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Una proposta di educazione nel tempo libero: l'oratorio salesiano oggi


Dalmazio Maggi

(NPG 1996-01-55)


Quando si riflette e si scrive di giovani «a rischio», ragazzi «violenti» e «delinquenti» spesso si conclude con il rimpianto di un ambiente educativo «di un tempo passato»: l'oratorio.
«La delinquenza giovanile è dovuta al fatto che si sono disintegrate le forze educative tradizionali. Un tempo c'era la famiglia estesa, il nonno, gli zii, l'oratorio, il sacerdote... Occorre restituire una comunità educativa con forti principi morali, con solidi valori... Se negli attuali edifici scolastici mancano attrezzature sportive, si facciano accordi con il Coni o con le parrocchie o con altri circoli. L'importante è che i ragazzi non crescano in strada, siano guidati, sostenuti, resi forti» (F. Alberoni, Bambini violenti, la strada come famiglia).

NOSTALGIA DI ORATORIO

Anche riflettendo sulle cause del suicidio dei giovani spesso viene evidenziato il fatto che i giovani non hanno più luoghi di ritrovo, anche per la «partitella» di calcio, e momenti di incontro in cui parlare e crescere nell'amicizia. Negli ultimi anni si è venuto a creare un vuoto sociale, venendo meno certi fattori che prima costituivano importanti riferimenti: la parrocchia, la partita di pallone, la scappatella in bicicletta. «Oggi invece ci sono le discoteche e le sale giochi: ma davanti a un computer non si parla. Così si è venuta a creare una rarefazione di rapporti sociali responsabile di una forte solitudine» (P. Crepet, Il suicidio degli adolescenti).
Ma quei ragazzi dove e come vivono? Ecco in breve un percorso di vita quotidiana di un ragazzo normale.
Al mattino parte dalla propria casa e dalla propria famiglia, luogo di affetto, luogo in cui è chiamato per nome ed è valutato per quello che è e non per quello che produce.
Scende in strada e utilizza i mezzi di trasporto pubblico, in cui viaggia con qualche compagno di scuola, ma con una maggioranza di sconosciuti, nell'anonimato più assoluto.
Arriva a scuola ed entra nella propria classe, che per alcune ore è luogo di amicizia, ma soprattutto di istruzione e di educazione, con compiti precisi e con adulti responsabili ed esigenti. Ed è valutato per quello che rende in termini culturali.
Al pomeriggio cerca il gruppo degli amici, luogo di incontro con coetanei scelti, con i quali passa un po' di tempo libero. È il momento della totale gratuità: si sta insieme, non si fa nulla di particolare; nel gruppo è importante esserci. Qualcuno è valutato per quello che è, altri per quello che dicono o fanno apparire.
In determinati giorni per alcuni c'è la squadra, la palestra o il campo sportivo: luogo di allenamenti, agonismo, competizione, con coetanei con i quali si gioca insieme, sotto la guida di adulti che hanno compiti precisi e finalità determinate. È valutato ed è tenuto nella squadra per quanto rende in termini sportivi. Per qualche altro ragazzo c'è il gruppo teatrale, musicale, culturale, di interesse turistico.
Alla sera ritorna in famiglia a casa: il luogo da cui si parte ogni giorno e a cui si ritorna ogni sera.
Manca un luogo in cui poter incontrare gli amici e in cui poter domandare e ricevere risposte alle proprie attese e ai propri interessi: è l'oratorio, da riscoprire e rilanciare come il luogo dell'incontro informale, in cui si sta insieme, si parla, si discute e si gioca, rispettando alcune regole di convivenza, ma senza l'obbligo di rendere qualcosa.
C'è bisogno di trovare un luogo in cui ci siano gruppi organizzati con regole da rispettare e obiettivi comuni da raggiungere insieme agli altri.
In un dibattito su come oggi si fa informazione, comunicazione e quindi educazione, Umberto Eco se ne uscì con un breve articolo intitolato «A lezione da don Bosco». «L'oratorio è la grande rivoluzione di don Bosco. Don Bosco la inventa, poi la esporta verso la rete delle parrocchie e dell'azione cattolica; ma il nucleo è là, quando questo geniale riformatore intravede che la società industriale richiede nuovi modi di aggregazione, prima giovanile e poi adulta, e inventa l'oratorio salesiano: una macchina perfetta in cui ogni canale di comunicazione, dal gioco alla musica, dal teatro alla stampa, è gestito in proprio su basi minime e riutilizzato e discusso quando la comunicazione arriva da fuori. La genialità dell'oratorio è che esso prescrive ai suoi frequentatori un codice morale e religioso, ma poi accoglie anche chi non lo segue. In tal senso il progetto don Bosco investe tutta la società italiana dell'era industriale» (U. Eco: Espresso, 15 novembre 1981).
L'oratorio è soprattutto un luogo della comunicazione anche per C. Scurati, che afferma: «Lo stile educativo di don Bosco comprende, come sua essenziale caratterizzazione, quella che si può definire 'poliedricità linguistica', vale a dire la capacità di stabilire possibilità, occasioni e strumenti di contatto e di comunicazione pressoché senza limiti e, soprattutto, senza una delimitazione selettiva precostituita di opportunità di incontro. La qualità fondamentale da prendere in considerazione appare quella di tradurre in potenzialità educativa ogni possibilità di contatto, derivante dalle occasioni di vita, avvalendosi in primo luogo delle risorse della comunicazione informale, affettiva, pratica (l'azione, l'affetto, il contatto sono, in tal modo, i segni pedagogici basilari). Ciò che porta i giovani all'oratorio, quindi, è il senso di una comunità di 'abitazione' comunicativa in cui lo scambio avviene senza fatica».

L'INTERESSE DEI GIOVANI: UN PONTE PER COMUNICARE

Da una percentuale alta di ragazzi, meno da parte degli adolescenti e dei giovani, la parrocchia e l'oratorio sono indicati come luoghi principali o esclusivi dove incontrare più spesso gli amici e trascorrere il tempo libero.
L'oratorio rappresenta ancora l'ambito privilegiato per l'aggregazione dei preadolescenti. L'oratorio viene scelto perché si possono realizzare molte attività: da quelle di gioco a quelle formative, da quelle di espressione culturale, teatrale e musicale a quelle di scoperta e difesa dell'ambiente e di impegno sociale, da quelle di riscoperta del Vangelo a quelle di celebrazione della propria fede cristiana.
Quando i ragazzi entrano in un oratorio vogliono passare un po' del loro tempo «libero» e viverlo pienamente. Questa voglia di vivere va colta in concreto e si esprime nei loro interessi, che rispondono a quei dinamismi di crescita che sono i bisogni fondamentali a livello psico-fisico, psico-intellettuale, psico-affettivo-sociale, psico-spirituale e religioso.
L'interesse espresso (mi piace..., preferisco...) manifesta in modo esplicito e prevalente uno dei bisogni fondamentali.
L'interesse prevalente quindi è come un «ponte» gettato tra il ragazzo e il mondo circostante, che si presenta naturalmente più complesso, più ricco e più completo, rispetto alla visione ristretta di tipo personale. Il ragazzo comunica un suo interesse, che risponde a un suo bisogno, nel modo più semplice e congeniale. Ma il ragazzo stesso «dilaga» per così dire nella vita dei gruppi, allargando gli spazi di interesse e di attività.
Si manifesta per molti la pluralità di appartenenza (un preadolescente appartiene in media ad almeno due gruppi) e la molteplicità di interessi (all'interno dello stesso gruppo egli trova l'occasione di sviluppare interessi ed attività che sarebbero più propri di altri tipi di gruppi).
E qui è richiamato in causa l'ambiente educativo e la figura dell'animatore, che si colloca tra il ragazzo con i suoi interessi (mi piace!) e i suoi bisogni di crescita (è importante!) e la realtà circostante, che rischia di rispondere spesso agli interessi più immediati, dimenticando i bisogni fondamentali.
L'interesse, espressione di un bisogno prevalente, è una occasione per far incontrare il ragazzo con se stesso, con gli altri, le cose e con il Signore. Deve essere accolto, trovare risposta adeguata, competente ed entusiasta, ma deve essere inserito in un ambito educativo, che evidenzia altri interessi, che dà altre risposte ai bisogni di crescita, anche a quelli che non sono avvertiti come importanti dal singolo ragazzo.

UN'ESPERIENZA CHE VIENE DA LONTANO

In una sintesi originale la tradizione salesiana rilancia l'oratorio come «casa che accoglie», una «seconda casa» degli oratoriani; come «cortile per incontrarsi da amici», aperto a tutti coloro che sono disposti a crescere umanamente e cristianamente; come «ambiente che forma alla vita», una grande famiglia dove insieme si sta bene, ci si aiuta e si impara a prepararsi alla vita; come «comunità cristiana» che esprime i suoi impegni battesimali e fa crescere in un rapporto sereno con se stessi, con gli altri e quindi con il Signore.
L'oratorio è la casa dei giovani. Il primo segno di una casa, di una famiglia, è una relazione educativa in ogni suo spazio di vita, è uno scambio e una comunicazione continua su ogni interesse, domanda, attesa. La comunicazione e lo scambio investono non solo le attività esplicitamente di annuncio evangelico, ma anche quelle del tempo libero, del gioco, dello sport, del teatro, della musica, del divertimento, del viaggiare e del confronto.
Nella tradizione salesiana esistono delle associazioni nate per aiutare i ragazzi e i giovani a incontrarsi con uno stile di vita piena dentro i percorsi quotidiani. Nell'oratorio vanno accolte, apprezzate, aiutate a crescere e a dare il loro contributo per portare i giovani all'oratorio, ma anche l'oratorio ai giovani. Il tempo libero è un tempo propizio per l'associazionismo.
Per i nostri ragazzi e giovani il tempo libero non è più un tempo che avanza o che interrompe gli impegni di studio o di lavoro.
È sempre più frequentemente un tempo che aumenta in quantità, ma deve essere «liberato» da tanti condizionamenti, che rischiano di farlo diventare «tempo perso» o «tempo consumato» senza senso.
Accettare la «sfida» di liberare il tempo libero dei giovani, significa educarli a considerarlo e viverlo come un tempo propizio per mettersi in comunicazione con se stesso e con gli altri.
Gli oratori salesiani, attenti agli interessi espressi dai giovani, desiderosi di educare potenzialità latenti, presentano alcune proposte educative, che fanno la scelta di educare attraverso il gruppo. E per garantire la continuità e la serietà del servizio alcuni gruppi sono organizzati in associazioni riconosciute sul piano civile.
- I gruppi sportivi (PGS: Polisportive Giovanili Salesiane) aiutano i ragazzi e i giovani a scoprire il tempo libero come tempo propizio per ritrovare se stessi nel proprio corpo, per incontrare gli altri e insieme competere, in un clima di accettazione e di amicizia, per conquistare la capacità di contemplare la bellezza e l'espressività del corpo umano.
- I gruppi turistici (TGS: Turismo Giovanile Sociale) creano occasioni per uscire dal proprio piccolo mondo, per viaggiare, incontrare, per ammirare e contemplare, per ritrovare calma e serenità, per rivisitare e riscoprire le memorie storiche e artistiche, che l'umanità ha creato lungo il suo cammino.
- I gruppi socioculturali (CGS: Cinecircoli Giovanili Socioculturali) permettono di vivere la ricchezza dei segni e dei linguaggi, di essere protagonisti nel mondo dell'espressione, di vivere con un forte senso critico la continua esposizione alle informazioni e comunicazioni che tentano di sopraffare lo spirito umano e la sua libertà.
- I Savio club aiutano i ragazzi e i giovani ad incontrarsi da amici, a vivere in gruppo, a discutere e confrontarsi con i propri coetanei, a participare alla vita e alle attività dell'ambiente in cui si sta crescendo, per vivere con coerenza i propri ideali e la propria fede nello stile proprio proposto da Domenico Savio.
- I gruppi missionari e di volontariato (VIS/AM: Volontariato per i paesi in via di Sviluppo/Animazione Missionaria; VIDES: Volontariato Internazionale Donna per l'Educazione e lo Sviluppo) impegnano i ragazzi e, soprattutto, i giovani a interessarsi al prossimo, vicino di casa, ad allargare il proprio sguardo e il proprio cuore oltre i confini del proprio ambiente di vita, per scoprire il mondo del sottosviluppo e le situazioni di povertà, di miseria e di emarginazione. Si tratta di progettare piccole realizzazioni e interventi, che coinvolgono in prima persona sia i più piccoli nell'intervento immediato e nella rimozione delle cause personali e strutturali, sia i più grandi nella promozione di nuove politiche sociali al servizio di tutti, con prestazioni prioritarie per coloro che sono «a rischio».
- La proposta del servizio civile sociale (SCS: Servizi Civili Sociali) fa vedere nei giovani una risorsa preziosa, impegna ad accogliere quelli che fanno obiezione di coscienza e riconoscere il loro ruolo e la loro funzione. Così si facilita l'educazione alla non violenza e alla pace, e si permette di offrire un grande dono alla comunità: una parte della propria vita «a tempo pieno».
- Il gruppo catechistico aiuta i ragazzi e i giovani a incontrare e scoprire l'originalità di ogni persona, a conoscere Gesù di Nazaret, come maestro, modello e sorgente di vita; a partecipare alla vita del piccolo gruppo-comunità, in cui dare il proprio contributo originale per la sua vita e la sua crescita.
- Il gruppo liturgico dà vita a iniziative per realizzare un incontro sereno con se stessi, con gli altri e quindi con il Signore della vita, «celebrando» nel Signore risorto la vita di ogni giorno in una grande azione di grazie (eucaristia), «ricostruendo» la comunità nella comunione, riconoscendo le proprie responsabilità e le proprie colpe (riconciliazione).

UN PROGETTO UNICO, PIÙ PROPOSTE E OBIETTIVI EDUCATIVI

Il progetto educativo-pastorale dell'oratorio è unico e sta ad indicare il quadro globale e unitario dei valori, dai quali si parte, perché, anche se in germe, sono già presenti nei giovani, e verso i quali si tende, prendendone sempre più coscienza ed esprimendoli in maniera sempre più adeguata.
La base del progetto è la comunità educativa, formata da persone che hanno come elemento di coesione l'amore ai ragazzi e ai giovani e la missione educativa-pastorale, e che si presenta e vive in un ambiente, fatto di spazi, di mura e di strutture, ma soprattutto fatto di clima di accoglienza.
Le dimensioni del progetto si possono considerare come punti di partenza in risposta alle domande e agli interessi più evidenti dei ragazzi e dei giovani.
La dimensione educativo-culturale, che si esprime nello stimolare e accompagnare un processo di educazione, che liberi le possibilità creative della persona e favorisca l'inserimento critico nella cultura e nella società, fa perno sulle attività ricreative e sportive, culturali e sociali...
La dimensione evangelizzatrice-catechistica, che si esprime nel programmare piani espliciti di educazione alla fede, ricchi di proposte, offerti ai giovani in clima di libertà e secondo una sana pedagogia, poggia sulla attività evangelizzatrice e catechistica, liturgica e caritativa, apostolica e missionaria...
La dimensione associativa, che si esprime nel favorire esperienze di vita e di gruppo e le sviluppa verso esperienze di comunità più ampie, corresponsabili e impegnate, si può considerare la modalità educativa, che si sceglie e si realizza nello stile dell'animazione.
La dimensione vocazionale, che si esprime nell'offrire un servizio che orienti e accompagni i ragazzi e i giovani nella scoperta e realizzazione del proprio progetto di vita, si può considerare come la finalità educativa-pastorale di tutto il progetto, che tende a far maturare «onesti cittadini e buoni cristiani».
Le proposte formative possono e debbono essere molteplici. Trovano un loro posto riconosciuto nell'ambiente, perché nascono dallo stesso dinamismo interiore di «ciò che amiamo noi» e di ciò che siamo noi (la nostra identità, i nostri valori, la nostra vita...) e intendono essere fedeli a «ciò che amano i giovani» (i loro interessi, le loro attese, le loro domande...).
Le funzioni dell'oratorio possono essere sintetizzate evidenziando alcuni obiettivi fondamentali:
- far recuperare le energie psicofisiche con attività che non devono essere svolte sotto l'impegno di rendere;
- stimolare il gusto di «ricrearsi», curando in modo particolare un settore in cui si è più creativi e fantasiosi per le capacità che si hanno;
- riscoprire il senso della festa, perché anche le attività di impegno culturale e sociale vengano vissute e realizzate in uno stile di condivisione e simpatia;
- rafforzare le capacità di comunicazione, di relazione, di partecipazione, per cui ogni attività è vista come luogo e mezzo di dialogo tra interessi e attese, domande e bisogni, ideali e risposte, anche se parziali;
- permettere una esperienza completamente umana e profondamente cristiana, in cui si crea armonia tra ciò che appartiene all'uomo e ciò che gli è donato dal Signore.

UN AMBIENTE DI EDUCATORI CHE SAPPIANO COMUNICARE E METTERE IN COMUNICAZIONE

Tante persone, tante risorse sono a disposizione dei ragazzi e dei giovani, che ricevono risposte immediate agli interessi espressi e alle domande esplicite, e risposte mediate agli interessi non espressi e alle domande da educare e far nascere.
Dobbiamo ricreare questo ambiente educativo che ha le porte e le finestre aperte per ricevere e conoscere quanto si agita nel mondo giovanile, anche al di fuori delle proprie mura, e che ha educatori e strutture varie per confrontare, verificare e rielaborare quanto è considerato anche soltanto un desiderio di crescita umana e cristiana, una tensione verso il dialogo, la solidarietà, la pace, l'attenzione agli ultimi.
Queste domande e risposte possono essere anche contraddette da opposte tensioni egoistiche (il proprio interesse, il proprio prestigio, l'affermazione personale e di squadra e di gruppo).
Possono essere velate da ambiguità (è un progetto che serve i giovani o si serve dei giovani? è una attività per aiutare a far crescere i ragazzi o per lanciare un prodotto? si è educatori a servizio dei giovani o imprenditori che si servono dei giovani e li pagano perché rendano?). Alcune volte si presentano indeterminate negli scopi (ad alcuni importa che giochino, che suonino, che non stiano in strada... al resto poi si penserà) e fragili nell'attuazione concreta (non sempre è garantita la competenza e non è assicurata la continuità del servizio; spesso ci si affida all'improvvisazione e allo spontaneismo). Qualche volta sono bisognose di purificazione e di interpretazione (bisogna saper vedere «al di là» dell'immediato: nell'interesse espresso intuire il bisogno nascosto e la domanda inespressa).
Comunque tutte le domande giovanili e le risposte educative rappresentano un possibile «gemito» della creazione (Rm 8,32), che la comunità educativa-pastorale deve saper discernere. Don Bosco invita a saper leggere «dentro» i giovani e afferma con decisione che «in ogni giovane, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene» e che «dovere primo dell'educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto».
Tutto ciò che si agita nel mondo giovanile va colto con diligenza, che esige studio paziente e confronto continuo, va accolto con amore, senza farsi condizionare dai pregiudizi e senza farsi prendere dalla presunzione, con la disponibilità a collaborare «perché il vero, il bello maturi ovunque e da chiunque proposto».
È necessario creare un ambiente che è in quotidiano dialogo e confronto con la vita concreta dei ragazzi, dalla quale è sfidato continuamente, con momenti di ripensamento, di ricerca e di esperienza viva di un progetto educativo, orientato positivamente a Gesù Cristo; un ambiente che prepara a uscire e a rientrare nella vita di tutti i giorni come onesti cittadini e buoni cristiani:
- cittadini coscienti di se stessi e delle proprie potenzialità, inseriti nel proprio ambiente e situazione di vita, impegnati nel contesto sociale con competenza professionale e impegno «politico»;
- cristiani, che sappiano comprendere di più la vita, confrontandosi quotidianamente con la vita di Gesù di Nazaret, che sappiano esprimere la gioia di vivere, celebrando la loro vita nella fiducia, perché si sa vedere al di là delle apparenze, nella speranza, perché si ha il coraggio di progettare al di là delle proprie possibilità, ma mettendo insieme ogni più piccola risorsa con fantasia e creatività, nella carità, perché si amano le persone per quello che sono e non per quello che hanno.
E allora si capisce perché l'oratorio è stato descritto anche come «movimento verso i giovani per incontrarli là dove essi si trovano fisicamente e psicologicamente». «L'oratorio dunque ricicla, ridimensiona, integra e ristruttura messaggi ed esperienze per aiutare a farne una sintesi che è vitale, prima ancora che mentale, per l'incidenza degli incontri (persone significative), per l'influsso del clima, per le attività e per il sistema totale di comunicazione» (J. Vecchi).

Un ambiente dai molti linguaggi

Siamo in un tempo che viene indicato come «era della comunicazione». Comunicare significa «mettere in comune» e offrire ad un altro qualcosa di nostro. Per comunicare si ha bisogno di un ponte che collega gli interlocutori e questo ponte si chiama linguaggio. Molti credono ancora che la parola e la scrittura siano le uniche e più importanti forme di comunicazione. Da questa convinzione deriva l'impegno a far conoscere le parole e a farne un uso adeguato. In realtà si comunica con i gesti molto più di quello che si crede. La simpatia, l'amicizia, l'amore, la paura, l'odio, la difesa del proprio gruppo... prima di trovare delle parole adatte, si esprimono con dei gesti e delle azioni che coinvolgono tutta la persona, soprattutto il volto.
«È il linguaggio dello star vicini, gomito a gomito, pelle a pelle, del vibrare insieme, del sentirsi un tutt'uno, in un grande abbraccio, in un unico coro.
È il linguaggio dei grandi stadi di calcio, dove la messa in comune (comunicazione) tra i tifosi della stessa squadra avviene per mezzo dei gesti, dei canti, degli slogan, dei vestiti.
È il linguaggio delle discoteche, dei grandi concerti rock, dove migliaia di giovani si sentono in sintonia con l'idolo e tra di loro senza capire una parola delle canzoni e si riconoscono 'stesso popolo' con i vicini, senza mai averli visti prima di quella notte.
È il linguaggio dei cortei di protesta che danno il brivido di sentirsi forti e coraggiosi contro chi può schiacciarci o ferirci come i mafiosi o gli stupratori; è il linguaggio delle grandi adunate di popolo intorno a un leader, a un campione, a un idolo che calamitano su di loro i sogni, le speranze e i desideri della gente» (T. Lasconi).
Sono occasioni in cui si cercano, si rafforzano e si manifestano i valori in cui si crede: il valore della vita vissuta insieme, dell'essere in molti, del sentirsi un «noi».

Il linguaggio del corpo, come «volto visibile della persona»

Siamo abituati a pensare alla persona come un composto di corpo e anima e il più delle volte la riflessione porta a contrapporre questi due elementi: tutto il bene sta nell'anima e tutto il male sta nel corpo. È più evangelico pensare alla persona a tre dimensioni «corpo, anima e spirito» (1 Tess 5, 23) per essere degna immagine del creatore e vivere in armonia. Spirito, anima e corpo sono congiunti strettamente in quella sinergia di forze che è la persona umana. Quando Dio Padre ha voluto esprimere se stesso si è «in-carnato» in Gesù di Nazaret, che si è comunicato a noi con il suo volto, il suo corpo, la sua intelligenza e la sua lingua, i suoi gesti di comprensione e di affetto. Chi vuol parlare all'anima, all'intelligenza, allo spirito, deve necessariamente parlare al corpo e con il corpo. Questa esigenza pone all'educatore due problemi: saper «ascoltare» e sapersi «esprimere» con tutto il proprio corpo.
Tutto il corpo è capace di comunicare e conseguentemente lancia in continuazione messaggi, anche quando non si vuole. Educato convenientemente il corpo può migliorare la propria capacità espressiva. Per cui appare in tutta la sua urgenza la necessità di riprendere possesso e riconciliarsi con il proprio corpo: quello con il quale ci esprimiamo ed entriamo in contatto con gli altri. Così se ne rende più facile l'utilizzazione in funzione espressiva.
Per non rinunciare di fronte alle prime difficoltà bisogna ricordare che mentre il linguaggio verbale è insegnato nel normale curriculum scolastico, il linguaggio gestuale non è curato, anzi spesso è trascurato come non importante e superfluo.

Il linguaggio di tipo motorio: il gioco, il mimo, la danza

Il gioco è una attività libera e gioiosa, quasi sempre ricca di movimento, tipicamente giovanile, che si presenta con diverse connotazioni.
Il gioco spontaneo è una manifestazione di vitalità, svincolata dal conseguimento di fini pratici e risultati tecnici, alla ricerca di un equilibrio tra la voglia di muoversi ed esprimersi e il desiderio di farlo insieme agli altri in allegria.
Nel gioco spontaneo il ragazzo e il giovane si esprimono e si realizzano, non tanto perché giungono a conquistare un primato, ma perché sono contenti di manifestare le proprie capacità.
Nel gioco i ragazzi e i giovani si rilassano rispetto alle preoccupazioni imposte dalla società e nel gioco rivelano nella spontaneità le loro caratteristiche di personalità.
Si narra di un principe del Ponto che, disdegnando offerte assai consistenti, chiedesse a Nerone di concedergli il pantomimo visto poc'anzi, perché, tornato in patria, se ne sarebbe potuto servire come interprete per comunicare con i popoli vicini. È chiaro che all'educatore non è richiesta l'abilità degli antichi pantomimi. Si vuole solo riconoscere la possibilità di utilizzare quest'arte dell'espressione per fini educativi.
Mimare è un gioco abbastanza utilizzato anche tra i piccoli. Nei ragazzi rappresentare una azione drammatica con i soli gesti costituisce una esibizione assai curiosa e dilettevole. Il mimo stimola il desiderio di individuare i significati reconditi; affina le capacità di inserimento nel gioco collettivo; arricchisce la mente nella ginnastica necessaria a creare una connessione tra l'inventiva gestuale e i significati reali.
La danza è una forma di espressione che nasce da una profonda e intima relazione con il proprio corpo. C'è oggi un desiderio di danza, nel teatro, nella vita, nella liturgia e anche nei momenti educativi.
Danzare, cioè «fare movimenti della persona secondo il ritmo del suono e del canto» è una predisposizione dell'uomo fin dalla più tenera età. Tutte le scuole hanno dato importanza alla educazione ritmica.
Anche oggi si afferma la necessità dell'educazione ritmica, basata sul principio che un movimento ordinato di tutte le parti del corpo possa indurre il ragazzo alla ricerca della sua vera personalità.
Con la danza è facile dare corpo agli atteggiamenti tipici della preghiera: la lode, la richiesta di aiuto, il ringraziamento, la richiesta di perdono.
Con la danza è ugualmente molto facile dare corpo ai sentimenti fondamentali della esperienza religiosa: la meraviglia, il desiderio di affetto e di sicurezza, la ricerca di perdono, il bisogno di sentirsi popolo, lo sconcerto di fronte alla sofferenza e alla morte.

Il linguaggio di tipo simbolico-verbale: il racconto, la drammatizzazione, il teatro

Ogni luogo, un'aula, un giardino, può trasformarsi in teatro. Il ragazzo ha un senso innato per la recitazione. La sua personalità in via di formazione si investe con naturalezza del ruolo degli altri.
Il ragazzo si identifica con facilità in situazioni ed in psicologie diverse dalle sue.
Attraverso la drammatizzazione il ragazzo penetra nella problematica delle persone che rappresenta. Quindi anche il «palcoscenico» può essere uno strumento di formazione.
Raccontare e drammatizzare un brano significa tradurlo dal testo scritto ad una testualità spettacolare e dunque di azione. L'esperienza della drammatizzazione ha varie possibilità educative. È azione educativa quando l'educatore aiuta il gruppo alla realizzazione, lo è quando il gruppo si amalgama nella realizzazione stessa, ma lo è anche quando il gruppo propone la drammatizzazione a un pubblico e con lui discute e la verifica.
Le drammatizzazioni sono uno strumento eccezionale per «capire» e far propria la parola del Signore.

Il linguaggio di tipo plastico-figurativo: la grafica, il disegno, le immagini

Il linguaggio grafico ha la funzione di richiamare una realtà sensibile o di invitare ad una riflessione. Il disegno, realistico o simbolico, lascia al ragazzo un margine di inventiva più ampio rispetto a quello della parola scritta.
Il ragazzo, disegnando, è consapevole di avere meno probabilità di commettere errori che quando svolge un tema per iscritto. Non conta il risultato artistico e neppure è importante la perfezione tecnica. Nel momento educativo è interessante che il disegno abbia la capacità di evocare una realtà figurata o simbolica, che possa permettere al ragazzo di «parlare» e agli altri di «capire».
Tra la comunicazione scritta e quella per immagini intercorre una differenza fondamentale: la prima è essenzialmente razionale e astratta, la seconda è concreta ed emozionale. La parola è convenzionale e richiede di conoscere la lingua; l'immagine è naturale, fa parte della realtà. Chiunque vive quella realtà è in grado di capire il messaggio senza bisogno di vocabolario. La parola colpisce il cervello, l'immagine l'emotività e va diritta al cuore. La lettura ci permette di immaginare un avvenimento, di conoscerne le cause e gli effetti, la foto ce lo presenta in forma definita e palpabile e ci invita a «sentirlo».
Il feed-back è immediato e coinvolge le nostre sensazioni e vibrazioni interiori. I mass-media privilegiano questo secondo modo di comunicare nel quale la fotografia domina il linguaggio del nostro tempo.
Una foto «parla» attraverso il soggetto e il suo rapporto con il mondo circostante, attraverso l'inquadratura, l'angolazione, i campi e i piani, la luce, le linee, le forme, gli spazi, i colori.
Dobbiamo imparare ad ascoltare gli input che ciascuno di questi elementi ci invia per entrare in sintonia con l'armonia globale della foto. La foto viene guardata con gli occhi, ma ascoltata con tutto il nostro essere, se questo è disponibile ad accogliere le vibrazioni segrete che essa risveglia in ciascuno secondo l'esperienza, la cultura e la sensibilità personale. È certo che qualsiasi foto dice qualcosa, esistono però foto banali e foto cariche di messaggi. Per comunicare occorrono foto che parlino a prima vista e capaci di evocare situazioni, esperienze, emozioni e al tempo stesso provocare riflessioni.
La pubblicità è il campo nel quale la grafica è valorizzata nel modo più creativo, perché oltre alla funzione estetica ne esalta quella espressiva e persuasiva e può essere usata in chiave evangelizzatrice. Urge infatti imparare a parlare secondo la mentalità e la cultura di chi ascolta, in sintonia con le sue forme di comunicazione e con i mezzi che sono più usati. È interessante una evidenziazione del card. Martini circa l'educazione attraverso citazioni bibliche. A prima vista sembra un semplice espediente catechistico e però, quando viene percepito in un ambiente di fede, conferisce all'esperienza della vita quotidiana la forza di una importante parola evangelica: «seguimi!», «beati i poveri!», «perdonate e sarete perdonati!», «a che serve guadagnare tutto il mondo se poi perdi la vita?», «ama Dio e il prossimo come te stesso».
Si tratta di scegliere le frasi adatte, renderle con caratteri adeguati e rinnovarle di tanto in tanto per non rischiare di trasmettere un messaggio in contrasto con la finalità iniziale. Una scritta sbiadita, con lettere mancanti lancia un messaggio di trascuratezza, di mancanza di originalità e di vivacità.

Il linguaggio di tipo musicale: il canto, il coro, il complesso

Il mondo della canzone è un pianeta ideale dove i ragazzi e i giovani si ritrovano, si conoscono, si divertono. Lasciando l'aspetto di evasione espresso da un certo tipo di canzone e di musica, emerge quello molto interessante dei contenuti, dei ritmi, delle melodie, per la fruibilità e l'immediatezza della comunicazione circa i modi di essere, le opinioni, le valutazioni della vita. Siamo di fronte a un linguaggio che comunica, che fa passare proposte, che orienta scelte e comportamenti, suscita interventi e iniziative.
Basta pensare alla forza motivazionale contenuta in alcune canzoni latino-americane a sostegno della liberazione: la parola-messaggio viene «accolta» e «realizzata».
Anche il musical offre ampie possibilità di educazione: a livello di rapporti di gruppo (disponibilità, coesione) per il lavoro di preparazione e di realizzazione; a livello di testimonianza, quando lo spettacolo viene proposto alla comunità e prima ancora tra i membri del gruppo, che esprimono la loro condivisione attraverso la partecipazione.
Qualcuno ha osservato che le mamme di oggi cantano poco sui bordi delle culle; ai bambini manca quello che una pedagogista chiama «l'allattamento musicale», e i mass-media offrono nel campo canoro soltanto forme di esibizionismo personale.
Ricordiamo che il canto fa parte della vita: chi è allegro canta, chi è triste canta e anche chi soffre tende inevitabilmente a far diventare il suo lamento un canto. Tanti ragazzi e ragazze vanno a scuola di chitarra e di altri strumenti, alcuni sono portati ad accompagnare il canto con il ritmo di una batteria, ma il più delle volte si disamorano perché non trovano occasioni concrete per mettere in pratica quello che stanno imparando. È necessario creare occasioni in cui possano mettere a servizio degli altri le proprie doti musicali ed esprimere la propria contentezza.
Tutto ciò educa durevolmente più di qualsiasi lezione teorica su ordine, disciplina, precisione, rispetto degli altri. Più che mai i ragazzi e i giovani di oggi hanno bisogno di queste forme di «gioco» educativo. Se cantare significa «modulare la voce con regola e misura», quando l'educatore ne fa una scelta a livello di gioco, significa che sceglie un modo di divertirsi che ha in sé una vera intensità educativa. Ci si riferisce al canto corale, come educazione all'ordine, affinamento del gusto, elevazione dello spirito. I ragazzi, quando cantano in coro, devono obbedire a determinate regole: cominciare e finire insieme; prendere i respiri nei momenti stabiliti; pronunciare vocali e consonanti nella giusta misura; rinunciare alla sonorità eccessiva delle singole voci a vantaggio dell'effetto generale del canto; seguire i segni di interpunzione dettate dalla mano che dirige.
Queste regole sono fondamentali anche per i componenti di un complessino che con vari strumenti accompagna il canto o anima una serata allegra.

Il linguaggio di tipo ambientale: il contatto con la natura, le passeggiate, la visita ai monumenti

Molti ragazzi devono essere aiutati a vivere «a sensi aperti». I nostri sensi permettono di conoscere un mondo esteriore colorato e multiforme e contemporaneamente un mondo interiore pieno di fantasia. Molte cose ci influenzano, anche se in genere non notiamo ciò che in noi entra ed esce.
È bello durante una passeggiata nel bosco, nei prati o sui monti lasciare agire la pienezza della realtà su di noi. Le molteplici impressioni dei singoli sensi portano tutte insieme ad una più ampia percezione di sé e delle cose. Essa è alla base di una esperienza completa di sé.
Riflettere sulle possibilità offerte dai propri sensi è una strada importante verso la conoscenza anche di se stessi.
Durante una passeggiata o visita per il centro di una città si riversano su di noi una quantità di impressioni, molte delle quali ci sfuggono perché siamo distratti. In questo modo perdiamo molto, forse proprio l'essenziale. In parte si è responsabili della propria superficialità e della propria incapacità di ammirare le opere del creato e meravigliarsi. Si deve di nuovo imparare a guardare. Bisogna far agire il nostro spirito di osservazione in modo attento e insieme tranquillo. Così è possibile riconquistare le forze fisiche, psicologiche e spirituali di fronte allo stress delle tensioni degli impegni ordinari e del superaffollamento di informazioni e di «rumori», e per ritrovare la calma e la serenità che ci permettono di pensare, di valutare e di apprezzare quanto è dono del Signore.
L'osservazione delle opere d'arte, opera dell'ingegno, della creatività e fantasia dell'uomo, è utile per capire se stessi e le persone. Esse rappresentano infatti momenti di creatività caratteristici non solo per un uomo particolare, l'artista, ma per l'uomo nel senso più ampio della parola.
Così si permette di rivisitare e riscoprire le memorie, i luoghi storici e le radici della propria cultura, della propria religiosità e delle proprie tradizioni umane e cristiane.

UNA RICCHEZZA DI LINGUAGGI DA VALORIZZARE

Queste varie attività vengono realizzate «in gruppo», che si rifanno per finalità, contenuti e modalità di intervento alle proposte delle singole Associazioni. In ogni gruppo ci si esprime e si comunica attraverso più linguaggi, anche se, per forza di cose, se ne privilegiano alcuni in particolare. Per rispondere agli interessi, alle attese e domande della maggioranza dei ragazzi e dei giovani, l'ambiente deve organizzarsi per permettere a ognuno di esprimersi e comunicare in maniera varia.
C'è bisogno di animatori che siano attenti a tutti i tipi di linguaggio, anche se saranno «esperti» particolarmente in alcuni, in cui acquistano sempre più competenza e verso i quali hanno disponibilità all'aggiornamento continuo.

Un rischio: sfornare giovani «a una dimensione»

Un rischio che si può correre non è quello di essere specializzati in un ambito particolare, ma quello di vederlo e viverlo in maniera settoriale, chiuso e avulso da tutto il resto. Invece di considerarlo una parte del tutto, un ambito o una dimensione del progetto unico, una risorsa tra le tante, lo si considera il tutto del progetto.
Perlopiù l'adulto, responsabile del gruppo (allenatore, regista, educatore, animatore, catechista...) ha il tempo «contato» per offrire il suo servizio «specifico» e «qualificato». Non ha tempo per «altro». Nella migliore delle ipotesi riesce a incontrare qualche volta i suoi colleghi di settore, ma prevalentemente per motivi di carattere organizzativo. Ci sono pochissime occasioni di incontrare gli animatori degli altri settori.
Il giovane che fa parte di un gruppo specifico ripete la sua esperienza settoriale più volte durante la settimana. Entra nell'oratorio e conosce bene un'unica «porta»: o la «porta» del cortile, del campo da gioco, della palestra o la «porta» del teatro, del cinema, della saletta del complesso o la «porta» della propria sala, della propria sede.
Il conoscere e frequentare una sola «porta» conduce gradualmente e sistematicamente a crescere interessati a una sola proposta, che tende inevitabilmente a diventare totalizzante ed esclusiva. Senza che alcun responsabile lo voglia esplicitamente, si forma un ambiente, che si presenta a compartimenti «stagni» con gruppi con «sola» attività ricreativa e sportiva o con «sola» attività culturale e sociale o con «sola» attività liturgica e catechistica o con «sola» attività apostolica e missionaria.
Durante l'anno di attività di gruppo a questi ragazzi e giovani vengono offerte manifestazioni, esperienze di feste e incontri, anch'essi settoriali. In questa maniera l'identità settoriale si rafforza, diventa sempre più evidente e purtroppo, qualche volta, condizionante in senso negativo. Come si vive a compartimenti «stagni» tra responsabili adulti, così si vive a compartimenti «stagni» tra i ragazzi e i giovani. Come non c'è comunicazione né dialogo tra i responsabili adulti, così non c'è comunicazione né dialogo tra i ragazzi e i giovani che fanno attività diverse.
Con il lavoro, anche sacrificato, di tanti che mettono a disposizione capacità, tempo e risorse, si rischia di «sfornare» continuamente da ambienti, che si dichiarano impegnati nella educazione completa e integrale dei ragazzi e dei giovani, ragazzi e giovani «a una sola dimensione».

Una attenzione

Le Associazioni e i vari gruppi devono crescere nella convinzione di essere risposte parziali a bisogni parziali dei ragazzi e dei giovani, ma allo stesso tempo risposte complementari e quindi tutte utili e, in certo senso, necessarie per una educazione integrale dei ragazzi e dei giovani. Nell'ambiente educativo salesiano, seguendo lo stile di don Bosco, si dà accoglienza e vita ad una grande varietà di gruppi per rispondere a ogni vero interesse giovanile. È per questo che ogni Associazione e ogni gruppo sa di esprimere una dimensione o una attenzione del progetto educativo e deve aiutare il progetto stesso, nel suo complesso, ad esprimere ed assumere come propri i valori e le attenzioni specifiche del proprio impegno tipico. Sarà impegno comune il non assolutizzare la propria presenza e gli obiettivi della singola proposta educativa culturale che è caratterizzante, in modo da non risultare dominanti ed esclusivi.
È urgente che gli stessi responsabili siano impegnati a crescere costantemente «a più dimensioni» per proporre in modo armonico il servizio della propria dimensione all'interno di un cammino di maturazione umana e cristiana integrale.
Se la vita di ogni giorno, per il ritmo delle cose da fare, il più delle volte è vissuta a settori separati, a gruppi particolari, che si incontrano, lavorano e crescono come tanti piccoli mondi vitali separati, è necessario curare i momenti di insieme, in cui ciascun gruppo dà il suo apporto originale alla vita di tutti in modo concreto e visibile.
Le feste dell'oratorio, le manifestazioni più importanti, anche di carattere civile, sono occasioni nelle quali nessuno si sente estraneo e si tira indietro, ma tutti coprono un ambito che, se messo in connessione con gli altri e realizzato nello spirito della corresponsabilità, permette a tutti di vivere una esperienza completa e armonica.
In più i ragazzi di un gruppo con specifica attività vanno non solo invitati a partecipare personalmente ad attività ed iniziative promosse da altri gruppi e associazioni, ma vanno accompagnati come gruppo, con i loro responsabili e animatori, in modo che la partecipazione diventi una esperienza comune.

LA LITURGIA DOMENICALE: UN MOMENTO DI VITA INSIEME

Un momento che è al centro della vita di un ambiente educativo, orientato positivamente a Cristo, è la liturgia domenicale, celebrazione in cui inserire con il loro apporto specifico e originale tutti i gruppi, far confluire tutte le possibilità di comunicazione e utilizzare i loro linguaggi tipici: la parola, i segni e i simboli.
Il momento liturgico è quello che nella nostra attività educativa-pastorale utilizza segni e simboli diversi e molteplici. Forse a molti sfugge l'importanza di questa presa di coscienza, ma basta riflettere un attimo per scoprirne il peso.
La liturgia, e in questa anche la predicazione, utilizzano ancora esclusivamente il linguaggio della parola, che per le ragioni più varie (mentalità, esperienze e usi diversi) è il più difficile da comprendere. Altri tipi di linguaggio, propri della liturgia, sono talvolta utilizzati in maniera stereotipata e rischiano di diventare anch'essi incomprensibili.
La ricchezza dei linguaggi fa parte del creato e quindi sono un dono del Signore. Non è intelligente perciò utilizzare poco o male nella celebrazione liturgica, come anche nell'annuncio e nell'impegno di servizio, la ricchezza dei mezzi che abbiamo a disposizione.
Si tratta di considerare la celebrazione liturgica non come una «cosa» da fare e amministrare, un preconfezionato che si deve usare, ma una azione della vita, un momento della vita personale, che deve essere costruito ogni volta con spirito nuovo, una celebrazione di coloro che vi partecipano e una tappa della vita di tanti, che parte sempre dalla vita reale e concreta, ci fa incontrare il Signore, sorgente della vita, e ci permette di ritornare alla vita di tutti i giorni con un nuovo ardore ed entusiasmo.
È bene richiamare le indicazioni più attuali del direttorio della Messa dei fanciulli, che permette di rendere la celebrazione eucaristica il momento culmine di un cammino e allo stesso tempo la sorgente, il momento del rifornimento per continuare il cammino.
Il principio della partecipazione attiva e consapevole si impone in modo più forte quando la celebrazione eucaristica viene celebrata con i ragazzi e i giovani. Si deve predisporre tutto per accrescere tale partecipazione e per renderla più intensa e viva.
È bene che siano molti i ragazzi e i giovani tra i quali vengono divisi i compiti particolari della celebrazione. Ogni gruppo associativo, in base alle proprie caratteristiche, può dare un apporto specifico, curando in modo particolare un momento della celebrazione: preparare l'ambiente e l'altare, svolgere l'ufficio di cantore, cantare nel coro e suonare gli strumenti musicali, proclamare le letture, rispondere durante l'omelia, pronunciare le intenzioni di preghiera, portare i doni all'altare.

La preparazione dell'ambiente e dell'altare

La preparazione delle celebrazioni in cui partecipano i ragazzi e i giovani deve essere accurata, specialmente per quanto riguarda l'ambiente, le orazioni, i canti, le letture, le intenzioni della preghiera universale. Si deve evitare l'improvvisazione, affidando compiti delicati all'ultimo momento.
È importante che un gruppo di ragazzi abbia una sua parte attiva nel predisporre e nell'adornare il luogo della celebrazione, che risulti luminoso e ampio, in cui tutti possano prendere posto e assumere con tranquillità le varie posizioni: stare in piedi, seduti, inchinati... È bene mettere in evidenza l'ambone, come il luogo in cui intronizzare il libro (lezionario) e da cui proclamare la Parola (liturgia della Parola), e l'altare, che deve conservare per quanto possibile il senso di una tavola imbandita, resa festosa con fiori e candele (liturgia eucaristica), attorno alla quale tutti possano prendere posto.

Il canto e la musica

Se il canto deve avere grande importanza in tutte le celebrazioni, deve essere curato in modo del tutto particolare nella Messa con i ragazzi e i giovani, che sono portati per natura alla musica.
Il canto deve essere curato tenendo presenti le tradizioni del posto e le possibilità e capacità dei partecipanti. In queste celebrazioni sono indispensabili e utilissimi gli strumenti musicali, specialmente se sono suonati dai ragazzi stessi.
Gli strumenti sostengono il canto e nei momenti di silenzio e di meditazione favoriscono il raccoglimento dei ragazzi ed esprimono sempre a loro modo la gioia dell'incontro e della festa e la lode al Signore.

I gesti

Tenendo conto della natura della liturgia come azione di tutto l'uomo e della psicologia dei ragazzi e dei giovani, che sono portati al movimento, nella celebrazione eucaristica con i ragazzi deve essere molto curata in base all'età e agli usi locali quella forma di partecipazione che si esprime nei gesti e negli atteggiamenti del corpo.
Tra le varie azioni che rientrano nei gesti è bene curare le processioni.
L'ingresso del sacerdote celebrante e dei ministranti, la partecipazione di alcuni ragazzi alla processione con la croce e il libro del vangelo evidenzia il riferimento alla comunità che si raduna attorno a Gesù Cristo Salvatore, che è presente con il suo amore, che si fa gesto concreto e parola.
La processione con il libro del vangelo, la sua lettura a più voci, mette in risalto la necessità di ascoltare, ma in piedi, pronti ad aderire in modo concreto e coerente.
La processione dell'offertorio con l'occorrente per preparare l'altare (tovaglie, fiori, candele...), con il pane e il vino, che diventano corpo e sangue del Signore, che si fa nostro cibo, con i doni in natura o in soldi, che sono destinati ai più poveri, fa capire che ciò che ci è donato dalla bontà del Signore, ciò che siamo e ciò che abbiamo resta dono, che con la forza del Signore viene condiviso con altri.
La processione alla comunione sottolinea il camminare verso una meta: il Signore e Salvatore, incontrare lui come sorgente di vita, ricevere lui come energia nuova, e tornare «rinnovati» tra i fratelli, con i quali condividere la vita nuova.
Tutte le posizioni richieste nei vari momenti della celebrazione vanno curate per diventare espressive e comunicative: stare in piedi come posizione del risorto e di colui che è pronto ad agire, stare seduti come posizione di raccoglimento e ascolto, stare inchinati o in ginocchio come espressione di rispetto e di adorazione.
I movimenti di tutto il corpo (camminare), seguendo anche un ritmo lento e raccolto, il movimento degli arti (alzare le braccia, protenderle in avanti, abbracciare, dare la mano, battere le mani...) indicano altrettanti messaggi che vengono comunicati dal diverso atteggiamento del corpo.
Riconquistare il nostro corpo è una esigenza che si impone per ricomporre in unità la persona umana e testimonia la riscoperta di accogliere in maniera diversa tutto se stessi.

Elementi visivi

Nella celebrazione eucaristica ci sono molti elementi visivi, ai quali si deve dare grande importanza per i ragazzi. Questo vale soprattutto per certi elementi visivi particolari legati allo svolgimento dell'anno liturgico come la diversità dei colori e degli ornamenti liturgici, la processione aperta dalla croce e la sua adorazione, il cero pasquale e le candele che sono un richiamo continuo alla luce di Cristo.
Oltre a questi elementi visivi connessi con la celebrazione e con il tempo e il luogo in cui essa si svolge, è opportuno introdurre altri segni visivi che consentano ai ragazzi di cogliere con lo sguardo i fatti meravigliosi compiuti dal Signore nella creazione e nella redenzione: in questo modo anche ciò che si guarda e si ammira può richiamare e sostenere la preghiera.
La liturgia non deve mai apparire come qualcosa di staccato dalla vita, arido e scarno e soltanto pertinente alla mente e all'intelligenza.
Per lo stesso motivo può essere utile anche l'uso di immagini e disegni preparati dagli stessi partecipanti, per esempio, per illustrare l'omelia, per esprimere visivamente le intenzioni di preghiera, per suggerire la riflessione e la meditazione.
«Per celebrare con verità, tutto l'uomo deve entrare nella celebrazione: corporeità, affettività, intelligenza e volontà, poiché è tutto l'uomo che viene visitato nell'assemblea comunitaria da Cristo risorto». Bisogna saper mettere a profitto tutti i contributi provenienti dalle scienze umane per una sempre più precisa e corretta comprensione del linguaggio culturale: linguaggio essenzialmente simbolico e dunque umano.
Si esige una conversione al progetto e allo stile di Dio che ha voluto attuare e comunicare la sua salvezza attraverso il «sacramento» delle cose più comuni (acqua, pane e vino...) e delle azioni più quotidiane (incontrarsi, fare gruppo, crescere nell'amicizia e nella solidarietà, considerarsi in famiglia, rivolgersi al Signore e chiamarlo Padre...).
«Tutto ciò di cui l'uomo si serve per esprimere fede, fiducia e disperazione, gioia e pianto, vita e morte, speranza e paura, tutto è diventato 'carne' dell'eterna Parola di Dio e tutto è stato abilitato a dare espressione all'inesprimibile». Per questo ci si impegna «a non respingere nessuna delle nuove forme nelle quali l'uomo contemporaneo ama esprimere la comprensione che egli ha di se stesso, del mondo in cui vive e della fede che professa».

UNA ESIGENZA DI CORRESPONSABILITÀ

Nella comunità dell'oratorio, per raggiungere gli obiettivi educativi, è necessario evidenziare alcuni ruoli e funzioni di fondamentale importanza per garantire la vita dell'ambiente e la crescita dei giovani.

Il responsabile «direttore» dell'oratorio, dell'ambiente educativo

- Conosce tutte le risorse che la tradizione mette a disposizione per far crescere in modo completo i ragazzi e i giovani che frequentano e anche quelli che non frequentano sistematicamente o restano ai margini con qualche contatto sporadico;
- facilita la nascita e la crescita di tutti i gruppi associativi che si mettono a disposizione dei ragazzi e dei giovani: servono i giovani e non si servono dei giovani;
- coordina le varie proposte educative delle associazioni e dei gruppi «informali» e cura l'armonizzazione e l'integrazione tra i vari momenti di promozione umana (gioco, turismo, cultura, teatro, musica...) di evangelizzazione e catechesi (incontri, ricerche, studio...), di celebrazione liturgica (ministranti, coro, cantori...) e di impegno caritativo e missionario (gruppi di volontariato...)

I responsabili «animatori» delle proposte associative

- Crescono in maniera completa e armonica, utilizzando adeguatamente per sé tutte le risorse dell'ambiente educativo-pastorale in cui vivono, coscienti che sono risposte parziali ai loro bisogni;
- fanno parte attiva e consapevole della comunità educativa, i cui componenti sono animati dalla stessa passione educativa;
- hanno momenti di formazione comune «insieme» per superare essi stessi la pastorale delle molte iniziative non collegate fra loro e per creare una comunione operativa attorno alle grandi finalità e allo stile del nostro agire e per far convergere interventi e persone su determinati obiettivi concordati e condivisi;
- sono coscienti di avere una propria identità progettuale e di essere «una» voce all'interno di un complesso educativo e pastorale;
- sono capaci di cogliere con diligenza gli elementi positivi di ogni persona e di ogni proposta; sono capaci di accogliere con amore le intuizioni più significative degli altri gruppi e proposte, senza pregiudizi e senza presunzioni;
- sono disponibili a collaborare «perché il vero e il bello maturi ovunque e da chiunque proposto».
Per facilitare il raggiungimento di questi obiettivi è necessario vivere esperienze di formazione (incontri, giornate, campi scuola) insieme, che con un programma armonico garantiscono, prima di tutto, i contenuti di formazione di base comune, quasi una «carta di identità carismatica». Altri interventi devono assicurare i contenuti di qualificazione per il servizio «specifici» di ogni settore di attività, quasi una indicazione di «contrassegni» e competenze particolari.

I responsabili animatori dei singoli gruppi e associazioni

- Fanno proprio il patrimonio di idee e prospettive comuni alle associazioni, che in fondo sono ciò che amano i giovani, a cui si risponde con ciò che amiamo noi;
- conoscono sempre più gli elementi fondamentali e specifici della proposta formativa, di cui sono direttamente responsabili;
- acquistano competenza adeguata al ruolo e alla funzione esercitata;
- si aggiornano continuamente per essere sempre pronti a rispondere alle istanze e alle attese dei ragazzi e dei giovani.

Conclusione: un puzzle da costruire

Sogniamo educatori che abbiano imparato ad esprimersi con varietà di modalità, sappiano «parlare» correntemente più linguaggi, riescano così a capire un maggior numero di ragazzi e giovani e che abbiano il coraggio e la coerenza di dire alcuni «no!» e un «sì».
L'ambiente oratoriano, che vuole essere una «casa» che accoglie ogni interesse dei giovani e un ambiente di educazione e di evangelizzazione che intende rispondere ai loro bisogni di crescita, può essere immaginato come un puzzle, in cui ogni tassello di colore diverso rappresenta i vari settori di attività: gioco, sport, turismo; cultura, musica, teatro; catechesi, liturgia, servizio; ruoli, gruppi vocazioni.
Dall'insieme emerge l'identikit del cristiano. Togliere anche un solo tassello dal puzzle significa alterare e rovinare l'ambiente educativo e non far apparire il volto cristiano.
Lo stesso fallimento educativo risulta se si cura un solo elemento.
Quindi ecco alcuni «NO!», da tener presenti, e un «SI!», da pronunciare con decisione:
- «NO!» a un progetto senza gioco, sport, turismo;
- «NO!» a un progetto senza cultura, musica, teatro;
- «NO!» a un progetto senza catechesi, liturgia, servizio;
- «NO!» a un progetto senza ruoli, gruppi, vocazioni;
- «NO!» a un progetto con solo gioco, sport, turismo;
- «NO!» a un progetto con solo cultura, musica, teatro;
- «NO!» a un progetto con solo catechesi, liturgia, servizio;
- «NO!» a un progetto con solo ruoli, gruppi, vocazioni;
- «SI!» a un progetto che contempli e valorizzi tutte le risorse a disposizione per essere un ambiente educativo completo e armonico in tutti i suoi elementi costitutivi e un volto simpatico, che risponda in modo adeguato e competente a ogni domanda e attesa dei giovani.

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