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A confronto con la morte (dalla prospettiva dell'amore alla vita)


Riccardo Tonelli

(NPG 1995-02-75)


Abbiamo risolto molti mali con le cose che siamo riusciti a manipolare e con quelle che ci siamo costruito. Ne risolveremo tanti altri, soprattutto se riusciremo a migliore la loro distribuzione e utilizzazione. Resta però un male insuperabile: la morte. Essa mette in profonda crisi quel diritto ad amare la vita, cui non siamo più disposti a rinunciare.
Per questo ci fa tanta paura e cerchiamo dei rimedi, con l'affanno di chi sa che l'unico rimedio, davvero efficace, non l'abbiamo a disposizione e non lo possiamo neppure sognare.
Che fare, allora? Ci consegniamo, magari controvoglia, alla logica corrente che evita il confronto con la morte, ne esorcizza la forza provocatoria come si cerca spontaneamente di minimizzare le ragioni dell'avversario durante un dibattito troppo acceso?

LA PROSPETTIVA

La morte provoca la vita quotidiana e mette sotto verifica il suo senso e la sua qualità.
Per questo, davanti alla morte non è sufficiente la scelta di chi preferisce non porsi il problema. E neppure basta cercare la rassegnazione nell'avventura spericolata.
È necessario, invece, assicurare un confronto, sincero e disponibile, sollecitando ad esso anche chi è distratto o chi è riuscito a trasformare lo scontro in un gioco ad alto rischio.
Non vogliamo però rinunciare ai grandi guadagni che ci ha offerto la riflessione teologica e antropologica di questi ultimi anni. Dobbiamo perciò immaginare e programmare un confronto con la morte a partire da una prospettiva radicalmente nuova rispetto a quella che ha caratterizzato i modelli educativi e religiosi tradizionali.

I modelli tradizionali

Non è necessario spendere molte parole per studiare come, nei modelli educativi e religiosi tradizionali, veniva affrontato il tema della morte. Tutti noi ci siamo cresciuti dentro e, forse, qualcuno di noi non li ha ancora totalmente abbandonati.
Il richiamo alla morte faceva parte di quella meditazione sui "novissimi" di cui erano carichi tanti momenti formativi, secondo la raccomandazione delle "Massime eterne" di S. Alfonso. I toni erano impregnati di realismo antropomorfico, spesso terrificante.[1]
Le persone venivano così sollecitate, con maniere brusche e con toni forti, verso la verità della vita e del suo esito, controllando adeguatamente ogni rischio di disimpegno etico e religioso.
L'intenzione e la logica erano molto precise.
La vita è come un fiume in piena che travolge tutto. Va controllato e arginato. Solo il confronto con quell'esito, ineludibile e inquietante che è la morte, può restituire le persone all'oggettività dell'esistenza, oltre il fascino dell'immediato e del superficiale.
Per le persone distratte, cui la morte sembrava un fatto lontano almeno per ragioni anagrafiche, il confronto veniva programmato, attraverso qualche anticipazione, che costringeva forzosamente ad un incontro, altrimenti disatteso. Tipico era, in molte tradizioni educative, "l'esercizio della buona morte". I toni foschi di qualche preghiera[2] e la retorica suasiva di qualche predicatore ottenevano facilmente (almeno al primo impatto) lo scopo di rendere "vicina" una esperienza remota.

Dalla parte della vita: la prospettiva evangelica

La tradizione educativa e religiosa ha richiamato la morte per controllare meglio la vita, far riconoscere il suo senso e il suo esito, fondare la sua dimensione creaturale e religiosa. Lo faceva soprattutto incutendo paura.
Sono convinto della necessità di riaffermare queste esigenze.
Mi chiedo però se la prospettiva tradizionale sia quella più corretta, rispetto all'evento (il conflitto tra morte e vita) e rispetto alla preoccupazione educativa (sollecitare al confronto con la morte).
La meditazione del Vangelo mi ha convinto che è possibile parlare della morte a partire dall'amore alla vita e con la pretesa esplicita di consolidarlo e restituirlo all'avventura personale di ogni uomo.
Il Vangelo documenta infatti continuamente la grande passione di Gesù per la vita. Egli non cerca la morte. Vuole la vita, anche se ricorda, con la stessa passione premurosa, che la morte è la condizione irrinunciabile per possedere la vita. Lotta contro la morte ogni volta che essa attraversa la sua strada. Restituisce dignità a tutti coloro a cui la paura l'aveva sottratta.
Ho già motivato spesso, in altri contesti, questo orientamento teologico. La sua scoperta sta alla radice di quella riformulazione della spiritualità cristiana e di quel progetto di educazione alla fede che "Note di pastorale giovanile" persegue da tempo.
Cito solo una pagina del Vangelo, che fa quasi da ritornello a tutta la prassi salvifica di Gesù. "Una volta Gesù stava insegnando in una sinagoga ed era di sabato. C'era anche una donna malata: da diciotto anni uno spirito maligno la teneva ricurva e non poteva in nessun modo stare diritta. Quando Gesù la vide, la chiamò e le disse: Donna, ormai sei guarita dalla tua malattia. Posò le sue mani su di lei ed essa si raddrizzò e si mise a lodare Dio". Di fronte alle proteste del capo della sinagoga, arrabbiato perché Gesù aveva osato guarire la donna nel giorno di sabato (andando contro la legge), Gesù risponde: "Satana la teneva legata da diciotto anni: non doveva dunque essere liberata dalla sua malattia, anche se oggi è sabato?" (Lc 13, 10-17).
Non è l'unico testo di questo tono. La voglia di far nascere vita dove ha incontrato i segni di morte, la fatica di rimettere a testa dritta le persone che per differenti ragioni camminavano curve e piegate in due, sembrano il filo rosso che lega tutta l'avventura di Gesù.
Gesù non si arrende neppure davanti alla morte fisica.
Restituisce alla vita l'amico Lazzaro (Gv 11, 34-44) e alle braccia della mamma di Naim il figlio unico, che la morte aveva strappato (Lc 7, 11-17).
Lui stesso lo sperimenta per sé. Consegnato violentemente alla morte dal sopruso e dall'ingiustizia, protesta la sua libertà di scelta (Mt 26, 51-54). Il Padre lo restituisce alla vita.
La vittoria della vita sulla morte è solo una bella parentesi, riservata ai tempi di Gesù?
La morte si è presa la rivincita anche nei confronti della donna guarita da Gesù, di Lazzaro, del ragazzo di Naim.
Gesù ci vuole pieni di vita, ci restituisce il diritto di "camminare a testa dritta"... solo fino ad un certo punto? Alla fine, vince la morte... e addio speranza e festa? L'interrogativo spunta drammatico, proprio quando sembra risolto tutto...
Il richiamo, tanto spesso ripetuto, alla paura della morte, è giustificato dall'esito dell'avventura della vita.
La morte non è l'ultima parola sulla vita. Lo conferma la storia dei discepoli di Gesù che continuano l'esperienza che hanno vissuto stando con Gesù.
Racconta il libro degli Atti degli Apostoli: "Un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita e lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta «Bella» a chiedere l'elemosina a coloro che entravano nel tempio. Questi, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, domandò loro l'elemosina. Allora Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse: «Guarda verso di noi». Ed egli si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualche cosa. Ma Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!». E, presolo per la mano destra, lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e balzato in piedi camminava; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio e riconoscevano che era quello che sedeva a chiedere l'elemosina alla porta Bella del tempio ed erano meravigliati e stupiti per quello che gli era accaduto" (Atti 3, 1-11).
Letto così, sembra il resoconto di un gesto prodigioso, che finisce tutto lì. E invece è importante continuare la lettura del documento. La riassumo.
Lo zoppo guarito dal racconto della storia di Gesù, grida tanto di gioia che lo fermano per schiamazzi nel recinto sacro del tempio. Quando i sommi sacerdoti vengono a sapere che c'è stato di mezzo Pietro, interrogano lui, per andare alla radice del disordine.
Qui viene il bello.
Pietro dice: "Sapete perché questo zoppo cammina dritto e sano? Perché tutti sappiano che non possiamo essere vivi se non in quel Gesù che voi avete crocifisso e ucciso e il Padre ha risuscitato da morte".
Nella prassi di Pietro la storia di Gesù, la guarigione fisica dello zoppo e la vita piena (anche contro la morte) si intrecciano in un'unica radicale preoccupazione: la vittoria della vita contro la morte.
La guarigione risolve i problemi fisici. La confessione di fede nel Risorto supera le barriere della morte fisica e assicura una pienezza impensabile di vita, nonostante la morte.
I due momenti si richiamano intensamente. La guarigione fisica dice la serietà della proposta; la decisione che dà pienamente la vita, offerta come dono misterioso e accolta nella fede, va oltre la guarigione: riguarda un gioco di libertà e di amore, un sì ad un mistero di vicinanza. Senza questa decisione di fede nel Signore Gesù non c'è vita piena.
Affiora un modo nuovo di realizzare la vittoria della vita sulla morte. Vince la morte chi si affida ad un mistero, grande e impenetrabile. In fondo, l'invito perentorio di Gesù a camminare "a testa dritta" si traduce in una condizione che ci mette immediatamente a confronto con la morte. Siamo vivi, nonostante la morte, se accettiamo di uscire da ogni pretesa di autosufficienza e di autonomia per immergerci nell'abisso del mistero della vita e di Dio.

LA MORTE RIVELA IL SENSO DELLA VITA

La mia proposta, come ho ricordato aprendo l'articolo, assume un ritmo di... continuità discontinua rispetto alla tradizione educativa e religiosa.
Sostengo la necessità di riattivare il confronto con la morte per assicurare la qualità della vita. Ma rifiuto di utilizzare la prospettiva della paura e la pretesa di oggettività. Mi colloco invece dalla parte della vita, con la voglia di restituirla piena e abbondante alla responsabilità e alla libertà di ciascuno.
Questo cambio di prospettiva modifica la qualità del confronto, trasformando, prima di tutto, l'interrogativo stesso a cui cercare risposta.
Non possiamo chiederci se la morte ha un senso. Posta così, la domanda è senza risposta. Spalanca solo verso la disperazione.
La morte infatti non ha nessun senso. È solo una grande disperata sconfitta. Tutte le possibili risposte sono sempre astratte, teoriche o troppo tecniche. Possono spiegarci il disfacimento progressivo e incontrollabile del nostro corpo o possono rilanciarci in un orizzonte dove i discorsi sono vaghi e incontrollabili come molti discorsi religiosi.
La riflessione teologica più attenta ha ormai superato ogni legame deterministico tra morte e peccato. Moriamo perché siamo vivi e non perché siamo peccatori, anche se è vero che la paura della morte ci avvolge inesorabile a causa del peccato in cui siamo immersi.
Chi tenta di trovare un significato alla morte, fa i conti con il sogghigno triste di chi dice: e se l'uomo fosse messo sulla terra soltanto per un nudo esperimento, per vedere soltanto se un essere come lui possa viverci? (F. M. Dostoevskij).
La questione è un'altra, radicalmente diversa. Riguarda la vita e il suo senso. Cosa è vita? Quale esperienza di vita è autentica, pienamente e radicalmente "mia", degna di essere accolta, vissuta, amata e offerta?
La morte costringe al realismo: la domanda sulla vita "dalla parte della morte" resta inchiodata su una piattaforma di verità da cui non può fuggire.
La domanda sulla vita passa attraverso la risposta che riusciamo ad esprimere alla provocazione della morte.
Cosa è la vita... visto che c'è la morte?

La perdita del senso del limite

La società dei consumi ha trovato un suo modo di decidere la qualità della vita e il suo senso. Non vende o svende cose. Mette in commercio prima di tutto proposte che dicono, con un linguaggio seducente, chi è l'uomo e a quali condizioni possiamo diventarlo in modo pieno, riuscito, definitivo.
Dobbiamo pensarci un attimo, per comprendere meglio le ragioni per cui credo urgente, oggi soprattutto, assicurare un confronto sincero e responsabile con la morte.
Per molto tempo siamo vissuti all'insegna di una distinzione tra prodotti funzionali e significati esistenziali.
Abbiamo sempre considerato le cose in modo "funzionale": esse servono nella misura in cui sono capaci di affrontare problemi di sopravvivenza, piccoli o grandi che siano. Per spostarsi sulle lunghe distanze sono necessari mezzi rapidi di locomozione; per risolvere i problemi della fame, si richiede il cibo; il telefono serve a raccorciare le distanze tra gli interlocutori.
Il senso della vita dipendeva da altri confronti. Alle domande sulla identità personale, sulle esigenze etiche, sul significato della vita, della morte, del dolore e dell'amore rispondono i modelli culturali, l'esperienza religiosa, le tradizioni sui valori.
Oggi la distinzione sembra non reggere più: le cose hanno ormai invaso anche l'ambito del senso.
La ragione è coerente con le logiche di fondo della società dei consumi. Per questo è più fascinosa la provocazione e per controllarla non basta affatto una dose più alta di buona volontà.
Al centro delle cose, quelle possedute e soprattutto quelle desiderate, viene collocato il problema inquietante del senso dell'esistenza. Quando i prodotti a disposizione sono molti e tutto sommato abbastanza omogenei, è indispensabile mettere in commercio e far acquisire nuovi bisogni, per poter smerciare i prodotti che sono proposti come capaci di saturarli.
L'uomo riuscito è quello riverito da tutti per il suo fascino e la sua potenza, colui che può presentarsi con il biglietto da visita eloquente delle cose che possiede. Con questa fotografia in mano, qualcuno ci sussurra: se non sei così (vestito alla moda, in un giro di amici eleganti, ben rasato, pettinato e profumato...), dai fastidio agli altri, sei di peso a loro, li offendi: dunque, devi ritenerti colpevole. Però - continua la voce del nostro tempo - è facile convertirsi e cambiare vita. In fondo, basta spalmarsi il volto di una certa crema, ogni sera prima di coricarsi; e tutto è risolto. Hanno inventato le svendite e le liquidazioni... per permettere anche ai poveretti l'acquisto di abiti firmati.
Così sembra davvero facile essere bravi e importanti. Diventiamo, senza eccessiva fatica, rispettosi degli altri. Solo gli sciocchi non ne sanno approfittare. I problemi ci sono, ma sappiamo risolverli da soli. Ci bastano le cose e la buona volontà di qualcuno... per permetterci un alto indice di umanità.
Gli esiti di questo modo di procedere solo almeno due, egualmente pervasivi e pericolosi.
Da una parte, abbiamo perso, un po' alla volta, il senso del limite e la misura della nostra autenticità. Ci viene sussurrato continuamente che ogni limite è superabile, ed è molto facile superarlo. Solo gli sprovveduti accettano di conviverci.
Diventiamo così affamati di onnipotenza.
Dall'altra, abbiamo il diritto di avere solo quei problemi che le cose sono in grado di risolvere.
Ci sono perciò problemi seri e problemi falsi. Sono seri quelli che possiamo affrontare nell'esercizio della nostra potenza, raffinando sensibilità, organizzazione, competenza. Gli altri - quelli che sembrano senza soluzione - non vanno nemmeno posti. È questione di buon gusto e di pudore. Per questo non dobbiamo parlare della morte... tanto non possiamo farci nulla.

La scoperta della finitudine

Molti, sedotti dalla promessa di una felicità costruita sul possesso delle cose, si affannano disperatamente. Ma non è affatto vero che le cose sono disponibili a tutti. Al contrario, sembra che non bastino per tutti, anche perché ce le spartiamo in una logica di sopraffazione e di egoismo. E così, chi resta a mani vuote si sprofonda in una disperazione tanto nera che porta, non poche volte, al suicidio.
Anche coloro che se ne sono accaparrate in misura... sufficiente, si accorgono presto che le cose non ci bastano davvero a risolvere i problemi dell'esistenza. Ogni tanto infatti il meccanismo si inceppa. Riaffiorano i problemi di sempre. Ci scontriamo con limiti imprevisti e imprevedibili. E così riaffiora una disperazione molto più profonda, perché radicata sulla incapacità di convivere sinceramente con quella esperienza di limite che le cose non sono in grado di risolvere.
La disperazione è una soluzione. Non è l'unica, però: la coscienza riconquistata del limite può restituirci al coraggio della verità sulla nostra vita. La morte, sperimentata nella morte degli amici e temuta nei piccoli segni premonitori che si affacciano progressivamente alla nostra esistenza, ci rivela a noi stessi.
Certamente esistono molti "limite" nella vita di ogni uomo. Spesso dipendono da cause note e controllabili, anche se non facilmente superabili. Altri, come il dolore e la sofferenza, dipendono dalla struttura fisica della nostra esistenza. Contro i primi impariamo a ribellarci, eliminandone le radici, dentro e fuori di noi. Con i secondi ci abilitiamo a convivere, per amore di verità.
C'è però una situazione di limite, che tutti ci pervade e attraversa inesorabilmente la nostra esistenza: la morte incombe su di noi proprio perché siamo vivi. Non ci sentiamo rattristati da questa condanna. L'esperienza più bella, quella di essere vivi, si porta dentro la traccia indelebile del limite che l'attraversa.
Questa è l'esperienza esistenziale che chiamo "esperienza della finitudine".
La morte ci restituisce alla qualità e all'autenticità della nostra vita. Essa non è un incidente di percorso, di cui possiamo evitare il confronto, quasi fosse statisticamente irrilevante rispetto al problema centrale.
In qualche modo, dovremmo essergliene grati: essa è un supplemento di libertà in un mondo di costrizioni pericolose e alienanti, anche se opera con mano pesante e senza permetterci di giocare a nascondino...
Sul confine della finitudine, l'uomo si ritrova "diverso" dalle cose e dagli altri esseri viventi. Entra nel mondo affascinante e misterioso di una vita irrepetibile.

Dal limite all'affidamento

Chi sa vivere l'esperienza della finitudine, come verità di se stesso, sofferta e scoperta, alza al Signore il grido della sua vita, ritrova la gioia di vivere e la libertà di sperare. Convive, nella pace e nella gioia, con la propria finitudine, perché si sente nell'abbraccio accogliente di Dio. L'esperienza della finitudine apre alla capacità di affidamento. Ci fidiamo tanto della vita, da anticipare, in modo maturo e programmato, quell'affidamento al suo mistero a cui la morte ci costringe.
È proprio strano: chi si affida è debole, sembra un perdente, dipende tutto dall'altro... così diventa forte, il vincitore. Povera logica del nostro buon senso: è proprio condannata al fallimento. Ma è quella del Vangelo: chi ama la sua vita, la perde per amore, perché la consegna, con la fiducia cieca di un bambino.
Davvero, la morte fa scuola alla vita.

EDUCARE A "POSSEDERE" ANCHE LA MORTE

Non mi piace pensare ai problemi rimandando la loro soluzione a momenti futuri, soprattutto quando essi sfuggono ad ogni controllo.
L'abbiamo fatto spesso anche con la morte. Essa provoca la vita, ne rivela il senso e la destinazione. Abbiamo il diritto di vivere felici "nonostante" la morte, solo nella speranza che "dopo" saremo consolati, ripagati a dismisura dei dolori e delle sofferenze con cui ci siamo conquistati il diritto alla felicità? Sarebbe come tentare di rabbonire un'assemblea alle prese con un oratore noioso, promettendo un buon pranzo, alla fine della conferenza...
La morte mette in crisi "questo" tratto di esistenza, l'unico che ci appartiene, di cui possiamo disporre nel gioco della libertà e della responsabilità. Rivela il limite che l'attraversa e ci costringe a ricostruire la sua qualità nell'affidamento al mistero. Possiamo riconquistare il diritto alla felicità, facendo i conti che la minaccia più grave a questo diritto?
Per poter amare, da adulti responsabili, una esistenza che si conclude in una costrizione senza appelli ad abbandonare tutto quello che è stato amato, costruito, realizzato, dobbiamo riuscire a "possedere", in qualche modo, anche la morte.
Possedere la morte... non è folle presunzione? È un'operazione praticabile... o ce lo ricordiamo solo per consolarci e per darci un po' di tono? Lo possiamo annunciare con forza e fierezza anche al di fuori delle nostre assemblee liturgiche, riservate al giro degli iniziati... o dobbiamo pronunciare sottovoce questa affermazione, per paura di essere derisi?

Il senso della proposta

Di fronte alle difficoltà e alle situazioni di crisi, riconosciamo di essere più forti di quello che ci preoccupa, se, in qualche modo, siamo in grado di prevedere i possibili sviluppi e abbiamo in serbo le soluzioni pronte per ciascuno di essi. Chi si imbarca per un lungo viaggio in automobile, si sente tranquillo se ha carburante a sufficienza, ha prenotato i punti di sosta, è sicuro di un rapido cambio di macchina in caso di guasto e ha l'assistenza assicurata in caso di incidente. Ogni viaggio è un rischio... ma a queste condizioni il rischio è controllato.
Esiste un inventario assicurativo, capace di confortarci contro il rischio (certo e imprevedibile) della morte?
Certamente, no. Qualche modello devozionale e la presenza di talismani, più o meno religiosi, sono ormai relegati, per fortuna, tra i ricordi del passato.
Possiamo "possedere" anche la morte, fino a non averne paura, solo se riusciamo ad anticipare, in termini consapevoli e maturi, quell'esperienza esistenziale a cui la morte ci condanna inesorabilmente. Si tratta sempre di un possesso più passivo che attivo: non è dominio ma affidamento. Ci affidiamo alla morte da persone adulte, capaci di scegliere uno stile di esistenza nel tempo in cui possiamo esercitare la nostra responsabilità, in modo da costruire, in libertà e a frammenti, quell'atteggiamento complessivo a cui non potremo assolutamente sottrarci.
Questo stile di esistenza dipende da noi. È frutto della nostra quotidiana fatica esistenziale. Può essere progressivamente "iniziato" in altri, come esito di processi formativi.
Vivere in questo stile, nel ritmo della vita quotidiana, è possibile a chiunque ha consolidato un sogno grande sulla sua esistenza. Vivendo così "possediamo" simbolicamente anche la morte, nel tempo della vita, per lasciarci possedere in modo maturo dalla morte stessa, quando ci chiederà il coraggio di consegnarci pienamente ad essa.

Quale stile di esistenza?

Non posso fare un elenco di atteggiamenti, con la pretesa di produrlo esaustivo. Posso solo fare degli esempi, intrecciando l'esperienza vittoriosa di Gesù di Nazareth con i modelli culturali dominanti.

L'impossibile diventa possibile

Il primo atteggiamento è di fondo. È una specie di scommessa esistenziale.
Mi aiuta ancora una bella pagina del Vangelo: "Quando arrivarono in mezzo alla gente, un uomo si avvicinò a Gesù, si mise in ginocchio davanti a lui e disse: Signore, abbi pietà di mio figlio. È epilettico e quando ha una crisi spesso cade nel fuoco e nell'acqua. L'ho fatto vedere ai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo. Allora Gesù rispose: Gente malvagia e senza fede! Fino a quando dovrò restare con voi? Per quanto tempo dovrò sopportarvi? Portatemi qui il ragazzo. Gesù minacciò lo spirito maligno: quello uscì dal ragazzo, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, lo presero in disparte e gli domandarono: Perché noi non siamo stati capaci di cacciare quello spirito maligno?
Gesù rispose: Perché non avete fede. Se avrete tanta fede quanto un granello di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, e il monte si sposterà. Niente sarà impossibile per voi" (Mt 17, 14-20).
Questa pagina dà da pensare.
C'è di mezzo la vita: quel povero ragazzo ammalato è come se fosse morto.
Gesù si irrita con i suoi discepoli perché li vede impotenti e rassegnati di fronte alla morte. Non sopporta la vittoria della morte sulla vita.
Riconosce che l'impresa non è certo facile. Per questo sollecita la fede: chiede di immergere il problema nel mistero grande di Dio. Qui l'impossibile diventa subito possibile.
E la vita trionfa.
Quello che ho raccontato non è un episodio isolato. Il Vangelo è pieno di racconti simili, dove la fede fa diventare possibile l'impossibile.
La donna cananea crede che Gesù può restituire la salute alla figlia. E la figlia guarisce (Mt 15, 21-28).
Il centurione romano crede che Gesù può vincere la morte che ormai ha ghermito il servo. E il servo torna alla vita (Mt 8, 5-13).
La peccatrice che gli bagna i piedi con le lacrime e glieli asciuga con i capelli, crede di poter ritrovare la dignità perduta. E Gesù la restituisce alla pienezza dell'amore (Lc 7, 36-50).
Il lebbroso, la donna che soffriva di perdite di sangue, Zaccheo e Pietro dopo il tradimento credono alla vita nel nome di Gesù. E tornano tutti, in modo diverso, alla pienezza di vita.
Gesù non l'ha solo detto e fatto per gli altri. Ha creduto alla vittoria della vita e della libertà, nel nome del Padre, anche quando la morte si è affacciata violenta nella sua esistenza. Come tutti noi, ho sofferto e pianto. Poi ha gridato tutta la sua fede. E ha vinto la morte, definitivamente e per tutti noi.
L'impossibile è diventato possibile per lui, per tanti amici suoi, per noi, perché ha creduto nella vita e ha costruito, nel piccolo, i segni della grande promessa.
Questo è il primo e più radicale atteggiamento. Ci riporta al mistero della vita e a quell'esperienza con cui essa può essere decifrata, che i cristiani chiamano "la fede". Attraverso questo stile di esistenza, il credente testimonia la sua fede nella vita, facendo esplodere, almeno in modo simbolico, quei germi di vittoria definitiva sulla morte che essa si porta dentro.

Distacco dalle cose

Adesso possiamo andare un po' più verso il concreto.
La conseguenza più immediata della morte è la privazione delle cose e il distacco dalle persone. Rimaniamo da soli: senza le cose che ci avevano fornito il nostro biglietto da visita o su cui avevamo riposto tante nostre speranze e privi delle persone con cui avevamo diviso impegni e progetti, che avevano riempito del loro amore la nostra vita.
Possedere la morte significa, in questo caso, anticipare, di libera scelta, quel distacco e quell'abbandono a cui saremo inesorabilmente condannati, per una ragione che dia senso e orizzonte alla scelta.
Il distacco dalle cose è irrimediabile. Non c'è scampo e non ci sono alternative: o impariamo a vivere, imparando a morire, oppure viviamo "contro" la logica della morte, arraffando e accumulando in attesa di perdere tutto.
Il distacco non è l'atteggiamento manicheo di chi disprezza tutto per un principio superiore. Distacco vuol dire invece consapevolezza crescente di una solidarietà che diventa responsabilità. Le cose sono per la vita di tutti. E tutti hanno il diritto di goderne, soprattutto hanno questo diritto coloro a cui sono sottratte più violentemente e ingiustamente.
Il povero, l'essere-di-bisogno, è la ragione del mio distacco. Mi privo delle cose, giorno dopo giorno, proprio mentre le possiedo gioiosamente, per permettere ad altri di goderne un po'.
L'esito è strano e assurdo nella logica in cui siamo abituati a lavorare: condividendo, tutti abbiamo tutto a sazietà. La parabola della moltiplicazione dei pani lo insegna senza mezzi termini: solo condividendo i pochi pani che qualcuno previdente aveva portato con sé, tutti si sono tolti la fame e ne sono rimaste sette sporte traboccanti (Lc 9, 12-16).
Qui passa la linea di demarcazione tra due modi di vivere la vita: fidarsi tanto della vita da distaccarsi deliberatamente dalle cose perché possano servire ad altri; oppure imprecare contro l'esistenza che ci strappa da quello che abbiamo cercato di afferrare a tutti i costi.

Distacco dalle persone

La morte ci strappa violentemente anche dalle persone, con cui abbiamo condiviso un piccolo frammento di tempo, tanta passione ed esperienze originalissime di amore. Non le possiamo portare con noi, nonostante l'affetto intenso che ci lega. Le dobbiamo abbandonare alla loro solitudine e al loro dolore.
L'abbiamo già sperimentato personalmente. Papà o mamma ci hanno lasciato e sono scomparsi molti di coloro che ci hanno generato alla vita, dandoci ragioni per vivere. E se per fortuna sono ancora con noi, sentiamo incombente la minaccia della loro scomparsa.
Lo sappiamo e ne soffriamo. Basta davvero poco per toccare dal vivo lo strappo violento e insanabile della morte.
Parliamo tanto di amore, di solidarietà, dell'ebbrezza dello stare in compagnia. E poi... all'improvviso la luce di spegne: per noi e per gli altri.
Di fronte a questa minaccia, rispunta, più inquietante che mai, l'interrogativo: possiamo fidarci di questa vita che ci costringe a restare da soli e ci chiede di partire in solitudine?
Fiducia nella vita significa, anche in questo caso, anticipare nel ritmo dell'esistenza quotidiana il distacco prodotto dalla morte, per non essere colti di sorpresa, quando verrà improvvisa e inesorabile.
Verso le persone siamo chiamati a vivere un distacco molto diverso da quello che realizziamo nei confronti delle cose.
Per parlare in modo concreto, pensiamo ai doni preziosi che ci hanno fatto amici che non sono più fisicamente in nostra compagnia. Sono vivi in mezzo a noi perché ci siamo amati intensamente e perché la loro esistenza ha costruito la nostra. Quando la morte ce li strappa dal contatto fisico, resta il ricordo intenso della loro presenza. Li pensiamo con nostalgia, li avvertiamo ancora vicini perché la loro esistenza è stata un dono impagabile per la nostra vita.
Ci hanno amato e hanno servito la nostra crescita nella libertà e nella responsabilità. Hanno generato in noi una qualità nuova di esistenza.
Tutto ciò che ci parla di loro, è per noi gradito e prezioso.
Ci sentiamo soli e, nonostante tutto, non ne soffriamo, perché grazie a loro siamo diventati capaci di vivere in solitudine.
Molto diverso è il rapporto con persone di cui abbiamo un ricordo triste. Si arriva persino a dire: per fortuna, non ci sono più; ci hanno succhiato il sangue e ci hanno amareggiato l'esistenza... ma anche per loro la festa è finita. La loro partenza è salutata come una grande liberazione.
Ho suggerito due situazioni opposte.
A confronto con quello che altri sono stati per noi, è più facile dirci cosa significa imparare a vivere nel distacco verso le persone.
Il distacco non spegne il ricordo e non brucia la capacità di generare ancora ragioni per vivere, solo se, nell'avventura con gli altri, ho saputo costruire amore e libertà, servendo spassionatamente la loro gioia di vivere, la loro capacità di sperare, la responsabilità di crescere come protagonisti della storia personale e collettiva.
Quando la mia presenza si fa ossessiva, quando cerco a tutti i costi di dominare la mano che mi chiedi un aiuto, quando faccio prevalere il mio interesse su quello degli amici... non vivo nel distacco. Cerco di afferrare qualcosa che poi la morte mi strapperà violentemente. Resterò così senza quello che ho cercato di possedere e la mia partenza sarà accolta come una liberazione.
Quando invece mi perdo nell'amore che si fa servizio, fino alla disponibilità a "dare la vita perché tutti ne abbiano in abbondanza", anticipo nel quotidiano quel distacco a cui la morte mi costringerà, presto o tardi. Il mio ricordo "resta", forte come l'amore.

Dare la vita per la causa della vita

La morte è una decisione senza ritorno. Per diventare capaci di "possedere" anche la morte, siamo sollecitati a diventare persone piene del coraggio di decidere, disposti al rischio che ogni decisione comporta.
Questa esigenza sta a fondamento. Va però concretizzata, indicando la direzione verso cui orientare la nostra decisione.
La mia proposta è molto precisa: possiede anche la morte solo colui che è capace di dare la propria vita per la causa della vita, con una decisione piena, consapevole, radicale.
Lo dico con molta paura, perché non si tratta di trovare parole elaborate, per spiegare qualcosa che va compreso attraverso un esercizio più raffinato dell'intelligenza. La lotta tra morte e vita penetra nel mistero dell'esistenza: ogni parola è un frammento di vita personale che tenta di farsi parola.
La forza di questa affermazione e il suo senso sono però radicati nel Vangelo. Possono essere pronunciati solo sulla forza del fare memoria.
La vita e la sua pienezza è la perla preziosa, per conquistare la quale tutto passa in secondo piano. Non può essere, a nessun titolo, oggetto di scambio o di transazione. Non posso rinunciare provvisoriamente a qualche frammento di vita, con la speranza di riconquistarla dopo in abbondanza.
Per assicurare la pienezza di vita l'unica strada percorribile e sicura è quella che Gesù ha percorso e delineato.
Gesù ha sacrificato la sua vita, come sommo gesto d'amore, accettando le conseguenze di un'esistenza tutta protesa nell'impegno di restituire vita e speranza, nel nome di Dio, a tutti gli uomini. Gesù però vuole la vita, non la morte. L'invito perentorio a "dare la propria vita" non indica un obiettivo, come se fosse importante dare la propria vita e basta. Sottolinea invece la condizione irrinunciabile per raggiungere l'obiettivo, quello vero e autentico. L'obiettivo è la vita, piena e abbondante per tutti. Il "dare la propria vita" è la condizione per raggiungerlo.
La morte (anche quella accolta per amore dell'altro) è sempre sconfitta. Non potrebbe generare vita se non ci riportasse alla potenza di Dio che si esprime in questa debolezza accolta e sofferta (2 Cor 11, 8). Genera vita solo perché la vita è tanto dono di Dio da esplodere piena e abbondante quando sembra ormai tutto finito. Chi genera alla vita è il Dio di Gesù, che fa sorgere figli di Abramo anche dalle pietre.
La sconfitta diventa così vittoria, che travalica i confini del tempo e dello spazio e immerge tutti gli uomini in un vortice di vita nuova.
Chi vuole la vita e gioca la sua per donarla a tutti, nel nome di Dio, pianta la croce nel centro del suo impegno. Riconosce così intensamente la passione fontale di Dio per la vita di tutti che si dichiara disponibile, con i fatti, a perdere la propria vita, come gesto supremo di impegno per la vita.
Ci misuriamo con la morte e dichiariamo operativamente la nostra disponibilità a dare la vita per la vita di tutti, perché vogliamo amare più intensamente la nostra vita. Facciamo così nostro, fino in fondo, l'invito di Gesù: "Se il chicco di frumento, caduto nella terra, non muore, non potrà di sicuro vivere. Se muore invece vivrà: il cento per uno" (Gv 12, 24).


NOTE

[1] Cito qualche brano dal "Mese di Maggio" di don Bosco (Torino 1858), che riprende e sviluppa i temi del più noto Il giovane provveduto (Torino 1847): "Tre cose devi considerare nel giudizio particolare: la comparsa, l'esame, la sentenza. I più grandi santi tremavano tutti al pensiero di dover comparire dinanzi a Dio per essere giudicati. Appena mandato l'ultimo respiro, l'anima dovrà tosto comparire davanti al divin Giudice. La prima cosa che rende terribile questa comparsa si è di trovarsi sola davanti a Dio che sta per giudicarla. [...] Dice S. Agostino, che dissopra avremo un giudice sdegnato, da un canto i peccati che ci accusano, dall'altro i demoni pronti ad eseguire la condanna, dentro la coscienza che ci agita e ci tormenta, al di sotto un inferno che sta per ingoiarci".
[2] Ricordo qualche brano di una delle preghiere classiche, diffusa in moltissime tradizioni formative, raccomandata e indulgenziata dai Papi: "Quando i miei piedi immobili mi avvertiranno che la mia carriera in questo mondo è presso a finire, misericordioso Gesù, abbiate pietà di me.
Quando le mie mani tremole e intorpidite non potranno più stringervi, Crocifisso mio bene, e mio malgrado vi lascerò cadere sul letto del mio dolore...
Quando i miei occhi offuscati e stravolti dall'orrore della morte imminente fisseranno in Voi gli sguardi languidi e moribondi...
Quando il mio debole cuore oppresso dal dolore della malattia sarà sorpreso dagli orrori di morte, e spossato dagli sforzi che avrà fatto contro ai nemici della mia salute..." (Il giovane provveduto, Torino 1851, 140-143).

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