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In cammino per diventare «cristiani adulti»

 

Riccardo Tonelli

(NPG 95-1-9) 

 

Chi si impegna nell'evangelizzazione dei giovani, si chiede spesso: come faccio a verificare la qualità del mio ministero? Certo, in ogni atto di evangelizzazione si realizza un incontro misterioso tra la libertà di Dio e la libertà dell'uomo, che resta sottratto ad ogni pretesa di scienza e sapienza umana. Ma l'evangelizzatore ha la responsabilità di sollecitare e sostenere questo incontro, proprio perché ha la triste possibilità di limitarlo e vanificarlo.. La verifica della qualità dell'evangelizzazione si misura anche sull'esito del processo. Che tipo di giovani cristiano dovrebbe fiorire come esito della passione evangelizzatrice della comunità ecclesiale? La questione è molto impegnativa. Non esiste affatto una risposta buona per tutte le stagioni, per lo stretto rapporto esistente tra fede e cultura e per la necessità di riformulare le esigenze irrinunciabile della fede dentro i nuovi modelli culturali.

Il dossier non ha la pretesa di risolvere un problema tanto grave. Tutte le proposte di NPG, in qualche modo, si collocano nel cuore di questa questione spinosa.

La proposta del dossier è molto più modesta e concreta. Offre una specie di "sogno" sul "cristiano adulto", nato dalla meditazione del Vangelo e dal contatto con tanti giovani e i loro educatori. Cerca solo di dire forte ciò che molti stanno vivendo, nella quotidiana fatica di realizzare una coraggiosa sequela del Signore Gesù, dentro le sfide del nostro tempo. 

 

FORMARE CRISTIANI ADULTI

 

Diventare cristiani adulti non è come interessarsi di calcio e d'informatica, mentre il cuore si accende di un amore improvviso e ardente... Non c'è infatti un capitolo della nostra vita che riguarda il diventare adulti e un altro - magari facoltativo - che riguarda l'essere cristiani.

Il cristiano adulto è un adulto che s'impegna a qualificare la sua esistenza secondo le esigenze del Vangelo. Non possiamo affermare che sia sufficiente essere "adulti" per essere "cristiani adulti". Ma neppure possiamo immaginare un cristiano, disposto a rinunciare a quello stile di vita che caratterizza l'adulto, con la speranza di diventare un po' più cristiano.

Per immaginare il cammino che permette di diventare "cristiani adulti", l'educatore religioso è sollecitato ad una doppia convergente attenzione: uno studio sui processi che permettono oggi di crescere come adulti e la riformulazione di tutto questo dalla prospettiva specifica dell'adulto cristiano. 

 

QUALE FORMAZIONE? 

Il processo che fa diventare adulti si chiama, di solito, "formazione".

Se ne parla tanto che sembra quasi la soluzione magica a tutti i problemi. Questo, però, è uno dei casi, frequenti in questo nostro tempo, in cui la stessa parola si porta dentro significati diversissimi. Da molte parti sale infatti l'invito ad una maggiore attenzione alla formazione, ad esigenze di formazione permanente e alla necessità di riqualificarsi continuamente, acquisendo competenze nuove. Eppure è davvero difficile dare per scontato che tutti coloro che si appellano alla formazione, pensino esattamente alle stesse cose.

Anche a me piace parlare di formazione per indicare il processo attraverso cui diventiamo, giorno per giorno, dei cristiani adulti. Non voglio però correre il rischio di usare una parola che non aiuta per nulla a mettersi d'accordo sulle scelte. Per questo, preciso in che senso intendo parlare di formazione e per quale modello mi impegno. 

 

Non basta il modo tradizionale di pensare alla formazione 

La formazione si svolge in un preciso contesto, che pesa e incide con una proposta continua e pervasiva di modelli di esistenza. Alcune persone poi hanno un compito istituzionale nei confronti della nostra formazione. Altre se ne preoccupano per vocazione e per passione. In ultima analisi, non ci formiamo da soli e non possiamo cercare un'isola, felice e protetta da tutte le interferenze esterne, dove fare i nostri progetti.

Tutto questo pone dei problemi e chiede delle scelte.

I modelli formativi di cui disponiamo sono stati, in genere, progettati in una stagione in cui le cose erano tranquille e relativamente omogenee e l'impegno delle istituzioni responsabili della formazione era tutto giocato nello sforzo di consolidare la situazione, controllandone le eventuali sbrecciature.

Ora il clima è profondamente cambiato. Ma non tutti sono entusiasti dei cambi. Ci sono degli adulti e alcune istituzioni educative che cercano di correre ai ripari con tutte le risorse disponibili. Pensano che i nemici della formazione siano quelli di sempre, appena più pericolosi perché hanno cambiato foggia e hanno trasformato lo scontro in un sorriso seducente. Per questo fanno di tutto per ricostruire un ambiente e delle proposte formative che ripetano i modelli che hanno fatto fortuna in quel passato di cui conservano la nostalgia.

Non voglio di sicuro rinunciare alle esigenze che hanno segnato la formazione di sempre. Ma non me la sento di indicare nei modelli del passato la soluzione anche dei nostri problemi.

 

La formazione riguarda l'identità 

Formazione significa per me stabilizzazione della propria struttura di personalità attorno a un quadro di valori stimati importanti per dire a sé e agli altri la propria identità: per dire cioè chi siamo e come intendiamo collocarci nell'avventura della vita.

Questa specie di definizione di formazione non è di sicuro un esempio di chiarezza e di indicazioni precise e concrete. Riassume, in poche parole, un processo complicato e lungo. Per capirci, riprendo uno dopo l'altro gli elementi più importanti. 

A proposito di identità 

Ciò che la formazione è impegnata a stabilizzare è l'identità. Questo è il primo elemento da comprendere bene.

Ci troviamo circondati da mille differenti proposte. Ad esse siamo costretti a reagire: non possiamo di certo restare indifferenti.

Cosa capita quando cerchiamo di prendere decisioni?

La persona saggia confronta gli stimoli con i valori in cui si riconosce e a cui affida il senso della propria vita. Se gli stimoli sono compatibili con questo orizzonte centrale, la risposta è positiva. Quando invece sono contrari, in genere la risposta dovrebbe essere negativa.

All'inizio della nostra esistenza, il processo avviene in modo molto meccanico, anche perché i valori sono quelli legati alla sopravvivenza fisica. Poi, man mano che cresciamo, ci costruiamo un quadro interiore di ideali. E così il confronto avviene sulle cose che contano veramente. Siamo persino disposti a rinunciare ad alcune esigenze primarie per fedeltà ai nostri ideali. Lavoriamo anche quando siamo stanchi morti, se crediamo a quello che stiamo facendo. Riusciamo a controllare gli stimoli della fame, quando stiamo realizzando un'impresa entusiasmante. Qualcuno ha persino dato la sua vita per una causa grande.

Il richiamo a questa esperienza quotidiana ci aiuta a costruire una specie di definizione operativa di identità.

L'identità è un insieme di valori, organizzati in un sistema organico e coerente, attraverso cui ciascuno verifica i diversi stimoli che provengono dall'interno e dall'esterno di noi stessi.

Questi valori non li recuperiamo da un deposito, terso e protetto, e neppure li ereditiamo dalla nascita. Essi sono diffusi nel mondo quotidiano, con tutte le tensioni e le difficoltà di cui esso è segnato. Li assumiamo per confronto e per educazione.

L'identità funziona come da filtro rispetto a questi stimoli e si costruisce progressivamente attorno ai valori che lasciamo filtrare e che decidiamo di fare nostri, più o meno consapevolmente. Essa è quindi il frutto dello scambio tra la nostra storia personale e i contributi forniti dall'esterno, che scrivono questa stessa storia.

Attraverso l'identità la persona si lega così al suo mondo, interiore ed esteriore, in modo responsabile e critico.

La formazione riguarda la qualità dei valori e soprattutto la consistenza del processo che attiva il confronto tra essi e gli stimoli. 

Quale stabilità in un tempo di complessità? 

L'operazione di confronto, filtraggio e nuova formulazione richiede una certa stabilità. Non possiamo accontentarci di essere come una bandiera che il vento trascina da tutte le parti.

Il secondo elemento da verificare è proprio il tipo di stabilità da assicurare nella costruzione dell'identità.

Dobbiamo infatti intenderci bene sul senso da dare a questa esigenza e soprattutto immaginare qualcosa che sia vivibile e praticabile nella stagione culturale in cui siamo chiamati a vivere. Sarebbe infatti strano pensare alla formazione, utilizzando come punti di riferimento dei modelli che siano eccessivamente legati al passato.

Per chiarire cosa intendo con la formula "stabilizzazione" e per dichiarare quali sono le condizioni necessarie, parto da un esempio.

Se ci sono degli sbalzi di tensione nella corrente elettrica, per poter lavorare con macchine raffinate è urgente avere uno stabilizzatore, uno strumento che controlla i picchi e rende omogenea la corrente. Una persona è formata quando si porta dentro qualcosa che assomiglia ad uno stabilizzatore.

Continuo con l'esempio.

Per acquistare uno stabilizzatore di corrente non basta entrare in un negozio di materiale elettrico e dire: Voglio uno stabilizzatore. Il tecnico ci chiede: Cosa ci vuoi attaccare?

Di stabilizzatori ce ne sono mille modelli. La scelta dell'uno o dell'altro dipende soprattutto dalla macchina che ci va collegata.

Lo stesso vale per l'identità: sono diversi i modi in cui possiamo pensare ad una identità stabilizzata.

Il riferimento è dato dalla situazione culturale e strutturale. La costruzione dell'identità non si realizza infatti come in una campana di vetro, isolati dai rumori e dalle tensioni. Al contrario, si costruisce in un preciso ambiente, sociale e culturale, che ci preme addosso e ci condiziona fortemente. Su questa variabile decidiamo il tipo di stabilità da ricercare e consolidare per la formazione.

Nel passato appena trascorso dominava una cultura omogenea e unitaria. In quella situazione la definizione dell'identità era un compito affidato e risolto nelle differenti istituzioni responsabili della trasmissione e del consolidamento dei valori. Tutto spingeva verso la stabilità. Gli inviti alla coerenza (alla stabilità cioè tra progetto personale e azione) risuonavano frequenti; e nessuno li contestava, anche quando i comportamenti giravano su altre logiche.

A pensarci bene, non c'era neppure bisogno di stabilizzatori, perché la spinta alla stabilità era già diffusa nel clima culturale.

L'esito era generalmente una identità sicura e unificata, con poche possibilità di devianza dalle norme a motivo del forte controllo sociale.

La situazione attuale è caratterizzata invece da qualcosa che è nuovo e inedito: complessità, pluralismo e la conseguente mancanza di agenzie di riferimento e di controllo. La costruzione dell'identità e la sua stabilizzazione risentono fortemente dell'influsso destabilizzante di questi tratti tipici del nostro tempo.

L'esito lo costatiamo ogni giorno. Sta sorgendo, a livello pratico e con una insistita giustificazione anche teorica, un modo nuovo di  comprendere e vivere l'identità. Abbiamo più dubbi che certezze, più interrogativi che punti esclamativi. In genere, non usiamo parole dure e solenni; preferiamo invece esprimerci in termini relativi, incerti e fragili.

Questo modo di fare spaventa coloro che invece sono stati abituati a pensare all'identità secondo i modelli sicuri e forti, che dominavano nel passato. Essi hanno nostalgia di un tipo di identità che assomigli ad un buon calcolatore, capace di realizzare, senza eccessive difficoltà, tutte le operazioni per cui era stato programmato. Quando il calcolatore s'inceppava, la ragione era sempre la presenza, più o meno avvertita, di qualche guasto. E così, bastava l'intervento di un buon tecnico... e tutto tornava a funzionare a puntino.

Bisogna essere coerenti con i propri progetti e le proprie scelte... non si deve transigere sulle cose importanti... ci sono delle esigenze che hanno diritti assoluti sulla nostra libertà e responsabilità... Queste e simili espressioni, che fino a poco tempo fa erano pane quotidiano delle raccomandazioni dei buoni educatori, oggi sembrano spuntare da mondi lontani e sconosciuti.

L'identità debole sembra quello che ci vuole per un tempo di crisi. Qualcuno dice, giocando con le parole, che questa non è un'identità in crisi, ma l'identità necessaria per sopravvivere in situazione di crisi.

Non so bene chi ha ragione. So che lo scontro tra questi due modelli è spesso tirato fino all'esagerazione. 

 

Esigenze di interiorità 

Quale stabilizzazione dell'identità in un tempo di complessità?

Non basta trovare una soluzione in astratto, scegliendo la migliore tra le tante. Ne cerchiamo una che risulti, nello stesso tempo, corretta e attuale, per vivere da "cristiani adulti" nel tempo presente. Ho maturato, un po' alla volta, una convinzione che lancio come risposta complessiva alla contrapposizione tra l'identità stabile e programmata, e quella fragile, che sa adattarsi alle circostanze. 

La via dell'interiorità 

La complessità e il pluralismo culturale rendono faticosissima quell'operazione di filtraggio tra il mondo esteriore e quello interiore, che caratterizza l'identità. Sono infatti troppe e troppo disomogenee le proposte che ci bombardano. Ognuna di esse si presenta inoltre carica dei colori della seduzione. Sembra sempre la migliore di tutte, anche se, per farsi accreditare, fa finta di lasciar spazio anche alle altre alternative. In questa confusione, non riusciamo più ad organizzare una nostra sintesi armonica.

Possiamo cercare di fuggire in un'isola felice, dove vivere fuori dalla mischia della complessità. Ma quest'isola non esiste, anche se qualche educatore pensa e programma come se fosse alla portata della buona volontà di tutti. E poi... è triste dover fuggire per risolvere i problemi. Non mi piace per nulla, però, la scelta, frequentemente praticata, di soccombere alla complessità, infilando una scusa dopo l'altra per giustificare la resa.

Una alternativa esiste: costruire uno spazio di silenzio dentro di noi, dove tutte le voci possano risuonare, ma dove nessuna abbia il diritto di alzare il tono. In questa stanza dalle pareti bianche, senza posters e senza ritratti di riferimento, piena di silenzio e di pace, ognuno se la vede da solo con le differenti proposte. Prende poi le sue decisioni, con il coraggio delle previsioni e nella sofferenza a cui la solitudine costringe.

Il confronto e il dialogo serrato con tutti sono ricercati come dono prezioso che proviene dalla diversità. La decisione e la ricostruzione di personalità nascono però là dove ciascuno resta solo e povero, privo di tutte quelle sicurezze esteriori che danno conforto nella sofferenza che ogni decisione esige. In questo spazio di esigente soggettività la persona valuta e interpreta tutto, prende le proprie decisioni, concretizza le scelte e decide i valori che danno senso e unità alla propria esistenza e ne soffre la faticosa coerenza. 

Il recupero della razionalità 

Nel silenzio della propria interiorità scopriamo quanto un poco di capacità di ragionare sia irrinunciabile per sopravvivere da adulti. Troviamo così un rimedio a quella soggettivizzazione scatenata, che sta imperversando come un fiume in piena che ha rotto gli argini e travolge tutto.

Abbiamo perso infatti la virtù di ragionare in modo serio, a contatto con i fatti oggettivi. Siamo rimasti sommersi da una cultura che tutto gioca sul fascino dell'esteriore e sulla seduzione dei modelli. Nessun prodotto entra nel vortice della concorrenza sul peso dei suoi componenti e sulla capacità di risolvere problemi seri. Al contrario, si fa strada sulla promessa di prestigio, sul sorriso seducente di chi lo reclamizza, sulla rincorsa di immagini ad effetto. Le cose non servono, se e quando sono utili. Sono utili perché servono a farti riconoscere dagli altri come uno che conta, che ha prestigio e potere.

Certo, la crisi di razionalità non è solo sfascio e rovina. Il suo oscuramento ci ha fatto scoprire il limite di qualche comportamento che la forza dell'abitudine ci aveva spinto a considerare tranquillamente sano e corretto. Nel nome della razionalità fredda siamo riusciti infatti a fare le cose più tristi. Abbiamo giustificato le guerre e le oppressioni; abbiamo diviso gli uomini in classi e gruppi, armati gli uni contro gli altri; abbiamo schiacciato la fantasia e l'amore per ridurre tutto a calcolo e a profitto. Abbiamo persino costretto l'avventura della vita cristiana ad una fila di nozioni da conoscere a memoria e da ripetere alla lettera; l'abbiamo fatta diventare più simile al codice della strada che alla legge dell'amore.

Non vogliamo ritornare ai livelli che per fortuna abbiamo superato. Ma dobbiamo però recuperare presto questa qualità radicale del nostro esistere da adulti responsabili. Attraverso la razionalità possiamo finalmente penetrare il significato della nostra esistenza e del mondo in cui essa si attua, per riuscire a collocare la nostra vita in quell'orizzonte ultimo dove ritrova la sua autenticità e il suo senso.

L'interiorità è il luogo del recupero di una razionalità matura, libera dai legami di quella fredda oggettività che spossessa, e capace di un confronto disponibile con la verità. Solo nel silenzio dell'interiorità la ricerca di un rimedio alla soggettività sfrenata non si riduce ad una cura peggiore del male.

La persona, impegnata seriamente a ragionare, diventa un giudice imparziale, anche quando è lui stesso chiamato in causa. Si informa, ascolta, si confronta e guarda agli esiti: per emettere giudizi ponderati. Si libera il più possibile da tutti quei condizionamenti che inficerebbero la sua decisione. Accetta di rischiare, rinunciando alla logica comoda dei piedi in due staffe. Soprattutto si lascia impietosamente misurare dalla vita e dalle sue esigenze, consapevole che la verità verso cui è in cammino, è più avanti dei nostri passi più avanzati e, nello stesso tempo, ci avvolge tutti, come l'aria che respiriamo.

Razionalità è tutto questo: informazione, confronto, previsione e soprattutto accoglienza disponibile della forza interpellante della vita e delle sue esigenze. 

La formazione per l'interiorità 

La via dell'interiorità è tutta in salita. Costringe alla fatica e al rischio come tutte le proposte che consegnano in modo serio la persona alle sue responsabilità.

La credo l'unica veramente praticabile, per vivere da persona adulta in una stagione di complessità. Per questo sono convinto che tutte le risorse vadano spese in questa direzione: per far nascere l'esigenza dell'interiorità, sostenerne l'esperienza, progettarne la realizzazione. E ce ne vorranno molte in una cultura che fa di tutto per trascinare verso l'esteriore.

Ciascuno se la vede per se stesso. Se ci crede, si rompe la testa per viverci dentro. Non esiste nessun supermercato dove sia possibile acquistarne una dose sufficiente per fare gli esperimenti del caso e non vale davvero la moda del "soddisfatti o rimborsati".

La persona formata non cerca mondi protetti e neppure teme il pluralismo delle proposte. Le sa invece accogliere o rifiutare a partire da qualcosa che riconosce come determinante nella propria struttura di personalità. La costruzione dell'identità risulta così un fatto personale e sociale nello stesso tempo. Dipende cioè da una fatica che ha nella persona l'unico protagonista ed è legata intensamente al tessuto sociale in cui la persona si esprime e al suo influsso e condizionamento.

La via dell'interiorità è segnata di solitudine, silenzio e sofferenza. Ma è l'unica che ci restituisce alla libertà e alla responsabilità del cristiano adulto. 

 

LA FORMAZIONE DI UN CRISTIANO

 

Tutto questo è importante per un cristiano impegnato a diventare adulto. Non è però sufficiente.

Molte istituzioni economiche spendono capitali per professionalizzare. Per esse la formazione coincide con le competenze professionali. Una persona risulta formata quando può dimostrare di essere competente all'esercizio della professione che gli è affidata. In questo caso, tutti gli sforzi sono tesi a far acquisire determinate abilità: un modo di vivere, di agire e di programmare. Non interessano molto le convinzioni che stanno a monte. E non serve davvero l'entusiasmo con cui si fanno le cose. Quello che conta è ciò che si fa e il modo corretto di farlo.

Spesso, anche la formazione dei cristiani ha preso questo ritmo. Sapevamo bene quello che andava fatto e quello che andava evitato. Così, giocando la carta del castigo e quella del premio promesso, l'adulto cristiano imparava ad essere coerente.

Si richiede qualcosa di molto diverso: una riformulazione globale del processo dalla prospettiva specialissima di una scelta di vita capace di porre Gesù Cristo al centro dell'esistenza.

 

Gesù Cristo al centro dell'esistenza 

Ogni ricerca sul "cristiano adulto" parte ed arriva ad un esplicito e impegnativo riferimento a Gesù Cristo.

I valori non sono prima di tutto dei principi etici né tanto meno una specie di filosofia della vita, a cui attingere risposte a tutte le domande. E neppure sono proposizioni da conoscere e da ripetere. I valori sono una persona: Gesù di Nazareth, che confessiamo il Signore della vita e della storia. Gesù ci propone un messaggio sulla vita e sul suo senso. La Chiesa oggi lo ricorda e lo ripropone nel suo nome. Ma messaggio evangelico e testimonianza ecclesiale sono sempre il volto, la parola, la vita e la persona di Gesù di Nazareth.

Viviamo in Gesù quando il nostro modo di vivere, di pensare e di agire si riferisce a lui, in modo pieno e definitivo: vediamo la storia secondo il pensiero di Gesù, giudichiamo gli avvenimenti della vita come ha fatto lui, scegliamo e amiamo come lui, viviamo con lui in comunione con il Padre e lo Spirito Santo.

Questo è quello che conta e che ogni giorno cerchiamo di consolidare ed esprimere sul ritmo della vita quotidiana: nello studio, nell'amore, nel gioco, nel lavoro, nell'impegno sociale e politico.

 

L'esperienza di fede 

La tradizione ecclesiale chiama questo stile di esistenza con una espressione, ricca e impegnativa: l'esperienza di fede.

Qualche volta i cristiani si sono lasciati tentare dall'idea che la fede rappresenti un pacchetto di valori e significati per la vita, già confezionato e pronto all'uso, a cui attingere per risolvere tutti i problemi dell'esistenza. Non è di certo questo il modello che intendo richiamare mettendo l'esperienza di fede al centro del processo formativo.

Il riferimento a Gesù, alla sua persona e al suo messaggio non può essere considerato un'alternativa ai valori che stimiamo importanti per dire la nostra personalità e neppure è la soluzione a tutti i problemi, come se bastasse affidarci all'esperienza religiosa, rinunciando ad ogni ricerca e interesse, espresso in libertà e responsabilità.

L'esperienza di fede è invece l'acquisizione di significati globali della propria esistenza e di un progetto, impegnativo e affascinante. Essa è l'esperienza di un senso, donato e accolto, che fonda la speranza.

L'avventura dell'amore che lega due persone, spiega bene cosa vuol dire tutto questo. Ognuno dei due innamorati ha una sua storia, intessuta di avvenimenti che altri conoscono e giudicano. Molti possono ricordare particolari, positivi o negativi, della loro vita. Essi sanno tutto questo reciprocamente e non lo dimenticano. L'amore però suggerisce uno sguardo sulla persona amata, inedito e specialissimo. Dà un senso nuovo e originale al senso che le cose già possiedono spontaneamente.

L'incontro con Gesù e l'orientamento di vita che scaturisce da questo incontro, diventano quell'esperienza centrale dell'esistenza che assicura un punto di unificazione della personalità e il criterio per ogni scelta e decisione. L'esito è quel modo di vivere da uomini e donne maturi che scopriamo nei grandi cristiani e in tanti nostri amici che li stanno imitando: sono persone affascinanti, ricche di umanità, piegati fino in fondo al servizio e all'amore, anche se ci piace scoprirli con la nostra stessa faccia, alle prese con i problemi, le difficoltà, gli entusiasmi e le incertezze che abbiamo anche noi ogni giorno.

 

Una crescita in consapevolezza

 L'incontro con Gesù e l'esperienza di fede hanno una logica tutta speciale. Assomigliano al piccolo seme che cresce in albero grande, passo dopo passo, quasi per una forza che si porta dentro.

In quale logica? Anche a questo proposito, la sensibilità ecclesiale più matura ci sollecita ad un cambio di mentalità.

Quando uno eredita un grosso capitale o vince una lotteria miliardaria prende i suoi soldi, li porta in una banca e poi... vive di rendita. Finché il suo gruzzolo è saldo e abbondante, si crogiola nel sicuro. Il rapporto con il capitale depositato è di dipendenza: per risolvere i problemi che oggi incontro, mi rifaccio a questo evento del passato.

Non è davvero così nei confronti di Gesù Cristo e del dono di vita che egli ci offre.

L'incontro con Gesù e la decisione di costituire in lui il fondamento radicale della nostra esistenza è un avvenimento che si ripete continuamente nella nostra vita.

I primi passi sono segnati da entusiasmo. La nostra decisione per Gesù si appoggia a quella degli altri, ad un'avventura vissuta che ci ha sconvolto e affascinato. Siamo in un ambito dove le cose che contano restano molto implicite.

Un po' per volta, l'entusiasmo deve trasformarsi in consapevolezza riflessa, l'implicito diventa esplicito e tematizzato, la scelta si fa matura e responsabile.

Il bambino vive e basta, tutto sprofondato nella fiducia indiscussa nei suoi genitori. L'adulto vuole sapere e vuole decidere. Ha bisogno di conoscere e di riconoscere. Proprio a partire dal riconoscimento di quello in cui siamo intimamente costituiti, nasce l'impegno e la responsabilità di allargarne la consapevolezza.

Il riferimento esplicito a Gesù Cristo porta così all'incontro con la comunità che è segno e iniziale realizzazione della sua salvezza, la Chiesa. La confessione di Gesù Cristo e l'accoglienza della Chiesa esprimono, in modo tematico, il radicale orientamento di vita per la salvezza.

 

Un'identità radicata nell'affidamento 

Il processo formativo che fa crescere come cristiani adulti riguarda, per forza, l'identità. Non posso immaginare davvero che nella formazione ci siano due strade, da percorrere ad ondate successive: una di esse dovrebbe riguardare l'identità e l'altra la fede. Al contrario, l'identità personale va espressa e consolidata facendo riferimento esplicito e continuo a Gesù di Nazareth e al suo progetto di vita. Ce lo presenta oggi la comunità ecclesiale nella parola autorevole del papa, dei vescovi e dei sacerdoti. Ce la comunicano tanti nostri fratelli che hanno preso sul serio la proposta affascinante di Gesù.

Nelle pagine precedenti, parlando di stabilizzazione dell'identità, avevo criticato sia i modelli troppo forti e sicuri che quelli deboli e rassegnati. La via dell'interiorità ci ha aiutato a trovare un tipo di stabilità, vivibile in un tempo di complessità.

Questo modo di essere, qualificante per chi vuole diventare adulto, è sufficiente per chi ha intenzione di essere un "cristiano adulto"? 

Due modi diversi di essere uomini e donne 

Gesù ci ha raccontato una bellissima storia per mettere davanti alla nostra esistenza due modi molto differenti di essere uomini e donne.

"Una volta c'erano due uomini: uno era fariseo e l'altro era esattore delle tasse. Un giorno salirono al tempio per pregare.

Il fariseo se ne stava in piedi e pregava così tra sé: 'O Dio, ti ringrazio perché io non sono come gli altri uomini: ladri, imbroglioni, adulteri. Io sono diverso anche da quell'esattore delle tasse. Io digiuno due volte alla settimana e offro al tempio la decima parte di quello che guadagno'.

L'agente delle tasse invece si fermò indietro e non voleva neppure alzare lo sguardo al cielo. Anzi si batteva il petto dicendo: 'O Dio, abbi pietà di me: sono un povero peccatore!' (Lc 18, 9-14).

Il fariseo e l'esattore delle tasse esprimono due stili di vita molto diversi.

Il fariseo batte la strada dell'impegno, duro e deciso. E gioca la sua esistenza in questo sforzo disperato. E' convinto finalmente di esserci riuscito. La sua preghiera è un inno alla potenza della sua buona volontà. Prega per dire a sé e a Dio che ormai non ha più nessun bisogno di pregare. Grida con arroganza la sua autosufficienza. Egli è l'uomo che ce la mette tutta nel tentativo di essere bravo e coerente, come la legge gli suggerisce. In fondo, tutta la sua buona volontà è giustificata dalla voglia di autoaffermazione e dalla pretesa di autosufficienza.

Molto diverso è il povero esattore delle tasse. Prigioniero dell'esperienza del suo limite, scopre che la ragione decisiva della sua esistenza e il fondamento della sua felicità è in un oltre da invocare e da accogliere.

Come molti di noi, sa di procedere tra entusiasmi e incertezze, in un progetto sognato e mai realizzato. Si scopre capace di perseguire una qualità diversa di vita, anche se costata di restare ancora prigioniero di molti tradimenti.

Dal profondo della sua verità, sofferta e scoperta, alza al Signore il grido della sua vita. Riconosce di poterlo pregare non perché ha raggiunto la perfezione, ma perché ne ha un desiderio sconfinato.

Il suo sogno è tanto coraggioso che lo inchioda impietosamente alla sua debolezza e al suo tradimento. Si consegna così a Dio, certo di poter vivere in lui, se diventa capace di confessarlo il Signore della sua vita.

Verso il suo Dio alza le braccia, per lasciarsi afferrare da lui.

La storia dell'esattore delle tasse è anche un pezzo della nostra storia. Come lui, scopriamo noi pure quanto l'esperienza della povertà, dell'inquietudine, della fragilità, del procedere incerto a tradimenti e a ritorni... sia una dimensione irrinunciabile della nostra esistenza. Ci viene persino il sospetto che, in fondo, sia il nostro ritratto più autentico. Siamo fatti così, nonostante i sussulti frequenti di onnipotenza e le decisioni che sembrano spostare le montagne.

Consola il commento che Gesù fa alla parabola che ha raccontato: "Vi assicuro che l'esattore delle tasse tornò a casa perdonato; l'altro invece no. Perché chi si esalta sarà abbassato; chi invece si abbassa sarà innalzato" (Lc 18, 14).

Dei farisei abbiamo imparato a parlar male, dicendo che sono falsi e presuntuosi. La storia che Gesù ha raccontato non dice questo. Il giudizio critico di Gesù sta nello stile globale di vita: la pretesa di risolvere i problemi dell'esistenza, aumentando l'indice di impegno o la pretesa di farcela da soli. L'abbraccio di Gesù verso il povero esattore delle tasse non è dovuto al fatto che era un peccatore incallito. E' giustificato dal suo atteggiamento: egli sa affidarsi a qualcuno, fuori della sua vita, capace di afferrare il suo grido di invocazione.

Sia il fariseo che l'esattore delle tasse riconoscono di avere dei limiti da superare. Sanno che questa esperienza brucia sulla pelle di ogni persona. Cercano di venirne fuori. In questo desiderio di vita nuova le strade della loro vita si dividono inesorabilmente. Uno batte la via dell'impegno; l'altro quella dell'affidamento.

Ci fanno capire che ci sono davvero due modi di essere uomini e donne, di definire la qualità della propria identità: la presunzione delle certezze, dove è chiaro impegno e tradimento; le due braccia tremanti, alzate verso l'alto, nella speranza di incontrare due braccia robuste, pronte ad afferrare.

A me piace la scelta dell'esattore delle tasse. E mi dà gioia grande costatare quanto Gesù faccia tifo per lui.

Mi piace chiamare il modo di vivere dell'esattore delle tasse con una espressione che fa presa più per la forza evocativa che come tentativo di descrivere adeguatamente un pezzo della nostra vita: l'esperienza della finitudine.

E' un dato comune, da cui non si scappa. Possiamo tentare di uscirne attraverso la saccente presunzione di chi pensa di farcela da solo, aumentando eventualmente la dose dell'impegno e l'esercizio raffinato della sapienza. Di finitudine possiamo anche soccombere: quando diventa motivo di disperazione o quando spinge ad ubriacarsi di disimpegno e di frastuono.

Possiamo però sprofondarci nell'invocazione, in compagnia dell'esattore delle tasse della parabola evangelica.

Chi sa vivere così l'esperienza della finitudine, come verità di se stesso, sofferta e scoperta, e alza al Signore il grido della sua vita, ritrova  la gioia di vivere e la libertà di sperare. Riconosce di poter invocare il suo Signore non perché ha raggiunto la perfezione, ma perché ne ha un desiderio sconfinato. Solo lui è il fondamento, la ragione decisiva della propria vita.

Convive, nella pace e nella gioia, con la propria finitudine, perché si sente nell'abbraccio accogliente di Dio. 

La storia di Elia 

Un'altra pagina, provocante come la precedente, merita una attenzione disponibile da parte di chi cerca di immaginare quale tipo di identità il Signore sembra richiedere agli amici suoi.

Mi riferisco alla storia di Elia, il profeta. Ascoltiamola, prima di tutto.

"Elia entrò in una caverna per passarvi la notte [...]. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita» (1 Re 19, 9-14).

Elia è stato, nella sua vita piena di zelo per il Signore, come un vento impetuoso e un fuoco divoratore. La sua parola era una spada tagliente. Ha percorso tutta la terra in cui abitava, tuonando e minacciando. Di risultati ne avevo ottenuto tantissimi. Aveva distrutto gli altari degli idoli; era riuscito a riportare il popolo ebraico ad un'autentica esperienza religiosa; non si era mai fermato neppure davanti ai potenti: li aveva messo a posto, inchiodandoli nella loro malvagità.

Insomma, era stato un profeta con i fiocchi, di quelli di cui Dio poteva andare proprio fiero.

E invece sembra proprio che le cose si mettano male, nel momento più bello e solenne. Cerca Dio, per farsi riconoscere da lui. E Dio lo mette in crisi. Gli dice: tu sei un fuoco, un terremoto, un vento impetuoso... ricordati: io non sono lì. Hai fatto bene; sono contento... ma questo sei tu, caro Elia. Io non sono in questi fenomeni che lasciano tutti a bocca spalancata. Sono imprese tue, non mie.

Aggiunge Dio al suo profeta: io sono in una brezza leggera, che neppure si nota.

La storia di Elia ci mette in crisi. Sembra dire qualcosa che distrugge sogni, progetti e pretese. Dio è presente, in tutta la sua forza, quando l'uomo sa perdersi. Accetta di diventare nulla. un soffio insignificante di brezza.

Sogni, progetti, imprese, programmi e avventure... sono tutte cose belle, importanti, preziose. Rappresentano un pezzo di noi stessi: pieno del vuoto che noi siamo.

Se tutto finisse lì, addio vita e speranza: davvero un cieco tenterebbe di far da guida ad un altro cieco.

Quando invece ritorniamo, con coraggio, alla verità dei noi stessi, nella compagnia inquietante della nostra finitudine che sa affidarsi, sperimentiamo la dolce presenza del Dio di Gesù.

Il commento più bello ce lo regala Paolo, un altro bel tipo, pieno di fuoco e di ardore come Elia.

Meditiamo questa sua sofferta confessione: "Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest'uomo - se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare. Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò fuorché delle mie debolezze. Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato, perché direi solo la verità; ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi di più di quello che vede o sente da me.

Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte" (2 Cor 12,1-10).

Il ritornello è lo stesso: sei qualcuno, esisti, hai diritto di essere riconosciuto... quando diventi capace di affidarti.

E' proprio strano: chi si affida è debole, sembra un perdente, dipende tutto dall'altro... così diventa forte, il vincitore. Povera logica del nostro buon senso: è proprio condannata al fallimento. Ma è quella del Vangelo: chi ama la sua vita, la perde per amore, perché la consegna, con la fiducia cieca di un bambino.

 

Siamo cristiani adulti nell'abbandono al Dio di Gesù 

C'è un'alternativa seria e impegnativa ai modelli forti e a quelli deboli di identità. Questa alternativa è data dalla capacità di affidamento: il coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare.

Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.

Siamo cristiani adulti perché ogni giorno ci impegniamo a diventarlo, accettando di buttarci nell'abbraccio accogliente del Dio di Gesù.

Questa è la vita cristiana: un abbandono nella braccia di Dio, nell'atteggiamento del bambino che si affida all'amore della madre. Sembra strano: vogliamo diventare adulti e ci scopriamo, su quello che conta di più, sollecitati a diventare bambini.

Dell'adulto vogliamo conservare la lucidità, la responsabilità e la libertà, proprio mentre ci immergiamo in una speranza che sa credere senza vedere.

Del bambino, invece, cerchiamo il coraggio di rischiare, la libertà di guardare in avanti, la fiducia incondizionata in qualcuno di cui abbiamo sperimentato l'amore, la disponibilità esagerata a condividere: in fondo, la voglia di giocare anche con le cose più serie.

Ce l'ha raccomandato Gesù: "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 18, 3). 

 

 CRISTIANI ADULTI: PER CHE COSA?

 

Studiato il processo formativo che fa diventare "cristiani adulti", ci restano ancora molte cose a cui pensare.

Le riassumo in una domanda: questo adulto cristiano cosa è chiamato a fare?

La domanda va capita bene.

Non riguarda quello che verrà "dopo" la formazione. Non è come prendere la patente, per poter "poi" guidare l'automobile.

Nella vita, quello che facciamo fa parte già della nostra formazione. L'impegno cioè non è il frutto dell'essere; è invece il modo concreto di essere. "Siamo" (e ci costruiamo), agendo. Ancora una volta il richiamo obbligato è alla storia del "buon samaritano", che ho raccontato nelle pagine precedenti.

 

Vivere come gente appassionata per una causa 

Il Vangelo di Giovanni racconta la storia di Nicodemo, un uomo colto e onesto, che sapeva troppe cose per lasciarsi sedurre da qualche battuta ad effetto. Interroga Gesù per verificare se era veramente colui di cui si diceva tanto bene; e Gesù, nel bel mezzo della discussione, gli rivela qualcosa che sembra andare dritta verso il nostro interrogativo.

"Nel gruppo dei farisei c'era un tale che si chiamava Nicodemo. Era uno dei capi ebrei. Egli venne a cercare Gesù di notte, e gli disse: Rabbì, sappiamo che sei un maestro mandato da Dio, perché nessuno può fare miracoli come fai tu, se Dio non è con lui.

Gesù gli rispose: Credimi, nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce nuovamente.

Nicodemo gli fa: Com'è possibile che un uomo nasca di nuovo quando è vecchio? Non può certo entrare una seconda volta nel ventre di suo madre e rinascere.

Gesù rispose: Io ti assicuro che nessuno può entrare nel regno di Dio se non nasce da acqua e Spirito" (Gv 3, 1-5).

Di fronte alle difficoltà di Nicodemo, Gesù approfondisce la sua posizione. Rilancia l'invito provocante a "rinascere". Ma spiega che la faccenda non è di tipo fisico; riguarda la mentalità. Va cambiata la testa e il cuore.

Dobbiamo dire un bel grazie a Nicodemo. Nella sua voglia di scoprire la verità su Gesù, ci aiuta a scoprire il senso della nostra esistenza e il compito che ci è affidato.

Gesù infatti butta lì una costatazione che è come una esplosione di folle novità. Dice: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna". Poi aggiunge, a scanso di equivoci: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Gv 3, 16-17). Propone così il senso della sua vita. Senza mezzi termini dichiara che esiste perché gli è stata affidata una causa impegnativa da realizzare. 

La "causa" di Gesù 

Gesù ha parlato ripetutamente della sua causa. Leggiamo, per esempio, questa pagina del Vangelo di Giovanni che riporta la presentazione che Gesù fa di se stesso: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10, 7-19).

Nel Vangelo ritorna con insistenza l'espressione che Gesù ha utilizzato con Nicodemo per riassumere il suo progetto: il "regno di Dio".

Gesù è l'uomo del regno di Dio, perché ha fatto della causa della vita, "piena e abbondante" per tutti (Gv 10, 10), la "perla preziosa" per acquistare la quale bisogna essere disposti a vendere tutto il resto (Mt 13, 45-46).

I cristiani hanno continuato a parlare di "regno di Dio" per dare un contenuto preciso alla "causa" di Gesù. Nel lungo cammino della Chiesa questa specie di formula sintetica si è arricchita della sensibilità culturale e sociale che si è progressivamente sviluppata nella coscienza ecclesiale.

Oggi dicendo "regno di Dio" pensiamo, in modo profondo e condiviso, al mistero di Dio e dell'uomo.

Regno di Dio è riconoscimento della sovranità di Dio su ogni uomo e su tutta la storia, fino a confessare che solo in Dio è possibile possedere vita e felicità. Questo Dio, però, di cui proclamiamo la signoria assoluta, è tutto per l'uomo. Egli vuole un futuro significativo per l'uomo. Fa della vita e della felicità dell'uomo la ragione e l'espressione della sua "gloria".

L'uomo lo riconosce Signore quando si impegna a promuovere la vita e la speranza.

Consapevole che i suoi problemi sono il problema di Dio stesso, il credente consegna a lui la sua fame di vita e di speranza.

Il Dio di Gesù è un Dio di cui ci si può fidare. Lo attestano le cose meravigliose compiute per il suo popolo e soprattutto quelle operate in Gesù.

Dove appare lui, l'Uomo del Regno, scompare l'angoscia, la paura di vivere e di morire; ritorna la libertà e la gioia di vivere, nel nome di Dio.

L'ultima convincente parola sul Regno di Dio Gesù l'ha pronunciata sulla croce, quando ha affidato a Dio la sua  esistenza.

Consegnato alla morte, perché tutti abbiano la vita, Gesù ha ritrovato la vita e la speranza per noi. Il Risorto è il segno definitivo che il nostro Dio è tutto per la vita e la felicità dell'uomo.

La causa di Gesù è dunque la vita piena e abbondante dell'uomo nel nome di Dio: un uomo aiutato e sollecitato a camminare a testa dritta, capace di vivere con gioia nella città di tutti, che si affida a Dio nella speranza, perché solo in Dio possiamo non avere più nessuna paura della morte. 

La causa della vita è affidata a noi 

Il compito che il Padre gli ha affidato, Gesù lo consegna ai suoi discepoli. Gesù dice ai suoi amici: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi" (Gv 20, 21). Anello dopo anello, viene costruita una grande catena di persone, impegnate per la salvezza del mondo. I discepoli chiamano altri e li mandano. E così la catena dei chiamati si allunga: i nuovi discepoli chiamano altri con la stessa passione con cui hanno pronunciato il loro sì all'invito, e li mandano.

Oggi Gesù, i discepoli suoi, i credenti della prima ora della Chiesa e quelli della Chiesa di oggi chiamano altre persone. E ci mandano. Il compito che ci è affidato è lo stesso che ha appassionato l'esistenza di Gesù: la causa della vita.

Su questo compito il cristiano misura la sua esistenza. Siamo ed esistiamo per continuare a servire la vita, come ha fatto Gesù.

Meditando sulla causa di Gesù e sul modo con cui l'ha realizzata, scopriamo più intensamente il senso della nostra vita: i compiti che ci sono affidati e lo stile con cui possiamo assolverli.

 

Come Gesù, "servi" della vita 

Gesù lega profondamente al progetto di Dio il suo impegno per la promozione della vita. Sembra dirci: quello che io faccio perché tutti abbiano la vita chiama in causa Dio.

Rivela chi è Dio e manifesta come Dio vuole che siano realizzati i suoi progetti.

Due dati ritornano con forza.

Dio vuole la vita piena e abbondante di tutti. Vuole la salvezza del mondo. L'aveva costruito felice, aperto a realizzazioni affascinanti. Gliel'abbiamo rovinato, nel nostro gusto sadico di voler essere noi i padroni a tutti i costi. Non si arrabbia; non manda tutti fuori casa con un "peggio per voi". Manda invece il suo Figlio, con l'incarico di rimettere tutto a posto, per la vita e la gioia di tutti.

Questo è il primo dato, tanto provocante da non lasciare più tranquillo né il cuore appassionato di Gesù né quello dei suoi discepoli. Basta riandare all'amarezza di Gesù: «Il grano da mietere è molto, ma i contadini sono pochi» (Lc 10, 2); «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Mt 23, 37).

C'è un secondo dato che non può essere dimenticato, proprio da coloro che sono disposti a collaborare con Gesù per la vita del mondo.

Il servizio alla vita è misurato sulle esigenze della vita. Per questo chiede il confronto con il progetto di Dio e il riconoscimento della sua presenza operosa nel mondo, prima e all'interno di ogni nostro sforzo.

Il Vangelo ci suggerisce un modo molto bello per dire tutto questo. La formula ce la fornisce Gesù stesso, ricordandoci che siamo "soltanto servi": "Quando un servo ha fatto quello che gli è stato comandato, il padrone non ha obblighi speciali verso di lui. Questo vale anche per voi! Quando avete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dice: Siamo soltanto servitori. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare" (Lc 17, 10).

Certo, l'invito di Gesù potrebbe suonare strano, se non fosse interpretato dentro i modelli culturali del tempo, di cui Gesù si è servito per dirci quello che gli stava a cuore. Ce lo fa capire bene la battuta che precede il testo citato: "Uno di voi ha un servo, e questo servo si trova nei campi ad arare oppure a pascolare il gregge. Come si comporterà quando il suo servo torna dai campi? Gli dirà forse: Vieni subito qui e mettiti a tavola con me? No, certamente, ma gli dirà: Cambiati il vestito, preparami la cena e servi a tavola. Quando avrò finito di mangiare, allora ti metterai a tavola anche tu" (Lc 17, 7-10).

Ci sono espressioni e modelli culturali che oggi per fortuna facciamo di tutto per superare e contestare: nascono da una visione razzista dell'uomo, che divide in servi e padroni e giustifica persino il sopruso e l'autoritarismo. C'è però una verità indiscutibile, che non possiamo assolutamente mettere tra parentesi, pena lo slittamento nella falsità.

Il regno di Dio è la pienezza di vita per ogni uomo. Questa pienezza è tutto frutto della passione operosa di Dio per far nascere vita dove c'è morte. E' dono suo, gratuito e imprevedibile. Ma è un dono speciale: sollecita e sostiene la collaborazione responsabile di ogni uomo di buona volontà. La richiede tanto da condizionare, normalmente, il risultato della sua passione per la vita a questa nostra risposta. Ma esige che ogni impegno per la vita sia realizzato secondo il suo progetto: perché lui è la vita in pienezza e solo in lui e nel suo stile possiamo costruire vita in autenticità.

Non sempre i cristiani hanno interpretato in questo modo l'invito di Gesù a riconoscere che siamo soltanto dei servi. Hanno persino cercato traduzioni differenti del testo del Vangelo. Il ricordo che siamo "soltanto servi" è diventato l'invito a considerarci "servi inutili".

Non mi sembra affatto corretto il modello teologico evocato dalla traduzione "servi inutili". Nell'impegno per la vita noi non siamo "inutili". Dio non fa nulla senza la nostra collaborazione. Ed è urgente diventare operatori qualificati e competenti, per metterci a disposizione pienamente del progetto di Dio.

Mi ha convinto in questa direzione la meditazione di un altro passo del Vangelo dove ritorna lo stesso termine. L'angelo, inviato da Dio a Maria nel giorno dell'annunciazione, le chiede la disponibilità a collaborare con lo Spirito Santo per diventare Madre di Dio. Lei fa un po' di resistenza, tirando in ballo le sue difficoltà. Poi prende il coraggio a due mani e si dichiara "la serva del Signore" (Lc 1, 38). Mette a disposizione di Dio tutta la sua persona, a partire dal suo corpo di mamma. Non riusciamo di sicuro a concludere che Maria è serva inutile. Senza la sua collaborazione Dio non avrebbe potuto prendere il volto, il corpo e la parola di Gesù di Nazareth. Certamente, però, è soltanto serva del mistero di Dio. Gesù è Dio con noi per la potenza dello Spirito Santo e non nella carne e nel sangue di sua mamma.

Anche noi siamo, come Maria e con Maria, servi di Dio per la vita del mondo.

 

La causa della vita prima delle distinzioni 

L'adulto cristiano trova nel servizio alla vita il criterio per misurare fino a che punto vive autenticamente come discepolo di Gesù.

La causa da servire è tanto grande e impegnativa che nessuno ce la può fare da solo. Il cristiano adulto è uno che collabora con tutti, prima e al di sopra delle differenze? O, invece, ci tiene alla sua specificità e sta attento a non mescolarsi con chi ha altre visioni della vita? 

Collaborazione o distinzione? 

Una volta i cristiani erano abbastanza gelosi. Pensavano di essere gli unici veramente bravi ed erano poco disposti a collaborare con gli altri, per paura di confondersi eccessivamente. Oggi, al contrario, questa preoccupazione di isolamento sta cedendo spazio a quella opposta della collaborazione a tutti i costi. Ma questa scelta fa nascere un nuovo problema: il cristiano che cerca la compagnia e la collaborazione prima della differenza, non ha proprio nulla di specifico da offrire nel comune impegno per la causa della vita?

In un tempo di pluralismo come è il nostro, molte delle persone impegnate seriamente per la causa della vita non hanno nessun interesse religioso nei confronti di Gesù. Lo considerano un uomo grande, che ha lasciato un segno nella storia confusa dei suoi tempi. Arrivano al massimo a riconoscere che i suoi insegnamenti sono anche abbastanza attuali. Ma tutto finisce lì. Il loro impegno per la vita non ha quindi nessuna risonanza cristiana. E non sarebbe di sicuro corretto e onesto andargliela a cercare a tutti i costi.

Allora... collaborare o differenziarsi?

Dico subito che non c'è una risposta assoluta e perentoria. In questi anni, all'interno della comunità ecclesiale le posizioni si sono differenziate moltissimo. Non mancano, per fortuna, documenti autorevoli del Magistero ecclesiastico. Ma anche la traduzione verso il concreto di questi inviti ufficiali è segnata da un certo pluralismo di posizioni.

Non voglio entrare nella polemica. Ma non posso trascurare un problema tanto cruciale per il cristiano adulto. 

Il Vangelo spinge alla compagnia 

Mi piace cercare la risposta ai problemi più inquietanti attraverso la meditazione del Vangelo.

Un piccolo fatterello e il commento di Gesù sembrano fatti apposta per illuminare la nostra difficoltà.

Due discepoli di Gesù, mandati in giro per i villaggi a predicare il regno di Dio, incontrano un tale che cacciava i demoni e guariva la gente. Faceva un'operazione tanto cara a Gesù: vinceva la morte e immergeva nella vita. I due discepoli scoprono che questo tipo non aveva nessuna voglia di considerarsi discepolo di Gesù. Pieni di zelo gli proibiscono di continuare. Tornati da Gesù, riferiscono l'accaduto, con la speranza di guadagnarci un elogio. La risposta di Gesù è senza mezzi termini. Rileggiamo l'episodio: "Giovanni prese la parola dicendo: Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci. Ma Gesù gli rispose: Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi" (Lc 9, 49-50).

Per il cristiano la compagnia e la collaborazione con tutti coloro che sono impegnati per la causa della vita è una esigenza imprescindibile di fedeltà a Gesù.

 

Servire la vita nello stile di Gesù 

Questo è vero e importante. Ma non è tutto.

Chi ha deciso di comprarsi un computer potente sa di poter scegliere tra una decina di marche affidabili. La prima selezione è facile. Complicato è invece orientarsi quando il rapporto tra prezzo e prestazioni è sufficientemente omogeneo. Si va a fiuto, ad abitudini, ad amicizie, a qualche "per me" in più. Nel servizio alla causa della vita... siamo solo a questo livello?

Continuiamo a leggere il Vangelo.

Gesù raccomanda ai suoi discepoli di impegnarsi, con passione e competenza, per la causa della vita e poi, dopo aver fatto tutto il possibile, a riconoscere di essere "soltanto servi". Il fondamento di questo atteggiamento sta, come ho già ricordato, nella certezza che la vita è, prima di tutto, il dono e la passione di Dio.

Esiste quindi un modo di servire la vita che corrisponde al progetto di Dio; e ce ne possono essere altri che invece sono diversi e lontani. Non è facile saperlo sempre nel concreto delle azioni, perché non esiste un libro di ricette a cui attingere le soluzioni. C'è però un punto di riferimento sicuro, che ci permettono di distinguere e di decidere. Questo è, ancora una volta, Gesù di Nazareth. 

La croce per la vita 

Gesù ha dato la sua vita, come sommo gesto di amore, accettando le conseguenze inaudite di una esistenza tutta protesa nell'impegno di restituire vita e speranza, nel nome di Dio, agli uomini, prigionieri dell'oppressione fisica, culturale, religiosa.

Chi vuole la vita, si pone come Gesù al servizio della vita, con la coscienza che "dare la vita" è la condizione fondamentale perché la vita sia piena e abbondante per tutti. Chi si impegna per la vita riconosce che l'esito della sua fatica è sempre oltre ogni progetto ed ogni realizzazione. Viene dal futuro di Dio, dove ogni lacrima sarà finalmente e definitivamente asciugata.

Questo è uno dei punti cruciali di ogni impegno per la vita. Va compreso bene, per non fraintendere le proposte e il progetto di Gesù.

Gesù vuole la vita, non la morte. L'invito perentorio a dare la propria vita non indica un obiettivo, come se fosse importante dare la propria vita e basta. Sottolinea invece la condizione irrinunciabile per raggiungere l'obiettivo. L'obiettivo è la vita, piena e abbondante per tutti. Il dare la propria vita è la condizione per raggiungerlo.

La morte (anche quella accolta per amore dell'altro) è sempre sconfitta. Non potrebbe generare vita se non ci riportasse alla potenza di Dio che si esprime in questa debolezza accolta e sofferta (2 Cor 11, 8). Genera vita solo perché la vita è tanto dono di Dio da esplodere piena e abbondante quando sembra ormai tutto finito. Chi genera alla vita è il Dio di Gesù, che fa sorgere figli di Abramo anche dalle pietre.

La sconfitta diventa così vittoria, che travalica i confini del tempo e dello spazio e immerge tutti gli uomini in un vortice di vita nuova.

Chi vuole la vita e gioca la sua per donarla a tutti, nel nome di Dio, pianta la croce nel centro del suo impegno. E' tanto convinto che Dio vuole intensamente la vita di tutti, che si dichiara disponibile, con i fatti, a perdere la propria vita, come gesto supremo di impegno per la vita. 

Una compagnia nella solitudine della croce 

Il credente è una persona di grande compagnia. Lotta per la vita e serve la sua liberazione, cercando continuamente la collaborazione con tutti coloro che hanno la sua stessa passione. Spesso, però, è costretto a restare da solo, per testimoniare la croce e la speranza. Leggendo la realtà con lo sguardo acuto e penetrante che la fede gli dona, coglie esigenze e sollecitazioni che un tipo diverso di approccio lascerebbe invece nascosto.

Grida forte le esigenze della vita, quando nel suo nome viene contrabbandata la morte. E ricorda a tutti che solo riconsegnando la propria vita al Dio della vita, nel riconoscimento della sua signoria definitiva su tutti gli sforzi dell'uomo, è possibile possedere la vita anche oltre la morte. Sa di dover giocare tutta la sua esistenza per la vita piena e abbondante di tutti e sente, nello stesso tempo, di avere il diritto di invocare la potenza misteriosa del Signore della vita.

Per questo, nella compagnia piena e sincera con tutti, il cristiano è costretto ad assumere atteggiamenti, a dire parole e a fare gesti che sono solo suoi, che non riesce più a capire e a condividere chi viaggia solo sull'onda del buon senso e delle logiche correnti.

 

Il cristiano adulto genera alla vita 

Il nostro non è di certo un tempo in cui la speranza sia abbondante. Non capita a noi quello che hanno avuto la fortuna di sperimentare coloro che Gesù ha sfamato di pane, di senso e di vita: alla fine ne sono rimaste sette sporte piene. Purtroppo ci manca persino lo stretto necessario per credere sinceramente alla speranza. In questa situazione, l'adulto cristiano, restituendo speranza, genera alla vita.

Generare alla vita è la gioia e la responsabilità dell'adulto.

Non voglio essere capito male. E' vero: chi è diventato adulto, è in grado fisicamente di generare. Ma non possiamo di sicuro ridurre la responsabilità di generare solo alla generazione nella carne.

Dare la vita sul piano fisico è un avvenimento misteriosamente grande e impegnativo. Continua l'impresa divina della creazione. Non è però sufficiente: dà la vita veramente solo chi dà ragioni per vivere. Senza ragioni per vivere, la vita è una disperazione: molto meglio la morte. Lo sperimentano tutti i giorni tanti poveri ragazzi che non hanno la gioia di conoscere i loro genitori o, peggio, che si vergognano di essere vivi a causa dei loro gesti.

La generazione è piena e autentica quando due persone si scambiano ragioni per credere e per sperare. Per questo, la generazione è sempre un gesto d'amore: l'amore dà la vita, la riconosce e la sostiene.

L'adulto cristiano ha tante concrete possibilità per realizzare il compito impegnativo di offrire ragioni di speranza. Non è possibile fare un elenco con la pretesa di racchiudere in una lista precisa le opportunità aperte alla passione e alla fantasia di chi ama la vita e la vuole, come Gesù, piena e abbondante per tutti. Soprattutto non si può davvero tentare una classifica, a suon di punti, come ormai ci siamo abituati a fare per molte esperienze della nostra esistenza.

Qualcuno si butta in politica o nell'impegno sociale, con un coraggio che oggi sta diventando raro e difficile. Qualche altro si sprofonda nella fatica della ricerca, immerso tra libri, appunti e macchine raffinate, per trovare un rimedio ai mali che affliggono tante persone (dalla fame a malattie che sembrano incurabili), perché sa quanta speranza può sgorgare dai suoi studi.

Molti giovani scelgono oggi la strada del volontariato, per mostrare che è possibile stare vicino ai poveri, agli ammalati, agli esclusi, nel gesto gratuito ed eloquente della presenza e del servizio.

Ci sono persone che consacrano tutta la propria esistenza in una vocazione religiosa e sacerdotale, convinti che l'annuncio del Vangelo di Gesù è servizio pieno alla vita e alla speranza. Qualche altro non ha scelto a tempo pieno questa vocazione, ma sa ritagliare spazi generosi della sua giornata nel servizio della catechesi e dell'animazione dei più piccoli. Qualche persona si impegna, con tutte le sue energie nella via dell'educazione, convinto di costruire speranza perché restituisce a ciascuno la consapevolezza della propria dignità, la gioia di vivere e la libertà di scoprirsi protagonista della propria storia.

Tutti costoro stanno davvero generando altri alla vita e alla speranza. Non lo fanno nella carne; qualcuno ha deciso persino di rinunciarci per affermare una disponibilità più piena alla causa da servire. Lo fanno però veramente e pienamente: nello spirito. Lo dice molto bene Paolo, nel bellissimo biglietto scritto a Filemone per raccomandare un trattamento pieno di amore nei confronti di Onesimo, lo schiavo scappato da casa, che ora ritorna: "ti prego per il mio figlio Onesimo, che ho generato in catene" (Fil 10).

I modi sono tanti, tutti importanti. Indicano tutti, con tonalità differenti, il compito fondamentale dell'adulto cristiano, impegnato, con una passione speciale, sulla frontiera della vita, come amico di Gesù: restituire speranza, per aiutare tutti a diventare uomini e donne di speranza. 

 

IN ESODO VERSO UNA TERRA DOVE ABITARE

 

Ho immaginato la fatica di crescere nella fede come un lungo e impegnativo cammino. Incomincia con le prime battute dell'esistenza e la coinvolge tutta, passo dopo passo. Solo la morte può mettere la parola "fine", anche se lo fa in quel modo strano e misterioso che la nostra fede ci porta a riconoscere nella pienezza irresistibile della vita.

Cammino è una espressione felice. Dà il sapore dell'avventura anche alle cose più impegnative. Va però precisata, soprattutto in un tempo come è il nostro, in cui anche le parole più semplici rischiano di esprimere molto poco di comune.

Si può camminare in tanti modi: a zonzo, senza una meta precisa, tanto per occupare il tempo; con l'ansia di chi fugge da un pericolo che incombe; con la fretta di chi vuole giungere a tutti i costi a casa; con la sicurezza di chi ha già fatto mille volte la stessa strada e conosce la via come le sue tasche o con lo smarrimento di chi tenta la prima avventura...

Nel titolo ho messo una parola speciale per dire come intendo il cammino: l'esodo. L'ho fatto per spiegare meglio la mia proposta; non per confonderla di più.

Il libro dell'Esodo racconta l'avventura del popolo ebraico, invitato da Dio ad abbandonare la terra d'Egitto, dove ormai era schiavo di padroni esosi, per tornare alla terra dei suoi padri, la "terra promessa". Anche il ritorno in Palestina del nuovo popolo di Israele, dopo i lunghi secoli di dispersione e le immense sofferenze della guerra, è stato chiamato con il termine biblico: l'esodo. Esodo vuol dire cammino di un popolo verso casa.

Questa è dunque la mia proposta: il processo che fa diventare "cristiani adulti" è un esodo verso la terra promessa. Non è solo un cammino da una terra all'altra: dalla fanciullezza all'adolescenza, per esempio, e verso la giovinezza e l'età adulta. E' un esodo perché la qualità di questo cammino assomiglia moltissimo a quello del popolo ebraico, in viaggio nel deserto verso la terra dei padri.

In cammino per diventare cristiani adulti, siamo invitati a vivere, in qualche modo, l'esperienza biblica dell'esodo.

Cosa vuol dire tutto questo in concreto?

Pensando all'Esodo del popolo ebraico, ricordo cinque indicazioni. Non sono tutte dello stesso peso.

Le prime tre contengono l'invito ad assumere atteggiamenti particolari. Sono una specie di compito affidato alla fatica della nostra responsabilità. La quarta e la quinta, invece, voltano pagina. Sottolineano una costatazione felice, da scoprire e da sperimentare. Rappresentano, in qualche modo, il clima e l'orizzonte in cui vivere il cammino che ci fa diventare cristiani adulti.

 

Crescere è camminare 

Il processo di crescita è un cammino che assomiglia all'esodo perché è costituito da progressivi abbandoni, sulla forza di qualche promessa.

Il popolo ebraico si era ormai abituato alla terra d'esilio. Non tutto funzionava a puntino e non mancavano i problemi e le difficoltà. Ma con un po' di buona volontà era riuscito a rassegnarsi. Si sentiva quasi a casa propria, pur stando in terra d'esilio. Dio lo chiama ad uscire. Non può stendere la carta del tragitto davanti alla curiosità del suo popolo e nemmeno è in grado di prospettare tempi e luoghi di rifornimento. Gli chiede di partire; e basta. Fa mille promesse. Ma sono solo promesse, mentre quello che il popolo si lascia alle spalle è poca cosa, ma piena di sicurezza.

Dio ha fatto così anche con Abramo. L'ha invitato a partire: esci dalla tua terra e va verso un futuro, incerto e affascinante. Quello che lasci, lo conosci... lo devi abbandonare. Quello che troverai... vedrai quanto sarà bello: se ti fidi della parola che ti chiama.

Questo è prima di tutto l'esodo: abbandonare le vecchie sicurezze per fidarsi solo di una promessa. Si tratta di mettersi in cammino verso casa, rischiando di perdere quello che si possedeva, portando con sé il minimo indispensabile per la sopravvivenza.

Ai testi dell'Antico Testamento fa eco Gesù, a fatti e a parole: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno» (Lc 9, 3).

Spesso parliamo dell'esodo con una espressione che ci è più famigliare: la pasqua. Pasqua significa "passaggio": dunque "esodo".

Il processo di crescita, visto così, assomiglia dunque ad una pasqua: si passa alla vita nuova, accettando di morire a quella vecchia. In fondo, richiede davvero e continuamente il coraggio di perdere quello che si possiede, per possedere quello che si spera.

Un'altra cosa ci ricorda la figura dell'esodo e l'avventura che hanno vissuto coloro che l'hanno sperimentata sulla propria pelle. Ogni tanto spuntava violenta la nostalgia di quello che avevano abbandonato e ci voleva tutta la tenacia di Mosè per non fare marcia indietro. Quando si spegneva o languiva il desiderio intenso della casa paterna verso cui il popolo era in viaggio, il bello non era più in avanti: stava tutto su quello che era stato abbandonato. E così spuntava la nostalgia verso il passato e affiorava la voglia di tornare indietro. Il rapporto tra nostalgia e fiducia verso il futuro è inversamente proporzionato: se cala la fiducia, cresce la nostalgia e viceversa.

Capita anche a noi, tante volte. Parliamo di coerenza, come se fosse la cosa più decisiva per crescere. Non solo corriamo il rischio di essere poco coerenti; soprattutto pensiamo la coerenza soltanto dalla parte del passato. La persona coerente è quella che ripete nell'oggi i gesti del passato.

Camminare in esodo comporta invece un modello tutto da inventare di coerenza: la coerenza verso il futuro. Ciò verso cui siamo in cammino, anche se lo intravediamo a stento, nella promessa di Dio, deve decidere la qualità attuale della nostra esistenza.

 

Un popolo in cammino 

Il richiamo all'esodo serve a ricordare un'altra preoccupazione, molto importante.

Nell'esodo vissuto dal popolo ebraico è il popolo che si mette in cammino. Tutti assieme, animati da una sola comune speranza.

Capiamoci bene. Il cammino verso l'adulto cristiano riguarda ogni persona, nella solitudine fondamentale della sua personalità. Non possiamo assolutamente permetterci il lusso di pensare di crescere solo perché altri crescono con me e per me. Forse, in una società diversa dalla nostra, potevamo pensare di più in termini collettivi. Oggi, solo le persone capaci di silenzio e di interiorità possono sopravvivere autonomamente.

Questo è vero; ma non è tutto.

Il richiamo all'esodo vuole sottolineare quanto questa operazione personale vada vissuta dentro un popolo, in una solidarietà che sollecita a responsabilità comuni e cerca sostegni comuni. La figura più espressiva, per dire tutto questo, è l'uomo nuovo che cresce sotto il cuore di sua mamma. Mamma e figlio sono due persone autonome, con una storia tutta personale, anche se il bimbo per ora vive solo nella speranza dei suoi genitori. Per vivere e diventare presto un uomo che sta in piedi da solo, ha bisogno di sua mamma. Se si stacca, recidendo il cordone della vita, muore e, qualche volta, trascina alla morte anche sua mamma. Vive se vive in sua mamma. Ma vive lui e la mamma sua.

Lo dobbiamo scoprire e realizzare. Ci vuole grinta, perché spesso siamo costretti ad andare controcorrente, soprattutto se vogliamo crescere assieme.

Tutto ci invita a farci strada a sgomitate. Gli altri, quelli che come noi sono in corsa per diventare adulti, sono dei nemici da controllare e da combattere. Vince chi arriva per primo. E per arrivare primi dobbiamo farci strada con la forza e con l'astuzia.

La logica dell'esodo è esattamente il contrario. Solo come popolo possiamo arrivare a casa. Chi si ferma per strada e chi si perde alla rincorsa di altri progetti, frena il cammino di tutti. Non possiamo posare su questi amici l'ultimo sguardo di commiserazione, e poi partire sparati, noi i più bravi.

A casa dobbiamo arrivarci tutti: assieme. Non potremmo di sicuro progettare la festa del ritorno, se, al controllo di verifica, scoprissimo assenze e perdite.

Questa è la vita. Il nostro cammino è orientato alla pienezza di vita.

Questa costatazione ne rilancia subito un'altra, impegnativa e concreta.

Il cammino del popolo verso la terra dove abitare è realizzato in un ritmo molto personale. C'è chi corre e chi va piano. Qualcuno porta altri sulle spalle e qualche altro è felice di essere portato in braccio, perché non riesce altrimenti a camminare.

Ma alla fine il passo è di tutti e tutti arrivano a casa, in una gioia davvero comune e condivisa.

 

Un cammino duro e faticoso 

La marcia del popolo ebraico verso casa avviene nel deserto, tra mille difficoltà.

Non lo possiamo di sicuro dimenticare. Non è facile dimenticare questa costatazione, perché ci pensa la vita di tutti i giorni a ricordarcelo con la violenza dei fatti.

Lo dobbiamo però sapere in anticipo. Serve a coprirci le spalle e a corazzarci contro le difficoltà. Diventare cristiani adulti è un'impresa che esige spalle robuste e un coraggio da leoni.

Il richiamo al deserto ci aiuta a pensare anche ad un'altra esigenza del nostro cammino.

Colui che si imbarca per un lungo viaggio si attrezza, progettando tutto fino ai minimi particolari. Qualche volta trasforma il suo zaino in un supermercato, nel timore che qualcosa di essenziale gli possa poi mancare. Alla fine scopre, invece, che le cose importanti sono davvero poche. Forse... proprio quelle che aveva lasciato o dimenticato a casa.

Ho l'impressione che dovremmo fare progetti molto diversi. Ho paura a dirlo, perché lo dico per me. Ma non posso davvero tacerlo.

Le persone sagge, quelle che hanno già fatto un lungo tratto di strada nel deserto della vita, hanno imparato a proprie spese che il nostro progettare è soprattutto un essere guidati e il nostro faticoso cammino è soprattutto un essere accompagnati dalla mano, dolce e robusta, di chi fa strada per noi e con noi.

Camminare nel deserto è possibile solo se alla paura dell'imprevisto si sostituisce progressivamente la fiducia. Siamo invitati a consegnarci senza riserve nelle mani di Dio. Solo lui merita tutta la nostra fiducia e solo in lui smettono di avere senso le mille domande che quotidianamente ci facciamo sulla nostra esistenza, sul suo domani e, persino, su quel momento imprevedibile e pauroso che conclude il nostro cammino.

 

Sotto la nube 

E così sono arrivato alla quarta indicazione.

Le prime tre riguardano atteggiamenti che ciascuno è invitato ad assumere con coraggio e responsabilità strettamente personale. Non li troviamo da nessuna parte; non sono in vendita in nessun supermercato.

Vanno costruiti nel silenzio della propria interiorità, con coraggio, tenacia, fantasia.

La quarta invece è tutta dalla parte delle costatazioni. E' un dono, che ci avvolge come l'aria che respiriamo, collocato prima di ogni nostra consapevolezza riflessa.

L'ho intitolata "sotto la nube" per ricordare la bellissima esperienza fatta dal popolo ebraico nel cammino verso la terra promessa. "Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte" (Esodo, 13, 21-22).

Non è una presenza come tutte le altre. Noi siamo abituati a dichiarare presenti solo coloro che ci incombono, che possiamo vedere e toccare, su cui possiamo mettere le mani a piacimento. La presenza del Signore nella nostra vita è molto diversa. Più intimo a noi stessi di quello che noi possiamo esserlo per noi stessi, continua ad essere un Dio misterioso e inafferrabile.

Lo vediamo attraverso segni che dobbiamo accogliere e interpretare nella fede.

Lo so che solo alla fine, al sicuro nella terra ormai conquistata, il popolo ebraico ha ripensato al lungo tormentato viaggio e ha scoperto il senso e il dono della nube che ogni tanto copriva il sole e di quelle luci improvvise che squarciavano le notti di viaggio. Ha riflettuto, cantato e pregato. E ha scoperto la mano potente di Dio, compagno di viaggio e di avventura.

Per noi l'ha gridato forte.

Un po' come ha fatto Maria, meditando nel suo cuore le cose meravigliose e un po' strane di cui si era trovata protagonista, suo malgrado. Lo ricorda spesso il Vangelo. Cito una pagina per tutte: "Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc, 2, 15-19).

Se non scopriamo di camminare sotto la nube... non sarà forse perché abbiamo perso la capacità di meditare sulla nostra vita, leggendo tra le righe, con uno sguardo che progressivamente sa scendere in profondità, verso il mistero che la vita si porta dentro?

Anche questo è un modo di crescere.

 

Camminiamo verso casa 

Camminiamo verso casa. Là ci attende a braccia aperte il padre; ed è già tutto pronto per la grande festa. "Presto, andate a prendere il vestito più bello e fateglielo indossare. Poi prendete il vitello, quello che abbiamo ingrassato, e ammazzatelo. Dobbiamo festeggiare con un banchetto il suo ritorno, perché questo mio figlio era per me come morto e ora è tornato in vita, era perduto e ora l'ho ritrovato" (Lc 15, 22-24).

C'è di più.

Il padre è impaziente come l'amore. Non riesce più a restare chiuso in casa, aspettando il ritorno del figlio. Era sicuro che sarebbe tornato, perché lontano di casa c'è solo buio, freddo, morte. Un po' si è rassegnato ad attendere, forse per rispettare fino allo spasimo la libertà di quel figlio suo, ancora tanto adolescente. Ma poi non ce la fa proprio più.

Non gli grida di accelerare il passo; non lo minaccia per fargli rompere le ultime resistenze e nemmeno tenta di sedurlo con qualche promessa. Esce lui di casa e gli corre incontro. Ha una voglia sconfinata di soffocare nel suo abbraccio le sue parole di pentimento.

Lo sa e vuole che lo scopriamo anche noi. Siamo in piedi, a capo retto, quando decidiamo di rompere con il tradimento e facciamo progetti per ritornare a casa. Lo siamo però veramente e pienamente solo quando ci lasciamo sprofondare nel suo abbraccio (Lc 15, 1 ss.).

Il lungo faticoso cammino per diventare "cristiani adulti" è fatto così: un atteggiamento nuovo dopo l'altro, un pezzo di vita in più, facendo maturare il dono che ci portiamo dentro. Esso è come il pugno di lievito che la donna di casa ha messo in due misure di farina e, poco alla volta, la trasforma tutta (Lc 13, 21). Per questo ci esplode dentro, anche se non ci facciamo totale attenzione.

Camminiamo nella festa, nonostante la vita dura e i tradimenti continui. Siamo consapevoli che la meta è più avanti dei passi i più avanzati: per questo non riusciremo mai a sederci, assaporando il cammino percorso, convinti che ormai la vita sta tutta dietro le nostre spalle. E, nonostante tutto, le piccole cose che abbiamo conquistato sono tanto grandi, affascinanti, impegnative che festeggiamo il piccolo seme che diventa, giorno dopo giorno, albero grande, anche se all'inizio proprio non ci si capisce un'acca di quello che sta spuntando.

La festa della vita che cresce verso casa è attraversata ogni giorno dalla nostra voglia di morte: il peccato, il tradimento, le nostalgie, i soprusi, il tentativo di camminare a testa dritta sulla testa degli altri o la triste rassegnazione che ci porta a bruciare un po' di incenso a qualche idoletto nascosto.

In tutti i casi però la festa continua, più forte e sicura che mai, perché la vita vince sulla morte. "Anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore" (1 Gv 3, 20), ci assicura l'apostolo Giovanni, uno che l'ha provato e ci dice ciò che ha visto e udito, la cui testimonianza è vera (Gv 21, 24).

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