Mario Delpiano

(NPG 1994-88-47)


Ospitiamo nella nostra rivista il primo di una serie di contributi sulla nuova indagine COSPES sull'adolescenza.
Dopo la ricerca sui preadolescenti in Italia («L'età negata»; «Preadolescenza. Le crescite nascoste») il gruppo degli operatori e ricercatori COSPES, guidato da G. Tonolo e S. De Pieri, ha realizzato a partire dal 90 fino al 94 un'ampia serie di ricerche sugli adolescenti italiani e sui processi di formazione dell'identità nel presente contesto socioculturale.
L'indagine intende gettare qualche scandaglio dentro la complessità del mondo adolescenziale, dei suoi arcipelaghi, ma anche dei numerosi studi e ricerche, e sceglie come fascia d'età quella tra i 14 e i 19 anni, in verità spesso affiancata in maniera quasi omologante ai giovani delle altre fasce d'età.
Con una vasta esplorazione di carattere nazionale al di là dell'estrema frammentazione delle situazioni, il gruppo COSPES ha inteso studiare i processi di base con cui si viene a formare l'identità degli adolescenti. L'attenzione è focalizzata sulle dinamiche di natura processuale che si instaurano tra gli adolescenti e le «agenzie» varie con cui essi vengono quotidianamente ad interagire.
L'ipotesi centrale è che l'adolescenza, nel contesto di una società complessa e differenziata, si presenti come una fase di mutamenti significativi nei processi di formazione dell'identità, in connessione con le dinamiche relazionali che si instaurano con la famiglia, con i coetanei, con gli adulti significativi, i gruppi, le istituzioni. Il modello di riferimento è di tipo sistemico-relazionale.
Le sub-ipotesi riguardano poi alcuni processi ed esiti considerati centrali nella formazione dell'identità personale: l'autonomia, l'identità psico-sessuale, la definizione di sé, la progettualità, il rischio evolutivo.
La ricerca si è estesa ad un arco di ben quattro anni 1990-1994, e si è sviluppata in più fasi: fase iniziale delle interviste semistrutturate (1990); ricerca intrasistemica (1992) che ha riguardato 5.446 soggetti raggiunti con un questionario articolato, con sub-campione interno per approfondimento circa alcuni aspetti evolutivi attraverso reattivi di varia specie; fase della ricerca sui gruppi (1993) e fase della ricerca intersistemica (1994) tesa a raggiungere la realtà di indagine definita dagli adolescenti, dai genitori, dagli insegnanti e animatori del tempo libero.
In mezzo alla frammentazione e alla differenziazione socio-culturale emergono «adolescenze ad arcipelago» e affiora l'immagine di una «adolescenza dilatata e prolungata» (identità imperfette? identità incompiute?) per la realizzazione dei suoi tradizionali compiti evolutivi (oggi forse in gran parte da ridefinire?) e che vengono alla fin fine a toccare lo stesso modo di definire la condizione di adulto. (Per ulteriori informazioni sui primi passi della ricerca, rimandiamo a «Rassegna CNOS» 3/1992 e 1/1994).
Il contributo che presentiamo ai lettori è il rapporto che riguarda la «religiosità» degli adolescenti intesa come «sistema simbolico religioso» connesso, proprio in quanto sottosistema, con il sistema d'identità e la sua conseguente rappresentazione simbolica della realtà, la costruzione del «mondo soggettivo-intersoggettivo» delineato dai linguaggi che attribuiscono significato, senso e valore l'esistenza quotidiana di ciascuno.
Il rapporto qui presentato si fonda quasi esclusivamente sulle prime due fasi della ricerca e presenta, descrivendoli ed offrendo linee di interpretazione, i dati emergenti dalle risposte al questionario.
Viene descritta una situazione nelle cui pieghe si intravvedono possibilità nuove, sfide e problemi.
Ma su di essa si potrà tornare con lo sguardo educativo-pastorale. Dovrà essere un altro capitolo.


1. La religiosità degli adolescenti italiani

PREMESSA

Un richiamo anzitutto al senso che attribuiamo alla religiosità in una ricerca che vuole essere di tipo specificamente psicologico e psicosociale intorno ai processi dell'identità negli adolescenti di oggi in Italia.
La religiosità costituisce, quando è presente ed elaborata, una componente rilevante dell'universo simbolico dell'individuo; in particolare essa può essere considerata la componente «religiosa» di questo universo simbolico.
Ogni persona infatti non abita solo la terra, l'ambiente fisico, materiale o sociale; essa abita anche il linguaggio. Abita la realtà proprio attraverso la mediazione di un ambiente simbolico: il mondo dei linguaggi, dei segni e dei simboli che mutua dalla cultura sociale di appartenenza, anche se essi vengono da ciascuno filtrati e ricomposti dentro un universo soggettivo carico di significati.
La religiosità rappresenta proprio questo «mondo religioso» che gli adolescenti possono o no abitare, dal quale magari si distaccano, o che fanno slittare sullo sfondo rispetto alla vita quotidiana come figura; o un mondo che viene passato al vaglio critico, rielaborato, reinterpretato soggettivamente o rifiutato.
Questo ci interessa approfondire.
Vogliamo verificare quanto il sistema simbolico religioso si connetta con il sistema d'identità personale che viene costruendosi e definendosi nel corso dell'adolescenza.

Connessione con le ipotesi

Per delimitare il lavoro di ricerca è importante cogliere la connessione tra le ipotesi della ricerca Cospes «sull'adolescenza intesa come fase di mutamenti significativi nei processi di formazione dell'identità e sulle dinamiche relazionali che influenzano e condizionano l'evoluzione di tale processo». In particolare con riferimento ai processi di autonomizzazione, di elaborazione della differenza di genere, di definizione di sé, di progettualità.
La religiosità va vista all'interno di questi processi di costruzione dell'identità. Dunque non solo come residuo, derivato o deriva dei processi di socializzazione e di inculturazione religiosa antecedenti l'adolescenza (autonomizzazione), ma anche come simbolizzazione di un percorso di «esplorazione e ricerca di senso», in stretta connessione con la ricerca e la produzione di significati vitali (valori e progettualità) di cui l'adolescente si appropria.

Il contesto culturale e religioso

È essenziale, prima di delineare alcune ipotesi di incrocio tra processi d'identità adolescenziale e sistemi simbolici religiosi, delineare, pur sinteticamente, una panoramica sulla situazione della religiosità del contesto italiano, per altro riemergente all'attenzione, allo studio e alla ricerca negli anni 90.
Se la religiosità degli italiani non è scomparsa, pur attraversando il fenomeno della secolarizzazione e della emancipazione dalle forme istituzionali e totalizzanti, essa però resta uno degli elementi che fanno dell'Italia un «caso specifico» nel contesto europeo occidentale (Garelli 1991, 1993).
Gli italiani si definiscono a stragrande maggioranza (il 95% della popolazione) un popolo di «cattolici» e si autodefiniscono in forma quasi generalizzata «credenti» (Fondazione Agnelli 1987).
Anche se, come notano i sociologi in particolare, il definirsi religiosi e credenti esprime più che altro un «riferimento culturale» in certi versi anche svuotato di specifica connotazione religiosa. Garelli asserisce come gli italiani appaiano «più cattolici che religiosi, e più religiosi che credenti».
Inoltre nel contesto in cui si sviluppa la religiosità degli adolescenti, tra secolarizzazione e pluralismo delle visioni del mondo, la religiosità sembra percorrere filoni sotterranei di trasformazione e rielaborazione, mentre appare sorprendente la costante persistenza del modello dominante della religione di chiesa ufficiale (al modello istituzionale della religione cattolica si riferiscono i 2/3 degli italiani), quale «religione di maggioranza» con tutte le ambiguità e le distinzioni (congruenza e incongruenza rispetto alla vita quotidiana, al sistema di valori, al discostarsi dei riferimenti ufficiali, alla crisi di pratica e di appartenenza...) operate dai sociologi.
Il secondo riferimento è dato dal modo con cui le nuove generazioni si collocano nel contesto più ampio.
Le analisi esistenti sottolineano che l'età, oltre il sesso, è una delle due variabili in grado di maggiormente discriminare gli atteggiamenti e i comportamenti religiosi della popolazione italiana. Gli atteggiamenti di disaffezione dalla religione di chiesa e di estraneità da un qualsiasi riferimento religioso risultano più allargati nelle giovani generazioni, e soprattutto nei maschi (Garelli 1992, Burgalassi, Prandi, Martelli 1993). Nelle nuove generazioni riscontriamo inoltre un fenomeno di iposocializzazione religiosa; alcuni studi e ricerche (Iard 1993) sottolineano una lieve tendenza di crescita della religione nella considerazione delle nuove generazioni, mentre la presa di posizione personale, l'impegno dei giovani e il loro coinvolgimento nella costruzione in un «mondo religioso» personalizzato e in relazione con quello istituzionale risulta alquanto differenziato, variegato ed esposto ad interpretazioni alquanto diverse.
È proprio a seguito dell'adolescenza infatti che si registrano le maggiori cadute a picco e i cambiamenti più eclatanti .
Un motivo in più allora per guardare cosa sta accadendo all'interno della religiosità adolescenziale.
In sintesi con Mion (1993) la religiosità dei giovani, da un punto di vista sociologico, assume le seguenti caratteristiche: ad una estesa accettazione da parte dei giovani dei valori religiosi e della loro espressione sulla linea della tradizione cattolica, si accompagna una sua valorizzazione nel processo di formazione dell'identità; essa risente di conseguenza dei processi di verifica-selezione spesso fortemente soggettivizzati, di funzionalizzazione all'io e alla spinta di autorealizzazione, di autenticazione e genuinità, ma anche di spinte egocentriche, narcisistiche e anche privatistiche.
Ciò che riguarda più da vicino l'analisi che ci accingiamo a fare è seguire le vicende di questa religiosità in connessione con l'elaborazione del sistema d'identità degli adolescenti italiani di oggi.

Le vicende della religiosità in adolescenza

Poste le premesse di contesto attraverso l'analisi sociologica, mi sembra utile indicare qui i processi in atto da prendere in considerazione, da un punto di vista psicologico dinamico e psicosociale, che investono la religiosità in questa età della vita.
La religiosità in adolescenza può essere considerata come un processo di cambiamento di quel mondo simbolico religioso indotto dalla socializzazione religiosa infantile. In esso, strettamente connessa alla elaborazione del sistema d'identità personale, si assiste a:
- una profonda rivisitazione soggettiva come approfondimento e compimento di quello che è stato l'avvio del cambio preadolescenziale (Cospes 1987);
- una rivisitazione che implica un'opera di «filtraggio» soggettivo dei significati religiosi in direzione della ricerca di senso. Essi costituiscono quello che è il processo di interiorizzazione e valorizzazione soggettiva: con esso il soggetto elabora ciò che considera, apprezza ed esperisce come valore per sé, e che viene poi a costituire il nucleo regolativo (insieme ai valori) nel sistema d'identità.
L'interiorizzazione, come processo di costituzione del sistema di valori di riferimento a livello dell'identità personale, comporta:
- l'esplorazione e la sperimentazione personale: un tempo di sperimentazione e di conseguenza il primato dell'esperienza sui contenuti codificati e istituzionalizzati;
- la soggettivizzazione del vissuto religioso e della stessa religiosità acquisita per socializzazione, con distanziamento anche critico dai riferimenti oggettivi;
- la funzionalizzazione e una certa strumentalità dell'universo simbolico religioso, anche istituzionale, in funzione propriocentrica, cioè in funzione della elaborazione e dell'affermazione dell'identità personale. Possiamo il più delle volte trovarci di fronte ad una religiosità individuale fortemente caratterizzata dalla cosiddetta «religione dell'io» e dalla prevalenza del proprio desiderio sull'Altro (l'Altro come oggetto), più che dalla apertura e conversione al «Desiderio dell'Altro» (l'Altro come soggetto) e all'Altro dal desiderio; la possibile espulsione (e perciò il rifiuto di integrazione) del sistema simbolico religioso dal sistema d'identità adolescenziale, soprattutto quando non tocca i nuclei vitali di essa; oppure anche quando il sistema simbolico religioso si pone in opposizione e diviene un ostacolo alla elaborazione della identità (posizione reattiva);
- la marginalizzazione o l'accantonamento del processo di rielaborazione-revisione dell'universo religioso personale; quasi un «congelamento» del sottosistema dell'identità, la formazione di una nicchia di difesa. I motivi di questo arresto parziale possono essere diversi: alcuni possono essere dovuti al fatto che l'adolescente è fortemente concentrato nella rielaborazione dell'identità su fronti (aree di interesse e impegno) diversi da quello religioso, per esempio quello affettivo, o scolastico-professionale, o di autoaffermazione, di autonomizzazione dagli adulti, di sperimentazione del corpo e della sessualità, di responsabilizzazione verso la politica... (Palmonari e AA. 1993); un'altra situazione può essere quella in cui l'adolescente non si sente in grado di governare i processi di elaborazione d'identità e dunque vive in stato di destrutturazione e in stato di forte dipendenza ambientale. Per questo l'adolescente può apparire fortemente soggetto a conformismo sociale (del giro degli amici, dei nuovi legami affettivi, della cultura del consumo...) in riferimento al vissuto religioso. Tutto ciò può significare per alcuni il persistere della religiosità ridotta a tradizione culturale d'ambiente; per altri anche abbandono e indifferenza.

Il sistema simbolico religioso e quello simbolico valoriale

Proprio perché la rivisitazione del sistema simbolico religioso nel corso dell'adolescenza viene ad incrociarsi con l'elaborazione del sistema d'identità, esso viene rielaborato anche in rapporto al sistema di valori che l'adolescente sta scoprendo e rielaborando in sé.
La religiosità dell'adolescente ha la possibilità in sé di giungere anche a maturazione nella sua specificità, oltre le fasi di confusione e l'ambivalenza. Essa cioè raggiunge quel livello di esperienza soggettiva che definiamo costituito da senso di «attesa - ricerca - esperienza di senso alla vita», in stretta connessione ma anche in una prima differenziazione dal sistema dei valori dell'adolescente.
Quale sarà il rapporto tra sistema simbolico religioso e sistema simbolico valoriale? Alcune indicazioni di esito:
- un rapporto di integrazione nel sé, d interdipendenza e di implementazione reciproca;
- un rapporto sostitutivo, quasi surrogatorio, di un sistema simbolico con l'altro; da qui le forme di integrismo religioso e non (assolutizzazione di qualche valore) quando l'uno assorbe totalmente l'altro;
- un rapporto di conflittualità tra sistema simbolico religioso e quello valoriale; nei quali casi si danno forme di fissazione quando non di «blocco» nella rielaborazione personale;
- un rapporto di irrelazione reciproca, con disintegrazione tra i due orizzonti simbolici.

Una identità religiosa adolescenziale che scaturisce dalla «relazione»

C'è un modo di considerare l'adolescenza e il suo processo di definizione dell'identità che consiste nel vederla come qualcosa di «oggettivo» e di «a sé stante», indipendentemente dal sistema di relazioni in cui essa emerge e si consolida.
La presente ricerca ha soprattutto voluto leggere i processi d'identità attivando un modo di considerare l'adolescenza centrato sulla «relazione» (Tonolo 1992). L'identità dell'adolescente, anche la sua identità religiosa o non, verrà compresa all'interno di un reticolo di complessità e di molteplicità relazionali di cui gli adulti stessi sono parte. «Poiché gli adolescenti non sono mai oggettivamente così e così, essi sono il risultato del modo degli adulti di educarli, di vederli» (Farnè 1994). di comunicare con loro.
Sarà allora importante evidenziare come essi percepiscono l'adulto o la comunità religiosa di riferimento. come ne rispecchiano indirettamente i modelli comunicativi, e reagiscono, anche con la loro religiosità, ad essi.
Per questo utilizzeremo anche il «modello stellare» dell'analisi relazionale che il gruppo dei ricercatori ha ripensato a partire dal modello di H. Franta. M. Mosso (1987).


2. I dati: la lettura e l'interpretazione

1. ADOLESCENTI TUTTI «CATTOLICI»?

Il primo dato generale della nostra ricerca riguarda l'«autodefinizione e autocollocazione» che gli adolescenti esprimono in relazione al problema della religione: il 93,8% degli adolescenti del nostro campione dichiara di appartenere alla religione cattolica; le ragazze poi, rispetto ai maschi toccano il 95,7% in percentuale. Mentre il 3,7% (in questo caso i maschi esprimono percentuali doppie rispetto alle femmine) dichiara di non appartenere ad alcuna religione, il resto si riconosce in altre confessioni cristiane o religioni diverse.
Sul significato «debole» da attribuire a questa autodichiarazione così generalizzata di appartenenza, torna opportuno il richiamo a quanto detto sopra (Garelli 1993) sul fatto che nel contesto italiano tutta la popolazione, e in questo caso gli adolescenti non fanno eccezione, tende a considerare questo definirsi «cattolici» come una risposta ad esigenze di identità sociale e culturale più che esperienziale e vitale.
L'essere cattolico esprime un'identità sociale che è rivolta più al passato e al riferimento alla sua origine in una tradizione familiare e ambientale «religiosa» connessa ad una prassi generalizzata di socializzazione religiosa che ha segnato fanciullezza e preadolescenza. In questo senso però gli adolescenti si dichiarano «di religione cattolica» in misura notevolmente maggiore degli adulti e dei giovani di età superiore ai diciotto anni, se prendiamo come dati di riferimento quello indicato da Garelli (1991), l'80%, e il campione italiano della ricerca europea EVSSG (Mion 1993), l'83%. In questo senso gli adolescenti riflettono ancora la forte identificazione con il contesto sociale e culturale, anche se i successivi dati ci solleciteranno a prendere con molta cautela il dato riferito.

2. COLLOCAZIONE RISPETTO AL RIFERIMENTO RELIGIOSO

Una prima serie di domande sulla tematica religiosa in adolescenza riguarda il tema del credere, di un qualche riferimento di fede religiosa, di quell'atteggiamento globale che si riferisce all'apertura affettiva e simbolica verso il religioso, sia essa espressa entro formulazioni più connotate istituzionalmente e catechisticamente, o sia essa percepita soggettivamente in maniera indefinita come «Realtà-Mistero, Alterità...».
L'intento è quello di sondare quali contenuti, all'interno del processo di elaborazione adolescenziale dell'identità, l'autocollocazione religiosa e un'eventuale esperienza religiosa o un qualche riferimento di fede abbiano da offrire come contributo all'intero processo.
Inoltre ci chiediamo se e fino a che punto il sistema simbolico religioso venga vissuto in connessione con il sistema di relazioni e di esperienze, e dunque con la elaborazione simbolica della vita.

2.1. Autocollocazione rispetto al «religioso»

C'è una domanda del questionario «Come è la tua attuale adesione alla fede e alla pratica religiosa?») che chiede agli adolescenti di collocare se stessi rispetto al problema della fede religiosa e di indicare al presente, anche in maniera articolata e differenziata, la loro adesione ad una fede religiosa e la eventuale messa in atto di una pratica religiosa.
A partire dalle risposte alquanto articolate a questo item, sembra possibile ricavare una panoramica generale sull'autodefinizione degli adolescenti di oggi in riferimento al «religioso», in termini un po' più approfonditi e articolati della generalizzata autodefinizione sociologico-culturale di «essere cattolici». 

1994-8-56

Una tipologia della religiosità degli adolescenti
* I credenti praticanti: il 35,3% dei soggetti, dunque oltre un terzo del campione, asserisce di aderire ad una fede e di manifestare anche una pratica religiosa: il dato trova una corrispondenza con quel 34,1% dei cosiddetti «osservanti» del Terzo Rapporto Iard sui giovani del 1993.
Tra i credenti praticanti prevalgono significativamente le femmine (40,1%) sui maschi (30,5%). Così come emergono gli adolescenti delle prime fasce d'età considerate sui diciannovenni; con il crescere dell'età i dati manifestano la tendenza degli adolescenti a riconoscersi molto meno credenti praticanti (dal 37,9 % a 14 anni al 28, a 19 anni).
Questi soggetti sono caratterizzati in stragrande maggioranza (il 73%) da quegli adolescenti che asseriscono di trovare nella fede una ricerca di senso («un aiuto a vivere e a sperare») e una risposta all'esigenza di securizzazione personale (23%); in ogni caso un sostegno all'identità. Globalmente tra questi soggetti non figurano quasi per nulla adolescenti per i quali la fede risulti qualcosa di estraneo o in forte conflittualità con il processo di valorizzazione personale.
* I credenti non praticanti: un secondo gruppo del campione adolescenziale, che rappresenta una parte consistente dell'universo dei soggetti e che raccoglie un adolescente su quattro (26,9%) è costituito da quelli che si riconoscono tra i «credenti ma non praticanti» («ho la fede, ma non la pratica religiosa»). Con tale risposta si viene così ad operare una distinzione tra il riconoscere a se stessi un riferimento di fede e l'esclusione per sé di una espressione di questa fede nella pratica rituale, almeno quella riferita alla pratica religiosa istituzionale.
Il dato illustra la consistenza della tendenza verso una soluzione individualistica e privatistica della fede. Evidenzia come, dal punto di vista soggettivo degli adolescenti, l'abbandono della cosiddetta pratica religiosa, più o meno istituzionalizzata, e la caduta o il distanziamento dall'appartenenza ecclesiale (fenomeni peraltro già evidenziati dalla ricerca Cospes sui preadolescenti), non siano per nulla considerati come atto di esclusione di ogni riferimento simbolico religioso dalla propria vita. Tutto ciò potrà comportare tanto una perdita di rilevanza soggettiva del religioso nell'intero universo simbolico del soggetto, e in questo senso aprire la strada all'indifferenza, quanto un processo di privatizzazione e di soggettivizzazione del mondo simbolico religioso, che viene in tal modo sottratto sia a controlli sociali che a verifiche intersoggettive.
Un significativo incremento di questo tipo di religiosità individualistica si registra col crescere dell'età dei soggetti (il 22,6% di quattordicenni, il 31,5% di diciannovenni). .,
Mentre tra gli adolescenti quattordicenni la maggioranza è rappresentata dai credenti praticanti (42.1% contro il 27,7% di credenti non praticanti), lungo l'arco d'età osserviamo un cambiamento tale che tra i diciannovenni la maggioranza è costituita da «credenti, ma non praticanti» (31,5% rispetto al 28,7% che si dichiarano credenti, praticanti). Non appaiono invece differenze significative tra i sessi per quanto riguarda questo gruppo.
* I dubbiosi: vi è poi un terzo gruppo di soggetti, rappresentato dal 16,4% di adolescenti, che asseriscono di «avere dei dubbi» riguardo alla fede. Questi soggetti sembrano perciò identificare nel «religioso» un'area problematica dell'esperienza, area di conflitto o di crisi, quasi un «sottosistema in revisione» nel sistema d'identità.
Il gruppo non manifesta differenze significative in relazione alla variabile sesso, mentre si evidenziano differenziazioni intorno alla variabile età: la percentuale dei dubbiosi si concentra tra i diciassettenni.
Ciò che appare interessante è il dato seguente: oltre la metà di questi soggetti dubbiosi si trovano tra coloro che attribuiscono un valore positivo, di sostegno del processo d'identità, alla fede religiosa; anche nel dubbio essi continuano ad affermare che essa offre al soggetto ragioni per vivere e sperare; a costoro inoltre si aggiunge un altro 20% di soggetti che trovano nella fede un elemento di securizzazione personale.
Inoltre, nel gruppo dei dubbiosi troviamo proprio la maggior concentrazione di adolescenti che esprimono una certa conflittualità tra fede e valori umani. È infatti proprio a partire da questa area di tensione a livello dell'identità che il soggetto elaborerà, in adolescenza o anche nelle età successive, le strategie di congelamento o di revisione del vissuto religioso in modo tale che o esso appaia congruente con quello della vita quotidiana o, per lo meno, la sua discrepanza non risulti al soggetto insopportabile.
* Gli adolescenti «in ricerca»: il quarto gruppo è rappresentato dal 9,2% di adolescenti che si collocano nella posizione di «chi è in ricerca» ed esprimono con ciò un vissuto, problematico sì, ma implicante contenuti più dinamici e di maggior iniziativa riguardo alla elaborazione soggettiva. L'articolazione delle percentuali rivela una tendenza che cresce fino a raddoppiarsi con l'età, e tocca la sua punta più alta tra i maschi diciottenni.
Quale la direzione di questa ricerca nei soggetti adolescenti? Un indizio interessante verso una possibile interpretazione positiva e integrativa del «mondo religioso» e di un coinvolgimento attivo nella sua rielaborazione, potrebbe essere il dato seguente: oltre l'80% di soggetti appartenenti a questo raggruppamento esprimono un vissuto positivo del credere religioso quale risorsa di ragioni vitali e di sicurezza in sostegno dell'identità e della ricerca di senso.
* Gli adolescenti conformisti secolarizzati e gli indifferenti: infine soltanto l'11,6% di soggetti, un po' più di un adolescente su dieci, si colloca nella situazione di coloro che, per quanto riguarda la fede religiosa e la pratica rituale, le considerano un fatto marginale, attribuiscono ad esse scarso o nullo significato, e ne sperimentano l'irrilevanza soggettiva.
Al loro interno però troviamo un'ulteriore articolazione.
C'è un 5,5% di soggetti che si riconosce tra coloro che «non ci pensano tanto, e fanno come fanno gli altri» e non la vivono come area di significato in prima persona, bensì agiscono sotto la spinta del conformismo sociale (in stragrande maggioranza non hanno riferimenti di pratica istituzionale) in contesto di radicale secolarizzazione e di irrilevanza del problema della fede. Questi, che potremmo definire i «conformismi secolarizzati», rivelano infatti una non rielaborazione della fede religiosa, che risulta più che altro un'area dell'identità in stato di «diffusione», alla mercé del condizionamento socioculturale. della destrutturazione e della eterostrutturazione.
A questi si aggiunge un ultimo gruppo, costituito dal 6,1% di adolescenti, di «indifferenti»; si tratta di soggetti, in nettissima predominanza maschi (9,3% dei maschi, in confronto a 2,9% delle femmine) che si riconoscono tra coloro ai quali fede e pratica religiosa «non interessano», sembrano non toccare la loro vita quotidiana e l'elaborazione dell'identità. Sono in maggioranza adolescenti che considerano la fede come qualcosa di estraneo alla loro vita, anche se un buon 30% di questi medesimi soggetti giunge ad attribuire ad essa un contenuto positivo in termini di sostegno dal processo d'identità.
Una connessione stretta tra il sistema d 'identità e il sistema simbolico religioso?
Una considerazione finale, riferita a questo punto fondamentale, può essere la seguente: all'incirca nove adolescenti su dieci del nostro campione, nel momento in cui sono stati sollecitati ad autocollocarsi, non sembrano escludere dal loro sistema d'identità. e soprattutto dal processo della sua ridefinizione, il riferimento ad un sistema simbolico religioso, per quanto «misurato» dalla propria soggettività. Anche il sottosistema della religiosità infatti si trova coinvolto nei processi di rielaborazione personale dell'identità e del più globale sistema simbolico vitale dell'adolescente; ne subisce tutte le vicende: vicende di moratoria, di esplorazione, di ricerca e sperimentazione, di congelamento e accantonamento, di marginalizzazione magari anche solo temporanea, di progressiva soggettivizzazione, di rielaborazione funzionale (o anche disfunzionale) al sistema dell'identità e allo stesso sistema simbolico valoriale.

3. ADOLESCENTI E FEDE RELIGIOSA

Dopo aver descritto il modo di collocarsi da parte degli adolescenti di oggi rispetto alla fede religiosa e alla pratica, diventa illuminante, per la comprensione del modo adolescenziale di vivere la dimensione religiosa della vita, analizzare anzitutto ciò che emerge come «contenuto» associato all'idea di fede dagli adolescenti. A ciò si aggiunge successivamente l'analisi del modo di sentire ed esprimere il rapporto tra fede e vita quotidiana da parte dell'adolescente, ed in particolare la connessione che questa fede può avere o non avere con il grande compito adolescenziale di elaborazione personale dell'identità. 

1994-8-59

3.1. La fede e i suoi «contenuti» di significato

Una domanda del questionario chiede agli inchiestati di pronunciarsi intorno all'idea di «fede» attraverso un processo di associazione e selezione operato su un elenco di parole o frasi evocative (in totale 15) appositamente predisposto.
Si può dire che la totalità dei soggetti ha accettato di fornire la propria risposta.
Raggruppando in insiemi omogenei le diverse risposte (ogni soggetto poteva indicarne fino a tre), registriamo quanto segue:

Fede e contenuto etico

Un primo nucleo di risposte omogenee, che esprime un contenuto a prevalente connotazione di tipo etico-relazionale ed etico-comportamentale (in cui la fede viene più facilmente rapportata alla normatività etica, all'imperativo morale del dover essere o alla apertura affettiva all'altro) è quello rappresentato dalla voce che associa fede a «comportamento morale corretto» (23,3% di risposte, indicato in netta prevalenza dai maschi rispetto alle femmine) e dalla frase «amore al prossimo», che raccoglie una percentuale ancora più pronunciata (42,2% ), in cui invece appaiono dominanti le femmine.
Entrambe queste voci raccolgono un 65% delle risposte multiple (massimo tre), e l'elemento più interessante risulta essere il dato di un diminuire delle scelte con il crescere dell'età di circa dieci punti percentuali.

Fede e figure dell'inculturazione religiosa

Un secondo nucleo di voci è rappresentato da contenuti che fanno riferimento alle figure del religioso tipiche della tradizione catechistica, la cui connotazione appare tipica del linguaggio oggettivo ed istituzionale. È costituita infatti dalle voci «Dio» (60,6% ) e «Gesù Cristo» (25,4%). Entrambe sommano 86,1 di punti percentuali. In questo nucleo è presente la voce più indicata in assoluto (Dio) ed esso costituisce l'insieme omogeneo più consistente di risposte. L'andamento dei dati, considerando la variabile età, appare incrociato: cresce nel corso dell'età l'associazione con la figura di Dio, e in maniera ancora più marcata per le femmine; decresce con l'età, altrettanto significativamente nelle ragazze, l'associazione con la voce «Gesù Cristo».
Ad esse si potrebbe aggiungere la voce «esperienza comunitaria di chiesa» (10,1%), che si dimezza nel corso dell'età.
Il dato e la tendenza potrebbero segnalare un affievolirsi del riferimento catechistico istituzionale «oggettivato» dei contenuti della fede, e l'aprirsi di uno spazio al riferimento soggettivo, da un lato più svincolato da riferimenti storico-oggettivi, e dall'altro più attenuato nella sua componente antropologico-relazionale (quasi una depersonalizzazione, dopo il tempo della «personalizzazione» in preadolescenza?), come l'andamento della stessa voce «Gesù» potrebbe suggerire.

Fede, interiorizzazione e fiducia vitale

Il terzo nucleo, quello che registra maggiori novità, ci appare quello che denominiamo ad «elevato contenuto di interiorizzazione e di apertura di fiducia all alterità»: esso è dato dall'assommarsi di diverse voci, alcune anche indicate con percentuali elevate, che associano la fede alla «fiducia nella vita» (35,7%, al terzo posto in assoluto), altre a «ragioni per vivere e sperare nonostante tutto» (31,3%, al quarto posto in graduatoria e in significativa crescita con l'età. soprattutto tra le adolescenti); a queste due si aggiungono altre voci, anche se più attenuate nei valori percentuali, quali «senso del mistero» (6,8% ), «ricerca di un senso» (13,6%, voce questa che raddoppia nel corso dell'età, soprattutto tra le ragazze), e poi «realizzazione personale» (7,7%), «emozione profonda» (5,4% ).
L'insieme di queste voci a forte contenuto soggettivo-esistenziale. in cui la componente emotiva è vissuta sia in relazione al presente che al futuro, sia in rapporto a stessi che in rapporto all'alterità, raggiunge i 100 punti percentuali (si tratta di risposte multiple) ed appare come un nucleo tematico di contenuti associati particolarmente interessante e significativo.

Fede e vissuti a contenuto emotivo negativo

Una particolare attenzione merita l'insieme delle voci (le cui percentuali appaiono di per sé alquanto modeste) connesse ad un contenuto conflittuale ed emotivo negativo e che associano la fede a «senso di colpa», rifiuto, rabbia, disinteresse»; queste voci, assommate nelle loro percentuali, totalizzano all'incirca 9 punti e sono fornite in stragrande maggioranza dagli adolescenti maschi e da soggetti in gran parte esposti a fenomeni di disadattamento e di emarginazione.
Dall'analisi incrociata risulta un dato chiarissimo: le risposte a contenuto fortemente negativo come rifiuto, rabbia o disinteresse, provengono in stragrande maggioranza da quegli adolescenti che dichiarano di escludere al presente dal proprio orizzonte di interesse il problema religioso. Un dato che conforta peraltro l'ipotesi di una connessione tra vissuto religioso negativo e esclusione della problematica religiosa dal sistema d'identità personale.

3.2. La fede e la vita dell'adolescente

Dalla ricerca sta emergendo globalmente come il tema «fede, aver fede, credere, ricerca di senso e di ragioni per vivere...» sia presente nell'orizzonte simbolico degli adolescenti in forma molto più soggettivizzata e rielaborata del tema «religione».
Una domanda centrale del questionario sollecita l'adolescente ad esprimere «che cosa significhi credere per lui» («Per me credere è soprattutto...). È una domanda che sollecita l'espressione del vissuto e lo scandaglia in profondità, ben al di là della sola elaborazione cognitiva.
Quel «per me» implica uno sbilanciamento verso ciò che finora l'adolescente ha elaborato personalmente, magari solo in parte e a frammenti, oppure non ha ancora rielaborato nei riguardi del «credere» non inteso come credenza (dimensione cognitiva), ma come atteggiamento di fondo in relazione al senso o al non senso della vita, anche se non ancora necessariamente formulato in termini «religiosi». L'item è costruito in forma bipolare secondo il modello a stella suaccennato, e intende evidenziare la componente di vissuto relazionale intorno alla direzione «valori».

1994-8-61

Fede e ricerca di senso della vita

Credere è per gli adolescenti del nostro campione soprattutto «avere delle ragioni che mi aiutano a vivere e a sperare»: è la risposta preferita dal 62% dei soggetti e che riguarda il 69% delle ragazze, percentuale che inoltre raggiunge il 73,3% tra le diciannovenni.
Questo è il significato soggettivo che gli adolescenti a maggioranza esprimono nei riguardi del credere. Si tratta di una affermazione che raccoglie consensi con il crescere dell'età, dunque tende a consolidarsi man mano che viene elaborata l'identità personale.
A questa si aggiunge la risposta seguente così formulata: «Credere per me è soprattutto aderire a verità che mi danno sicurezza», che raccoglie il 23% delle risposte.
Queste due risposte, che insieme raccolgono l'85% dei pronunciamenti, rivelano l'orientamento degli adolescenti verso una definizione del credere i cui contenuti e significati, anche se non esplicitamente religiosi, sono vissuti come aventi a che fare con il processo di rielaborazione soggettiva dell'identità e sono percepiti come connessi sia alla ricerca di ragioni di vita e di speranza (ricerca di senso) sia ad un bisogno di securizzazione personale. In questo senso il livello della fiducia e della fede religiosa viene confermato come connesso al processo di auto-orientamento soggettivo in riferimento ai valori, e in particolare connesso al processo di «valorizzazione soggettiva», in termini però di condivisione dialogante, di significatività personale e non invece, per utilizzare il modello sistemico relazionale di Franta, di indottrinamento e di imposizione, che generano invece passività e insignificanza soggettiva.
L'analisi dell'andamento secondo la variabile età di queste due risposte è inoltre illuminante: decresce il vissuto di fede in termini di securizzazione, sia per i maschi che per le femmine; aumenta invece la percentuale di risposte che evidenziano contenuti maggiormente riferentisi alla ricerca ed esplorazione di ragioni ideali, di ricerca di senso, con un netto prevalere delle femmine.
Illustrativo è anche il fatto che la quasi totalità degli adolescenti che si sono autocollocati tra i «credenti» (praticanti) attribuiscono questi due significati al proprio credere; lo stesso si può dire, ma in forma più attenuata, per gli adolescenti che si autodefiniscono in ricerca o problematici rispetto alla fede. Questi dati richiamano la nostra attenzione.
Ci troviamo di fronte all'espressione di una consapevolezza da parte degli adolescenti attuali intorno alla significatività e un riconoscimento della funzione che la fede può venire a svolgere nel processo di definizione d'identità adolescenziale, per quanto riguarda il livello di valorizzazione soggettivo in termini di senso, di fondamento e di sostegno. E ciò con un andamento a forbice per l'età: accrescimento della funzione proattiva e creativa di senso e fondamento, e diminuzione invece della funzione di securizzazione più di tipo difensivo e strumentate all'io.

Fede e conflittualità nei processi di valorizzazione soggettiva

Anche la risposta che stiamo per analizzare esprime una conferma in negativo del coinvolgimento della fede e credenza religiosa nel processo di auto-orientamento e di ridefinizione dei valori dell'adolescente.
È il modo di percepirne il coinvolgimento che invece diviene conflittuale.
Il 5,2% degli adolescenti contrassegna il proprio vissuto di fede in termini di conflittualità con il sistema dei valori che viene elaborando. Per questi adolescenti, tra cui i maschi figurano in presenza doppia rispetto alle femmine, credere è soprattutto «rinunciare ai valori umani».
L'età dell'adolescenza viene infatti rappresentata come un tempo della vita in cui il compito evolutivo della ricerca e definizione dell'identità vede impegnato, pur con modalità alquanto differenziate, il soggetto nella riformulazione personalizzata e autonomizzata (processo di valorizzazione) del sistema di valori; ciò porta con sé la possibilità del confronto e del conflitto, tutto da gestire, tra i valori sperimentati e riconquistati alla propria soggettività dall'adolescente e la fede stessa come valore. Da qui la possibilità che per alcuni adolescenti la fede venga vissuta in conflitto, come valore concorrente o alternativo, ad altri valori.
Per questo l'adolescente può trovarsi di fronte all'alternativa: sacrificare la fede o sacrificare quell'area di esperienza vitale, recuperata a se stesso come area di valore e sperimentata come tale. Tra questi adolescenti infatti vi è una percentuale più elevata dei soggetti che vivono la fede in termini problematici, tra dubbio e ricerca.
Fede ed estraneità dalla vita: verso l'indifferenza?
L'8,5% degli adolescenti del campione asserisce che il credere è soprattutto qualcosa di «estraneo alla loro vita». In questa dichiarata estraneità vi è la netta prevalenza dei maschi sulle femmine (11,8% rispetto al 5,2%); inoltre la risposta registra un incremento notevole con l'età, fino a raddoppiare; infine su questo punto caldo si registra una differenziazione degli adolescenti del Nord e Centro Italia (con percentuali significativamente più alte) rispetto a quelli di Sud e Isole.
Ci troviamo di fronte allo zoccolo di soggetti con più marcato indice di secolarizzazione rispetto al campione, anche se il dato appare inferiore a quello che la ricerca Iard colloca tra gli adolescenti «laici puri» (14,4%).
In relazione alla tipologia dell'autocollocazione religiosa illustrata in partenza, appare significativa la prevalenza, all'interno di questo gruppo, degli adolescenti che si collocano tra gli indifferenti e disinteressati; rispetto al contenuto soggettivo essi si concentrano appunto in netta maggioranza (64,4%) sul contenuto di «estraneità» del credere rispetto alla loro vita; questi soggetti rappresentano da soli quasi la metà di questo gruppo; una parte consistente poi è rappresentata da quegli adolescenti che si dichiarano problematici dubbiosi: essi formano da soli un quinto di tutto il gruppo.

Un «grido sotterraneo» di ricerca di ragioni per vivere

Un elemento ulteriore illumina questo dato fondamentale in riferimento alla ristrutturazione del sistema simbolico religioso in adolescenza: anche se i credenti (praticanti e non, problematici in crisi di dubbio o in ricerca) si distinguono significativamente rispetto agli altri tipi per quanto riguarda la definizione del loro vissuto intorno al credere, tuttavia appare soprattutto interessante il fatto che più di sei adolescenti su dieci in generale presentino un vissuto del credere in termini di ragioni ideali di vita e di speranza. Possono essere ragioni non codificate formalmente ed esplicitamente in termini religiosi, ma si tratta sempre di contenuti che vanno nella direzione. espressa anche a livello di consapevolezza riflessa, di una «ampia ricerca di senso» alla vita che inquieta e anima gli adolescenti di oggi. Una ricerca, forse un'attesa, un desiderio o una nostalgia, che. anche se non dichiaratamente orientata verso il religioso istituzionale, affiora alla consapevolezza, e che può connotare una «domanda» di cui cultura, memoria religiosa, adulti e comunità depositarie di tradizioni vitali, devono tener conto.

3.3. Fede e ricerca d'identità in vita quotidiana

Il problema della ricerca di ragioni cui affidarsi, al di là e oltre la fiducia posta in se stessi o consegnata ad altri, per vivere e sperare, sembra affiorare alla coscienza degli adolescenti. Occorre verificare quanto esso impegni l'adolescente di oggi nella elaborazione personale di risposte e nel confronto con le proposte che hanno la pretesa di avere qualcosa da dire sul sacro come offerta di senso.

La fede come esigenza personale

Una domanda del questionario ci permette di verificare se al momento presente gli adolescenti vivano o no la connessione del problema della fede con le loro esigenze ed aspirazioni personali, o se invece essa appaia più che altro un problema posto dall'esterno e non avente a che fare con la propria soggettività.
Circa la metà del campione (50,4% ) asserisce che avere una propria fede è «un'esigenza personale che sente fortemente». Si tratta di una esigenza personale notevolmente sentita più dalle femmine che dai maschi (57,3% a fronte del 43,4%) e che viene maggiormente segnalata dagli adolescenti delle età più elevate. Con l'avanzare del processo di definizione dell'identità sembra dunque aumentare anche la personalizzazione e l'interiorizzazione della fede.
Attraverso l'analisi incrociata di questo item con la tipologia autodescrittiva che abbiamo presentato, si possono evidenziare forti e nette differenziazioni: anzitutto si distinguono nettamente in questa risposta, tra gli adolescenti, i credenti praticanti dai credenti non praticanti (68,2% contro il 50,2%), così pure gli adolescenti in ricerca rispetto ai rimanenti (53,3% a fronte del 34,9% dei dubbiosi incerti, del 24,8% dei conformisti secolarizzati, e del 8,2% degli indifferenti).
Anche tra gli adolescenti indifferenti disinteressati al problema religioso, l'8,2% indica questa risposta, rivelando con ciò come il problema della fede resti per una minoranza consapevole una esigenza personale, magari sotterranea e solo registrata da elaborare, tutt'altro che problema risolto o dissolto una volta per tutte.

La fede come adeguamento ad aspettative e pretese esterne

La seconda risposta è fornita da coloro che affermano che avere una propria fede è «un qualcosa che sentono soprattutto come un dovere importante». Riguarda il 33,3% dei soggetti del nostro campione, con una leggera prevalenza dei maschi sulle femmine.
Il dato evidenzia come per una parte notevole di adolescenti la fede religiosa sia al momento percepita in stretta dipendenza dalla socializzazione religiosa infantile e preadolescenziale, e connessa al sistema delle aspettative e delle imposizioni dell'ambiente formativo.
Qui occorre ricordare come in molte realtà istituzionali della religione cristiana l'iniziazione al sacramento della cresima, e perciò l'intensificazione della catechizzazione, venga collocata alle soglie quando non proprio all'inizio dell'adolescenza: il che supporta anche il dato che registra percentuali significativamente più elevate proprio intorno ai 14 anni (42,3%).
Dall'analisi delle variabili incrociate qui i dati sono capovolti rispetto a quelli della prima risposta sopra analizzata.
Su questa risposta si concentrano con punteggi molto elevati e significativi proprio gli adolescenti che si sono autocollocati tra i credenti non praticanti; intorno a questi soggetti c'è perciò da interrogarsi quanto questa dichiarazione di religiosità, racchiusa nel privato individuale, contenga di elemento personale, o se essa non consista in un condensato-relitto, autoritariamente veicolato ma non interiorizzato, di una passata socializzazione religiosa; dunque c'è da chiedersi se per una buona metà almeno di questi «credenti non praticanti» la loro autocollocazione non risulti più che altro un fatto di identificazione sociologica e culturale dal riferimento religioso sbiadito.
Una indiretta conferma di tale lettura mi pare sostenuta da un secondo dato: il 46,4% degli adolescenti che si sono autocollocati nel tipo dei «conformisti secolarizzati» esprime il proprio vissuto riguardo alla fede nei termini di «dovere importante».
Infine sempre in riferimento a questa risposta, dall'analisi incrociata con l'item «Per me credere è soprattutto...», si vedono prevalere in percentuale, oltre che gli adolescenti che hanno espresso il vissuto di fede in termini di securizzazione, quelli che la vivono in conflitto e alternativa con alcuni valori umani. Con ciò sembra confermato il contenuto prevalentemente oggettivistico e dogmatico impositivo di una fede espressa in termini che richiedono più adattamento passivo e conformità, che non compatibilità con le aspettative personali e i bisogni soggettivi più radicali.

La fede come problema al di fuori del mondo soggettivo

Il 15,7% degli adolescenti sceglie invece come risposta alla affermazione «Avere una propria fede...»: «è un problema che non sento». In questo gruppo i maschi sono il doppio delle femmine (due su dieci rispetto ad una su dieci); e sono in aumento con l'età.
Interessanti alcuni dati che ricaviamo dall'analisi incrociata.
Anche tra gli osservanti (credenti e praticanti) si dà una percentuale, per quanto ridotta al 2,7% di soggetti per i quali la fede risulta un problema non sentito come personale. Spiccano invece nella quasi totalità gli indifferenti, evidenziando con ciò come questa non sia da essi sentita come un'area rilevante di significato che possa avere a che fare con l'elaborazione dell'identità.

Fede e sua rilevanza nel processo di personalizzazione

Una domanda del questionario chiede agli adolescenti di esprimere, in relazione alla propria esperienza personale, la funzione normativa che la fede viene a giocare nel processo di elaborazione della loro identità. Si tratta della terza dimensione bipolare del modello relazionale di analisi a stella che rappresenta la componente normativa e regolativa, e descrive una polarità di corresponsabilità e flessibilità delle norme in contrapposizione ad una di imposizione-sottomissione e rigidità delle stesse.
Dalle risposte ,emerge come all'incirca quattro adolescenti su dieci del nostro campione (39,4%) asseriscono che la fede è «importante per la propria realizzazione personale», collocandola dunque all'interno del sistema dei valori-esperienze, delle risorse ma anche dei criteri e norme che definiscono e regolano il cammino di ricerca ed elaborazione dell'identità adolescenziale. L'autorealizzazione trova dunque in una fede, non necessariamente misurata e ritagliata su quella istituzionale, una risorsa fondamentale e un contributo significativo.
La fede viene così ad essere sussunta come riferimento normativo ma in modo flessibile alle esigenze di promozione della soggettività.
In relazione alle diverse variabili, possiamo notare anche in questo caso una leggera prevalenza delle femmine sui maschi e un andamento divaricante nell'arco d'età considerato: decrescono lievemente i punteggi percentuali dei maschi, mentre crescono in maniera significativa quelli delle femmine.
In questo caso l'analisi delle altre variabili appare interessante: l'appartenenza ad un gruppo formativo, l'elevato livello di scolarizzazione e al contempo la collocazione geografica (Sud e isole!) risultano determinanti per una significati va differenziazione del campione.
Anche su questo indicatore si diversifica la tipologia della credenza e della pratica da noi assunta in testata nell'analisi incrociata; quel che appare curioso è che si distinguono nettamente rispetto ai dubbiosi, e più ancora dai conformisti secolarizzati e dagli indifferenti, gli adolescenti che sono «in ricerca»: quattro su dieci rivelano un vissuto positivo in termini di autorealizzazione.
La seconda risposta raccoglie un altro consistente gruppo di adolescenti (31,4% ) che ritrovano nella fede un «cammino sicuro, fuori del quale è pericoloso andare». Si tratta di quei soggetti che ritrovano nella fede un principio di regolazione esterno e al contempo di securizzazione della loro esistenza. Qui la fede appare, dal punto di vista normativo e regolativo, essere assunta in modo rigido, che non comporta uno spazio di composizione con le esigenze di autonomia adolescenziale. Essa in ogni caso può sempre essere piegata alla funzione securizzatrice del soggetto.
L'andamento decrescente delle percentuali con la variabile età, sia nel sottocampione dei maschi che, più marcatamente ancora, tra le femmine, ci sospingono ad interpretare questa funzione normativa e regolatrice della fede in termini di poca flessibilità e sottomissione rigida, come un elemento dotato di scarsa autonomia e come una componente del vissuto non raggiunta dal processo di rielaborazione attiva dell'identità.
Esclusione della fede come funzione normativa e regolatrice
Infine il 28,1% dei soggetti del nostro campione, perciò all'incirca 3 adolescenti su 10, afferma che la fede risulta «non influenzare gran che la propria vita», indicando con ciò a livello soggettivo la consapevolezza dello svuotamento della funzione normativa e regolativa della fede nell'esperienza di vita quotidiana, e dunque la sua irrilevanza, oltre che l'avvenuta emancipazione da principi normativi che l'adolescente sente a sé estranei e che non accetta più di assumere per imposizione. In questa risposta prevalgono i maschi sulle femmine e le percentuali aumentano con l'età, fino a riguardare quasi quattro diciannovenni maschi su dieci, a fronte di due su dieci tra i maschi quattordicenni.
Nell'analisi dell'incrocio con la tipologia solita, osserviamo che le percentuali più elevate sono tra gli adolescenti indifferenti, tra i conformisti secolarizzati e i dubbiosi.
Inoltre vi figurano in maggioranza quegli adolescenti che vivono la conflittualità tra la fede e alcuni valori umani.

4. ADOLESCENTI, FEDE E RELIGIONE ISTITUZIONALE

Una domanda ci offre un ulteriore spaccato del vissuto adolescenziale dal punto di vista della loro religiosità, in particolare del rapporto con l'esperienza religiosa istituzionale espressa attraverso la pratica e l'appartenenza.
La domanda infatti chiede loro di esprimersi sulla situazione attuale della loro «frequenza» alle attività ecclesiali.
Qui un riferimento al contesto italiano risulta necessario per la sua specificità.
La stragrande maggioranza degli adolescenti italiani proviene da percorsi, per quanto fragili e ridotti, di socializzazione religiosa istituzionale di sostenuta tradizione, e ha vissuto proprio nel corso della fanciullezza e della preadolescenza una sistematica esperienza di iniziazione sacramentale cristiana.
In particolare, fatta eccezione di quelli che ancora si trovano inseriti in adolescenza nell'iniziazione cristiana, gli adolescenti italiani hanno vissuto l'esperienza dell'iniziazione al sacramento della confermazione (la cresima) attraverso la frequentazione almeno annuale (ordinariamente è biennale) al classico «catechismo per la cresima», che consiste ordinariamente di esperienza di appartenenza ad un gruppo, di acquisizione di una visione un po' più globale dei contenuti della fede cristiana, di un riavvicinamento almeno sporadico e momentaneo ad una pratica sacramentale e ad una certa pratica religiosa, di presa di coscienza, seppure minima e frammentata, delle istanze etiche che la fede proietta sulla vita quotidiana.
Prova indiretta ne può essere anche il dato che solo lo 0,6% di soggetti non ha fornito alcuna risposta alla domanda che ci prestiamo ad analizzare.

4.1. Quale appartenenza alla "religione di chiesa''

La domanda esaminata infatti può offrirci degli elementi per verificare il collegamento tra ricerca e fede personale da un lato ed effettivo riferimento alla religione istituzionale, in particolare alla comunità ecclesiale.
La domanda cui rispondere è la seguente: «In passato probabilmente hai frequentato la Chiesa, il catechismo o i gruppi parrocchiali. Come è la tua attuale frequenza?».
Essa contiene dei sub-item che favoriscono una ulteriore specificazione e articolazione della religiosità degli adolescenti in relazione ad una autodefinizione e autocollocazione da parte loro.

Adolescenti e abbandono del riferimento ecclesiale

Coloro che dicono di non frequentare la Chiesa o di aver interrotto ogni rapporto con la religione d'istituzione sono il 18,5%. Ci avviciniamo a due su dieci.
Sono in netta prevalenza maschi, che tra i quattordici e i diciannove anni crescono tre volte tanto in punti percentuali: uno su dieci a quattordici anni, tre su dieci a diciannove anni hanno interrotto ogni legame con la comunità ecclesiale, mentre le femmine al termine dell'arco d'età considerato risultano essere meno di due su dieci.
È importante richiamare il fatto che la percentuale è notevolmente più elevata (triplicata) di quella che raccoglie gli indifferenti al problema della fede.
Ma approfondiamo questa categoria che potremmo chiamare quella «dei lontani o degli allontanati o degli indifferenti alla religione di chiesa». Qui la variabile geografica appare significativa: al Centro la percentuale degli allontanati tocca il 25,5%, al Nord il 21,8%, al Sud il 16%.
Tra tutti sono in netta prevalenza i soggetti che si sono autocollocati al di fuori della categoria dei credenti praticanti; ma emergono in assoluto gli indifferenti.

Adolescenti con appartenenza religiosa ecclesiale debole

A questo gruppo ne segue un altro costituito dagli adolescenti «disaffezionati» o, se vogliamo, di «appartenenti alla deriva», che asseriscono di frequentare raramente la chiesa e le attività ad essa connesse esprimenti pratica ed appartenenza.
Essi costituiscono il 22,5% del campione, con lieve crescita secondo l'età. Questa frequenza rarefatta fa supporre saltuarietà e occasionalità, forse quella delle occasioni importanti.
La scomposizione ulteriore del sottocampione ci permette una ulteriore diversificazione: in questo gruppo si concentrano a maggioranza gli adolescenti che si dichiarano credenti ma non praticanti, seguiti a distanza dai conformisti secolarizzati e da quelli problematici.

Adolescenti e appartenenza religiosa istituzionale

Quanti sono invece gli osservanti devoti e i militanti, cioè quelli più o meno identificati e appartenenti alla religione di chiesa?
Nel nostro campione risultano essere il 31,9% dei soggetti, un po' meno di quelli che si erano dichiarati credenti e praticanti (35,8%), e con un sensibile prevalere delle femmine sui maschi.
La risposta congloba, nella categoria di coloro che frequentano regolarmente, sia la partecipazione religiosa rituale comunitaria, sia la frequenza ai momenti formativi e ad esperienze aggregative.
Per la variabile geografica si distinguono significativamente gli adolescenti del Sud d'Italia: esprimono una percentuale del 41%, distanziando di ben dieci punti la media nazionale.
Tra i cosiddetti credenti-praticanti, solo sei su dieci hanno una frequenza ed appartenenza regolare alla vita della comunità. Così in maniera significativa troviamo in questo gruppo la maggioranza degli adolescenti in ricerca.

Adolescenti e appartenenza religiosa minimale

Il quarto gruppo di appartenenti alla religione di chiesa sono quelli che potremmo definire gli «osservanti ritualisti da precetto festivo»: sono rappresentati da una percentuale abbastanza consistente (22,9% ) di soggetti per i quali al presente l'unico rapporto di frequentazione con la religione di chiesa consiste nella frequenza alla messa, con molta probabilità ordinariamente quella festiva.
Anche in questo caso sono prevalenti le femmine, per le quali l'attenuarsi del riferimento religioso istituzionale con l'età assume più la forma della riduzione al contenuto minimale dell'appartenenza (la frequenza esclusiva alla messa), che non la forma dell'abbandono di ogni appartenenza e frequenza religiosa istituzionale.
C'è un dato in particolare che richiama l'attenzione: tra i credenti non praticanti esiste una percentuale di 23% che fa parte di questo gruppo di frequentatori rituali; il dato ci sembra confermare l'esistenza di un componente di conformismo ritualistico e di abitudinarietà tra i non osservanti, così da poter supporre l'ipotesi di una categoria di «ritualisti incoerenti» come altre ricerche hanno evidenziato.

Un «distanziamento» diffuso dalla religione istituzionale

Merita infine una considerazione globale il dato sul distanziamento, progressivo con l'età, dalla religione di chiesa e dalle forme concrete di espressione dell'appartenenza e della identificazione istituzionale da parte degli adolescenti in generale. Se assommiamo le risposte a maggior contenuto di allontanamento e di distanziamento, scopriamo che il 44% degli adolescenti (cioè poco meno della metà del campione, tra i quattro e i cinque soggetti su dieci) dichiara di avere ormai interrotto la frequenza e di essere sul punto di allentare quasi completamente la partecipazione a qualcosa di religioso che sia comunitario, ecclesiale ed istituzionalmente gestito.
Il dato acquista maggiore consistenza se si considera che tra i diciannovenni maschi questo abbandono riguarda cinque-sei adolescenti su dieci.
Il dato ci sembra prospetti una situazione in evoluzione e un processo di disaffezione, di identificazione problematica, di presa di distanza, quando non almeno temporaneo congedo, da parte di una maggioranza degli adolescenti del nostro campione, dalla religione ufficiale, almeno rispetto a quei momenti di esperienza direttamente gestiti dalla comunità ecclesiale o forse più probabilmente a quelle forme e modalità che l'appartenenza ecclesiale oggi ha assunto.
Tutto ciò non crediamo sia l'indice di abbandono della religione tout court, né l'esito di una secolarizzazione radicale galoppante che tocca adolescenti. E se fosse solamente un modo di porsi «indifferenza» rispetto alla religione comunitaria (peraltro spesso gestita dagli adulti e «sui giovani») e rispetto alla istituzione che gestisce il sacro?

4.2. Adolescenti e chiesa: un rapporto problematico?

Al di là del senso di appartenenza o del riferimento ecclesiale, per la comprensione del vissuto religioso degli adolescenti appare interessante sondare come essi vivano il rapporto con la chiesa, l'istituzione del sacro per antonomasia nel contesto italiano.

L'attenzione della chiesa alla persona degli adolescenti

Una domanda è formulata così: «Nei confronti della chiesa io ho questa esperienza...».
Seguono quattro possibilità di risposta così formulate: «Trovo attenzione alla mia persona. Ho occasione di essere utile. Ho soprattutto doveri e obblighi. Trovo chiusura ed esclusione».
La domanda è riferita chiaramente al presente del vissuto adolescenziale.
A questa domanda, diversamente dalle precedenti finora esaminate intorno al medesimo tema, il 10,7% dei soggetti non risponde; si tratta in maggioranza di maschi e di età più elevata (fino a due su dieci); tra questi emergono proprio gli indifferenti e coloro che dichiarano l'estraneità della fede alla loro vita.
Appare invece interessante per la sua consistenza il dato che presenta il 62,3% delle risposte a forte contenuto positivo espresse nella forma «trovo attenzione alla mia persona». Più di 6 adolescenti su 10 del nostro campione asserisce di vivere l'esperienza del rapporto con la Chiesa come istituzione in questi termini positivi; è certo una esperienza di istituzione mediata dalla realtà di una comunità concreta e vicina, da figure di adulti aperti ai giovani; questi adolescenti trovano nella chiesa attenzione alla loro persona, alla loro crescita, ai bisogni personali, alle esigenze comunicative: in genere un sostegno all'identità adolescenziale in costruzione.
A questo panorama positivo tuttavia si contrappone un'altra sua faccia: quattro adolescenti su dieci tra quelli che hanno risposto asseriscono invece di non riscontrare attenzione alla propria persona da parte della chiesa. Il dato diventa poi ancora più problematico se percorriamo l'andamento delle percentuali lungo l'arco di età: la percentuale alquanto elevata dei 72,1% di adolescenti che a quattordici anni esprime il vissuto positivo del rapporto con la comunità ecclesiale, registra una caduta di ben 20 punti percentuali tra i diciannovenni. Inoltre, tra i maschi diciannovenni, coloro che asseriscono di trovare attenzione alla propria persona sono meno di cinque su dieci.
Anche in relazione a questo punto appare significativo l'incrocio con la variabile geografico-culturale: gli adolescenti del Sud e quelli delle Isole testimoniano la rappresentazione di un rapporto più positivo della chiesa verso di loro, e sottolineano, con una percentuale significativamente più elevata, insieme all'attenzione verso la loro persona, anche un vissuto più intenso di accoglienza, di partecipazione e collaborazione attiva. In tal modo si intravede negli adolescenti del Sud una rappresentazione di chiesa più vicina alla gente, attenta ai bisogni delle persone, più interpellante la soggettività giovanile; e ciò probabilmente anche per la tanto denunciata assenza e la lontananza, quando non latitanza, delle altre istituzioni.
Anche per quanto riguarda l'analisi incrociata, esprimono un vissuto maggiormente positivo del rapporto con la chiesa gli adolescenti «osservanti», seguiti subito dopo da quelli in ricerca e dai credenti non praticanti.
Infine appare significativo un dato: tra gli indifferenti a fronte di un adolescente su dieci che esprimono l'attenzione delle chiesa verso la loro persona. troviamo nove adolescenti su dieci che lo negano.

Chiesa come spazio di protagonismo

Una seconda risposta a contenuto positivo del vissuto con l'istituzione chiesa è espressa nel modo che segue: «Nei confronti della chiesa ho occasione di essere utile». La risposta esprime un modo di vivere il rapporto con l'istituzione a contenuto più attivistico e partecipativo. vista come spazio e contenuto di azione e di espressione di decisionalità e di scelta. La risposta rivela una rielaborazione più personalizzata e soggettivizzata dell'appartenenza con l'istituzione.
Il 61,1% degli adolescenti che hanno risposto ha indicato l'affermazione positiva a questo sub-item. In pratica sei adolescenti su dieci asseriscono di trovare spazio per svolgere un ruolo attivo nella chiesa e avere occasione al suo interno di esprimere la propria soggettività, e ciò a fronte di quattro adolescenti su dieci che dichiarano invece di non trovare questo spazio di protagonismo.
Anche questa risposta registra una caduta di 20 punti percentuali lungo l'arco dell'età: protagonismo e partecipazione operosa sembrano venir meno in un consistente gruppo di soggetti che a 19 anni costituiscono la metà del campione.
Intorno a questa esperienza di istituzione prevalgono in maniera significativa le femmine sui maschi. Questa modalità di vivere il rapporto con la chiesa è inoltre dominante tra i credenti praticanti e tra gli adolescenti in ricerca.
In sintesi, la situazione rispecchiata sembra essere quella che, a mano a mano che l'adolescente viene elaborando la propria identità. invece di veder accrescere lo spazio di iniziativa e di protagonismo, viene ad affievolirsi l'esperienza e la rappresentazione di una istituzione in cui potersi inserire in ruoli attivi e di servizio.
È ciò forse legato alla situazione di una istituzione che li preferisce passivi e sottomessi, o che si mostra poco disponibile ad assegnare spazio e ruoli di responsabilità alle nuove generazioni proprio quando potrebbero essere più in grado di assumersele? O è tutto ciò forse anche una fuga degli adolescenti da ruoli e luoghi di responsabilità e di impegno?

L'esperienza della rigidità istituzionale

Un'altra risposta è quella sintetizzata nell'espressione: «Nei confronti della chiesa ho l'esperienza soprattutto di obblighi e doveri»; essa indica un vissuto di dipendenza e un'esperienza di rigidità normativa con l'istituzione. Solo tre adolescenti su dieci si riconosce in un tale vissuto.
La maggioranza degli adolescenti, attraverso la negazione, sembra vivere quello sganciamento emancipatorio dall'istituzione religiosa, tipico della soggettività in via di autonomizzazione, e che prende figura in un crescente controllo e in un ridimensionamento soggettivo della rigidità normativa istituzionale a livello prescrittivo.
Non risultano differenziazioni significative nell'analisi delle diverse variabili e negli incroci; la percezione della rigidità della normativa etica è costante in una consistente minoranza.

L'esperienza di chiusura ed esclusione nella chiesa

L'ultimo sub-item della domanda richiedeva a ciascun adolescente un pronunciamento sul vissuto negativo nei riguardi dell'istituzione, espresso nella forma: «Nei confronti della chiesa la mia esperienza è quella di trovare chiusura ed esclusione». Ha assentito a questa risposta il 14,1% degli adolescenti che hanno risposto alla domanda: uno ogni sette. La tendenza è quella di un crescendo di questa esperienza lungo l'età. fino ad un raddoppio dei punti percentuali tra i diciannovenni.
Tra questi soggetti vediamo presenti soprattutto gli indifferenti e. in forma più attenuata, gli adolescenti dubbiosi, seguiti da quelli in ricerca e dai non praticanti. Inoltre all'interno di questo sottogruppo composto da soggetti che si sentono esclusi e percepiscono la chiusura dell'istituzione chiesa, scopriamo che quasi la metà sono soggetti che vedono la fede come un aiuto per vivere e un sostegno all'identità.
Un segnale questo, ci pare, di una difficoltà reale di incontro tra soggetti portatori di una qualche sensibilità e orientamento religioso da un lato e l'istituzione ecclesiale dall'altro. Una indifferenza dunque che a volte è piuttosto da interpretare come «lontananza e distanza» tra possibili comunicanti.
Non sempre dunque domanda e offerta sembrano trovare le condizioni vitali per un incontro, ed è così che i soggetti interessati possono più facilmente rivolgersi verso altre agenzie del sacro.

5. VISSUTO Dl RELIGIOSITÀ E CAMBIAMENTO

A partire dai dati e dalle tendenze raccolte, ci sembra di poter convergere nella sottolineatura di un fatto di cui gli adolescenti stessi appaiono consapevoli: la loro religiosità (intesa come sistema simbolico che si esprime in particolari vissuti, rappresentazioni, comportamenti, modalità di relazionarsi) è in cambiamento e subisce profonde modificazioni in connessione con le vicende dell'identità personale, anche se forse queste trasformazioni non risultano apparire le più eclatanti e rilevanti dal punto di vista soggettivo, rispetto ad altri cambiamenti. Appare quindi particolarmente interessante l'approfondimento intorno «al se e al come» l percepisca, rielabori e interpreti questo pur parziale cambiamento del mondo simbolico religioso.

5.1. La percezione del cambiamento

Per accostare dal punto di vista dinamico e processuale la religiosità degli adolescenti, il questionario contiene una serie di apposite domande.
A proposito del cambiamento nella religiosità personale una domanda del questionario è così formulata: «In quest'ultimo periodo, da un anno o due a questa parte, hai la sensazione che il tuo modo di credere sia cambiato?».
Mentre la quasi totalità degli adolescenti ha risposto alla domanda, due adolescenti su dieci (20,2%) dichiarano di «non sapere», ed esprime così incertezza e difficoltà nel registrare l'esistenza di un cambiamento nel proprio modo di credere. Non appaiono differenze significative in relazioni alle variabili sesso ed età; solo una lieve accentuazione dell'incertezza nei maschi quindicenni. Anche gli adolescenti di livello socioculturale basso, insieme a quelli che hanno abbandonato la scuola, quelli che non hanno esperienze di gruppo, e i cosiddetti conformisti secolarizzati, sembrano distinguersi in relazione a questa incertezza che denota una probabile carenza di strumenti introspettivi. Al gruppo degli incerti si aggiunge un secondo gruppo, la cui consistenza è pari al 13,1% del campione, che nega invece qualsiasi cambiamento del modo di credere.
Tra coloro per i quali nulla è cambiato, osserviamo che quasi la metà è composta da adolescenti che si definiscono credenti praticanti, e in maniera minore ma significativa dagli indifferenti. I diciannovenni, maschi soprattutto, si distinguono significativamente, con una percentuale più che doppia (18,5%) di quella dei quattordicenni (8,4% ).
La religiosità sembrerebbe vissuta come più instabile e dinamica a ridosso della preadolescenza che non al termine dell'adolescenza stessa. Per una parte degli adolescenti dell'arco finale dell'età la religiosità sembra essersi stabilizzata nelle forme del cambiamento che l'hanno caratterizzata all'inizio dell'adolescenza stessa. A fronte di tutto ciò, più di sei adolescenti su dieci affermano invece di fare esperienza di un cambiamento nel loro mondo simbolico religioso. Si tratta del 64,7% del campione, così gradatamente distribuito nella scala di valutazione proposta: per il 15,5% di tutto il campione il cambiamento è valutato «abbastanza», il rimanente 20,1% considera notevole il cambiamento («molto»).
Cinque adolescenti su dieci del campione, in maniera abbastanza uniforme secondo le variabili età e sesso, affermano l'esistenza e la percezione di un notevole cambiamento verificatosi nel proprio modo di credere; se poi guardiamo all'interno del sottocampione di coloro che hanno asserito il cambiamento nel loro modo di credere, osserviamo come oltre sette adolescenti su dieci valutano questo cambiamento consistente e rilevante. Sono proprio gli adolescenti nella posizione critica e problematica dei dubbiosi e di coloro che sono in ricerca che registrano i punteggi più alti nella consistenza del cambiamento (65,5% di quelli in ricerca rispetto al 48,1% dei credenti praticanti).

5.2. Come è vissuto il cambiamento?

Ci chiediamo: come viene percepito dagli adolescenti questo notevole cambiamento asserito? Quale la direzione evolutiva attribuita ad esso?
Una domanda del questionario intende sondare tale percezione in riferimento al sottocampione del 64,7%, cioè tra coloro che vivono consapevolmente la percezione del cambiamento.
Quasi la metà di questi adolescenti (47% ) asserisce che il cambio della religiosità è nella direzione del «sentirsi più vicino nei confronti della fede» indicando con ciò stesso come questo problema si incroci con i problemi della elaborazione dell'identità.
Questo «avvicinamento o riavvicinamento», questa sintonizzazione riguarda maggiormente gli adolescenti delle prime fasce d'età, così come le femmine sono prevalenti sui maschi; inoltre si distinguono significativamente gli adolescenti del sud e delle isole, e quelli appartenenti a gruppi formativi e d'impegno ecclesiale.
In particolare dagli incroci con la tipologia della religiosità, appaiono significativamente emergere i credenti praticanti (otto su dieci vivono il cambiamento come un sentirsi più vicini) e in maniera meno accentuata ma pur sempre significativa (più di tre su dieci) quelli in ricerca; in ogni caso la quasi totalità (oltre nove su dieci) di questo sottogruppo è composta da soggetti che asseriscono di ritrovare nell'esperienza di fede un elemento di sostegno, di aiuto e una risorsa di ideale per il processo di elaborazione dell'identità personale.

1994-8-72

Al contrario, due adolescenti su dieci tra colori che rivelano la percezione del cambiamento, e tra essi i maschi con una tendenza in crescendo con l'età, asseriscono il cambiamento come caratterizzato da un «maggior distacco». Tra essi figura la maggioranza degli indifferenti al problema religioso e di coloro che vivono l'estraneità della fede all'orizzonte della loro vita quotidiana.
Indice questo di come l'indifferenza appaia ai soggetti più come esito di un processo di distanziamento o di destrutturazione fondato su verifiche vitali, che non frutto di posizioni aprioristiche o pregiudiziali.

L'espandersi dell'area dell'incertezza

Un terzo dato appare infine interessante: tre adolescenti su dieci, tra coloro che registrano il cambiamento nel loro sistema religioso, sembrano voler «prendere fiato» e ricercare un tempo di «moratoria» in ordine alla comprensione della direzione del cambiamento e alla previsione del suo esito. Questi soggetti si riconoscono nella risposta: «mi sento più incerto». Tra questi ultimi emergono i soggetti di età superiore ai sedici anni, così come si ritrovano a maggioranza gli adolescenti il cui vissuto religioso appare maggiormente problematico e bisognoso di approfondimento e verifica.
Infine, se a questa percentuale (31,5%) assommiamo quel 20% di soggetti del campione che non si sono dichiarati in grado di affermare o no un cambiamento, allora scopriamo che all'incirca cinque adolescenti su dieci del nostro campione esprimono un elevato grado di incertezza e indecisione proprio riguardo alla rielaborazione del sistema simbolico religioso.
Con ciò intendo richiamare l'attenzione su uno degli elementi più consistenti che emergono dall'indagine in riferimento alla sfera della religiosità degli adolescenti italiani di oggi: affiora un'area di «equilibrio molto instabile», quasi un sottosistema di religiosità «in cantiere», e forse più probabilmente «in moratoria», quasi che l'emergenza e la pressione di altre aree di elaborazione dell'identità richiedano all'adolescente per il momento la tolleranza e la incertezza del non definito e del non ancora rielaborato dal punto di vista religioso.

5.3. Selezione dei fattori di condizionamento positivo e negativo

La domanda che segue sollecita gli adolescenti ad individuare i fattori che appaiono loro soggettivamente rilevanti nella produzione del cambiamento positivo e negativo della loro religiosità.
I fattori cui essi attribuiscono valenza positiva nei cambiamenti circa la fede sono i seguenti:
- i genitori anzitutto e i familiari: la madre per il 42,8% e il padre con il 34%, altri familiari con il 16%. La madre e poi il padre vengono riconosciuti dagli adolescenti come le figure vicine che hanno influito maggiormente nell'evoluzione positiva del loro cambiamento religioso; predominano i maschi e si distinguono gli adolescenti che si definiscono credenti e praticanti. È anche rilevante e netta la tendenza al decrescere con l'età di questo fattore, soprattutto dai sedici anni in poi
- il secondo gruppo di fattori è rappresentato dalle figure dell'ambiente educativo ecclesiale e scolastico; assommando le percentuali si raggiunge il 45%, anche se di risposte multiple. Tra esse figurano un adulto (11,8%), l'insegnante di religione (11,8%), il sacerdote o la suora (14,1%) a cui possiamo aggiungere «la Chiesa come istituzione» (7,8%); non si evidenziano particolari differenziazioni secondo le variabili assunte, se non quella dell'appartenenza a gruppi formativi, luoghi in cui più facilmente gli adolescenti incontrano tali figure strutturanti;
- il terzo ordine di fattori è rappresentato dal contesto amicale o gruppale (32,7%): gli amici con il 15,1%, il mio gruppo con il 17,1%, senza registrare consistenti cambiamenti secondo l'età e le altre variabili. Unico dato estremamente significativo: la rilevanza data a questi fattori dai credenti praticanti e dagli adolescenti in ricerca; da questi soggetti il gruppo è percepito in maniera più consapevole per il suo contributo positivo;
- una attenzione particolare a sé merita l'indicazione di un evento personale, «qualche fatto della mia vita», e che occupa il terzo posto in assoluto con il 21,2%. Si tratta di un evento «critico», vissuto come problematico ma liberante, che l'adolescente ritiene essere stato capace di ristabilire un equilibrio e favorire una rielaborazione personale della religiosità in termini di cambiamento in positivo.
È indicato maggiormente dalle femmine e la percentuale cresce con l'età per entrambi i sessi.

Condizionamento negativo

Quali invece i fattori che hanno influito negativamente sul cambiamento della religiosità indicati dagli adolescenti?
Anche qui l'analisi appare interessante, perché il quadro dei fattori muta completamente:
- anzitutto il 33,4% non fornisce alcuna risposta;
- per coloro che forniscono risposta, il fattore negativo maggiormente indicato è costituito dagli amici (23,2%), cui può aggiungersi il «gruppo di appartenenza» (12,4%). Condizionamento degli amici e pressione di conformità del gruppo, formale o informale che sia, con i modelli adolescenziali di vita e di consumo circolanti in esso, lontani da risignificazioni religiose dell'esperienza quotidiana, sono indicati maggiormente dai quattordicenni (30,3%) con punti percentuali doppie rispetto ai più grandi (16,5%).
Essi si sentono i più esposti e vulnerabili al conformismo di gruppo. Spiccano tra tutti, e ciò potrebbe essere un indicatore che conferma la coerenza della tipologia adottata, i cosiddetti conformisti secolarizzati.
Al secondo posto dei fattori influenti negativamente viene indicato un fatto della vita (21,7%), con un crescendo fino ai diciannovenni. Questo fattore risulta più indicato dagli indifferenti e da coloro che sono nel dubbio; il terzo fattore di condizionamento negativo, alla pari con il precedente, risulta essere la tv e i media (21,1%), il cui significato in termini di influsso positivo appariva invece davvero inconsistente. Anche in questo caso, come per gli amici, sono proprio i più giovani, soprattutto i maschi quattordicenni e quindicenni, a indicare questo fattore;
- al quarto posto invece troviamo il fattore istituzionale: la chiesa come istituzione (12,1%), e le figure di ruolo dell'ambiente chiesa.
Più di un adolescente su dieci vede nella chiesa come istituzione un ostacolo ad un cambiamento in positivo della propria religiosità; se, inoltre, aggiungiamo a questo dato i punti percentuali delle figure religiose istituzionali, questo condizionamento negativo tocca due adolescenti su dieci. Inoltre il fattore istituzionale è indicato dagli adolescenti maggiormente come fattore negativo che non come fattore positivo.
Un dato alquanto significativo è rappresentato dall'andamento della risposta nel corso dell'età: triplica tra i 14 e i 19 anni (dal 6,4% al 18,5%) e riguarda indistintamente maschi e femmine.
Infine questo è tra i fattori maggiormente indicati dagli adolescenti che si pongono in posizione di distanza, di lontananza, di disinteresse o di indifferenza rispetto al religioso, e da quelli che lo vivono in maniera problematica.

6. LA RELIGIOSITÀ: AREA Dl DISAGIO OLTRE CHE AREA CRITICA?

Il dubbio verso l'ambito della fede, le difficoltà di ripensare e rielaborare la fede tenendo conto delle nuove esigenze di criticità e di autonomizzazione che emergono con l'adolescenza, la problematizzazione di alcuni contenuti ed espressioni di religiosità prima assunte per attribuzione e ora da ricuperare per acquisizione, tutto ciò può rivelarsi un interessante campo di indagine che permette di far luce sulla qualità dei cambiamenti che si danno all'interno del mondo simbolico religioso dell'adolescente.
È opportuno accendere i fari sulle vere e proprie «zone di crisi» che si vengono a delineare in quel «sottosistema simbolico» tutto da riconfigurare, anch'esso partecipe delle vicende di un sistema più ampio in ricostruzione. Nel caso contrario il mondo religioso diventa un relitto intangibile del mondo dell'infanzia, area separata o congelata, ai margini del sistema d'identità dell'adolescente. Per molti adulti infatti il mondo religioso personale rimane, per lo meno in alcuni suoi aspetti, immutato e configurato secondo la struttura creatasi nell'infanzia. Tale fatto può accadere anche, forse sempre meno che ieri, negli adolescenti di oggi.

6.1. L'area del dubbio come area sintomatica

Un'apposita domanda del questionario è orientata a verificare se gli adolescenti vivono dubbi intorno al mondo della fede religiosa, e attorno a quali nuclei conflittuali vengano configurati questi dubbi dai soggetti; tutto ciò viene indagato con un filtro privilegiato in direzione dell'aspetto relazionale dei conflitti, più che in direzione dei contenuti. Intanto accanto ad un consistente gruppo di adolescenti che nella autocollocazione rispetto alla religione si dichiaravano «soggetti con dubbi» (i problematici dubbiosi della nostra tipologia) e che assumeva la consistenza del 16,4% del campione, corrisponde, quasi in modo speculare nella risposta a questa domanda, un altro gruppo di adolescenti (esso raggiunge i 14,1 punti percentuali) per i quali il dubbio intorno alle cose di fede non trova posto al momento attuale nella loro esperienza. Tra questi «supersicuri» emergono i cosiddetti «credenti praticanti», seguiti dai «credenti non praticanti»; questi due assieme rappresentano quasi l'80% di coloro che forniscono questa risposta. Insieme agli osservanti però, tra i senza dubbio, si distinguono significativamente gli indifferenti senza interesse per le cose religiose.
Si distinguono inoltre soprattutto gli adolescenti dei primi anni, confermando con ciò la presenza più marcata di un atteggiamento ancora scarsamente critico e problematizzante verso il mondo della religiosità nei primi anni dell'adolescenza.
Tuttavia, al di là di questo gruppo minoritario, il restante 85% di adolescenti invece si pronuncia indicando i nuclei di dubbio e di conflitto che toccano la religiosità in adolescenza. Il dubbio infatti risulta permeare l'esperienza di religiosità in cambiamento degli adolescenti e appare trasversale ai diversi modelli di religiosità riscontrati.

Punti caldi del dubbio di fede

Su quali contenuti si concentra la problematicità della religiosità degli adolescenti? Il dubbio viene collegato dai soggetti alla «difficoltà di capire certe verità religiose» e dunque connesso alle esigenze cognitive di ricomposizione critica e di armonizzazione tra visione del mondo personalmente elaborata lungo la scolarizzazione secondaria, almeno per una parte notevole dei soggetti (visione oggi sempre più segnata dalla laicità, dall'autonomia, dalla storicità, dall'approccio scientifico), e visione religiosa del mondo fortemente condizionata dalla scarsa socializzazione religiosa primaria e secondaria. Questa difficoltà viene segnalata da circa la metà del campione.
Lo sviluppo in adolescenza del pensiero ipotetico deduttivo, perciò della razionalità critica e del pensiero creativo, la maturazione affettiva e l'affinamento del pensiero simbolico, il processo di autonomizzazione soggettiva, quello di valorizzazione personale, l'esposizione ad una cultura fortemente secolarizzata e pluralista, sono tutti elementi che producono negli adolescenti di oggi un notevole livello di dissonanza, non solo cognitiva, e di disarticolazione tra una visione del mondo autonomamente svincolata dal sacro, appassionata del mondo e della vita da un lato, e una visione religiosa dall'altro ancora per molti soggetti fortemente connotata dalla sua strutturazione infantile, codificata informe linguistiche ancora indotte da una debole inculturazione religiosa. Su questo aspetto problematico della fede religiosa appaiono più marcatamente sensibili proprio quei soggetti che si riconoscono in dubbio o in ricerca.
A questa prima difficoltà individuata si deve aggiungere un 10% di soggetti che rivelano l'esistenza di basi precedenti di formazioni giudicate insufficienti.
La seconda area di conflitto, tra presa di coscienza adolescenziale della realtà e coscienza credente, è rappresentata dal «comportamento delle persone di chiesa, sia in passato che attualmente».
Due adolescenti su dieci individuano in questo fattore, la controtestimonianza quotidiana dei credenti, una delle cause della loro insicurezza rispetto alla fede e delle riserve di dubbio verso la religione.
Questo punto caldo viene più marcatamente sottolineato col crescere dell'età, in particolare dai 17 anni in su, e più dalle femmine che dai maschi. È anche il più segnalato dagli adolescenti indifferenti e non interessati al problema religioso.
La terza area di conflitto è quella espressa nella risposta: «I miei dubbi sono dovuti soprattutto al disagio per certi obblighi morali richiesti dalla fede». Essa riguarda due adolescenti su dieci, soprattutto a partire dai sedici anni, sia maschi che femmine.
Questa area di dubbio rivela perciò l'esistenza di un conflitto vissuto dagli adolescenti tra il sottosistema religioso e un altro sottosistema di elaborazione autonoma della visione del mondo: quello etico normativo; è dunque rivelatore della conflittualità di elaborazione dell'autonomia morale in relazione all'eteronomia dell'imperativo morale religioso.
Sembra questo invece un nodo meno problematico solo per i cosiddetti osservanti e per gli indifferenti.
Vi è infine un ulteriore fattore, abbastanza significativo, che esprime il disagio del condizionamento negativo rispetto ad una assunzione serena di una visione religiosa del mondo, rappresentato dal «modo di vivere e di pensare dei compagni» (13,5%); il conformismo e lo stile di vita dei gruppi adolescenziali sono vissuti, in quanto contesti relazionali, come luoghi di esperienza e di confronto che sembrano minare le basi sicure di una religiosità non ancora problematizzata; questo vale soprattutto per i quattordicenni fino ai sedicenni, e per quella categoria di adolescenti che abbiamo definito i conformisti secolarizzati.

6.2. La funzione del dubbio

L'ultima domanda del questionario che interessa l'area della religiosità è riferita alla funzione attribuita al dubbio e alle crisi inerenti l'area dell'esperienza religiosa.
È interessante, dal punto di vista del nostro approccio psicologico, sondare il modo con cui gli adolescenti di oggi vivono il dubbio religioso, e portare alla luce il significato che attribuiscono ad esso, in una prospettiva dinamica di formazione del sistema d'identità.
Vogliamo verificare se il dubbio sia vissuto come una «funzione bloccante», e perciò «diffusiva», dell'identità ricompresa dal punto di vista religioso, oppure se acquisti invece per gli adolescenti un significato positivo in termini di «funzione scatenante, liberatoria, autonomizzante e orientativa» sia rispetto al sistema simbolico religioso sia, più in generale, rispetto alla rielaborazione dell'identità.
Sei adolescenti su dieci (60,5%), senza differenze d'età e di sesso significative, ritengono che il dubbio possa diventare un fatto che sollecita la crescita personale e la riflessione, chiamando con ciò in causa il coinvolgimento personale e la soggettività dell'adolescente. La percentuale si consolida con l'età.
Buona parte degli adolescenti propende a collocare il dubbio entro una visione che ne prospetta l'evoluzione in positivo soprattutto per il soggetto, e a viverlo più come risorsa e possibilità che non come ostacolo e principio di deriva.
Esso però è vissuto in questa modalità soprattutto da quei soggetti (come emerge dall'analisi incrociata) che assumono, anche criticamente, il problema della fede senza emarginarlo dai compiti dell'identità e che scorgono nella religiosità un'area vicina, contigua e in qualche modo alleata al processo di personalizzazione e di rielaborazione soggettiva dell'esperienza.
Per tre adolescenti su dieci all'incirca invece il processo di problematizzazione e il dubbio vengono vissuti come momenti di una presa di distanza, un porsi «indifferenza», un maggior grado di autonomizzazione della vita rispetto al riferimento religioso, quando non anche un distacco e congedo da quel riferimento simbolico. Un adolescente su dieci scorge nel dubbio una crisi della propria religiosità in direzione di una caduta nell'incertezza, con ciò indicando l'impossibilità di percepirne l'esito.
Una esigua parte (6%), in cui prevalgono nettamente i diciannovenni maschi, intravede nel dubbio la possibilità di un cambiamento che può condurre al disincanto e ad una scelta più laica della vita.
Un adolescente su dieci infine scorge in questa crisi del dubbio l'indizio di un possibile distacco dalla religione e la strada verso l'indifferenza. È infatti questa la possibilità maggiormente segnalata come esito dagli indifferenti e dai disinteressati al problema religioso.

7. FEDE E SISTEMA DEI VALORI: QUALE RAPPORTO TRA DUE MONDI SIMBOLICI?

Il sistema di valori che le nuove generazioni acquisiscono è fortemente ancorato ai processi di socializzazione e ai giochi identificativi con le figure e i contesti vitali della vita quotidiana.
L'adolescenza è un tempo privilegiato per l'avvio della revisione del quadro di valori introiettato d'ai mondi vitali della fanciullezza e della preadolescenza; questa rivisitazione si attua attraverso il processo di valorizzazione personale. Si tratta di un processo connesso alla costruzione dell'identità, la cui elaborazione comporta anche un livello di riorganizzazione del sistema di valori in quanto sistema simbolico normativo personale.
Tale processo prende il via anzitutto attraverso la sperimentazione soggettiva, cioè un fare esperienza che ponga i soggetti nella condizione di «far propria», di sperimentare sulla propria pelle la vita quotidiana regolata secondo alcuni valori che, da astratti e idealmente proclamati, potranno diventare verifiche vitali concrete; è misurandosi con la soggettività adolescenziale che i valori potranno apparire per la prima volta importanti per il soggetto e verranno assunti come «criteri» di regolazione e di gestione della qualità della vita.
Sperimentazioni e verifiche indurranno perciò anche conflittualità tra valori diversi, e richiederanno un progressivo intervento da parte del soggetto di selezione e di gerarchizzazione, di una loro collocazione alla periferia o al centro del sistema d'identità personale.
In particolare essi dovranno fare i conti con il sistema simbolico religioso dell'adolescente, verificarne la compatibilità, e sostenere la pretesa che ogni simbolica religiosa avanza nei confronti del sistema di valori, dal momento che esso riflette in un certo modo la collocazione culturale di ciascuno. È questo sul versante soggettivo il modo di porsi del rapporto fede-cultura.
Per questo interesse particolare nel questionario è collocato un quesito che offre l'opportunità anche per sondare la collocazione e lo spazio riservato alla fede e all'atteggiamento religioso nella esperienza soggettiva di riappropriazione dei valori da parte degli adolescenti.
Nella identificazione delle «cose che contano di più per la vita e di cui l'adolescente al presente sente di avere maggiormente bisogno» la domanda offre, tra la gamma di valori materialistici e postmaterialistici, anche due sub-items che si riferiscono uno all'«avere una fede religiosa» e l'altro all'essere «praticante dal punto di vista religioso».
Agli ultimi posti della gerarchia delle cose importanti per la vita gli adolescenti collocano proprio l'«avere una fede religiosa» (decimo posto sui dodici in elenco) e all'ultimo posto «l'essere praticante dal punto di vista religioso».
Prima vengono in ordine decrescente: l'amore, il volersi bene, la salute, la formazione culturale, il lavoro sicuro, la famiglia, l'onestà, il benessere e il denaro, l'amicizia...
Mentre solo un adolescente su dieci del campione assegna alla fede un posto preminente (viene indicata tra le prime tre cose che contano nella vita), tra gli adolescenti osservanti (credenti praticanti) due su dieci assegnano alla fede religiosa un posto preminente, rivelando con ciò una maggiore attenzione a tale vissuto normativo valoriale.
Il dato ci conferma come la religione abbia superato nella stragrande maggioranza degli adolescenti la situazione di conflittualità con i valori di cui si stanno riappropriando: essa sembra rimanere più sullo sfondo; raramente, solo per una esigua parte di soggetti, assurge a valore che conta e ad esperienza che risponde ad un bisogno che urge.
La fede viene così a collocarsi più come «orizzonte» entro cui sbocciano e si esprimono i valori, e non invece un valore come gli altri che catalizzano la vita quotidiana dell'adolescente. Questo elemento sembra concordare con quanto proposto da Burgalassi sul problema dei valori tra morale e religione. La religione anche qui «non è considerata, nemmeno tra i praticanti religiosi, al primo posto tra le voci significative dei valori.
È ritenuta piuttosto il collante necessario a dare stabilità ed equilibrio alla sintesi armonica dei valori» (Burgalassi 1993).
Una conferma in questa direzione la ritroviamo nell'analisi alla domanda del questionario che intende sollecitare l'adolescente verso la sua progettualità e a pensarsi nel futuro: «Prova ad immaginarti come sarai tra dieci anni».
In una proiezione nel tempo del proprio lo ideale gli adolescenti conservano la rappresentazione di sé come persone credenti.
Si immaginano per il futuro anzitutto: «felici» (94,1%), «con un lavoro» (89,5%) e «credenti» (80,2%). Solo due adolescenti su dieci dunque non si pensano nel futuro immediato come credenti.
Anche nel loro futuro essi esprimono almeno la consapevolezza di una possibile apertura del loro orizzonte religioso.
Il loro sistema simbolico religioso, anche se appare «come un cantiere per lavori in corso», tra crisi, dubbio, percorsi di ricerca, disaffezioni rituali e facili securizzazioni, tuttavia, almeno nella convinzione, permane «sullo scenario» della vita quotidiana.
Una volta passato alla verifica della soggettività dei bisogni, del processo di autonomizzazione e della liberazione personale, si troverà probabilmente a dover affrontare nuovi compiti evolutivi: la sua verifica nel sistema culturale, nella prassi di cambiamento o di conservazione, forse fino a riorganizzarsi attorno al senso dell'esistenza e al fondamento della fiducia vitale. Diversamente il suo esito potrà essere la disintegrazione tra fede e vita quotidiana, o il suo ridursi a simulacro e fenomeno residuale del passato infantile o anche adolescenziale.

 

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