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Dopo l'incontro

 

Riccardo Tonelli

(NPG 94-8-33)

 

 

Spesso, in questi ultimi anni, è risuonato l'invito a ritrovare il coraggio di "fare proposte".

Condivido sinceramente la preoccupazione, soprattutto in una situazione di complessità e di pluralismo, come è quella che stiamo vivendo. E la rilancio.

Non mi piace però immaginare che la soluzione dei problemi stia nel ritorno tranquillo alle cose che abbiamo sempre fatto, con l'unica variante di cercare di farle un po' meglio. Sono convinto, invece, che ogni vissuto sia arricchente, se lo sappiamo comprendere e interpretare adeguatamente. Per questo, mi piace riconoscere che molte delle situazioni attuali hanno tanto da suggerire a chi, come noi, vuole prendere sul serio la responsabilità educativa.

Da questa prospettiva penso agli "incontri giovanili". Sono un modo nuovo di realizzare il bisogno di fare proposte educative. Esigono però precise attenzioni, per poterlo essere efficacemente.

 

 

"FARE ESPERIENZA": UN MODO DI FARE PROPOSTE

 

Incominciamo dalla questione di fondo.

Perché e in che modo diventare oggi "propositivi"?

 

L'urgenza di fare proposte

 

Siamo in un tempo strano. Tutti gridano: lo fanno con una foga maggiore soprattutto coloro che sarebbe invece molto meglio tacessero. Eppure sembra che il diritto alla parola sia consegnato solo a chi accetta di dire cose che non contano. Appena la parola tocca le corde del senso della vita, il diritto viene ritirato... e può essere riacquistato solo a suon di biglietti di banca.

Non mi mette in crisi la riduzione al silenzio o all'inefficacia. Mi inquieta e mi provoca la costatazione che in questa logica è la vita a scapitarne, quella dei giovani, i più fragili ed esposti, e quella dei più poveri, deprivati violentemente di ogni diritto alla parola.

Questa costatazione mi sollecita a pensare ad un educatore capace di ridiventare intensamente propositivo e dotato dell'autorevolezza necessaria per penetrare, con le sue proposte, nell'intimo dell'esistenza di una persona, per chiedere di verificare, anche dalla sua offerta, le scelte di fondo dell'esistenza.

L'affermazione vale, in modo particolarissimo, per l'educatore religioso. Gesù non può risuonare come la ragione fondamentale della vita e della speranza, se qualcuno non lo annuncia con la passione contagiosa dei suoi primi discepoli.

Ciò che rende "nuovo" il compito dell'educatore è, secondo me, la costatazione di questa esigenza, reattiva rispetto ai modelli rassegnati e permissivi di un passato appena trascorso. Ed è, nello stesso tempo e con la stessa intensità, la ricerca di uno stile rinnovato per realizzarlo. Diventare propositivi secondo il vecchio modello... sarebbe pericoloso: anche perché risulterebbe davvero inefficace, nella logica della cultura in cui ci muoviamo. Ci lasciano parlare, anche se lo facciamo con foga: tanto le nostre parole sono... parole che non contano rispetto alle cose che contano, quelle che ciascuno decide personalmente (o, al massimo, nel respiro rassicurante del piccolo gruppo di riferimento).

 

Fare proposte facendo fare esperienze

 

In che direzione "inventare" il nuovo?

Far fare esperienze è un modo, intelligente e maturante, di fare proposte. Rappresenta, di conseguenza, un interessante modello operativo in cui possiamo riformulare l'invito a ridiventare propositivi.

Chi sollecita altri a fare precise esperienze, gli fa di fatto proposte impegnative e incidenti. La proposta non sta solo sul piano formale (l'invito a fare esperienze); investe invece la qualità dei contenuti (nella direzione del tipo di esperienza che si progetta di far fare).

E' importante costatare la capacità propositiva che si porta dentro questo stile di "fare proposte". Va colto con attenzione perché rappresenta la forza del modello e, nello stesso tempo, un suo limite costitutivo, soprattutto se ci sta a cuore che la proposta arrivi, in termini liberanti, al centro dell'esistenza di una persona.

Nelle logiche tradizionali, il diritto e la possibilità di collocare una proposta dove si cerca e si produce il senso della vita, era segnato prevalentemente dalla discriminante vero/falso. Quando una proposta era oggettivamente vera, possedeva il diritto di essere offerta con decisione. Al diritto del proponente corrispondeva il dovere di ogni persona saggia di accogliere.

Al massimo, difficoltà e resistenze erano tollerate sul piano della prassi spicciola, per rispetto della costitutiva debolezza dell'uomo.

Questo era il modello, diffuso e pacifico, in una cultura della oggettività, quando la ricerca personale sul senso della propria vita era risolta nella fatica di riscrivere, nelle righe della propria storia, il senso che la realtà di porta dentro, quasi strutturalmente.

Oggi, le logiche sono molto diverse.

La discriminante è tracciata sulla frontiera della significatività. Solo quello che è sentito come soggettivamente significativo, perché si colloca dentro gli schemi culturali che una persona ha fatto ormai propri, merita di essere preso in considerazione. Ci si interroga sulla "verità" solo dopo aver risposto affermativamente alla domanda della significatività.

Quando la proposta viene avvertita come poco significativa, è fuori gioco, perché è fuori dal gioco personale. Non basta alzare il tono della voce; non è sufficiente la convinzione di chi propone. Se non riesce a far esplodere l'indifferenza, viene considerata una delle tante voci, cui si riconosce il diritto di parlare perché dice cose che non contano.

Quando una proposta viene offerta attraverso una esperienza, essa ritrova una carica particolarissima di significatività. Diventa capace di superare la scorza dell'indifferenza e quella, non meno pericolosa, di quella falsa tolleranza che il pluralismo sembra esigere, per toccare veramente le corde dell'esistenza.  La forza comunicativa, evocata dalle esperienze, sollecita spontaneamente verso decisioni impegnative e coinvolgenti, anche in un tempo di basso investimento progettuale.

 

 

QUANDO UN "INCONTRO" DIVENTA "ESPERIENZA"

 

Gli "incontri giovanili" sono un "fare esperienza". Il contatto, gratuito e interpellante, con altre persone e con avvenimenti dotati di fascino, in ambienti fortemente significativi, diversi da quelli del ritmo normale della quotidianità, assicura una reale forza propositiva.

Tra le righe delle note precedenti, il lettore che crede all'educazione e la vuole un processo promozionale intravvede subito il lato pericoloso del modello. Si rende conto che la strada della significatività è segnata dal rischio incombente della manipolazione, molto facile perché altrettanto subdola.

Non è sufficiente la scelta dell'esperienza da far fare, per fare proposte. La questione non è prima di tutto di tipo "contenutistico", quasi ci fossero dei contenuti che possono essere imposti, perché buoni e altri, invece, sui quali va scatenata tutta la capacità critica della persona, perché pericolosi.

La maturazione personale richiede una profonda capacità critica su ogni livello propositivo.

E' urgente restituire la persona alla capacità di prendere posizione nel silenzio della propria interiorità. In una stagione in cui prima si smerciano i desideri per vendere poi i prodotti, la provocazione è importante, per scuotere l'indifferenza; ma va realizzata in modo da assicurare la capacità di verifica personale e di interiorizzazione.

Un'altra cosa va detta subito, per evitare ogni fraintendimento.

Qualcuno potrebbe dire: visti i rischi della scelta, molto meglio tornare a modelli in cui la razionalità sia prevalente e sulla discriminante vero/falso tutti i problemi erano risolti...

Non credo che siano possibili alternative. Rispolverare le vecchie logiche per evitare gli inconvenienti dell'emotività e della soggettività esperienziale mi sembra come chiudere gli occhi davanti al pericolo per evitarlo meglio. L'intervento educativo va realizzato "dentro" la scelta, percorrendone la logica e controllandone gli eventuali effetti perversi.

In questa logica corre la mia proposta. Gli "incontri giovanili" sono un momento interessantissimo di forza propositiva, se rappresentano un modo maturo, personalizzato e liberante di "fare esperienza". Lo sono quindi secondo precise condizioni educative.

 

Se questa è esperienza...

 

La prima operazione educativa da assicurare riguarda la qualità del "fare esperienza". Cosa significa veramente "fare esperienza"? Quali condizioni traducono in una reale (soggettiva) esperienza il fatto di compiere certi atti e di partecipare a determinati eventi?

Il tema dell'esperienza è stato studiato a lungo nell'ambito educativo e pastorale.

Questa è la mia proposta: si fa esperienza quando nel gesto compiuto si assicura un incontro tra realtà, pensiero e linguaggio. Mi spiego, spendendo una parola di precisazione sui tre elementi e sul loro intreccio.

L'esperienza comporta prima di tutto un contatto vitale con la realtà, nella sua forza provocante che, in qualche modo, precede l'atteggiamento personale. Questo contatto deve risultare non troppo lontano e difficoltoso, per non apparire "estraneo"; né troppo familiare, perché altrimenti non provocherebbe a sufficienza.

In questo confronto disponibile, che giudica la nostra soggettività, ci viene dischiusa la possibilità di prospettive sorprendenti, nuove e promozionali. Questo contatto, però, non è solo fredda oggettività. Esso viene sempre riempito dai ricordi, dalle sensazioni e dai progetti di colui che fa esperienza. Esperienza è quindi interpretazione soggettiva di dati oggettivi. Interpretando (operando cioè sul reale attraverso il nostro pensiero), noi identifichiamo ciò di cui abbiamo fatto esperienza. Da una parte, infatti, raccogliamo ed evidenziamo gli elementi d'interpretazione che trovano la loro ragione e fonte nella realtà sperimentata, che il nostro pensiero rende trasparente; dall'altra, colmiamo questa realtà della nostra soggettività, fino al punto che attraverso il nostro pensiero interpretante noi abitiamo in un mondo diverso da quello abitato da persone che hanno fatto esperienze differenti dalle nostre.

E importante sottolineare che quest'interpretazione del vissuto non è un fatto di ordine puramente razionale, ma coinvolge tutta la persona, anche se richiede un momento di riflessione sull'interpretazione esistenziale, per favorire l'integrazione riflessa e tematica del vissuto.

Infine, chi ha fatto esperienza sente il bisogno di comunicarla, a sé e agli altri. Racconta quanto gli è capitato e tale narrazione pone in movimento qualcosa di nuovo. Per raccontare (interiorizzando in modo riflesso quello che si è vissuto e comunicandolo agli altri), serve un linguaggio. Può essere utilizzato l'insieme dei segni linguistici accumulati nello sviluppo della


tradizione, oppure ci si può sentire sollecitati a produrre nuovi sistemi simbolici, perché si costata l'insufficienza di quelli già posseduti.

E' evidente che parlo di linguaggio in senso globale: sistemi simbolici verbali e non-verbali (parole e gesti), anche se riserviamo un compito importante alla parola, soprattutto nel momento riflessivo, come atto di metacomunicazione dell'esperienza stessa.

Facendo così, allacciamo profondamente parola, gesto e vissuto.

 

Allacciare parola e esperienza

 

Troppo spesso abbiamo contrapposto parola e esperienza. E così la parola è rimasta vuota rincorsa di suoni, senza agganci con l'esistenza, e il fare esperienza è diventato una ragione in più d'incomunicabilità.

L'attuale condizione giovanile soffre pesantemente di queste contraddizioni. Non sa comprendere il linguaggio degli adulti e lo giudica lontano dalla vita; nello stesso tempo ne parla uno di proprio, tanto frammentato e povero da diventare inespressivo: quasi un gergo schiuso solo a pochi iniziati.

E urgente superare questi limiti, per le gravi conseguenze che hanno in campo educativo e pastorale. Bisogna ridare ai segni linguistici il sapore della vita e trasformare le esperienze in nuovi segni linguistici, carichi di espressività allargata e condivisa.

Per raggiungere questi obiettivi si richiede, da una parte, di privilegiare il momento esperienziale, per assicurare la significatività del processo: lo scarto tra i segni e la vita è così grande che in molti casi risulta impossibile parlare alla vita dei giovani utilizzando i nostri codici tradizionali. Questi segni, infatti, difficilmente conducono alla realtà che vorrebbero esprimere. Sono cioè poco comprensibili e affatto evocativi.

D'altra parte, però, è urgente lavorare sulle esperienze attraverso le parole, per trasformare queste esperienze in segni linguistici che le rendano comunicabili anche a coloro che non le hanno vissute, facilitando anche la loro interiorizzazione.

L'esperienza, vissuta e comunicata, arricchisce così la collettività, perché le dona nuovi simboli e trascina quelli esistenti verso la concreta realtà.

 

La "vita quotidiana" prima e dopo l'esperienza

 

Ho ricordato l'importanza del "fare esperienza" per fare proposte. Devo subito aggiungere un altro rilievo, per precisare la prospettiva in cui possiamo collocarci nella ricerca di esperienze attraverso cui fare proposte.

Essa riguarda il diverso rapporto che si instaura con la vita quotidiana.

La vita quotidiana è la trama normale del vissuto di una persona, quell'insieme di avvenimenti, lieti o tristi, normali o solenni, in cui siamo in rapporto con tutti gli altri e la cui soluzione preme, di fatto, sull'esistenza di tutti.

L'esperienza, soprattutto quella programmata per ragioni educative, è un frammento della vita quotidiana, sottratto al ritmo normale, per poter essere controllato e governato a piacimento.

Sul modo con cui il frammento si collega nel tutto le posizioni si dividono.

Per qualcuno l'esperienza, come spazio sottratto al ritmo normale, rappresenta una specie di ideale, da coltivare quasi in alternativa e da moltiplicare il più frequentemente possibile. Chi la pensa così, sarebbe felice se potesse assicurare una piena esclusione dalle esigenze e dai contatti della vita quotidiana, trasformando questa stessa vita in qualcosa che assomiglia al tempo programmabile del "fare esperienza". I segni di questa intenzione sono molti e di facile lettura: si cerca l'isolamento, anche fisico, con la preoccupazione di non introdurre "distrazioni" in questo momento felice, i temi di riflessione sono molto diversi da quelli duri a cui siamo costretti a farci attenti nel ritmo della quotidianità, i gesti, le espressioni, i compagni di avventura sono puntigliosamente differenti da quelli normali...

Qualche altro, invece, pensa al "fare esperienza" come ad un processo al rallentatore rispetto al ritmo normale.

Resta indiscussa l'esigenza della "diversità" e della separatezza, per poter pensare, rivedere e progettare. Queste istanze sono assicurate però soprattutto a partire dal tono e dal modo. L'oggetto su cui si riflette (su cui si fa esperienza) è quello della quotidianità. Viene "smontato": analizzato, verificato e riprogettato, in un ritmo che assomiglia alla riproduzione "rallentata" (in moviola) di qualche avvenimento significativo. Rallentare il ritmo ossessivo della quotidianità e rendere possibile, in un'analisi calma e tranquilla, il ritorno ripetuto sugli stessi avvenimenti è solo la condizione per poter "possedere" fino in fondo quello che stiamo vivendo e che purtroppo ci viene tanto spesso sottratto a causa del ritmo ossessivo del nostro vivere.

Nel primo caso, l'esperienza è più importante della quotidianità.

Nel secondo caso essa risulta invece solo funzionale a vivere più intensamente e più maturamente la quotidianità. Per questo al centro resta la vita quotidiana. Il "fare esperienza" è per la sua qualità.

Io vedo la seconda ipotesi come l'unica seria. Per questo affermo, in modo perentorio, che "prima" e "dopo" l'esperienza sta, irrinunciabile, la vita quotidiana.

 

 

UN MODELLO CONCRETO

 

Finora la mia riflessione si è mossa in una prevalente preoccupazione teorica. Ho cercato soprattutto di ricordare alcuni punti di riferimento da non trascurare per caricare gli "incontri giovanili" di una matura e liberante forza propositiva.

Prima di concludere, tento di dire le stesse cose in termini più concreti, suggerendo un modello ideale. Affido al lettore interessato al tema la fatica di integrare in un unico progetto la riflessione teorica delle pagine precedenti e questo contributo operativo.

 

Programmare esperienze

 

Ci lamentiamo che i giovani non hanno grossi valori religiosi... oppure costatiamo che si entusiasmano per tutte le proposte, senza riuscire ad assicurare una corretta riorganizzazione in base a parametri più oggettivi.

Che fare?

L'educatore che desidera porre i giovani davanti a valori educativi importanti programma la partecipazione ad alcuni avvenimenti particolarmente significativi. Fa cioè "proposte" facendo fare ad essi esperienze.

Ragiona, grosso modo, così: i giovani non vivono affatto la preghiera... Che fare? Non scelgo la strada di una dotta conferenza sulla preghiera e neppure moltiplico le buone raccomandazioni in proposito né cerco affannosamente quel libro... che magari ha affascinato la mia (lontana) giovinezza... ma organizzo una esperienza forte in un luogo di preghiera. Vado, per esempio, a Taizé.

In base ai suggerimenti annotati nelle pagine precedenti, possiamo però parlare di autentica esperienza solo quando la partecipazione ad un avvenimento straordinario (tre giorni a Taizé, un campo-scuola, un campo di lavoro, l'incontro con una persona affascinante, la celebrazione di una eucaristia particolarmente sentita...) conduce alla interiorizzazione dei valori oggettivi di cui l'avvenimento è particolarmente carico (il significato della preghiera, la disponibilità al servizio, la qualificazione professionale...).

 

Verificare l'esperienza

 

La programmazione dell'esperienza richiede, in contemporanea, la programmazione degli interventi previ e successivi che ne assicurino l'interiorizzazione.

 

Tra aspetti positivi e aspetti negativi

 

Ricordo prima di tutto un dato pregiudiziale, che può riservare grosse sorprese all'educatore e che, di conseguenza, richiede un'attenzione particolare nella fase di interiorizzazione dell'esperienza.

Ogni avvenimento ha grosse dimensioni positive, ma non mancano mai gli aspetti negativi (quei tre giorni di Taizé hanno entusiasmato i giovani partecipanti, ma qualcuno si è preso un raffreddore solenne o ha dovuto tirare un poco la cinghia...). Ignorando gli aspetti negativi, si scatena un inconscio, personale o di gruppo, negativo che affiorerà come forza condizionante più avanti nel tempo, fino a soffocare lentamente gli aspetti positivi dell'esperienza.

L'itinerario di interiorizzazione dovrà tener conto dell'ambivalenza di cui l'esperienza è carica, per assicurare la consapevolezza dei valori positivi anche a partire da quelli eventualmente negativi.

 

Il primo intervento: analisi "a caldo"

 

Il primo intervento educativo per interiorizzare l'esperienza viene vissuto "a caldo", appena terminato l'avvenimento o l'incontro. Si tratta di elencare, in una ricerca comune, le cose che hanno colpito sia positivamente che negativamente. Ricordare gli aspetti negativi, quando l'entusiasmo è alle stelle, non significa buttare acqua sul fuoco, per il gusto sadico di brontolare di tutto... Significa invece razionalizzare quanto tutti hanno di fatto vissuto, per evitare che ciò si sedimenti come inconscio negativo.

 

Il secondo intervento: la verifica dell'esperienza

 

Trascorsi alcuni giorni dall'avvenimento affascinante, ci si ritrova per fare la "verifica". E' il tempo cruciale dove il vissuto diventa davvero "esperienza": i valori sono cioè interiorizzati.

Bisogna far rivivere l'avvenimento, consapevoli che il ritmo frenetico della nostra vita cancella velocemente ogni cosa, sotto la spinta di emozioni nuove e più forti. Per far rivivere l'avvenimento, sono molti i mezzi educativi di cui possiamo disporre: la proiezione delle diapositive scattate durante l'avvenimento, il ricordo di qualcuno, la lettura di un documento, la lettera scritta da un amico incontrato in quel luogo, l'onda dei rimpianti... e soprattutto l'elenco degli aspetti positivi e negativi, redatto "a caldo" (che evidentemente, l'animatore non ha smarrito...).

Conclusa la testimonianza (proiezione, ricordo, lettura...), assieme si opera la verifica.

Vengono analizzati prima i dati positivi, quelli che possono essere interiorizzati in valori, senza troppa fatica. Il procedimento deve comportare questi tre passaggi:

- enfasi: ripresa di questi aspetti in termini capaci di ricreare l'entusiasmo e la forza di presa, per tutti;

- razionalizzazione: ricerca dei significati e dei valori, all'interno dei dati emotivi;

- impegno: decisione di tradurre i valori appresi in alcuni atteggiamenti (comuni e pubblici) impegnativi, che favoriscono la reale interiorizzazione dei valori

Non basta però lavorare sulle dimensioni positive. La verifica comporta attenzione critica anche nei confronti degli aspetti negativi.

A questo proposito sottolineo un atteggiamento decisivo: motivazione e non rimozione. La "rimozione" è quel processo psicologico che spinge a dimenticare le cose spiacevoli, facendo pressione sull'emotività. La "motivazione" invece prende nel centro anche gli aspetti spiacevoli, facendo lavorare la razionalità.

Ogni esperienza comporta tratti negativi. Dobbiamo considerarli con decisione. Sono qualcosa di assoluto e di deterministico o invece connotano delle responsabilità, nostre o di altri? Dunque: impegniamoci adeguatamente per eliminare le cause.

Sono invece "scelte" che abbiamo fatto, noi stessi, anche se non in forma diretta? Convinciamoci della validità delle nostre scelte. Non si può esperienza di preghiera, seduti in un posto tranquillo, con tutti i conforts. La scelta di Taizé connota anche la scelta dei disagi che il luogo e il clima comportano...

Gli aspetti negativi, motivati e non rimossi, centrano nuovamente l'attenzione sui valori e aprono a nuovi impegni. Diventano quindi un sostegno delle dimensioni positive, facilitano l'interiorizzazione di valori e l'acquisizione di atteggiamenti. II collegamento momento-forte e quotidiano è determinato dagli atteggiamenti, perché essi sono disposizione abituale che orienta i comportamenti normali. L'avvenimento ha costruito così uno stile generale di vita, che permette di fare esperienza dei valori condivisi, anche nella banalità delle cose di tutti i giorni.

 

Una specie di conclusione

 

Mi è capitato qualche volta di discutere con giovani e educatori di un tema come questo. Qualcuno ha reagito duramente: l'esperienza è nostra... e guai a chi ce la tocca. Aveva l'impressione che tutto questo lavoro di smontaggio e rimontaggio dell'esperienza fosse il tentativo subdolo di manipolare una delle poche realtà che sembrano rimaste libere dai condizionamenti.

Non condivido l'impressione. Ma non ho nessun argomento convincente per persuadere del contrario.

Come tutte le faccende che riguardano la qualità della vita dalla parte dell'educazione, la parola più convincente è: "scommettiamo". Proviamo, in modo serio, a operare in questa logica e poi verificheremo se stiamo "rovinando" la poesia dell'esperienza o se, invece, assieme ci aiutiamo a "possederla" nel modo più maturante.

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