Mario Delpiano

(NPG 1995-08-29)


FORMAZIONE: Dl CHl? DIVERSI LIVELLI E DIFFERENTI SOGGETTI-DESTINATARI

L'analisi che il presente lavoro offre, esprime la riflessione intorno ad una esperienza ben delimitata: quella sviluppatasi a partire dalle comunità educative dei salesiani, dove un sempre maggior numero di giovani esprime la scelta dell'obiezione di coscienza e per il servizio civile alternativo a quello militare.
Rappresenta perciò uno spaccato di un microcosmo che però, credo, è in grado di rivelare elementi e problematiche che accomunano un po' tutto il vasto mondo dei giovani in servizio civile a livello italiano.
Il problema della formazione all'obiezione di coscienza e al servizio civile è un problema che si riferisce a «soggetti in formazione» assai differenti e non riguarda solamente i giovani che possono essere sensibilizzati e quelli che scelgono l'obiezione e il servizio civile.
È un problema globale, di elaborazione di una «cultura d'ambiente» entro cui si collocano, anche nel periodo di servizio, soggetti in formazione continuata assai differenti.
In tal senso va considerato il problema dei «destinatari» della formazione con un'articolazione a quattro livelli.
Il primo livello riguarda la formazione dei formatori. A questo livello cominciano a sorgere iniziative concordate e linee di progetti comuni. L'urgenza del problema e di una progettualità è ormai condivisa e porta i primi frutti.
Il secondo livello è quello della formazione dei responsabili della gestione, sia a livello dell'Ente di Servizio Civile, sia a livello della gestione locale dei giovani obiettori in servizio.
Finora si è affrontato il problema confidando esclusivamente in una qualche «grazia dello stato», oltre che nella libera iniziativa di autoformazione e di responsabilizzazione dei singoli. Dunque in termini individualistici e non di cultura comunitaria della pace da condividere e tutta da inventare.
Il terzo livello riguarda la formazione dei giovani che scelgono tramite l'obiezione di coscienza il servizio civile: essa può essere qualificata, promossa e garantita attraverso delle «Linee per un piano di formazione per gli obiettori» che svolgono il servizio dei nostri Enti e tradursi in progetti mirati in situazione.
Il quarto livello della formazione si identifica nella «sensibilizzazione e acculturazione» della comunità o del gruppo, o dell'istituzione, educativa o non, che accoglie gli obiettori per il servizio. Questo livello formativo rappresenta il «contesto ambientale-culturale-progettuale-comunitario» entro il quale soltanto è immaginabile il servizio degli obiettori, affinché la loro non diventi una «presenza da marziani» e non si riduca a mera strumentalizzazione di persone e di coscienze.
A questo livello infatti si pone anzitutto il problema della capacità di accoglienza di una «diversità culturale» (obiezione di coscienza al servizio armato dello Stato e scelta nonviolenta di un servizio civile «pubblico») che non può essere data come pacificamente recepita e valorizzata, quasi risultasse cultura di maggioranza nella comunità civile, ecclesiale o educativa.
La scelta dell'obiettore viene generalmente vissuta e sentita ancora come un atto «deviante, perché trasgressivo» rispetto alla logica e al buon senso comune, anche e a volte soprattutto nelle comunità più marcatamente istituzionalizzate; in esse infatti lo spazio per il riconoscimento del «diritto di obiezione» risulta nemmeno poi così tanto considerato quale valore, cioè espressione della trascendenza del soggetto e del primato della coscienza sulla legge e sulla istituzione, in nome della vita.
Al riguardo si registra l'urgenza di attivare un'opera di sensibilizzazione che sia una vera e propria inculturazione della comunità sociale, e di quella educativa in particolare, alla non-violenza e alla pace.
Senza un'opera di sensibilizzazione verso questi nuovi valori, veri e propri «segni dei tempi», la comunità sociale rischia di stabilire un rapporto solo strumentale e funzionale con gli obiettori di coscienza, senza minimamente lasciarsi interpellare nella propria coscienza etica dalla scelta profetica della non-violenza, in vista di un vero e proprio cambiamento in qualità dell'educazione e della cultura che circola negli ambienti educativi.
Questo compito di formazione diffusa deve poter trovare oggi dei diffusori e dei moltiplicatori.

QUALE FORMAZIONE E A CHE COSA? LE COORDINATE PER UN MODELLO

Interessarsi e lavorare per la formazione implica anzitutto un chiarimento intorno a ciò che essa sia, a come essa venga intesa e al come possa essere progettata.
Ciò implica la capacità di orientarsi nel pluralismo dei modelli circolanti e la scelta motivata di un modello.
Richiamiamo qui alcune scelte di fondo, quasi delle coordinate, che guidano la nostra collocazione e gli orientamenti conseguenti anche di tipo operativo.

Un modello di formazione tra identità e competenza professionalizzante

Un primo nodo da affrontare nella definizione di un modello di formazione riguarda il modo di pensare il rapporto tra formazione del giovane (formazione dell'identità personale, sociale e culturale), formazione all'obiezione e formazione al servizio civile; è in base alla soluzione di questo nodo che si può ricuperare correttamente il senso della formazione degli obiettori. Dalle diverse esperienze in corso si registra l'urgenza di chiarire anzitutto come viene pensata la formazione degli obiettori.
Per riassumere e riordinare la pluralità circolante delle posizioni, le abbiamo ricondotte a due ben distinti modelli.
* Il primo modello considera come prioritario e predominante il servizio civile e la scelta dell'obiezione. Esso considera l'obiettore come un destinatario di competenze specifiche, più o meno ben delimitate, e a tal fine ricomprende la formazione del giovane obiettore «in funzione del servizio civile» che deve essere in grado di svolgere. Il modello tende ad accentuare la preoccupazione di far acquisire al giovane una serie di competenze che giustifichino la sua scelta e militanza (ragioni di coscienza) di «obiettore» e il tradursi di essa in un «servizio obbligatorio e qualificato» verso la società civile (nell'analisi da me condotta, il caso del «servizio educativo-preventivo»).
* Un secondo modello assegna invece la priorità al fatto che l'obiettore in quanto giovane è in formazione (autoformazione) in una situazione sociale particolarmente stimolante e produttiva per l'identità; in questa prospettiva si concepisce la formazione come «formazione dell'identità del giovane» che fa obiezione attraverso il servizio civile. Questo modello di formazione si qualifica attraverso l'educativo: riconosce che l'obiettore è anzitutto un giovane che «si forma» (forma la propria identità personale, sociale, culturale e di credente, come identità aperta alla responsabilità verso l'altro) e questa autoformazione si compie proprio attraverso la scelta dell'obiezione e del servizio civile.
In questo modello l'obiezione di coscienza e il servizio civile rappresentano soprattutto due ambiti di risorse formative e non due fini prioritari, anche se esse offrono al giovane la possibilità di ripensare il contenuto della propria autoformazione (l'identità personale) dentro nuovi contenuti di valore (identità sociale e culturale).
In base alla scelta del modello cambia dunque, e non soltanto di poco, il modo globale di pensare la formazione dell'obiettore (costituisce perciò un punto di diversificazione dei progetti) sia prima che durante il servizio.
Questo secondo modello appare maggiormente in sintonia e continuità con quelle tradizioni che fanno dell'educativo il perno centrale attorno a cui far ruotare le diverse risorse del sistema sociale e culturale. In questa linea si riconosce e viene affermata la centralità del soggetto e del compito dell'identità come prioritario rispetto ad ogni preoccupazione funzionale ed efficientista.

Un modello di formazione che connetta prassi e riflessione teorica

C'è un secondo nodo da affrontare che riguarda il modo di pensare la formazione oggi: è in particolare il modo di risolvere il rapporto tra teoria e prassi, tra formazione teorica e esperienza sul campo, tra agire-operare ed apprendimento da e intorno ad esso.
È quello che chiamiamo, nel gergo dell'animazione, «imparare ad apprendere dall'esperienza».
La domanda sottostante può essere così formulata: quale è il luogo della formazione per l'obiettore?
Il modello della circolarità ermeneutica (che abbiamo finora proposto e condiviso) ci induce a pensare «l'esperienza di servizio da obiettore» come il luogo (spazio-tempo-evento) vero della formazione, il tirocinio di vita in cui si apprende dalla vita che «dà a pensare» su di essa, per acquisire consapevolmente i cambiamenti che essa sollecita.
Questo è il modello formativo, che sta alla base della formazione in animazione, e che noi assumiamo per la formazione degli obiettori.
Esso ci permette di:
- non sopravvalutare puntando esclusivamente su di esso, ma piuttosto ridimensionandolo, il momento teorico riflessivo della formazione e così allontanare il rischio di ridurre la formazione a costituzione di saperi informativi o comportamentali;
- non separare la formazione dalla vita e dall'esperienza reale dell'obiettore (esattamente agli antipodi del modello di formazione cui sono massicciamente sottoposti i giovani di oggi).

I diversi momenti della formazione

Da tutto questo possiamo allora immaginare momenti diversi e specifici di formazione attraverso l'esperienza, quali:
- la formazione permanente continuativa in tutta l'esperienza di servizio civile del giovane. Essa ha la funzione di assicurare al giovane obiettore la possibilità di apprendere e di cambiare (attraverso l'esperienza di servizio che svolge) a condizione che si attivi un processo di riflessione e di categorizzazione su «quello che si fa», sul «perché lo si fa», sul «per che scopo lo si fa» e sul «come lo si fa»;
- un periodo di tirocinio di pre-servizio avente una funzione prevalente di tipo auto-orientativo ed esplorativo: in essa l'obiettore si sperimenta e si orienta nell'area vocazionale e nell'approfondimento delle motivazioni che lo spingono alla scelta dell'obiezione e al suo tradursi in servizio civile. In questo momento particolare il giovane viene a conoscenza dell'ambiente educativo, delle sue note qualificanti la sua specifica offerta educativa. In questi processi trovano invece difficile inserimento gli obiettori precettati d'ufficio, perché vengono ad inserirsi a metà percorso; bisognerà comunque garantire loro qualcosa di equivalente che permetta loro di recuperare le fasi precedenti;
- momenti intensivi di formazione iniziale in servizio (il periodo specifico previsto dalla nuova legge) per favorire l'orientamento e l'inserimento nella comunità e nel progetto educativo specifico del punto di impiego, per favorire la percezione minimale delle competenze e delle capacità, da coltivare e consolidare «durante il servizio».

FORMAZIONE O AUTOFORMAZIONE?

Gli obiettori non sono degli adolescenti di primo pelo. La stessa scelta dell'obiezione e l'età giovanile sollecitano a pensare a dei giovani che hanno ormai assunto, o stanno assumendo personalmente su di sé (da adulti), il compito della propria formazione. Formazione diviene dunque autoformazione: costruzione della propria identità personale, quindi sociale, culturale e professionale.
Perciò l'inserimento in qualità di giovani-adulti in formazione in un ambiente con un particolare servizio verso la società va anzitutto pensato come problema di «autoformazione». Una autoformazione che non avviene nell'isolamento, quasi in campana di vetro, bensì «in contesto comunitario» di interazione e di interdipendenza.
La formazione dovrà anzitutto operare per sollecitare una assunzione della responsabilità della propria formazione in servizio nei giovani che si dispongono all'obiezione e al servizio. Da qui il riconoscimento del protagonismo e della centralità degli obiettori nella progettazione e nella gestione della loro formazione. Affermiamo che è anzitutto una responsabilità personale e un diritto-dovere che non può ammettere deleghe.
Se questo è vero occorre elaborare insieme a loro un «Piano di formazione» e realizzare «con» gli obiettori e non «sugli» obiettori la formazione.
Proprio per questo stanno fiorendo delle modalità di gestione della formazione per far sì che ci sia il massimo di espressione e di garanzia dei processi autoformativi: attraverso il coinvolgimento degli obiettori stessi nella progettazione, organizzazione e gestione dei momenti intensivi di formazione; attraverso forme di responsabilizzazione alla comunicazione ad altri della propria esperienza di servizio, attraverso azioni esterne di sensibilizzazione dell'ambiente intorno alla scelta di coscienza e alle sue motivazioni, anche come verifica del processo in corso; attraverso la costituzione di un «gruppo di formazione degli obiettori stessi». In questa logica va pensata la vita del gruppo di base e la convivenza in comunità di obiettori in servizio.
Una ulteriore significativa espressione del protagonismo formativo è rappresentata dal giornalino o foglio di collegamento degli obiettori, o lo scambio di materiali-sussidi formativi elaborati da gruppi diversi.

LO STATO DELLA FORMAZIONE DEGLI OBIETTORI: PROBLEMI

Ho raggruppato attorno ad alcuni nodi i problemi che sono venuti emergendo in questi anni durante i lavori di analisi e di verifica nel cammino comune che ho per un certo tempo condiviso.

Quale sensibilità culturale e motivazionale all'obiezione di coscienza nei giovani e nelle comunità di oggi?

Il primo nodo problematico mi sempre possa essere evidenziato da un atteggiamento di sano sospetto che vado coltivando in riferimento alle ragioni del servizio civile come alternativa dettata da una opzione morale di coscienza.
Ci chiediamo spesso in tanti, a fronte di un sempre crescente numero (in progressione almeno aritmetica) di giovani che esprimono interesse per il servizio civile: quanto questa opzione risulta frutto maturo di una scelta consapevole e motivata all'obiezione di coscienza al servizio militare da parte dei giovani?
Dai formatori vengono sottolineati alcuni dati di analisi: molti giovani che scelgono il servizio civile nell'area dell'educativo sembra non abbiano grandi motivazioni elaborate che sostengono la loro obiezione di coscienza. Emerge con evidenza un dato: la caduta di tensione di una cultura dell'obiezione antimilitarista e pacifista tra le ultime generazioni, peraltro scontata nel momento in cui essa è divenuta fenomeno di massa e non più ristretto alle élites.
La coscienza dell'obiezione resta, come sensibilità forte ed elaborata, come fatto di una minoranza. Tende ad affinarsi in qualità e a crescere in estensione invece la sensibilità e la comprensione motivata del servizio civile in termini di utilità e validità sociale da un lato di significatività per il soggetto: siamo di fronte ad un processo di soggettivizzazione e qualificazione sociale e culturale della scelta del servizio civile dell'obiettore che si modula sulle vicende altalenanti della condizione giovanile attuale.
In concomitanza a questa tendenza giovanile si rileva che la stessa cultura dell'obiezione è alquanto carente in molti ambienti educativi ecclesiali e religiosi. Ci si domanda: nelle comunità educative in genere è «permesso» davvero «obiettare»? Fino a che punto è riconosciuto il valore ed il diritto soggettivo all'obiezione di coscienza? Quale spazio e tematizzazione trova la cultura della obiezione di coscienza, della pace e della non-violenza negli itinerari educativi?

Motivare e sensibilizzare

Da qui si sottolinea l'urgenza prioritaria nella formazione di sollecitare l'obiettore ad approfondire ed autenticare le ragioni e le motivazioni che sollecitano verso l'obiezione. Si tratta di smascherare false ragioni (ragioni di comodo, di imboscamento, di paura, di deresponsabilizzazione, di conformismo...) per sollecitarne la ricerca di nuove, partire anzitutto dall'approfondimento delle intuizioni iniziali di ciascuno.
Una direzione di marcia potrebbe essere quella di ricuperare l'obiezione proprio a partire dalla motivazione prioritaria della scelta del servizio civile.
Questo appare un lavoro privilegiato per il tempo della decisione e presentazione della domanda, dell'attesa di riconoscimento e dell'assegnazione, anche se l'esercizio del servizio civile può favorire l'approfondimento vitale, corrodendo le ragioni troppo ingenue e quelle poco fondate.
Naturalmente questo tipo di lavoro sul versante motivazionale operato con i giovani obiettori deve procedere in parallelo con la sensibilizzazione e la formazione culturale della comunità educativa che ha bisogno di essere aiutata a capire, accogliere e valorizzare coloro che scelgono di servire la società nella forma alternativa del servizio civile e rifiutano per motivi di coscienza il servizio militare.

Nella logica che ha qualificato l'itinerario di educazione alla fede

Il fatto di dover fare formazione con giovani inadeguatamente motivati all'obiezione e forse anche ad una scelta consapevole di vita non-violenta, ci ha permesso di registrare nella prassi ordinaria di formazione, spesso nel solo livello informale e quotidiano, soprattutto nella fase di colloquio-conoscenza-autoorientamento, atteggiamenti e comportamenti molto diversificati e anche contraddittori proprio nei formatori e nei responsabili della accoglienza e della gestione del servizio.
Si danno al momento presente due modalità diverse e anche contrastanti di risolvere il problema, che potrebbero quasi rappresentare due modelli alternativi.
- In alcuni casi prevale il modello guidato dalla logica del «tutto o niente», per cui si tende ad introdurre, anche fin dall'inizio, dei consistenti filtri selettivi, tesi ad accettare e accogliere nel servizio educativo solo giovani che possiedono al momento forti e consistenti motivazioni alla scelta; in alcuni casi si pone come condizione di ingresso quella di aver già elaborato in proprio scelta di obiezione di coscienza anche in termini di scelta evangelica; oppure si registra anche una tendenza a privilegiare esclusivamente giovani che siano preparati a vivere il servizio civile come «vocazione e momento forte di servizio radicale permanente». Su questa linea vengono privilegiati i giovani collocati all'interno di una consapevole appartenenza alla comunità cristiana.
Quando questo orientamento è prevalente, diventa allora un problema difficile da gestire quello dei giovani poco motivati sia alla obiezione che alla scelta della non-violenza evangelica, sia quelli poco motivati alle forme del servizio educativo.
Una seconda modalità di affrontare il problema della scarsa motivazione e coscienza dell'obiezione invece è quella che cerca di recepire, anche nel campo della formazione degli obiettori, le scelte che stanno a monte dell'itinerario educativo-pastorale in stile di animazione. Questa posizione è rappresentata dal modello attorno alla «logica del seme». Un modello quanto mai interessante per ripensare il cammino di formazione con i giovani obiettori, anch'essi giovani come tutti gli altri. Da esso scaturisce anzitutto l'impegno della comunità educativa a «far maturare il seme» che può essere contenuto in una intuizione, sotteso ad una sensibilità quasi istintiva, ricoperto di paure e di resistenza verso qualcosa che appare così indefinito ed ambiguo come l'esperienza militare narrata da una generazione all'altra o così placidamente oggi demistificata e smascherata dai media; e secondo la logica del seme può essere ripensata anche una scelta dettata da opportunismo, da interessi soggettivi, ma anche impastata di gratuità e di volontariato.
Riconosciamo che questa è la logica educativa che ispira le nostre scelte di rapportarci con il mondo giovanile e di coglierne i germi di bene che sono contenuti nelle loro aspirazioni e intuizioni. E una logica che ci porta a ragionare in termini di accoglienza e di promozione, di autenticazione e di educazione della domanda.
In questa logica viene ridimensionata anche la questione della «selezione di ingresso» che alcuni Enti tentano di affrontare. Infatti risolvere il tutto con il semplicistico ragionamento: «ne abbiamo tantissimi: scegliamo i migliori...» non sembra una posizione ispirata alla tradizione dell'accoglienza educativa. Oppure la proposta di un «servizio totalizzante» da militanti coscientizzati, votati alla causa 24 ore su 24, ci appare più un punto di arrivo e non la logica di partenza in grado di aiutare ogni giovane a crescere a partire dal punto in cui si trova. Così come pretendere dagli obiettori una scelta consapevole ed esplicita di motivazione credente fin dall'inizio, non sembra atteggiamento ispirato ad accogliere quella sensibilità dell'itinerario di educazione alla fede che accetta come punto di partenza «la passione per la vita» e le sue qualità coniugate nei valori e nei frammenti della vita quotidiana, per giungere, solo in compagnia e progressivamente, a ritrovare nel Signore Gesù e nella sua causa la radice di ogni scelta di coscienza ispirata dalla ricerca della pace e del servizio a chi è nel bisogno.
Certo la soluzione delle difficoltà sarà facilitata se il giovane viene aiutato capire che sono molteplici e differenti le forme del servizio civile, e che nel vasto panorama di possibilità egli è invitato ad orientarsi e a scegliere (formazione come orientamento) in conformità ad un «progetto di auto-orientamento nel mondo e nella società per un servizio pubblico che risponda a requisiti anche di tipo vocazionale».

Quale sensibilità per una cultura della pace e della non-violenza nei giovani e nelle comunità?

Una seconda ragione per coltivare un sano sospetto intorno alle scelte degli obiettori è quello che ci spinge a verificare ed autenticare la «cultura della pace e della scelta non-violenta» che deve poter stare alla base della scelta del servizio civile anche nella forma del servizio educativo. Molti giovani che fanno la scelta del servizio civile devono poter essere aiutati a ricuperare la cultura della pace e della non-violenza che ha qualificato e segnato la storia dell'obiezione e del servizio civile come alternativa al servizio militare.
Cultura della pace e della non-violenza non è più un dato scontato nella coscienza riflessa giovanile al momento della scelta dell'obiezione, anche se una sensibilità per la pace e la non-violenza appare diffusa tra i giovani, almeno a livello di superficie. Ma quello che è essenziale ed irrinunciabile nella cultura dell'obiezione, e va perciò recuperato, è che essa sottolinea ed esalta alcuni valori che, considerando unicamente il servizio civile dei giovani come servizio di volontariato pur dentro le strettoie della obbligatorietà, potrebbero venire progressivamente eclissati e smarriti nella cultura giovanile frammentata e sempre più smemorata.
L'interrogativo è: il giovane obiettore davvero compie la scelta del servizio educativo per l'obiezione di coscienza al servizio militare? O essa viene proclamata solo come condizione necessaria per esercitare il servizio civile?
È un nodo cruciale da risolvere: ne va di mezzo la elaborazione e la circolazione nel mondo giovanile della cultura della non-violenza e della pace.

Educare ad una scelta di non-violenza

Va ribadito il compito prioritario di inserire nella formazione dei giovani e di quelli che si orientano per la scelta da obiettori del servizio civile il grande tema generatore della pace in quanto qualità di una nuova cultura planetaria, e che si articola nei nodi cruciali del disarmo - non-violenza - difesa-non-violenta - riconciliazione, soprattutto negli ambiti della vita quotidiana.

Sul versante delle comunità: reclutamento, uso funzionale o scelta educativa?

Un terzo motivo per mettere in esercizio il sano sospetto: questa volta si rivolge agli Enti, alle comunità e a coloro che accolgono gli obiettori in servizio. Molti responsabili denunciano la persistenza di una mentalità, corrispettiva a tanti atteggiamenti giovanili, di un «uso strumentale» degli obiettori: ci si serve di loro per coprire vuoti di organico nel volontariato, si mette l'obiettore in balia dell'iniziativa dei diversi operatori che li utilizzano a capriccio nella loro azione con i giovani, spesso spinti da reale urgenza. Occorre coltivare e sviluppare nella comunità educativa la mentalità che vede gli obiettori come parte dei giovani di oggi, destinatari-compartecipi del progetto educativo: giovani né più né meno come tutti quelli cui si rivolge il progetto, giovani come giovani sono tanti animatori.
Gli obiettori tuttavia, proprio a motivo della scelta che operano e della competenza che coltivano, vanno considerati insieme «collaboratori laici» nell'educazione verso gli altri giovani; giovani educatori in un momento privilegiato della formazione permanente che tocca la comunità educativa in tutte le sue componenti. Tutto ciò chiama in causa comunità e responsabili che scommettono nella positività della scelta di coscienza che ridonda efficacemente sul servizio educativo.
Da qui l'interrogativo: chi sono gli obiettori nella rappresentazione degli educatori, delle comunità educative ed ecclesiali, dei responsabili del loro servizio? Quale fiducia in quanto educatori siamo disposti ad accreditare loro? Riusciamo almeno ad offrire loro la fiducia che attribuiamo ai giovani?

UNA FORMAZIONE NON ISOLATA

Occorre tener presente che le comunità educative che accolgono gli obiettori in servizio sono già esse stesse dotate in precedenza di progetti, strutture e processi formativi. È dentro questo mondo che gli obiettori vengono per lo più sollecitati ad inserirsi attivamente. Da qui ne scaturisce :
- la necessità del raccordo con la formazione degli animatori; in una prospettiva di circolarità gli obiettori hanno da offrire un apporto originale all'esperienza di animazione, alla cultura dell'animazione e al suo progetto formativo;
- la necessità del raccordo con la formazione della comunità educativa che riconosce nel cammino dell'itinerario il processo di cambiamento in ordine alla qualità della vita che riguarda tutti i soggetti in essa coinvolti. E allora, i progetti educativo-pastorali, gli itinerari stessi prevedono e valorizzano, e in che modo, l'apporto della cultura dell'obiezione e di quella della non-violenza e della pace? Il servizio civile da obiettore di coscienza è considerato in essi un esito positivo e uno sbocco di servizio nel cammino di educazione alla fede?

Punti di non ritorno per la formazione

Questi i punti di non ritorno attorno ai quali oggi sembra cresciuta la condivisione. Li elenco quasi a modo di decalogo:
- la formazione è un processo continuativo che avviene «in vita quotidiana», cioè in esperienza di servizio;
- la riflessione e la elaborazione dell'esperienza nei cosiddetti «momenti formativi», distribuiti tra informazione, apprendimento e comunicazione, è anch'essa una tappa essenziale di tutto il processo formativo;
- l'esperienza formativa avviene sempre nel contesto di una comunità educativa sul territorio;
- alcuni momenti di apertura all'esterno acquistano anch'essi una funzione intensamente formativa (le «esperienze speciali», tipo: incontro con obiettori di altre realtà, campi animatori, campi obiettori...);
- il piccolo gruppo è sempre un contesto privilegiato per la presa di coscienza e la responsabilizzazione personale;
- la formazione è anzitutto autoformazione quale responsabilità dei singoli e del gruppo di obiettori, entrambi «soggetti a vario titolo di autoformazione»;
- nella formazione la centralità va assicurata «ai soggetti» prima che al servizio: esso costituisce una preziosa risorsa formativa;
- formazione vuol dire anche condivisione e comunicazione sull'esperienza di servizio;
- nell'ambito dell'educativo l'obiettore non è solo animatore qualsiasi: deve potersi esprimere come animatore alla cultura della pace.