LO SPORT

Che cosa si intende per oratorio

Si passa così:
- dall'oratorio scuola per catechismi, in cui prevalgono i fanciulli e i ragazzi, all'oratorio-centro giovanile, in cui si fanno iniziative attraenti per i giovani;
- dall'oratorio delle aggregazioni, che ciascuna con le proprie iniziative procede in parallelo alle altre, all'oratorio a immagine del responsabile, che impone un solo piano di formazione umana e cristiana ben definito;
- dall'oratorio centro sportivo con impianti sportivi sempre aggiornati che trovano enorme corrispondenza per fare operazioni di tipo finanziario per le attrezzature, all'oratorio a ore, in mano ad alcuni giovani di buona volontà che vi possono dedicare alcune ore del loro tempo libero;
- da un oratorio federato in cui i giovani interessati all'area culturale o assistenziale operano in gruppo e trovano ispirazione nei momenti di catechesi, che diventano il punto di partenza dei vari servizi, all'oratorio affittato: le aule servono a corsi di aziende di vario tipo, i campi per i tornei degli impiegati di banca, la palestra per le società di ginnastica...
Come aiutare a chiarire il senso dell'oratorio secondo l'intuizione di don Bosco e maturato nella tradizione salesiana?
Più che un ambiente di tipo strutturale (aule, campi, palestre, sale cinematografiche e teatrali, ambienti sede di gruppi associati, sale per incontri, cappellina per pregare) deve essere pensato come criterio di tipo educativo-pastorale.
L'oratorio si presenta come un ambiente fatto prima di tutto di persone:
- che in gruppo-comunità hanno come elemento di coesione l'amore ai giovani e la passione educativa-pastorale e che accolgono tutti i ragazzi e i giovani che intendono passare un po' del loro tempo insieme, creando un clima di famiglia tale che li faccia sentire a casa propria (oratorio-casa che accoglie);
- che non solo lavorano per i giovani, che amano i giovani ma che considerano importanti per la vita dei ragazzi e dei giovani la voglia di stare insieme, di passare un po' di tempo libero, parlare tra di loro, di giocare allegramente per distendersi e scaricare le tensioni accumulate nei momenti di studio e di lavoro e crescere in amicizia. Sono dinamismi di cui tener conto, prendere in seria considerazione e assecondare con la propria partecipazione convinta e attiva (oratorio-cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria);
- che sentono la missione educativa da realizzare nello stile dell'animazione, che credono che in ogni ragazzo o giovane, anche il più difficile, ci sono in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare. Il loro pieno sviluppo realizzato con lo forzo personale e l'apporto degli educatori-animatori permette a ciascuno di orientarsi alla vita sempre con più responsabilità. «Col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà ogni uomo (ogni giovane) può crescere in umanità, valere di più, essere di più» (oratorio-scuola che avvia alla vita);
- che crescono con un modello di uomo, Gesù di Nazaret, e intendono costruire una comunità in cui si possano sviluppare le potenzialità di ciascuno e si possano avere le risposte alle domande fondamentali della vita. Gesù viene proposto come modello e guida e come sorgente di vita, come colui che è aperto ai loro problemi, risponde alle loro domande, rende sempre più ampi i loro valori, dà soddisfazione alle loro aspirazioni (oratorio-parrocchia che evangelizza).

Il cuore dell'oratorio: il cortile

Il primo possedimento di don Bosco è stato un prato per correre e giocare. Il cortile intende rispondere all'interesse più immediato e generale ma con l'intento di far crescere e aprirsi alla vita.
Non si tratta di una piazza, in cui ci si ferma a piccoli gruppi interessati a se stessi e senza contatti con gli altri gruppi, o di una strada dove si passa velocemente guardando qua e là, salutando qualcuno frettolosamente e andando oltre, o un supermarket dove si scelgono le cose che interessano e si acquistano pagando ciò che è giusto e si ritorna a casa.
La vita del cortile è uno dei fattori base di tutta l'azione educativa di don Bosco e si mette come ponte tra la scuola e la chiesa, tra l'esperienza di formazione e crescita culturale umana e l'esperienza di formazione e crescita religiosa.
Molte delle battute originali di don Bosco, riportate nelle vite di Domenico Savio, di Michele Magone e Francesco Besucco, hanno sempre una scena, quella del cortile tra il movimento e le grida di tanti ragazzi, ai quali don Bosco si rivolgeva con gesti di attenzione e di amicizia e con battute veloci ma incisive per la vita personale.
Il cortile è don Bosco tra i giovani: una immagine, un'idea, un progetto, che si impone con la sua vita senza bisogno di tanti commenti. Don Bosco padre e maestro dei giovani, che colpisce con i suoi gesti prima che con le sue parole, esprime un atteggiamento di condivisione e di partecipazione alla vita dei giovani, gioca con loro «fuori della scuola e in vista, ma fuori, della chiesa».

Un testamento per oggi

Don Bosco ha scritto una lettera che si può considerare il suo capolavoro come educatore dei giovani.
La scena è il cortile: «Mi pareva di essere nell'antico oratorio (1870) nell'ora della ricreazione. Era una scena tutta vita, tutta moto, tutta allegria. Chi correva, chi saltava, chi faceva giocare. Si vedeva che tra i giovani e gli educatori regnava la più grande cordialità e confidenza». Nel 1884, quattordici anni dopo, dirà: «Non udivo più grida di gioia e canti, non più vedevo quel moto, quella vita, come nella prima scena».
Come affrontare la situazione e cambiarla? La indicazione è chiara ed esigente: «Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati». Si tratta di amarli in quelle cose che piacciono loro, col «partecipare alle loro inclinazioni infantili», cioè stando con loro, giocando con loro.
Per questo don Bosco non ha esitazione ad affermare con decisione che «il maestro visto solo in cattedra è maestro e nulla più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello» e che «se uno è visto solo predicare dal pulpito si dirà che fa né più né meno che il proprio dovere, ma se dice una parola in ricreazione è la parola di uno che ama». Si tratta di scendere dalla cattedra e dal pulpito e uscire fuori per incontrare i giovani là dove si incontrano e vivono in modo più spontaneo.
Viene indicata una posizione interessante tra l'ambiente scuola (fuori della scuola) e l'ambiente chiesa (in vista, ma fuori, della chiesa). È quella della vita spicciola, quotidiana, in cui si fa sintesi tra ciò che appartiene all'uomo e alla società, come comunità degli uomini e ciò che è proposto e vissuto nella comunità credente. È la modalità originale di affermare che non c'è frattura tra creazione e redenzione secondo una vera teologia di incarnazione.
«In continuità con l'impegno di maturazione e di promozione dei valori più specificamente umani si sviluppa, nell'azione educativa pastorale salesiana, la direzione propriamente religiosa e cristiana».
È la realizzazione della fedeltà a Dio e della fedeltà all'uomo. «Non si tratta di due preoccupazioni diverse, bensì di un unico atteggiamento spirituale, che porta la chiesa a scegliere le vie più adatte, per esercitare la sua mediazione tra Dio e gli uomini. È l'atteggiamento della carità di Cristo, Verbo di Dio fatto carne» (RdC 160).
«Il vero educatore partecipa alla vita dei giovani, si interessa ai loro problemi, cerca di rendersi conto di come essi vedono le cose, prende parte alle loro attività sportive e culturali, alle loro conversazioni; come amico maturo e responsabile, prospetta itinerari e mete di bene, è pronto a intervenire per chiarire problemi, per indicare criteri, per correggere con prudenza e amorevole fermezza valutazioni e comportamenti biasimevoli. In questo clima di presenza pedagogica l'educatore non è considerato un superiore, ma un padre, fratello e amico.
A questo proposito va almeno ricordato l'ampio spazio e dignità dati dal Santo al momento ricreativo, allo sport, alla musica, al teatro o - come egli amava dire - al cortile. È lì, nella spontaneità ed allegria dei rapporti, che l'educatore sagace coglie modi di intervento, tanto lievi nelle espressioni, quanto efficaci per la continuità e il clima di amicizia in cui si realizzano» (cf Giovanni Paolo II nella Juvenum Patris 12).

Il tempo libero dei giovani, tempo da «liberare»

Oggi il tempo libero dei giovani, sempre più in aumento quantitativo e prevalentemente occupato nell'attività ricreativa e sportiva, va studiato attentamente e «liberato» dai vari condizionamenti, perché recuperi il significato e la dimensione della crescita e della progressiva maturazione della persona e superi la definizione di «tempo perso», «tempo da consumare e per consumare».
Accettare la sfida di «liberare» il tempo libero dei giovani significa educarli a considerarlo e viverlo come un tempo propizio:
- per ritrovare se stessi nel proprio corpo che matura e si fa capace di espressione, di conquista e di dominio...
- per incontrare gli altri e insieme competere, in un clima di accettazione pluralista, di amicizia sincera e di sforzo comune per valorizzare tutte le potenzialità della propria corporeità...
- per incontrarsi, ragazzi e ragazze, in una serena e rispettosa ricerca di mutua conoscenza, convivenza e stima...
- per conquistare la capacità di contemplare il corpo umano, affascinati dalla bellezza donatagli dal Creatore, e così, affinati spiritualmente da un autentico godimento estetico, riconfermarsi nella volontà di rispettare sempre e in modo assoluto la vita...
È il valore dello sport come «manifestazione»...
- della capacità umana di godimento e di contemplazione estetica del corpo come meraviglia della creazione di Dio...
- della capacità umana di dominio e finalizzazione delle proprie energie e potenzialità corporee...
- della capacità umana di vivere il corpo come «luogo» di socialità nel momento della scoperta, della crescita, della competizione, dell'incontro e della comunione...
- della capacità umana di vivere il corpo come «luogo» di incontro interpersonale che abilita al rispetto, all'accettazione e alla composizione armonica della reciprocità dei sessi e delle persone.

Un cammino di orientamento alla vita

Nell'esercizio della propria missione educativa, responsabilmente assunta, l'animatore si muove nel quadro dei valori della visione cristiana della vita e si sente protagonista attivo nel costruire un nuovo volto di uomo e di società.
Secondo lo stile che gli è proprio, l'animatore promuove la maturazione della propria identità e si apre a un processo di formazione permanente, nell'esercizio della sua attività di animazione. Così, mentre guida progressivamente i giovani alla scoperta di un progetto originale di vita cristiana, egli impara ad esprimere un modo nuovo e personale di essere credente nel mondo e organizza la propria vita intorno ad alcune convinzioni di fede, scelte di valori e atteggiamenti evangelici.
In questo impegno ha la coscienza di condividere la causa di Gesù per la vita degli uomini e di realizzare la sua vocazione educativa. Compito fondamentale dell'animatore è promuovere la crescita integrale delle persone, principalmente nell'ambito del gruppo, attraverso un cammino organico di crescita umana e di maturazione di fede.
Ogni persona cresce e matura in umanità con un modello di riferimento, che per noi è Gesù di Nazaret, all'interno di una comunità: famiglia, gruppo, oratorio, parrocchia..., entro la quale scopre e riscopre il proprio ruolo che è vocazione e missione. Tenendo presenti queste mete come base del cammino comune di tutti i giovani, le vogliamo corredare di indicazioni più specifiche a partire dalla esperienza sportiva.
È un lavoro di riflessione fatto dai campisti PGS 94.

Verso la maturità umana

Ossia un itinerario a partire dall'esperienza sportiva.

Per una capacità di ricercare e di identificare i valori
Il primo passo da compiere è quello di rendere il ragazzo un attento osservatore capace di analizzare con occhio critico i vari eventi: bisogna creare in lui la capacità di ricercare e identificare i valori, collocarli secondo una corretta priorità in una scala di valori, e leggere la propria e altrui esperienza con una attenta analisi critica.
È proprio in questo delicato passaggio che la figura dell'allenatore deve essere quella di un buon educatore che sappia trovare i modi più opportuni per scoprire ed esaltare le qualità e le doti di un atleta: possono essere abilità sportive (viste in palestra) o abilità di qualunque altra natura (espressive, grafiche, musicali...) notate fuori dalla palestra e grazie alle quali ogni atleta si sente valorizzato per quel poco o tanto che ha: solo così ognuno può sentirsi parte viva perché ha un preciso ruolo all'interno del gruppo e che il gruppo gli riconosce, sia questo un ruolo sportivo o un ruolo umano (ad esempio un bravo schiacciatore difficilmente può essere un buon alzatore, e viceversa, ma entrambi insieme mettono a disposizione della squadra le loro doti; oppure un bravo disegnatore valorizza la sua presenza se si impegna a rendere originale la bacheca dell'oratorio; oppure un bravo chitarrista diventa il «trascinatore» del gruppo nei momenti di festa, e non sarà più importante il fatto che sia più o meno un bravo giocatore).
È importante non drammatizzare i limiti del ragazzo ma aiutarlo ad accettarli proprio ricordando che, riconoscendo determinate qualità ad ognuno, tutti possono ricoprire un certo ruolo che nessun altro potrà occupare: diventa così indispensabile al gruppo, e il gruppo se ne accorgerà anche nei momenti di sua assenza (ad esempio se manca il capitano c'è un attimo di disorientamento, se manca il «simpatico» l'allenamento può diventare noioso...).

Per una capacità di essere attenti alle varie situazioni esistenziali e rendersene partecipi
Una volta che il ragazzo è capace di osservare e analizzare criticamente (ha una giusta mentalità), bisogna accrescere il numero delle situazioni ed esperienze con le quali entra in contatto per offrirgli molti spunti di riflessione ed iniziare a renderlo partecipe di quanto accade attorno a lui.
Le prime esperienze con le quali interagisce sono le sedute di allenamento e le partite: per entrambe è bene stabilire una fase introduttiva durante la quale fissare le mete da raggiungere, e una fase di verifica per interpretare cosa è accaduto; le tecniche del dialogo con la squadra sono mezzi di comunicazione da usare con molta attenzione.
Nei dialoghi di squadra può essere rischioso generalizzare troppo, o fare un «processo» al singolo ragazzo: è molto difficile far capire che l'esposizione di quello che si è sbagliato durante una partita non è motivo di commiserazione, ma deve essere momento di analisi costruttiva per tutti (che vedono materialmente i modelli da non ripetere) perché errare è umano e l'uomo è fatto per maturare e migliorarsi.
È un'ottima esperienza quella di ricercare sempre il contatto con la squadra avversaria per avere termini di paragone e per condividere i momenti di gioia: quante volte gli atleti biasimano un atteggiamento antisportivo se l'avversario perde, ma poi sono proprio loro ad arrabbiarsi quando sono loro a perdere? Quante volte si sarebbe portati a «darsi delle arie» quando si vince, snobbando gli avversari? Quante volte ci si demoralizza quando si gioca male e «non si è in giornata»?
Qui l'allenatore interviene sull'atleta per allontanarlo dal suo stato d'animo momentaneo e per aiutarlo a fare autocritica intelligente, e qui l'allenatore vede se il ragazzo cerca spontaneamente il suo aiuto confidandosi con lui. La chiarezza, la sincerità e schiettezza sono fondamentali per non dare false illusioni al ragazzo ma tenerlo «coi piedi per terra».

Per una capacità di collaborare nei vari ambiti di vita
A questo punto sarà il ragazzo a sentire l'esigenza di rendersi protagonista, e l'educatore non può fare altro che illustrare le iniziative sportive ed oratoriane presenti, dargli tutti i dettagli per aiutarlo a scegliere, inserirlo nei nuovi gruppi di interesse standogli vicino nei primi momenti.
Ad esempio nella squadra un ragazzo dedito alla musica si inserisce nel gruppo di suonatori della S. Messa, altri fanno da aiuto-allenatore, un altro anima Estate Ragazzi, ma tutte queste loro predisposizioni sono emerse stando a contatto con i ragazzi soprattutto fuori della palestra, nel cortile o nelle occasioni di incontro organizzate da loro stessi, che spontaneamente hanno sentito l'esigenza di frequentarsi maggiormente.
Proprio questi loro diversi impegni sono fonte di arricchimento per il gruppo perché portano la loro esperienza, e tramite queste si entra a contatto con nuovi stili di vita.

Per una capacità di guardare serenamente ai problemi della vita
Sarà naturale che tutte queste nozioni ricevute dal ragazzo lo pongano in difficoltà con la propria coscienza, lo portino a una «crisi» esistenziale, e proprio in questo momento di incertezza e disorientamento un allenatore coerente, sereno e credibile diventa una persona capace di trasmettere gioia di vivere e di donare, e il rapporto fra allenatore e atleta diventerà un vero scambio di opinioni e stili di vita, sarà un rapporto personale e affettivo grazie al quale si può educare in un modo davvero efficace.
Il rischio è che l'allenatore perda la sua autorità in palestra a causa del rapporto di amicizia: secondo una vecchia definizione, l'animatore deve avere «un piede» nel gruppo e «un piede» fuori per non lasciarsi trascinare dall'emotività ma mantenere il suo ruolo di educatore lucido nelle sue decisioni.

Per una capacità di vivere nella gioia e nella gratitudine
È necessario infine vivere l'esperienza di alleducatori con entusiasmo, senza far pesare il lavoro sui ragazzi e senza rinfacciare loro nulla. Così si insegna a ringraziare i propri compagni di gioco per la loro presenza, per l'impegno dimostrato e per la simpatia, senza considerare che tutto ci sia dovuto.
Per questo obiettivo è bene favorire anche l'incontro con persone del mondo sportivo che vivono esperienze forti di dono e aiuto, e coinvolgendo i ragazzi in piccole esperienze concrete di dono.
L'alleducatore deve considerarsi ed essere un modello. È la chiave di tutto. Secondo il progetto di Don Bosco un alleducatore deve essere completo nella ragione, nella religione e nell'amicizia: saper dare delle motivazioni forti ai ragazzi, a livello tecnico ed educativo; educarli anche come cittadini, non solo atleti; cercare di trovare momenti formativi e celebrativi insieme; incoraggiare sempre; essere accessibili e mettersi a completa disposizione dei ragazzi. Diventare oltre che allenatori, gli amici dei propri ragazzi.

LE SCELTE FONDAMENTALI DELLE PGS

Quando i ragazzi e i giovani vengono nell'ambiente oratoriano esprimono la voglia di vivere intensamente e insieme. Questa domanda di vita va colta nel concreto e si esprime attraverso la manifestazione degli interessi (ciò che mi piace fare) che mettono in evidenza i dinamismi vitali che sono i bisogni fondamentali a livello fisico-motorio, intellettuale e sociale, spirituale e religioso.
Ciò che piace, l'interesse per lo più di carattere settoriale, va collegato con ciò che conta, i bisogni, che vanno considerati al completo per la crescita armonica della persona. L'interesse del ragazzo e del giovane è un ponte gettato tra lui e il mondo circostante, ma dato che corre il rischio della manipolazione e della ambiguità, chiama in causa l'animatore e l'ambiente educativo, che si devono collocare tra il ragazzo con i suoi interessi espressi e i suoi bisogni, talvolta non considerati importanti, e la realtà in cui si vive e si cresce.
Ogni interesse ha una sua dignità che si rivela occasione propizia per far incontrare il ragazzo e il giovane con se stesso, con gli altri, con la natura e le cose e quindi con il Signore della vita.
Uno degli interessi più espresso è quello di tipo ricreativo e sportivo. Attende e impegna in una risposta di tipo educativo. Le risposte-proposte formative nascono sempre dal dinamismo interiore di ciò che amiamo noi, di ciò che siamo noi (i nostri valori, la nostra vita) e intendono essere fedeli a ciò che amano e sono i giovani (i loro bisogni, i loro interessi, le loro attese, le loro domande...).
«La PGS persegue finalità educative, culturali, ricreative ed assistenziali allo scopo di:
a) concorrere alla progressiva formazione integrale e sociale dei ragazzi/e e dei giovani valorizzando la loro domanda educativa e la prassi di promozione umanizzante dello sport;
b) sviluppare le dimensioni educative-culturali-sociali e politiche dell'attività sportiva all'interno di un articolato progetto di uomo e di società ispirato esplicitamente alla visione cristiana, al sistema preventivo di don Bosco e agli apporti della tradizione educativa salesiana» (art. 2 dello Statuto).
Questo articolo fondamentale dello Statuto indica le scelte, che esprimono l'identità della Associazione e ne qualificano la proposta educativa.

La scelta dei giovani

Con don Bosco le PGS riaffermano la preferenza per i ragazzi e i giovani, soprattutto i più poveri, i più abbandonati, quelli che sono «a rischio» e che hanno maggior bisogno di essere accolti, amati ed evangelizzati. La scelta giovanile significa da una parte che le attività e le opere a favore dei giovani impegnano la maggior parte del lavoro, dello sforzo e del personale dell'Associazione; dall'altra che le attività e le opere a favore degli adulti, compiute secondo le loro esigenze (genitori, dirigenti, collaboratori...) conserveranno la preoccupazione attenta per i giovani.

La scelta dell'educazione

Con don Bosco ci mettiamo accanto ai giovani, convinti che anche nel più difficile c'è un germe di bontà, che, scoperto, può essere il punto di lancio di un cammino di crescita. Nello stile dell'animazione collaboriamo con i giovani, valorizzando la loro capacità ed attitudini fino alla piena loro maturità. Facciamo la scelta di educare con la logica dell'itinerario, che prende i ragazzi e i giovani nel punto in cui si trova la loro libertà, li accompagna facendoli crescere in maniera graduale e progressiva, valorizzando tutte le loro potenzialità.
La scelta educativa significa non solo lavorare per i giovani, non solo amare ciò che loro amano, ma partecipare ai loro interessi, anche quelli di carattere ricreativo e sportivo.

La scelta dello sport

L'attività ricreativa e sportiva risponde a uno degli interessi più comune tra i ragazzi e i giovani, e al bisogno fondamentale di crescita armonica dal punto di vista psicofisico. Consideriamo il tempo libero dedicato all'attività ludico-motorica un tempo propizio per educare la persona del ragazzo e del giovane.
È urgente rispondere alla domanda di sport, facendolo diventare espressione di gioia e di festa, incontro socializzante e confronto amichevole e costruttivo.
Il cortile è il luogo privilegiato di educazione, è aperto a tutti e permette di incontrarsi da amici e di vivere in allegria, di sviluppare risorse nascoste, che ogni ragazzo ha in sé, e di crescere nel rispetto degli spazi e degli strumenti che devono conservare la finalità educativa. L'attività sportiva permette una continua scoperta di sé, un processo di costruzione della propria personalità, una esperienza di collaborazione e di autentico protagonismo giovanile, che apre al domani personale e sociale.

La scelta associativa

La persona del ragazzo e del giovane resta il centro dell'attenzione e dell'opera educativa.
Egli si educa, cresce e matura agendo e interagendo con quanti vivono accanto a lui.
Il gruppo è il luogo preferenziale di educazione: si cresce vivendo insieme, accompagnati da animatori e responsabili, ma soprattutto affrontando insieme esperienze, condividendo obiettivi da raggiungere, progettando insieme.
L'associazione, formata da un gruppo di persone, che progetta, realizza e verifica in gruppo, educa utilizzando la metodologia del gruppo, cercando di passare continuamente dalla squadra di atleti, interessata al risultato, al gruppo di amici, che condividono una esperienza della loro vita.
La vita della squadra-gruppo esige che tutti abbiano una preparazione comune di base atletica-sportiva e che ciascuno sia qualificato nel suo ruolo. Questo duplice impegno favorisce l'intesa e permette anche risultati soddisfacenti con l'apporto di ciascuno. La squadra-gruppo può diventare luogo di formazione socio-politica, in cui prendere consapevolezza della propria appartenenza associativa e assumersi gradualmente delle responsabilità, perché il progetto educativo in cui si è inseriti si realizzi pienamente all'interno della squadra-gruppo, all'interno dell'Associazione, formata da tante squadre-gruppo e da più interessi sportivi.
La squadra-gruppo può diventare quindi luogo di esperienza di socialità, di comunione, di Chiesa.

La scelta del volontariato

Il fenomeno del volontariato, che si impone sempre di più per il numero dei giovani che vi aderiscono, e soprattutto per la qualità del servizio che si offre, ripropone una cultura della solidarietà nella capacità di cogliere i bisogni delle persone che ci stanno accanto e nella disponibilità a farsene carico intervenendo personalmente.
Nel mondo dello sport emerge la preoccupazione del benessere fisico, del guadagno facile e del consumismo, si sente la tentazione di puntare sull'immagine e sulla spettacolarità, sul risultato e sulla conflittualità, si corre il rischio di porre il proprio interesse come nuovo idolo a cui tutto schiavizzare e tutto sfruttare. Offrire un servizio nello stile della gratuità e del rispetto della persona del giovane è un segno urgente da porre in un contesto in cui tutto si paga e si può comprare.

La scelta del contesto culturale

In questo momento storico si evidenzia a livello sociale e pubblico il vuoto di valori e l'imposizione di nuovi idoli, la non curanza della legge e delle norme, la conflittualità e litigiosità corporativa, il disprezzo del bene comune.
Vogliamo rispondere con un progetto educativo e pastorale in cui al centro è il rispetto della persona, che, dotata di intelligenza e libertà, resta sempre responsabile della propria crescita umana e cristiana.
Vogliamo farla crescere come persona secondo un armonico sviluppo dell'aspetto umano e cristiano, in una comunità di vita in cui dialogare e crescere nell'atteggiamento di riconciliazione con gli altri.

La scelta del territorio

In un contesto di partecipazione democratica ci presentiamo convinti non solo del pluralismo «delle» istituzioni (ogni cittadino può organizzarsi in gruppo e operare secondo un proprio progetto), ma anche del pluralismo «nelle» istituzioni (ogni cittadino ha il diritto-dovere di partecipare attivamente nelle strutture pubbliche, perché siano rispettose dei diritti di tutti).
Il riconoscimento sul piano civile con le conseguenti esigenze di presenza competente e attiva ai vari livelli nelle strutture del territorio:
- ci rende interlocutori delle forze impegnate nello stesso campo e che dimostrano di essere a servizio dei giovani e non di servirsi dei giovani;
- permette una attenzione maggiore ai problemi della condizione giovanile, anche in ambiti che sono «fuori» del nostro diretto impegno di lavoro educativo;
- impegna ad una maturazione e consapevolezza della propria identità, del proprio peso democratico e della propria incidenza educativa nel territorio.
In sintesi le PGS:
- intendono continuare nell'azione educativa, che si rifà direttamente a don Bosco, si aprono sempre più al mondo dello sport e collaborano attivamente perché si sviluppi un nuovo umanesimo sportivo;
- fanno proprie le indicazioni del Concilio Vaticano II, in cui lo sport è stato annoverato tra gli elementi caratteristici della cultura contemporanea, come luogo di promozione umana e come elemento utile per favorire l'incontro tra i popoli, la riconciliazione e la pace;
- si impegnano nello sforzo di inserire correttamente lo sport nell'azione educativa-pastorale rivolta soprattutto ai fanciulli, ai ragazzi e ai giovani;
- vogliono promuovere una esperienza tale da poter dire che «con la maturazione degli uomini si ottiene anche la maturazione dei credenti, (specialmente) se crescerà adeguatamente il numero dei protagonisti giovanili in grado di vivere valori ancora più alti e di saper immettere nella loro attività sportiva un impegno sinceramente spirituale» (Giovanni Paolo II, 18 gennaio 1985).