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Tra solidarietà e libertà

 

Riccardo Tonelli

(NPG 95-8-52)

 

 

La comunità ecclesiale ha la gioia e la responsabilità di annunciare la morte e la resurrezione del Signore Gesù. Questo è il dato indiscutibile da cui parte ogni progetto di rinnovamento pastorale. Non possiamo immaginare scelte diverse, anche quando siamo premuti alle corde da mille altre preoccupazioni.

Mi sembra un'altra la questione su cui è necessario riflettere.

Parliamo di Dio in parole d'uomo, come Dio stesso ha fatto per essere parola per l'uomo (DV 13).

Non poche volte abbiamo utilizzato categorie antropologiche discriminanti e oppressive.

Dio ha assunto così il volto del signorotto rinascimentale, tutto proteso a difendere i suoi diritti. E' diventato lontano e impassibile, sprofondato nella sua gloria, insensibile al rumore della lotta e della morte. Svela la sua verità ad alcuni particolarmente fortunati, affidando loro un potere discriminante sulle parole degli uomini. Sembra che si lasci commuovere solo dai sacrifici e dalle rinunce, fino ad accettare prezzi durissimi per accondiscendere benignamente. Si sbizzarrisce a giudicare e a punire, con lo stile bizzoso che tante volte i fatti lasciano intravedere.

Gesù ha rivelato un volto di Dio molto diverso. Il Dio, che chiama suo Padre, è il Dio della vita, disposto a morire perché tutti abbiano vita, quella vera e abbondante che sognano. Si schiera dalla parte della vita, senza essere pregato, per far passare tutti da morte a vita.

In un mondo minacciato come è il nostro, come proclamare ancora la bella notizia del suo nome per la salvezza di tutti? Come farlo, restando nel concreto del quotidiano, dove s'alza il grido della disperazione e della morte? Dobbiamo forse imparare a tacere, collocando magari la nostra speranza fuori dalla vita e dalla storia?

Questo interrogativo è tanto inquietante che mi piace considerarlo una sfida per ogni comunità ecclesiale.

 

 

LA PROSPETTIVA

                                                                                  

Ogni tanto, nelle comunità ecclesiali ci si imbarca in lunghe discussioni per sapere cosa viene prima e cosa viene dopo nel difficile rapporto tra evangelizzazione e promozione umana, tra educazione in senso stretto ed educazione alla fede. Ho l'impressione che la discussione teorica su queste questioni abbia distratto ormai troppo la nostra azione pastorale.

L'evangelo può risuonare come «buona notizia» solo quando qualcuno è alla ricerca di senso per la sua esistenza. Lì Gesù ha qualcosa di originale da dire. Non sto affermando che questo sia il primo problema nella gerarchia dell'esistenza concreta di una persona. Chi è deprivato della possibilità fisica di vita, non ha questioni sul senso, ma sull'esistenza. A lui non basta trovare, un perché alla vita: ha diritto d'essere restituito alla possibilità di vita.

Questo è un impegno e una responsabilità comune ad ogni uomo appassionato per la vita. Su questo terreno comune, però, la fede in Gesù Cristo e l'impegno di evangelizzazione hanno un loro ambito specifico.

La comunità ecclesiale annuncia Gesù di Nazareth con forza e con coraggio, facendo camminare gli zoppi e restituendo la vista ai ciechi. Essa fa un annuncio, che è di senso e di speranza contro la morte. Dice parole che fanno tornare la salute nelle gambe rattrappite del paralitico e negli occhi spenti del cieco. Essa annuncia che Gesù è il Signore e non c'è altro nome in cui essere pieni di vita, restituendo la possibilità d'essere nella vita a tutti coloro che ne sono stati deprivati.

Lo fa con tanta competenza e serietà, perché si riconosce «serva» d'esigenze impegnative. Per questo sente il dovere di concretizzare e differenziare il suo servizio.

Chiama per nome le diverse situazioni di morte contro cui intende lottare.

Questi sono i problemi «veri» che inquietano le comunità ecclesiali impegnate nell'evangelizzazione.

Per decifrare i problemi veri da quelli falsi non basta rifarsi a coloro che stanno vicino a noi, né è sufficiente ascoltare coloro che interpretiamo con quel po' di presunzione che nasce dall'amore. Il referente non può che essere costituito dalla categoria «tutti». Chi dice «tutti», dice un dato serio: vuol dire la gente che vive nelle nostre città, che prende l'autobus il mattino, costretta a svegliarsi alle prime luci per riuscire a salire e arrivare a ,tempo al lavoro, che s'affanna e spera, con mille progetti in testa.

La comunità ecclesiale italiana ha ricordato che, per misurarsi davvero con tutti, dobbiamo ripartire dal confronto con gli ultimi, i più poveri, quelli che stanno ai margini per mille e differenti ragioni.

A partire dagli ultimi e dalle loro inquietudini, molte prospettive cambiano.

Ci si accorge che alcuni dei problemi che ci sentiamo premere addosso sono solo falsi problemi: o ce li siamo proprio inventati, forse per eccesso di zelo, oppure rappresentano qualcosa che non ha radici solide, o qualcosa che riguarda soltanto una fetta di gente, alle prese con i propri problemi per non accorgersi di quelli gravissimi che attraversano l'esistenza dei più.

Lo so che in molte comunità ecclesiali le cose non vanno proprio in questa direzione. C'è ancora tanto genericismo, moralismo, il tentativo di fare di ogni erba un fascio, la vecchia pretesa di dividere i compiti e le competenze... Ma non tutto è così. Chi si guarda d'attorno con sguardo raffinato, incontra mille segnali di un futuro che sta già diventando esperienza nell'oggi.

 

 

UN ORIZZONTE CONCRETO

 

La prospettiva appena delineata aiuta a decidere un modo concreto di impegnarsi per l'evangelizzazione. La parola dell'evangelizzazione, esigente e inquietante, non è pronunciata in modo duro, sicuro, autoritario, solo a partire dalla pretesa che le cose dette sono «vere». Essa nasce e sostiene un'esperienza di profonda, insperata «accoglienza». In questo modo di fare continua la prassi di Gesù, come ricorda bene questa bella citazione: «(Gesù) diventa amico dei pubblicani e dei peccatori nella sua gioia per la libertà comune: il futuro di Dio. Ma quando la buona società lo chiama amico dei peccatori e dei pubblicani', vuole soltanto denunciarlo e comprometterlo. Secondo la legge che regola questa società, essa identifica gli uomini con i loro errori, e così parla di peccatori. Essa identifica gli uomini con le loro professioni, e così parla di pubblicani. Essa identifica gli uomini con le loro malattie, e così parla di lebbrosi e di minorati. Attraverso questa società parla la legge, che inchioda sempre gli uomini ai loro errori.

Gesù, invece, in quanto Figlio dell'uomo, libero da questa legge disumana, diventa amico degli uomini peccatori e malati. Rimettendo i loro peccati, restituisce loro la dignità di uomini. Accogliendo i lebbrosi, li guarisce. Così diventa loro amico nel senso vero della parola» (J. Moltmann).

Cosa significa tutto questo nel concreto della prassi attuale?

Lo dico immaginando tre atteggiamenti che considero come una «parola» concreta pronunciata dalla comunità ecclesiale per dire forte chi è Dio e quale è la sua passione per la nostra vita: L'atteggiamento verso le cose (la solidarietà), verso la legge (la libertà), verso la denuncia (il perdono).

Questo stile di vita non è tutta l'evangelizzazione. La comunità ecclesiale è chiamata a ritrovare il coraggio di fare proposte serie e impegnative. Sente la responsabilità di porre davanti a tutti le esigenze radicali della verità di Gesù. Questi atteggiamenti rendono però credibile e significativo (in qualche modo, autentico e vero) il resto dell'annuncio.

 

Alla ricerca della solidarietà perduta

 

Un punto di scontro tra la logica del Vangelo e quella dominante, è dato da una esperienza spessa sottolineata: la solidarietà.

Per molto tempo è stato il cavallo di battaglia del mondo cattolico. La rifiutava con forza la cultura liberistica, in nome di una presunta sacralità delle leggi economiche. La guardava con sospetto anche il mondo marxista, perché temeva servisse come copertura dei conflitti sociali.

Qualche volta però veniva vissuta come privazione volontaria e ingiustificata delle cose per motivi religiosi o, peggio, come consegna del superfluo a chi era privo del necessario.

La dobbiamo riscoprire tutti in uno sforzo di autenticità.

Per noi il riferimento normativo è a Gesù. In lui la povertà non è fine a se stessa, ma rivelazione di amore: condivisione che si esprime nel dono.

Questa è la solidarietà da recuperare e da realizzare, inventando modalità ed espressioni. Delle cose abbiamo il diritto di essere signori. Ci sono state affidate dall'amore di Dio creatore. Sono per la felicità di tutti.

Abbiamo il diritto di possederle. Il problema grave è un altro: cosa significa possedere?

I modelli culturali dominanti ci suggeriscono una figura di possesso che è legata all'avere, al tener stretto, al difendere con i denti. Più cose abbiamo e più riusciamo a stringerle forte, strappandole magari ai più deboli, e più siamo vivi. La logica evangelica è molto diversa. Siamo invitati a proclamarla forte con coraggio, a porla davanti al nostro sguardo per ispirare ad essa le nostre scelte e le nostre decisioni.

Perdere per condividere diventa la condizione per assicurare più intensamente il possesso. Distacco vuol dire perciò consapevolezza crescente di una solidarietà che diventa responsabilità.

Le cose sono per la vita di tutti. Quello che possediamo, ci appartiene. Ma tutti hanno il diritto di chiederci conto del suo uso. Solo in una condivisione che permette a tutti il diritto al possesso, possiamo davvero esprimere la nostra signoria sulle cose.

Per questo, la solidarietà nasce e si manifesta nella responsabilità: è risposta ad un diritto di tutti sulle cose di ciascuno. Tre dimensioni si intersecano in questa costatazione.

La faccenda è prima di tutto di giustizia: di uso corretto dei beni.

La solidarietà autentica non può limitarsi al piano della giustizia. La assume e nello stesso tempo la trascende. Diventa carità. La carità porta alla rinuncia persino del proprio diritto in un dono che fa vivere l'altro nella piena disponibilità a perdere tutto, persino la vita, per assicurarla per tutti.

Giustizia e carità sono praticabili quando sono poste in essere le condizioni che ne permettano un esercizio reale verso tutti, soprattutto nei confronti di coloro a cui questo diritto è stato più violentemente sottratto.

Per questo la solidarietà ha sempre una risonanza direttamente politica: parte dalla denuncia e arriva alla costruzione di alternative coraggiose.

 

A proposito di legalità: tra legge e istituzioni...

 

A garanzia di un corretto rapporto verso le cose la nostra cultura pone la legge e le istituzioni che la esprimono e la garantiscono.

Le istituzioni e le leggi che le regolano hanno il compito di guidarci nell'amore. Ma spesso schiacciano l'amore. La legge viene disattesa o piegata verso il favore di qualche persona o di qualche gruppo. L'istituzione diventa impersonale e ossessiva e serve solo a ratificare il sopruso acquisito. Purtroppo lo costatiamo tutti i giorni. La reazione è quella spontanea: siamo in un tempo di profonda e diffusa sfiducia verso la legge, che scatena una larga crisi di legalità.

Certo dobbiamo trovare un rimedio.

Il problema non è prima di tutto di metodo. Ho l'impressione Che riguardi maggiormente la sostanza delle cose: in che direzione impegnarci?

Qualcuno vuole leggi sicure e punizioni ferree per i trasgressori. Spesso anche le istituzioni educative si buttano nella stessa logica.

La logica sembra giustificatissima.

In fondo, fanno tutti così...       

Anche in questo ambito non basta richiamarsi al Vangelo per sapere cosa fare in concreto. Il riferimento a Gesù e al suo messaggio offrono però un punto decisivo di ispirazione.

Mi piace meditare una pagina del Vangelo che potrebbe essere intitolata proprio: Gesù e la legalità.

«Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore» (Lc 2, 22-24).

La ragione di tutte le azioni (la presentazione di Gesù al tempio e l'offerta della coppia di tortore) è motivata da una ragione molto precisa: la prescrizione della Legge del Signore. La Legge è la manifestazione di Dio al suo popolo, per regolare la sua condotta. Gesù si sottopone a questa Legge e la porta a compimento, riconoscendo ad essa la funzione irrinunciabile di regolare il rapporto tra Dio e l'uomo e tra l'uomo e gli altri uomini.

Gesù, diventato adulto, suggerisce però un atteggiamento specialissimo nei confronti della Legge: «Guai a voi, ipocriti, che pagate le tasse sulla menta e sul cumino e trascurate l'essenziale della Legge: la misericordia, la giustizia, la fedeltà». Gesù si sottopone alla Legge, ma si oppone fortemente al legalismo.

Per questo raccomanda l'osservanza delle leggi fino ai particolari più piccoli: una virgola o un accento trasgredito bastano per finir male (Mt 5, 17-19). E poi... quando c'è di mezzo la vita, infrange una delle leggi più sacre: quella del sabato. con estrema tranquillità disposto a scatenare reazioni dure da parte dei suoi nemici (Gv 5, 1-18).

Alla fine viene condannato a morte come trasgressore della Legge, lui che si era impegnato per la sua vera osservanza, contro ogni forma di legalismo della Legge.

La sua vita ci insegna qualcosa di serio e urgente: L'orizzonte dentro cui pensare e progettare con la fatica quotidiana di chi sa utilizzare scienza e sapienza.

La Legge è una sola: dare vita dove c'è morte, perdendo la propria perché tutti possiamo averne piena e abbondante.

Questo va gridato come esito della scelta di vita che porta a confessare che solo Gesù è il Signore. Le altre leggi tutte, anche se a livelli diversi  sono importanti. Spesso rappresentano la via obbligata per far nascere vita. Qualche volta le esigenze della vita sono tali da costringerci alla libertà della trasgressione. Sempre, sono così urgenti da sollecitare a trapassare l'osservanza della legge: fino, veramente, a dare la vita.

 

Il perdono per vincere la morte

 

Ogni giorno facciamo i conti con mille situazioni in cui sembra che la malvagità trionfi indiscussa. Il cristiano non chiude gli occhi, rassegnato e pauroso. Al contrario, la forza profetica del Vangelo e la «memoria pericolosa» del suo Signore lo sollecitano a denunciare tutto ciò che distrugge l'uomo, la sua vita e la sua speranza, con estrema lucidità. Non si accontenta di parole. Alla scuola di Gesù lotta per costruire qualcosa di nuovo, con il coraggio e una temerarietà che qualche volta porta persino alla morte. Denuncia e lotta li condivide con tanti amici che amano la vita come lui con intensa passione, anche se non riconoscono il nome di Gesù. In questa compagnia lo stile di azione del cristiano è però tanto speciale che spesso egli si trova costretto a prendere le distanze anche da coloro che, in fondo, cercano gli stessi obiettivi.

Gesù infatti ci suggerisce un modo tutto originale di lottare per la pace e la giustizia: il perdono.

Il perdono non è il gesto sciocco di chi chiude gli occhi di fronte al male per il timore di restarne troppo coinvolto o quello pericoloso di chi giustifica tutto, per rimandare la resa dei conti ai tempi che verranno. Il perdono è l'avventura della croce di Gesù: il gesto, lucido e coraggioso, che denuncia il male, lotta per il suo superamento, riconoscendo nella speranza che la croce è vittoria sicura della vita sulla morte. Per il cristiano è un gesto di profonda lucidità, un gesto che vuole spezzare l'incantesimo del male, rompendone la logica ferrea.

Per questo, la via del perdono va davvero alla radice della nostra esistenza.

Un po' alla volta, si è fatta strada la convinzione terribile di doverci difendere dagli altri, riconosciuti come nemici minacciosi per la nostra esistenza. Siamo persino arrivati a costatare il dovere di rimettere le cose a posto, nel nome della giustizia, infliggendo ai colpevoli un castigo che li faccia soffrire almeno quanto essi hanno causato di sofferenze agli altri.

La logica è vecchia come il mondo. Gesù reagisce duramente contro questo modo di fare: nel nome della misericordia di Dio.

Risponde con parole buone a chi lo prende a schiaffi, con la speranza di far piacere al potente di turno: «Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: Così rispondi al sommo sacerdote? Gli rispose Gesù: Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? (Gv 18, 21-23).

Rinuncia ai mezzi forti di cui potrebbe tranquillamente disporre, per lasciarsi incatenare, come supremo gesto di amore: «Non sai che potrei chiedere aiuto al Padre mio e subito mi manderebbe più di dodici migliaia di angeli?» (Mt 26,53).

Gesù ci invita ad una decisione coraggiosa: smettere una buona  volta di rinfacciarci reciprocamente le colpe per sperimentare la gioia dell'incontro. Ci chiede di mettere al posto del nostro diritto una solidarietà esagerata: la disponibilità a regalare il mantello quando qualcuno ce lo chiede in prestito e a fare due chilometri in compagnia di chi ci chiede di farne uno con lui (cf Mt 5, 41-42).

Questo suggerimento non è condizionato ad un tot di volte, raggiunto il quale si può tornare tranquillamente alle vecchie logiche: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», dice Gesù a Pietro che gli chiede fino a che punto il discepolo deve essere disposto a perdonare (Mt 18, 21-22).

Una pagina del Vangelo va meditata, anche perché sembra contraddire, almeno in parte, a queste affermazioni. Dio ci invita al perdono... ma poi, di fronte alla malvagità, cessa di essere comprensivo con noi?

«Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18, 23-35).

Questa storia va letta bene... per scoprire che veramente Gesù non ha mai rinunciato a proporre il perdono come unico modo di resistere al malvagio.

Leggiamo dal positivo questa pagina che ci rivela il mistero di Dio e della nostra esistenza. Così è più facile scoprire il messaggio che essa ci lancia.

Gesù ci ricorda che viviamo grazie alla bontà di Dio. Purtroppo però è facile dimenticarsene e continuare a comportarci come se questo segreto della nostra esistenza non ci fosse stato rivelato.

Facendo così, non permettiamo a Dio di circondarci della sua bontà accogliente e misericordiosa: lo costringiamo a non essere comprensivo nei nostri riguardi.

Questo è quello che stava a cuore a Gesù: più di tutto e sopra ogni cosa. Mette in ridicolo la preoccupazione per le ricchezze (Mc 10, 17-27); trascura di giudicare le opinioni sulle contese politiche (Mc 10, 42); non si preoccupa affatto del potere, del denaro, del prestigio (Mc 12,38-40).

Ma predica con parole ardite il perdono: l'unico rimedio contro l'odio, il sospetto, la paura, il sopruso. Le sue parole scatenano la rabbia dei suoi nemici: con la proposta del perdono, egli distrugge tutto questo che appariva sicuro e consolidato nella normale situazione culturale, religiosa e politica.

Anche noi, come Gesù, attraverso il perdono, mostriamo con i fatti la forza dell'amore, che vince anche la morte.

 

 

TESTIMONI Dl SPERANZA

 

La realizzazione di compiti tanto impegnativi provoca tutti coloro che confessano Gesù come il Signore e vogliono far risuonare con forza il suo nome. Purtroppo, però, è tanto facile dimenticarselo, riportando l'evangelizzazione ad un vuoto rincorrersi di parole o, peggio, in una riproposta di quei modelli antropologici e teologici di cui denunciavo il limite, aprendo l'articolo.

Ci vuole qualcuno che si metta in frontiera, con coraggio e radicalità. Per questo, nella Chiesa ci sono persone generose, che realizzano una vocazione speciale. Non si può fare un catalogo ufficiale di queste persone speciali, come si fa nella nostra società con gli albi professionali. Sei un medico e hai diritto di esercitare la professione medica... perché ne hai il titolo e sei iscritto all'albo. Lo stesso non vale per chi si colloca in frontiera sull'impegno per la vita. Non si può dire: tu sì; tu no.

Al contrario, chi ci sta, chi ne ha voglia, chi ne sente la vocazione... ce la mette tutta e si colloca in frontiera.

Certo, alcune vocazioni sono dense di una responsabilità tutta particolare in questa logica. Le persone che fanno una scelta di vita non sono brave perché fanno questo mestiere; al contrario, devono esserlo, proprio per la decisione presa.

Queste persone sono, per esempio, gli educatori, gli animatori dei gruppi giovanili, gli obiettori di coscienza in servizio civile, i catechisti, i volontari in servizio attivo e, con una radicalità specialissima, coloro che hanno accolto il misterioso invito di Gesù a seguirlo fino in fondo: i sacerdoti e i religiosi.

Una cosa va detta forte, per contestare un luogo comune purtroppo diffuso.

Nella nostra cultura, appena scopriamo qualche motivo di diversità, incominciamo immediatamente a fare delle classifiche. Se uno è diverso dall'altro per qualche motivo, subito lo consideriamo il primo o il secondo della classe. Pensare così a proposito di queste vocazioni speciali... sarebbe terribile. Introduce la logica di morte, quella delle classifiche e delle differenze, nel cuore del servizio alla vita.

Le categorie nuove non le abbiamo ancora ben chiare. Forse è per questo che spunta spesso la tentazione di usare quelle vecchie. Qualche volta, poi, fanno comodo proprio a coloro per cui sono utilizzate. Sembra quasi che ci vadano felici e ci tengano un pochino.

Mi piace invece considerare queste persone come una manifestazione speciale di quello che ciascuno è chiamato a realizzare. Sono una specie di manifestazione sacramentale, nella Chiesa e come è la Chiesa, del progetto di salvezza di Dio e della logica con cui Gesù lo sta realizzando. Queste persone non sono dunque degli esseri un po' strani, piovuti da un altro pianeta, impegnati a compiere gesti che non hanno né capo né coda. E' vero proprio il contrario; o almeno dovrebbe esserlo.

Essi sono uomini e donne del presente, uguali in tutto a tutti gli altri uomini. Si ancorano nel passato per proclamare le meraviglie di Dio per il suo popolo. E si lanciano verso il futuro, anticipandolo nei piccoli segni di vita quotidiana, per attestare la radice della nostra speranza.

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