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Il pellegrinaggio come scuola di vita cristiana

 

Riccardo Tonelli

(NPG 95-6-22)



Si può parlare di "pellegrinaggio" in diversi modi. Tra i tanti, ne ho scelto uno, quello che il titolo cerca di evocare: il pellegrinaggio (in qualsiasi modo sia realizzato) è come la "scuola" rispetto alla "vita".

La scuola è importante: l'abbiamo riscoperto dopo l'enfasi sulla descolarizzazione. E' però misurata da una realtà che è più importante: la vita. La scuola è in funzione della vita.

Il pellegrinaggio è una scuola preziosa per la qualità della vita cristiana.

La vita cristiana, come la nostra vita quotidiana, è come un seme: si porta dentro tutta la pianta in quel minuscolo frammento in cui si esprime. Per una forza intrinseca e in presenza di condizioni favorevoli, progressivamente esplode in qualcosa di continuamente nuovo. Le foglie, il tronco, i rami non s'aggiungono dall'esterno. Non sono materiali da mettere insieme. Sono già presenti, in germe: il seme è già la grande pianta, anche se lo diventa giorno dopo giorno.

Il pellegrinaggio è una delle attenzioni educative e pastorali, di cui la vita cristiana ha necessità, per crescere in albero grande.


LA REALTÀ: "STRANIERI E PELLEGRINI"


Tre riferimenti sono in gioco: vita quotidiana, vita cristiana, pellegrinaggio. Della funzione del pellegrinaggio ho già detto nelle poche battute introduttive: serve alla vita e alla vita cristiana come una grande "scuola". Il rapporto tra vita quotidiana e vita cristiana va invece precisato bene. Non posso infatti pensare al pellegrinaggio, senza prima interrogarmi sul significato della vita cristiana, cui esso è orientato.

La questione di fondo è dunque quella del rapporto tra vita cristiana e vita quotidiana. Il pellegrinaggio è scuola di vita cristiana perché aiuta a sperimentare la precarietà della vita quotidiana, anticipandone, in qualche modo, il necessario distacco? O, al contrario, il pellegrinaggio permette di riscoprire il valore pieno della vita, superando i rischi di trattarla male?

Ho posto un'alternativa in termini un poco rigidi, solo per mostrare quanto la formula "scuola di vita cristiana" richieda, prima di tutto, di intendersi sul senso della vita quotidiana, rispetto alla vita cristiana.

Sono sicuro che il lettore affezionato ha già storto un po' il naso. "Ancora questo problema?", ha di sicuro pensato. Lo so che la questione non è per nulla originale. Dalle pagine della rivista e in altre pubblicazioni ho già, ripetutamente, precisato il mio punto di vista. Sento la necessità di richiamarlo anche in questo contesto, perché sono convinto che alcune esperienze hanno il dono di chiarire meglio la posizione personale e, di conseguenza, aiutano a fare chiarezza sulle prospettive. Il pellegrinaggio è proprio una di queste. Se evitiamo di ridurlo ad un po' di turismo a poco prezzo, ci costringe a dichiarare da che parte stiamo.


La "valle di lacrime"


La spiritualità classica ha considerato l'esistenza concreta e quotidiana come il passaggio, rapido e faticoso, in una "valle di lacrime".

Lo esprimiamo, forse senza pensarci eccessivamente, in una preghiera mariana di uso frequente: "A te ricorriamo, noi esuli figli di Eva: a te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime" (Salve regina).

Lo riconosciamo, in termini riflessi, meditando i documenti della spiritualità tradizionale e interpretando il vissuto di tanti uomini spirituali.

Spesso i cristiani, soprattutto i più impegnati, hanno guardato la storia, la vita, il mondo con l'occhio critico di chi riconosce che tutte questa realtà sono collocate in uno spazio che non ha proprio nulla di sacro.

Le cose non erano così nel progetto originale di Dio. Ma l'orgoglio presuntuoso dell'uomo ha rovinato tutto.

Dio non si è rassegnato a costatare la distruzione del suo capolavoro. Ha deciso di porci un rimedio solenne. L'uomo è stato richiamato alla salvezza: Gesù Cristo è il segno concreto del rinnovamento radicale che Dio vuole realizzare.

Purtroppo la storia, personale e collettiva, è ancora lontana da questo rinnovamento radicale. Due blocchi si fronteggiano e s'escludono a vicenda. Da una parte c'è il mondo della salvezza; dall'altra quello del peccato. Il mondo del peccato è il nostro mondo quotidiano. Il mondo della salvezza è quello che Dio attua attraverso interventi progressivi.

L'uomo deve scegliere, decidendo una buona volta da che parte vuole stare.

Il cristiano "bravo" fa una scelta coraggiosa. Abbandona il mondo profano, che lo disturba nella sua esistenza spirituale e lo tiene lontano dalla salvezza; e si trasferisce coraggiosamente nello spazio del sacro.

I cristiani migliori sono quelli che hanno il coraggio di spiccare questo salto deciso. I veri cristiani sono perciò i monaci, che fanno il passaggio in forma istituzionale e pubblica: abitano in un luogo diverso da quello degli altri uomini; hanno ritmi di vita e occupazioni originali. Qualche volta sono costretti ad uscire dal clima, terso e rassicurante, del monastero... per qualche necessità si sopravvivenza. Appena possono, i bravi monaci ci ritornano, sbattendo la polvere dai sandali. Ricordo una dichiarazione che mi ha colpito moltissimo. Uno di essi, molto serio e impegnato, in una pubblica conferenza ha scioccato tutti quando ha confessato: ogni volta che sono costretto a girare per le "vostre" città, ho bisogno di due giorni di ritiro spirituale per rientrare in clima di contemplazione. Davvero, riconosceva di aver camminato per qualche ora in una valle di lacrime.

Purtroppo molti cristiani non possono permettersi una decisione così radicale. La loro casa è vicina a quella degli altri uomini. Hanno impegni e responsabilità comuni con tutti. Non possono proprio fuggire dal mondo profano. Lo devono attraversare, inesorabilmente, mille volte il giorno.

Questi cristiani, meno fortunati degli altri (perché meno... coraggiosi?) sono impegnati a sottrarsi alla morsa del profano in alcuni momenti forti e attraverso gesti speciali. Preghiera, pratiche religiose, tempi di raccoglimento, celebrazioni liturgiche funzionano come recupero. Il pellegrinaggio è un momento forte, in questa prospettiva.

Non voglio essere frainteso e non ho nessuna pretesa di giudicare oggi il vissuto di questi nostri amici. Una cosa è certa: non posso dire che essi hanno capito pochissimo del mistero di Dio. Vale proprio l'atteggiamento contrario. Non hanno fuggito il quotidiano per un gusto sadico e triste. E neppure l'hanno fatto per paura di sporcarsi le mani.

Hanno agito così per dire forte che solo Dio è il Signore. Non possiamo permetterci il lusso di piegare le nostre ginocchia agli idoli.


La vita quotidiana nel mistero dell'Incarnazione


In questi anni, con trepidazione e gioia crescente, abbiamo sperimentato un modo diverso di cogliere la presenza di Dio nella storia e d'interpretare il senso teologale della nostra vita quotidiana.

Tante volte abbiamo fatto riferimento all'evento dell'Incarnazione per scoprire come sperimentare la vicinanza di Dio nella vita concreta.

Quando i credenti parlano dell'Incarnazione indicano prima di tutto un fatto preciso della vita di Gesù: Dio per salvare l'uomo ha deciso di farsi uno di noi ed è diventato uomo, con la collaborazione materna di Maria, in un segmento concreto di tempo e di spazio. In questo senso l'Incarnazione porta alla Pasqua e la richiama per confessare che Gesù è la salvezza di Dio per ogni uomo e per ogni donna della storia.

Essi però non intendono soltanto questo. L'Incarnazione è l'evento gratuito e misterioso per cui Dio e l'uomo in Gesù di Nazaret sono diventati veramente "vicini". In Gesù Dio si è rivelato nell'uomo perché l'uomo si riconoscesse figlio di Dio (Gv 1,1-14; Gv 4,9).

In Lui il Dio inaccessibile e misterioso, il Dio ineffabile e trascendente si è fatto "volto", è diventato "parola" (cf DV 13). Nel volto e nella parola di Gesù di Nazaret possiamo parlare di Dio e parlare a Dio. Possiamo cogliere chi è per noi e che cosa ci chiede.

Gesù non chiede di scegliere tra Dio e la felicità dell'uomo. Afferma, senza mezzi termini, che la gloria di Dio sta nella felicità dell'uomo.

Gesù è la rivelazione dell'amore gratuito di Dio (Tt 3,4), epifania di quella tenerezza divina per l'uomo che gli desidera e gli offre l'opportunità di una vita felice, piena ed unificata, così come da sempre il Creatore l'aveva pensata nel suo progetto originario, "nascosto nei secoli" e ora appunto rivelato in Cristo (Ef 1,9-10). Ci rivela che Dio è un Dio per l'uomo.

La spiritualità fondata sull'Incarnazione è una spiritualità dell'amore alla vita, perché riconosce nell'umanità e nella vita il luogo in cui Dio si rende ancora presente e vicino a ciascuno di noi, come il Padre buono e accogliente che salva e riempie di vita.


La sacramentalità


Una riflessione teologica come è quella appena ricordata, sembra destinata a spiegare tutto. Qualcuno potrebbe concludere: è tutto chiaro... chissà perché restano ancora dubbi e ci sono tentazioni involutive?

Lo sappiamo molto bene e ce lo siamo ricordati tante volte. Nell'esperienza cristiana quello che si vede e si costata, si porta dentro un mistero grande e ineffabile. Viviamo infatti avvolti di sacramentalità. Il fondamento è Gesù di Nazaret. Egli è il grande sacramento della presenza di Dio che ama e salva. Lo è nella grazia della sua umanità. Per questo, la nostra umanità fa da sacramento a Dio: permette a Dio di farsi vicino a noi e a noi di metterci vicini a Dio.

A questo livello misterioso, di verità più vera, si colloca la presenza di Dio nell'umanità dell'uomo. Per questo, la presenza di Dio non esclude l'incertezza della ricerca, la sofferenza e il dolore, la tristezza della solitudine.

Questa costatazione complica e impegna la fatica di chi vuole prendere sul serio la propria esistenza.

Siamo sollecitati a vivere protesi verso il mistero che la realtà si porta dentro, evitando la seduzione di quello che vediamo e costatiamo. Fermarci all'esterno è tradire la verità. I monaci rinunciavano radicalmente a tutto ciò che consideravo esterno e superficiale per arrivare meglio al mistero. Noi non possiamo né vogliamo fare la stessa cosa; ma siamo impegnati, come loro, a traforare continuamente il quotidiano per giungere al mistero che esso si porta dentro. Dobbiamo, in una parola, diventare "contemplativi del quotidiano", per restare nella verità che ci fa liberi.

L'impresa però è difficile e impegnativa. La fatica di vivere non ci arriva dalla vita, ma dalla voglia di viverla seriamente e di raggiungere il mistero che essa si porta dentro.

Solo se ci alleniamo quotidianamente, riusciamo a diventare abili in quest'irrinunciabile operazione di cammino verso la verità. Non abbandoniamo la nostra vita: né per paura né per trovare meglio il Dio di Gesù. Piantiamo la croce al centro della nostra vita e programmiamo gesti coraggiosi di distacco, per prendere sul serio le esigenze della sacramentalità.

Solo chi contempla la realtà, controllando il fascino sinistro che spegne la nostra passione di mistero, è davvero capace di cogliere la presenza di Dio nella vita quotidiana.

Possiamo, insomma, vivere nella festa, solo se siamo capaci di vita dura.


"Valle di lacrime" o "pellegrini"?


Mi piace cambiare la figura da cui siamo partiti. La vita quotidiana non è una "valle di lacrime". E' un giardino fiorito da attraversare per arrivare ad un posto molto più bello, i cui segni vanno scoperti nel profondo di quelli che quotidianamente sperimentiamo, belli o brutti non importa.

Preferisco dunque la figura.

All'immagine di viandanti, costretti ad attraversare una "valle di lacrime", possiamo sostituire quella della Lettera agli Ebrei: "stranieri e pellegrini" (Eb 11, 13), in cammino verso casa, disposti ad abbandonare qualcosa, ogni tanto, sulla forza di promesse affascinanti.

Ci fanno compagnia, indicandoci lo stile di questo cammino, i credenti, vissuti prima di noi.

Il popolo ebraico si era ormai abituato alla terra d'esilio. Non tutto funzionava a puntino e non mancavano i problemi e le difficoltà. Ma con un po' di buona volontà era riuscito a rassegnarsi. Si sentiva quasi a casa propria, pur stando in terra d'esilio. Dio lo chiama ad uscire. Non può stendere la carta del tragitto davanti alla curiosità del suo popolo e nemmeno è in grado di prospettare tempi e luoghi di rifornimento. Gli chiede di partire; e basta. Fa mille promesse. Ma sono solo promesse, mentre quello che il popolo si lascia alle spalle è poca cosa, ma piena di sicurezza.

Dio ha fatto così anche con Abramo. L'ha invitato a partire: esci dalla tua terra e va verso un futuro, incerto e affascinante. Quello che lasci, lo conosci... lo devi abbandonare. Quello che troverai... vedrai quanto sarà bello: se ti fidi della parola che ti chiama.

Questa è la vita cristiana: abbandonare le vecchie sicurezze per fidarsi solo di una promessa. Si tratta di mettersi in cammino verso casa, rischiando di perdere quello che si possedeva, portando con sé il minimo indispensabile per la sopravvivenza.

Ai testi dell'Antico Testamento fa eco Gesù, a fatti e a parole: "Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno" (Lc. 9, 3).

Spesso parliamo dell'esodo con un'espressione che ci è più familiare: la pasqua. Pasqua significa "passaggio": dunque "esodo".

Il processo di crescita, visto così, assomiglia dunque ad una pasqua: si passa alla vita nuova, accettando di morire a quella vecchia. In fondo, richiede davvero e continuamente il coraggio di perdere quello che si possiede, per possedere quello che si spera.


IL SEGNO: IL PELLEGRINAGGIO


Lo Spirito di Dio, più intimo a noi stessi di noi stessi, è il significato ultimo e il criterio normativo della qualità della nostra vita. Questa è la vita cristiana: vivere tutte le esperienze che costituiscono la nostra esistenza quotidiana dalla prospettiva del mistero di Dio che tutte le pervade.

Come possiamo vivere, nel ritmo della nostra vita quotidiana, questa realtà?

Chi crede alle logiche e alle esigenze dell'educazione, anche in rapporto alla vita cristiana, riconosce facilmente la necessità di sperimentare dei "segni", particolarmente eloquenti. Essi non sono alternativi alla realtà; ma ci aiutano a comprenderla meglio e a viverla più intensamente.

In questa prospettiva penso al pellegrinaggio come scuola di vita cristiana.

I modi possono essere diverse. Non esiste di sicuro uno standard di pellegrinaggio, né possiamo dire "questo sì" e "questo no".

Il materiale offerto in questo dossier NPG dà indicazioni preziose. Io non voglio entrare nel merito. Ripeterei cose già dette nelle pagine della rivista; e lo farei senza la competenza degli autori degli altri contributi.

Indico solo alcune condizioni educative. Esse rendono concreta la mia ipotesi di fondo: il pellegrinaggio diventa scuola di vita cristiana quando rappresenta, per coloro che lo realizzano, un'autentica esperienza forte.


Un'esperienza "forte"


Nella vita non apprendiamo cose importanti perché qualcuno ce le spiega. Lo facciamo solo se riusciamo a sperimentare, in modo autentico, ciò che abbiamo bisogno di apprendere.

Il pellegrinaggio è un'esperienza forte. Di essa abbiamo bisogno per reagire al clima di silenzio e di disimpegno che ci pervade. Per questo è scuola di vita cristiana.

Tre motivi giustificano la mia affermazione.

Il primo è offerto dall'incontro di tanti giovani e dalla convivenza felice. Chi ha un minimo d'esperienza di gruppo, conosce le logiche della pressione di conformità: i membri dei gruppi primari sono portati ad assumere atteggiamenti e comportamenti simili, come se all'interno del gruppo fosse presente un'esigenza sotterranea a conformare progressivamente mentalità e stile di vita. Certo, il fenomeno è ambivalente, carico di segni pericolosi dal punto di vista educativo. Ma noi viviamo già immersi in una diffusa pressione di conformità. Le soluzioni e i rimedi vanno pensati percorrendone e trasformandone le logiche, e non in quel pericoloso atteggiamento manicheo, che progetta come se le cose non fossero quelle che di fatto sono.

Nel pellegrinaggio, c'è molto di più del "piccolo gruppo": una folla, costituita da piccoli gruppi che interagiscono, prima, durante e dopo l'avvenimento. Lo sappiamo bene: il conformismo da folla è molto più pervasivo di quello gruppale.

Il secondo motivo è offerto dalla percezione riflessa della significatività di quanto è vissuto. Noi siamo abituati a dividere tra vero e falso. Quando una proposta è vera, l'educatore immagina d'avere il diritto di proporla. Al diritto del proponente corrisponde il dovere d'ogni persona saggia ad accoglierla. Le logiche correnti sono molto diverse. Solo quello che è avvertito come soggettivamente interessante e significativo, merita di essere preso in considerazione. Diventa capace di superare la corteccia dura dell'indifferenza e quella, non meno preoccupante, di una falsa tolleranza che complessità e pluralismo sembrano esigere.

La forza comunicativa, evocata dalle esperienze, sollecita così verso decisioni impegnative e coinvolgenti, anche in un tempo di basso investimento progettuale.

Qui si colloca la terza ragione: il tipo d'esperienza fatta. Il tema è tanto importante, che lo riprendo in una riflessione a parte.


Le condizioni per fare esperienza


Il pellegrinaggio è scuola di vita cristiana nella logica educativa del "fare esperienza".

E' evidente che la costatazione comporta immediatamente il richiamo alle condizioni che permettano veramente di "fare esperienza".

Ne ricordo alcune.


Se questa è esperienza...

Si fa esperienza quando nel gesto compiuto s'assicura un incontro tra realtà, pensiero e linguaggio. Mi spiego.

L'esperienza comporta un contatto vitale con una realtà capace di provocare, facendo rompere il cerchio personale dell'indifferenza e della sicurezza. La scelta del tipo d'esperienza, la durezza del vissuto, di là dall'entusiasmo, la necessità di diventare, almeno per qualche giorno, essenziali, il fascino degli incontri, il clima delle celebrazioni, la capacità profetica dei protagonisti, gli amici nuovi... tutto questo assicura il contatto "insolito" con la realtà.

E' importante, ma non è sufficiente. Si richiede una reale capacità d'interiorizzazione da parte del singolo partecipante, per interpretare il vissuto nel segreto della propria interiorità.

L'affermazione richiama due preoccupazioni.

Interpretare (operare sul reale attraverso la personale capacità riflessiva) è rendere trasparente il vissuto, per cogliere il messaggio che da esso proviene. L'operazione non è solo di natura razionale. Coinvolge tutta la persona, anche se richiede una capacità critica sull'interpretazione esistenziale.

Tutto questo è realizzato in quello spazio di silenzio interiore dove la persona prende posizione a titolo strettamente personale.

Infine, chi ha fatto esperienza, avverte la gioia di comunicarla agli altri. Racconta quello che ha vissuto: a fatti e a parole. Per fare questo ha bisogno di un sistema di segni espressivi. Utilizza quelli che gli sono offerti dalla comunità cui appartiene. Li riempie però di vita. Nello stesso tempo, si sente sollecitato a produrre nuovi sistemi simbolici, perché l'esperienza vissuta ha fatto toccare con mano l'insufficienza di quelli posseduti.


Esperienza e "vita quotidiana"

L'esperienza è un frammento di vita quotidiana, sottratto al ritmo normale, per essere controllato e governato nella sua capacità propositiva. Non posso condividere l'ipotesi contraria, che fa della vita quotidiana il luogo di preparazione all'esperienza e di verifica di quello che è stato sperimentato.

Certamente l'esperienza richiede ritmi diversi da quelli normali. Esige la capacità di separarsi un poco, abbandonando cose, abitudini, amici, per immergersi nel vissuto provocante. Non posso però immaginare che il ritorno alla vita quotidiana sia realizzato all'insegna della nostalgia per quello che è stato sperimentato. La vita quotidiana è la cosa seria. L'esperienza è una specie di prova al rallentatore, così come capita per un'azione decisiva, durante una partita di calcio, per possedere meglio e più autenticamente la vita quotidiana.

L'avvenimento ha costruito così uno stile generale di vita, che permette di fare esperienza dei valori condivisi, anche nella banalità delle cose di tutti i giorni.


Per tutti

Suggerisco l'ultima condizione.

L'esperienza è arricchente per chi l'ha vissuta, quando diventa un dono per tutti: per coloro che hanno avuto la fortuna di viverla, per coloro che diverse difficoltà l'hanno proibito e per la stragrande maggioranza che è rimasta a casa.

La tentazione facile è quella contraria: nasce il club dei fortunati, che pensa con nostalgia al passato e si organizza per il prossimo appuntamento, mentre gli altri sono emarginati ulteriormente, anche a causa del livello di maturazione raggiunto dai più fortunati.

L'esperienza cristiana ha logiche radicalmente differenti: siamo ed esistiamo nella misura in cui riusciamo a decentrarci verso gli altri, a partire da coloro che hanno particolare bisogno.


Il pellegrinaggio: un pezzo di deserto nel ritmo della vita quotidiana


Finora, la mia riflessione si è collocata prevalentemente sul piano formale. Ho ricordato, in altre parole, la funzione formativa del pellegrinaggio mettendo in evidenza la sua qualità d'esperienza forte.

Ora, prima di finire, devo entrare maggiormente nel merito. Esperienza... di che cosa?

Per rispondere, sono costretto a riallacciarmi alla prima parte della mia riflessione: qual è il senso della vita quotidiana rispetto alla vita cristiana?

Se la vita fosse soprattutto da fuggire, il pellegrinaggio può rappresentare un'occasione favorevole per sostenere e sollecitare quest'atteggiamento reattivo. In fondo, potrebbe funzionare come uno dei momenti, rari e felici, in cui i cristiani "normali" si ricordano di vivere in una "valle di lacrime".

Se, invece, la vita quotidiana è il luogo della presenza sacramentale del Dio di Gesù, il pellegrinaggio aiuta a traforare il quotidiano verso il suo mistero, facendo fare esperienza del mistero stesso. Ha quindi la doppia funzione di assicurare la capacità di contemplazione nella capacità di distacco dalle logiche seducenti. In questa logica, suggerisco di che cosa il pellegrinaggio dovrebbe diventare esperienza.

Per dire le cose in modo abbastanza concreto, mi rifaccio ad una parabola, molto ricca di tradizione ecclesiale: il deserto. Il deserto, secondo la spiritualità biblica, è prima di tutto "cifra" di un modo di vivere, il segno più espressivo di uno stile d'esistenza che dobbiamo recuperare per vivere da credenti nella vita quotidiana.


Prendere le distanze dalle logiche della vita quotidiana

Il profeta pensa alla faticosa permanenza del popolo ebraico nel deserto come al tempo del "fidanzamento" con Dio. Perché?

Quando l'amore bussa alla vita di due persone, tutto si tinge dei toni affascinanti dell'entusiasmo, della poesia, della disponibilità a tentare, a rischiare, a sognare.

Chi ha già percorso la dura strada dell'esistenza, ha molto di più i piedi per terra. Ricorda che il tempo delle rose finisce presto. Brutalmente mette davanti l'esigenza di sacrificio, di rinuncia, di previsioni a lunga scadenza.

Un po' di ragione ce l'ha chi sogna e chi trascina al realismo.

Nel nostro tempo siamo tutti ammalati di realismo. Ci resta, per fortuna, la nostalgia del tempo del fidanzamento, anche se ci ritroviamo misurati dal tempo del realismo.

Possiamo essere cristiani del buon senso e dai piedi per terra?

Il cristiano vive immerso nel mondo. E' la sua casa e non la vuole fuggire.

Delle sue logiche alcune sono certamente contrarie al Vangelo, costruite dentro prospettive mortifere. Da queste non è difficile prendere le distanze, almeno in linea teorica.

Molte altre, invece, sono meno evidenti. Determinano quello stile di perbenismo e di concretezza che è indispensabile per ogni convivenza ordinata.

Non ci vuole una gran fantasia per immaginare degli esempi concreti.

Basta pensare al mondo della politica e a quello dell'economia, alle continue gomitate necessarie per farsi un po' di spazio, a mille esigenze che sembrano irrinunciabili, che affannano le nostre giornate, ai compromessi che tutte le attraversano.

Il cristiano percepisce un disagio crescente; s'accorge di dover tentare qualche possibilità nuova. Si sente soffocare, nei suoi sogni e nei suoi progetti. Ma non sa come muoversi e cosa inventare. Ha paura di essere costretto a fare come tanti altri: spegnere l'insofferenza dell'utopia, per vivere a proprio agio nella mischia delle vicende quotidiane.

Abbiamo bisogno di respirare, ogni tanto, aria pulita: l'aria tersa ed essenziale che si respira nel deserto.

Il deserto è capacità di prendere le distanze dalle logiche in cui siamo immersi, per verificarle tutte, in un'opera coraggiosa di discernimento critico.

Se restiamo immersi in queste logiche, non ce la facciamo proprio a giudicarle spassionatamente. Solo collocati altrove, possiamo rivedere tutto in luce nuova.

Davvero, il deserto è il tempo del fidanzamento: il tempo dove sogniamo ad occhi aperti, dove i buoni consigli e gli inviti a tenere i piedi per terra neppure ci sfiorano, perché è solo tempo di sogni.

Rifatti nel sogno, possiamo riprendere il ritmo duro di un'esistenza che ha bisogno di mercanteggiare le esigenze e di ridimensionare le prospettive.

Ritornando dal nostro piccolo deserto al ritmo sfrenato della vita quotidiana, ci resta un pizzico di nostalgia per il tempo dell'innamoramento.

Viviamo nella vita quotidiana, pieni del ricordo pericoloso del deserto.


Per imparare al rallentatore la "vita dura"

Il processo al rallentatore è un interessante possibilità offerta dai moderni strumenti di registrazione.

E' usato abitualmente nelle riprese sportive. Le immagini scorrono con un ritmo che non è quello normale. E così i particolari risaltano meglio, fino ai minimi dettagli. Si può persino ritornare indietro e riprendere da capo l'immagine. Può essere bloccata, congelando in un frammento di presente lo scorrere inesorabile del tempo.

In moviola, riusciamo a fermare il tempo, riconduciamo il presente nel suo passato, imprimiamo al presente un movimento che non è il suo ritmo naturale: ce lo aggiustiamo sulla nostra lenta capacità di penetrazione.

Nella vita cristiana abbiamo bisogno di decifrare il presente in questo stile, per non restare soffocati dai suoi ritmi affannosi e non restare prigionieri delle sue trame seducenti.

Molti uomini spirituali avevano risolto il problema alla radice. Tutta la loro esistenza era un processo al rallentatore. Sceglievano, con lucidità coraggiosa, di vivere il tempo fuori del tempo, per allacciare meglio passato e futuro.

Abbiamo scelto di restare gente di questo nostro tempo senza rinunciare alla signoria di Dio sulla nostra vita. Una spiritualità della vita quotidiana è davvero una spiritualità del presente, che cerca, sul presente, la compagnia con tutti gli uomini.

Il presente però c'incombe, pronto ad ingoiare nelle sue trame tutti i nostri progetti. Lo costatiamo spesso, appena ritroviamo il coraggio di fare bene i conti delle nostre scelte.

Davvero, abbiamo bisogno d'imparare un po' di "vita dura".

"Vita dura" significa il coraggio di mettere Dio sopra ogni cosa, come l'unico Signore. Significa distruggere, con decisione, tutti gli idoli che ci siamo fabbricati per riempire d'essi la casa della nostra vita.

"Vita dura" è ricostruire, nel tessuto della nostra personalità, atteggiamenti che vanno facilmente smarriti, nel ritmo affannoso delle nostre giornate. Penso, per esempio, alla semplicità e alla difficile capacità di ritornare essenziali. Penso ancora alla pazienza e all'attesa, nella convinzione che le cose che contano non sono mai assicurate con la bacchetta magica del "tutto e subito". E penso a quella capacità di stupore di cui sono dotati gli uomini grandi, disposti ad ammirare, in un profondo movimento religioso, quello che la gente distratta neppure avverte, abituata ai toni forti e ai tratti grossolani.

Nella "vita dura" rientra un'altra dimensione perduta d'umanità: la solidarietà. Solidarietà è condivisione e compagnia per la vita degli altri: capacità di fare a meno di tante cose perché tutti possano avere almeno quello di cui hanno bisogno.

Nel pellegrinaggio siamo quasi costretti a vivere questi atteggiamenti come normali ragioni di sopravvivenza. Se qualcuno tenta di portare con sé le comodità e le abitudini della vita in città, diventa un peso per tutti. Stare al gioco della "vita dura" è condizione pregiudiziale.


Ascoltare le voci sommesse

Il deserto è silenzio: un lungo interminabile silenzio, dove risuonano distinte anche le voci più sommesse.

Nel deserto tutto parla, perché tutto è pieno di silenzio.

Nelle nostre città, un rumore di fondo, cupo e continuo, lascia la parola solo a chi urla.

Il silenzio è la condizione irrinunciabile per ascoltare Dio che si fa Parola sussurrata, come la brezza di una calda sera d'estate (Gen 3, 8), sconvolgente e imprevedibile perché mai posseduto. L'una dimensione e l'altra ce la ricorda una pagina famosa della Bibbia: l'incontro di Dio con Elia, il profeta che "era come il fuoco, la cui parola bruciava come una fiamma" (Sir 48, 1). "Il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì come un lieve sussurro. Si coprì la faccia con il mantello, uscì sull'apertura della grotta e udì una voce che gli diceva: Che fai qui, Elia?" (1 Re 19, 11-14).

Per vivere da uomini e donne spirituali abbiamo bisogno del silenzio, come dell'aria che respiriamo; altrimenti il mistero resta muto, la voce di Dio è soffocata.

L'esperienza del pellegrinaggio ci aiuta a ritrovare il silenzio, per imparare ad ascoltare la voce che giunge dal mistero di Dio e per diventare capaci di rispondere a questa voce interpellante.


Finalmente in compagnia di se stessi

Di un'altra cosa il deserto è davvero maestro inesorabile: costringe a restare soli, in compagnia di se stessi.

Ho l'impressione che sia una delle esperienze più difficili oggi. Abbiamo tutti un gran paura di restare soli e cerchiamo affannosamente gli altri. Ci sostengono, ci servono di prezioso punto d'appoggio. Diventano persino il grembo materno a cui affidiamo la fragile nostra esistenza.

Spesso è una compagnia strana: rumorosa e distraente, come un pomeriggio domenicale che dura tutta la vita, passato in discoteca, vicini e tanto isolati, costretti ad urlare per farsi ascoltare, sempre male interpretati, nel sottofondo musicale che distorce ogni voce. Ma ci va bene. Ci aiuta a non pensare: a non avere paura e a non essere costretti ad alzare le mani invocanti.

Qui è il punto.

Quando siamo soli, a faccia a faccia con la nostra finitudine, ci sentiamo costretti a cercare due polsi robusti cui ancorare le nostre braccia alzate nell'invocazione. Ma questo ci fa soffrire, troppo per risultare praticabile.

Scopriamo di non bastare a noi stessi, noi che sappiamo tante cose e usciamo indenni da tutti gli inghippi. E ci accorgiamo che, in fondo, nessuno dei nostri amici ci basta per sopravvivere sull'onda del limite invalicabile della nostra fame di vita e di felicità.

Abbiamo paura di sprofondarci nell'abisso dell'"oltre", dove i conti non tornano più.

E così scappiamo dalla difficile e inquietante compagnia di noi stessi.

Nel deserto questa fuga è impossibile. Sprofondati nel silenzio, lontani dalle cose che ci rassicurano, fuori dal ritmo ossessivo del nostro tempo, ci troviamo inesorabilmente da soli.

Diventiamo gente che cerca salvezza.

Nel pellegrinaggio, forse, è meno facile che nel deserto... Certo, però, mille piccole cose ci possono aiutare. Dipende molto dalla voglia di provare in questa direzione e dalla capacità d'assicurare le condizioni (anche organizzative) per riuscirci.


IN CAMMINO VERSO CASA


Pellegrinare è camminare verso una meta: un santuario, l'incontro con una persona, una celebrazione, un'esperienza particolarmente espressiva.

La meta ci affascina da lontano. Sostiene la fatica.

Questa è la vita e la vita cristiana. Oltre quello che abbiamo conquistato, camminiamo, cantando e sperando. Non ci spaventa la vita dura. L'abbiamo scelta e programmata, anche quando ci capita addosso all'improvviso. Lo sappiamo già al primo passo.

Spesso ce ne dimentichiamo, catturati dal fascino di quello che manipoliamo e di quello da cui vogliamo liberarci.

Il pellegrino lo vive. Impara così a vivere la sua vita quotidiana.

Scopriamo, in pellegrinaggio, il grande pellegrinaggio della vita, verso casa. Là ci attende a braccia aperte il padre; ed è già tutto pronto per la grande festa. "Presto, andate a prendere il vestito più bello e fateglielo indossare. Poi prendete il vitello, quello che abbiamo ingrassato, e ammazzatelo. Dobbiamo festeggiare con un banchetto il suo ritorno, perché questo mio figlio era per me come morto e ora è tornato in vita, era perduto e ora l'ho ritrovato" (Lc 15, 22-24).

C'è di più.

Il padre è impaziente come l'amore. Non riesce più a restare chiuso in casa, aspettando il ritorno del figlio. Era sicuro che sarebbe tornato, perché lontano di casa c'è solo buio, freddo, morte. Un po' si è rassegnato ad attendere, forse per rispettare fino allo spasimo la libertà di quel figlio suo, ancora tanto adolescente. Ma poi non ce la fa proprio più.

Non gli grida d'accelerare il passo; non lo minaccia per fargli rompere le ultime resistenze e nemmeno tenta di sedurlo con qualche promessa. Esce lui da casa e gli corre incontro. Ha una voglia sconfinata di soffocare nel suo abbraccio le sue parole di pentimento.

Camminiamo nella festa, nonostante la vita dura e i tradimenti continui. Siamo consapevoli che la meta è più avanti dei passi i più avanzati: per questo non riusciremo mai a sederci, assaporando il cammino percorso, convinti che ormai la vita sta tutta dietro le nostre spalle. E, nonostante tutto, le piccole cose che abbiamo conquistato sono tanto grandi, affascinanti, impegnative che festeggiamo il piccolo seme che diventa, giorno dopo giorno, albero grande, anche se all'inizio proprio non ci si capisce un'acca di quello che sta spuntando.

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