Oltre la pastorale del bonsai /1

Domenico Sigalini

(NPG 1995-01-48)


QUALCHE RIFLESSIONE SUL PASSATO PER CAPIRE

Iniziamo con questo primo semplice articolo una serie di interventi che ci aiutano ad allargare l'esperienza formativa nel mondo giovanile. Trent'anni fa, verso la fine del Concilio Ecumenico Vaticano II, si era dato vita a un modo nuovo di intervenire nell'educazione alla fede dei giovani: la vita di gruppo. Negli anni precedenti si erano usati altri mezzi non meno adatti ed efficaci: l'adunanza, i gruppi di catechesi, gli incontri per ascoltare conferenze. Si creava cioè uno spazio in cui si potevano verificare le condizioni di un buon ascolto, di una riflessione personale e di un approfondimento culturale. Nella seconda metà degli anni Sessanta, il mondo giovanile esplode e soprattutto è animato da voglia di partecipare, di socializzare, di non delegare a nessuno ciò che gli interessa, di discuterlo con gli amici, alla pari. Vuol vivere la vita in prima persona, essere cristiano in presa diretta. I giovani diventano una questione, sembra quasi una cultura. Fu preceduto da alcune variazioni dell'adunanza, il raggio, soprattutto ad opera di Gioventù Studentesca, antenata di Comunione e Liberazione. Altre associazioni ebbero intuizioni diverse, ma tutto confluì nell'esperienza di gruppo.
L'Azione Cattolica ne fu la promotrice capillare e colei che non fece mancare una serie di riflessioni e sostegno culturale. Ne nacque una metodologia, una nuova figura, l'animatore, e tutta una serie di pubblicazioni a sostegno di questo strumento che, si diceva, era qualcosa di più di uno strumento, ma già una prima, e talora l'unica possibile per i giovani, esperienza di Chiesa. La rivista Note di Pastorale Giovanile, entro un ripensamento innovativo della metodologia educativa, propose la teoria dell'animazione culturale (sistematizzata in maniera originale e puntuale dal prof. Mario Pollo e aiutata ad aprirsi alla teoria dell'Incarnazione da d. Riccardo Tonelli), come base «scientifica» culturale e pedagogica, e ambiente in cui il gruppo poteva trovare il massimo della sua efficacia. Furono trent'anni di grande lavoro e di grande creatività.
Oggi i giovani sono diversi, la teoria dell'animazione culturale è ancora capace di interpretare il suo vissuto e i suoi percorsi di crescita; il gruppo invece, pur restando condizione necessaria per educare i giovani alla fede, non è più sufficiente. Sono cambiati i giovani, sono distribuite su più fonti le appartenenze, si è approfondita la sfera della soggettività, si è ampliato il campo delle proposte della società al mondo giovanile. Il clima televisivo e in genere massmediale del nostro tempo esige una diversa conformazione e stimolazione della vita per aiutarla all'incontro con il Signore. Ne è risultato che il gruppo si è fatto eccessivamente selettivo per poter essere l'unico strumento formativo, si sono frantumate le pressioni di conformità, ha perso la sua pretesa di essere l'appartenenza assoluta e onnicomprensiva del giovane. Occorre allora tentare nuove strade. Il rischio è di buttare il bambino con l'acqua sporca, cioè di perdere la tensione formativa che si era acquisita e sostenuta con il gruppo e optare per l'improvvisazione o la massa, o l'occasione o la cultura anziché la fede, la socializzazione religiosa anziché l'educazione alla fede, l'informazione al posto della formazione, il presenzialismo invece della continuità. Si fa presto a scrollarsi di dosso un cammino serio, settimanale, ben compaginato in un itinerario per una serie di incontri improvvisati sulla piazza o in discoteca che forse colpiscono, ma che sicuramente non sono capaci di sostenere una conversione. Comunque non è in causa massa o gruppo, ma conservazione o missione. Molti giovani infatti non riescono a passare dai nostri gruppi formativi e non perché non hanno domande religiose o voglia di rispondere generosamente: provengono da altre impostazioni di vita, hanno un altro modo di sentire, di vivere, di riflettere.
La stessa società in cui viviamo tollera abbastanza bene che i giovani o i cristiani tout court si facciano le loro belle riunioni in gruppo, si diano le motivazioni spirituali che credono più opportune. Purché tutto resti nel modello bonsai: piccolo, carino, apprezzato, ma mai in grado di diventare una foresta, esperienza di popolo, di mondo giovanile, di comunità. Non ti è permesso di creare cultura diversa; in questo campo vige la legge del branco promossa spesso dai massmedia, dalla cultura dominante del sondaggio, dalle mode introdotte ad arte per orientare se fosse possibile anche le speranze degli uomini.
Il discorso è complesso e difficile ed esige un impegno culturale di ben maggiore portata di quanto si può fare in questi agili articoletti, né si può addossare tutto al dilemma «gruppo sì o gruppo no». Noi partiamo da qui, rileggiamo le nostre esperienze e sogniamo in caduta libera. Vogliamo dimostrare che è possibile contribuire alla formazione delle giovani generazioni con nuovi strumenti, che il vangelo non può mai essere imbrigliato in nessun mezzo, che abbiamo tantissime energie nel nostro mondo giovanile che aspettano solo di essere stimolate a esplodere.
Ricercare nuove esperienze educativo-formative e nuovi metodi di proposta del messaggio cristiano
A chi ci legge la prima volta potrebbe sembrare che ci svendiamo all'attivismo, che abbiamo abbassato il tono della formazione, che abbandoniamo l'impegno educativo serio in cerca di populismo. Ci sono alcuni principi ormai collaudati, che andremo a mano a mano ricordando in ogni intervento che danno il quadro educativo indispensabile, che richiamano in causa la teoria dell'animazione, che ci riporteranno alla pazienza educativa di sempre. Potremo richiamare e dialogare su alcune questioni che spesso ritornano nelle nostre riflessioni pastorali, come la esagerata intellettualizzazione della fede, la limitazione della relazione interpersonale alla dinamica di gruppo, l'utilizzo nella pastorale giovanile solo di alcuni linguaggi, soprattutto la parola, la necessaria interparrocchialità, la moltiplicazione delle figure educative (ogni aggregazione o situazione di vita ne può esprimere almeno una), i nuovi corsi per animatori, il diritto sacrosanto all'educazione e di tutti i giovani, il fatto sperimentato che Dio si scava i suoi figli anche dalle pietre, oltre ogni nostra fantasia di pastorale giovanile, la vita che rimane sempre il luogo indispensabile necessario dell'incontro con Dio, la ricerca di mediazioni tra la strada e la Chiesa, la forza dell'animazione che non può essere chiusa nel gruppo formativo. Questi e altri argomenti possono essere approfonditi in chiave teorica e da specialisti.
Ritengo utile però in questo contesto dare voce a tante esperienze che popolano le nostre comunità parrocchiali, le nostre esperienze associative e di movimento, che esprimono passione educativa e evangelizzatrice e che avrebbero solo bisogno di credere nella propria dignità e servire con più decisione il motivo per cui sono nate, cioè la proposta di un incontro di salvezza con Gesù.
Provo a fare un elenco di quello che andremo descrivendo girando per oratori, parrocchie, bande, movimenti del centro, del Nord e del Sud. C'è in Italia una ricchezza e una creatività di attenzione educativa verso i giovani che purtroppo resta ferma nel piccolo orizzonte in cui è nata, e altri ci mettono anni a inventarne una uguale.
Può essere formativo il bar, la sala giochi, la festa, la gita-pellegrinaggio, la gita nella natura, il club degli scalatori, la compagnia delle varie feste della lumaca, della vongola, della birra, delle salsicce..., la squadra sportiva (calcio, arti marziali, pallavolo, body building...), la «golf» degli spostamenti in cerca di.... il coro giovanile, la compagnia teatrale, le cooperative di animazione, l'associazione che si dedica alla strada, la banda di adolescenti che si mobilita per il Grest, la compagnia che regge una radio o Tv locale, il pool di persone che tengono attiva una Bbs, la stanza di quelli che si trovano ad ascoltare musica, i duri e decisi delle comunità di recupero, il quartetto di registi che si interessano di riprese e di videocassette, gli obiettori in partenza, in servizio e in congedo, la band musicale rock e hard, la curva dello stadio, la redazione di un giornalino, la banda che fa attività da guiness dei primati (scalate, sfaticate a piedi, attraversate di stretti), il comitato di quartiere per le feste patronali, la confraternita, i filatelici, il terzetto di comici che gira per le feste di paese, il cast di un recital, il servizio d'ordine per il pellegrinaggio a San Rocco...
Ho tentato sempre di evitare la parola gruppo, e ci sono quasi riuscito, proprio per far vedere quante aggregazioni diversificate vivono i giovani e in quante di esse consumano spesso tutta la loro vita. Alcune sono coesistenti, altre sono assolutizzanti almeno per qualche stagione. Non possono proprio essere luogo di crescita anche nella fede? spazio per una vita più umana, luoghi di confronto per giungere al Signore della vita?
L'elenco va ampliato in base alle esperienze di ciascuno. Per questo chiedo collaborazione, apro una corrispondenza per segnalare, offrire materiali, dire la propria, mettere i puntini sulle i e inventare nuovi spazi. È un forum delle esperienze e della espressività del mondo giovanile. La pastorale giovanile non è alla fine, ma all'inizio dei suoi anni forse migliori. Lo schema dell'articolo può essere semplice: richiamo a una esperienza, riflessione su un principio, descrizione di una nuova possibilità di far pastorale giovanile, richiesta ai lettori e segnalazione, quando c'è, di indirizzo per saperne di più sul tema.

COCA COLA E PASTORALE GIOVANILE

Cominciamo con un tema scelto bar qualsiasi, se ha voglia di offrire, tra questi: il bar dell'oratorio o centro assieme alla Coca Cola, ragioni di vita e giovanile o centro sociale o patronato o di speranza. L'occasione mi viene da una iniziativa fatta a Brescia: un corso per animatori i cui destinatari non sono i catechisti o i responsabili di una associazione, ma i baristi degli oratori. Da quelle parti l'oratorio è una esperienza capillare: quasi ogni parrocchia, anche piccola, ne apre uno. Il bar è un crocevia, delizia e croce di tanti educatori, preti, comunità cristiane. Si oscilla spesso tra il ritenerlo una anticamera della Chiesa e un prolungamento della strada, uno strumento per far soldi o uno spazio per intrattenere. Resta comunque un luogo che può esprimere enormi possibilità educative. Tant'è che al primo colpo i baristi hanno risposto in più di 200. Vuol dire che si aspettavano tutti di essere convocati non per affinare il marketing del bar ma per essere stimati e aiutati nella loro dignità di educatori.
Iniziamo facendo scorrere un album fotografico che giustifica ai non addetti ai lavori come si è configurato un bar dell'oratorio. Credo che si possa estrapolare per altre situazioni italiane, che non hanno l'esperienza di oratorio. Infatti dove ci sono giovani oggi si mette a disposizione un luogo in cui si può stazionare. Il bar o una paninoteca si prestano all'uopo. Talvolta è un luogo segnatamente appartenente all'istituzione parrocchia, tal altra è frutto di un ingegnoso commerciante che sposa al suo giusto interesse anche un atteggiamento educativo.

Gli antenati del bar

Possiamo vedere l'album a partire dagli antenati, da quelle forme dei primi anni '50 che hanno visto il lento trasformarsi degli oratori e il loro inscriversi nel nostro tempo.
* La prima forma è data da un piccolo banco primitivo: caramelle, pesciolini di liquirizia contati a mano senza troppe preoccupazioni igieniche, farina di castagne, limone e liquirizia, con variazioni estive e invernali, alcuni semplici strumenti per giocare o per farsi sentire: palloncini con trombetta, carta arrotolata in una spirale di filo di ferro che si allunga in una lingua... In un secondo tempo si consegna Famiglia Cristiana e tutti i giornalini per le varie Fiamme e per gli Aspiranti e si vende il Vittorioso. Il consumo è visto come luogo e occasione per trovarsi assieme alla festa in compagnia. È visto dai genitori come premio per la settimana e controllo degli spostamenti domenicali. Non è ancora un bar: è un punto di convergenza strumentale alle espressioni della vita di oratorio.
Il barista è una zia piuttosto anziana, con occhio vigile e cipiglio che spegne ogni velleità di rissa, di comportamento scorretto, che interviene pesantemente a sedare i soliti: «Ha cominciato lui, è colpa di lei».
* All'inizio dell'era massmediale si sviluppa come luogo di incontro e di consumo la stanza della televisione. È vista come il luogo della modernità, spazio di attrazione e di aggregazione. In paese non ce n'è che poche, nelle case dei più abbienti. La parrocchia la mette a disposizione per tenere uniti, per far passare comportamenti e insegnamenti con qualche piccolo naturale ricatto. Accanto si stabilizza il banchetto primitivo. La gazzosa è la regina delle bevande. Il barista è il prete, che presiede all'uso della TV (non si sa mai che cosa trasmettano) e un educatore, capaci di sfruttare la curiosità e la voglia di avventura.
* Finalmente a piccoli o grandi passi, a seconda del rito della ricostruzione del reddito del paese, si impianta il bar concorrenziale: di tutto, di più. Si giunge al banco vendita superattrezzato all'ultimo modello di jukebox; a tutta una serie di giochi di tavolo; diventa il luogo di un piacevole passatempo. Inizia a diventare una parte importante dell'oratorio: sta al posto di uno spazio di gioco. È qui che si comincia a pensarlo meglio in chiave educativa. Non è più solo occasionale, ma diventa passaggio obbligato.
Il barista è un professionale che ci deve campare, entro ideali condivisi e con personalità «convincente». La sua scelta è molto oculata sia per i comportamenti che per la passione educativa.
* Quando l'oratorio si sviluppa diventando un luogo in cui passano ragazzi e giovani, allora anche il bar si divide: uno per il centro giovanile e un altro tipo più semplice per i ragazzi.
In questo tempo compare la figura del barista volontario: sono dei giovani o degli adolescenti divoratori di caramelle, piuttosto discontinui, non sempre precisi nella contabilità e che tentano di supplire alla mancanza di personale.

I progenitori diretti del bar

I tempi si evolvono rapidamente; si perdono le tracce del passato inizia la nostra «era», con qualche imbarbarimento di troppo.
* Il bar, diventato piazza dell'oratorio, si configura come luogo di vero consumo anche se con fini molto nobili. Il consumo è posto al servizio del sostegno economico delle attività. Se il consumo diventa legge, allora anche i giochi devono rispondere allo scopo. Rendono di più i giochi «solitari», le macchine mangiasoldi. Ben piazzate contro il muro così da sostenere ogni forma di urto e di imprecisazione. Qualche superalcoolico, entrato in sordina come correzione del caffè, compie l'opera. Sono stati inascoltati i fulmini di qualche anno prima che don Milani aveva lanciato contro i bar di questo tipo nel suo tormentato libro Esperienze Pastorali. Il barista è un curato manager e un gruppo di volontari, possibilmente familiari o persone consacrate, dedite alla causa.
* Il bar come l'aia di una cascina su cui si affacciano varie sale organizzate per interessi: sala Tv, sala biliardo, sala musica, sala ping-pong, cappellina, sala del gruppo, terrazza del gelato. Siamo ai livelli industriali. Se ne cura la posizione strategica. Risponde a quanto i giovani vogliono. Se è possibile, è utile essere concorrenziali ai bar del paese, altrimenti, si dice, non vengono più. Sono spesso i genitori che insistono, ma si tratta di una sconfitta spesso della volontà educativa. Si cerca di correre ai ripari con intenzioni buone, ma con assenza assoluta di cultura educativa
Il barista ora è un manager, il prete è spesso succube e il gruppo giovanile dirigente va per la sua strada.
* Il bar come rifugio di chi non sa che cosa fare all'oratorio o di chi vi viene a buttare le ossa; qui nessuno ti caccia via se non consumi, nessuno ti dice niente se vai un po' oltre il rigo. È luogo di giochi, consumi sotto costo e qualità...
Il barista è una persona bisognosa, che necessita, e qui lo trova, di un mezzo per vivere, senza preoccupazioni ideali. È purtroppo l'unica presenza costante di adulto in oratorio.
* Il bar espropriato, terra di nessuno, ostaggio di piccola delinquenza, con odore di spinelli, luogo di appuntamento e di tolleranza fino all'idiozia. È spesso avversato dal giovane prete che viene in parrocchia, i gruppi associativi lo evitano. Vengono alla riunione in una stanza dell'oratorio, ma non passano, né sostano certo nel bar. Qualche volta si tenta di fare una serrata per far capire alla gente che non è un luogo educativo, ma o gli interessi o il non svegliare il can che dorme, dopo le contestazioni giovanili, non ne permettono una ristrutturazione pedagogica.
Il barista è spesso un sostituto provvisorio (che diventa definitivo) «intanto che troviamo una soluzione».
* Il bar come luogo in cui i pensionati vengono a bere un calice, un'ombretta dicono in veneto. Questo calicetto di vino non finisce mai, e a poco a poco diventa lo spazio dei pensionati: gli unici educatori rimasti. I giovani evidentemente vanno altrove.
Il barista è un pensionato pure lui, invincibile nel gioco delle carte.
* Il bar anspi (scritto così, perché ha niente a che vedere con le idealità dell'associazione ANSPI) come luogo sicuro di fronte alle contestazioni fiscali, con assemblee più o meno sulla carta, luogo di organizzazione di attività competitive, collegato direttamente con lo sport, con qualche rissosità organizzata.
Il barista è una persona indipendente che guarda soprattutto a servire le attività organizzative. Il banco vendita è un museo di coppe di latta sfavillante e di targhe che lentamente ingialliscono e diventano sempre più ingombranti.

I nuovi rampolli del bar

Oggi non abbiamo risolto nessun problema e il bar è sotto osservazione. Chi dice che bisogna abolirlo, chi lo mantiene a ogni costo, chi pensa di trasformarlo. Io sono del parere che deve diventare uno spazio educativo, come tenterò di mostrare più avanti.
* Il bar si è rinnovato: si sono spesi soldi per regolarizzarsi di fronte alle normative di legge, le strutture sono funzionali, si valorizzano le bacheche, si inventano spazi di espressività, si ritorna a pensarlo capace di proposte almeno aggregative. Il barista è un educatore, un comunicatore, una persona che sa accogliere e aggregare, spesso una spalla su cui qualcuno può piangere.
* In alcuni luoghi si dà vita a un bar alternativo, talora fuori dell'oratorio, come luogo di consumo controcorrente. Vi si ascolta solo della buona musica, si favorisce un nuovo modo di aggregarsi dei giovani che non è sempre quello del cortile di una grande aia o la piazza in cui si beve e si va, ma una serie di locali che creano un minimo di intimità, se non altro una possibilità di parlare tra amici, di consumare alla maniera moderna. Il barista è una cooperativa di educatori.

Per una ricostruzione dei significati

Abbiamo descritto una storia, una evoluzione. Ora è importante vedere quali significati stanno sotto a questa struttura di un oratorio proprio per leggerla come opportunità educativa nello stile del nostro andare oltre il bonsai. Non sarà il bar dell'oratorio che risolverà i problemi della pastorale giovanile. È però sicuramente un luogo su cui scommettere.
* Con il bar noi vogliamo uno spazio di aggregazione, di conoscenza reciproca, di amicizia, di scambio di esperienze e avventure, di partecipazione corale e giovanile a eventi appassionanti, di incrocio di varie attività. È diverso vedersi una partita in casa, magari in differita, o vederla con gli amici in un clima di sano agonismo. È diverso riprendere la sacca degli allenamenti e ritirarsi in fretta a casa dopo la partita, dallo scambiare vita con gli amici in un luogo accogliente e sano, dopo l'impegno agonistico.
Il bar dell'oratorio è la piazza del riconoscimento giovanile, è il luogo delle emozioni della vita quotidiana, il punto di partenza e di arrivo per le incursioni nel territorio, per il «tacchinaggio», le esperienze e gli spazi personali; è il perimetro in cui si vive la solitudine dei momenti meno attivi e carichi della vita, tra il desiderio di una spalla su cui scaricare le delusioni e la voglia di scassare che talvolta non resta solo un desiderio; è il luogo in cui si realizza il sogno di poter parlare con qualcuno che ha «qualcosa di vero da vendere».
* Con il tessuto di relazioni che sviluppa, il bar dà corpo all'idea della mediazione tra strada e chiesa, immagine che qualifica per certi versi l'oratorio come strumento educativo delle domande religiose dei giovani. I nostri oratori non sono mai stati, se non nei difetti che tutti abbiamo sempre voluto superare, luoghi debitori al comportamento spontaneo ma povero della strada, ma nemmeno la somma di luoghi di catechesi o di preghiera. Li abbiamo sempre pensati come mediazioni tra la strada e la chiesa, cioè luoghi capaci di accogliere le domande dei giovani, di smontarle e di ricostruirle nella direzione della ricerca di una proposta di vita vera, profonda, spazi di vita quotidiana in cui in un clima di amicizia, ricerca, ,accoglienza, stimolo, confronto con guide sicure, i giovani potessero rendersi ragione delle grandi possibilità della vita e orientarla alla solidarietà e alla potente vita di Gesù. Il bar, se offerto come spazio di mediazione, è un ottimo luogo per iniziare questa operazione.
Tutto questo non si svolge solo nel bar, ma pure nei dintorni, a seconda delle stagioni climatiche, delle età e delle stesse esperienze. Il bar ne è il luogo di riferimento, il clima necessario, lo sfogo nel consumo e nella compagnia.
Il suo posto è stato preso da altri punti di riferimento giovanili: i pub, le piccole o grandi paninoteche, i burghies, le piazze e i sagrati. Questo è molto bello. Significa che i giovani non possono fare a meno di spazi di confronto. Non è un abbandono delle nostre intuizioni dei tempi passati, ma l'abbandono spesso del degrado in cui le avevano lasciate cadere.

Le sfide

Oggi dobbiamo essere in grado di accogliere le sfide che ci vengono dal mondo giovanile. Siamo in grado di creare come comunità cristiana e civile, anche attraverso un bar, uno spazio comunicativo, un luogo di vivacità culturale, una realtà che si pone in maniera attiva nei confronti dei giovani e ha sempre proposte da fare? Il ruolo del barista non è secondario, se da lui dipende la vivacità dell'ambiente, la quotidianità, la facilità di accostamento, l'accoglienza.
In molte comunità non c'è l'oratorio, quindi non si pone nemmeno il problema del bar. Invece io credo che esistano tanti baristi che vorrebbero essere più provvisti nei confronti dei giovani che frequentano il loro bar. Hanno interessi di guadagno per la professionalità che svolgono, ma questa non è necessariamente in contrasto con la coscienza dl essere adulti, con dei doveri nei confronti delle giovani generazioni. Chi li aiuta a approfondire questa dimensione? Non si tratta di trasformare il bar in una succursale della parrocchia, ma di non degradarlo a luogo di spaccio di stupefacenti, a occasione di sfide per superalcoolici... Se anche solo riuscissimo a evitare le grandi controindicazioni, sarebbe già un servizio reso alle giovani generazioni. Se è il luogo in cui spesso i giovani stazionano fino a notte tarda, perché non potrebbe essere propositivo di valori, di iniziative di solidarietà, di confronto su valori, di iniziative giovanili?
Un altro discorso lo meritano le sale giochi. Sono assolutamente di nessuno, sono definite e inventate per far scaricare le tensioni del mondo giovanile senza un minimo di rapporto umano e con un massimo di profitto. Da lì si devono solo cavare i soldi, il resto non interessa. Allora succede di tutto. È il luogo frequentato da chi non si sente di nessuno e crede di esprimere il massimo della sua indipendenza, senza accorgersi che viene sono sfruttato, svuotando delle sue energie e reso funzionale alla cultura dominante.
È il massimo di quanto una comunità, una amministrazione comunale può offrire ai giovani? È sufficiente che ogni tanto vengano chiuse per far pulizia degli strani giri che si sono creati o sorvegliate dai vigili urbani in maniera intensiva per qualche giorno? Si apre qui un grande campo per i famosi animatori della strada, ma anche per sedersi attorno a un tavolo per fondare quella famosa costituente educativa del territorio, di cui s'è detto in altri ambiti e di cui avremo modo di parlare più avanti.