Quali incontri? Gruppi, assemblea, comunità

Inserito in NPG annata 1994.

 

Principi di metodo /9

Mario Pollo

(NPG 1994-08-20)


La differenza tra il gruppo primario e l'assemblea

La differenza tra gruppo primario e assemblea non è irrilevante, in quanto il primo è un insieme di persone caratterizzato dell'esistenza di rapporti personali fondati sulla conoscenza reciproca e sulla condivisione solidale di uno o più scopi tra i suoi membri, mentre la seconda è semplicemente un aggregato di persone che hanno una prossimità di tipo fisico, che non necessariamente si conoscono o sono in relazione tra di loro. Infatti ciò che fa riunire le persone in assemblea è la partecipazione comune ad un dato evento. Durante l'assemblea non è tanto importante che chi vi assiste sia in relazione con gli altri partecipanti ma che lo sia con il gruppo o la persona che l'ha promossa e la presiede.
Questo significa che le dinamiche psicosociali di un'assemblea sono molto diverse da quelle del piccolo gruppo e sono simili a quelle della folla anonima.
Appare perciò naturale che l'assemblea normalmente deluda le aspettativa di chi si aspetta di trovare in essa quelle dinamiche e quei processi culturali tipicamente gruppali o comunitari.

Le caratteristiche della folla di nome "assemblea"

Quando un'assemblea supera il numero di qualche centinaio di persone (normalmente 500) può divenire preda delle dinamiche tipiche della folla. Un'assemblea diviene una folla quando si verificano tre fenomeni di base che danno origine ad almeno altri sei fenomeni caratteristici[1]. I tre fenomeni di base sono:
- l'esistenza di attese e, quindi, di bisogni che richiedono prepotentemente una soddisfazione. Questo vuol dire che una assemblea formata da persone prive di un significativo livello di bisogni da soddisfare in quella circostanza non potrà mai dare vita alla folla. Non è però necessario che questi bisogni siano reali in quanto possono essere tranquillamente immaginari o fantasmatici ed avere un senso in rapporto solo all'esperienza della folla e non alla vita individuale della persona;
- l'esistenza dell'effetto scarico, ovvero il rigetto dei problemi e delle difficoltà personali a cui si accompagna la scomparsa temporanea delle differenze individuali e degli status sociali. È questo il fenomeno che rende la folla anonima, priva cioè al proprio interno di qualsiasi identità che non sia quella del moto collettivo a cui da vita;
- il capovolgimento della fobia del contatto che porta le persone verso una sorta di fusione in cui le distanze reciproche, la cui esistenza è necessaria alla normale vita sociale, e che sono perciò codificate da norme particolari, vengono abolite. Occorre tenere conto che anche se molte di queste norme non sono scritte, esse si esprimono nel comportamento sociale e sono il frutto dei processi di socializzazione che costruiscono l'appartenenza di un individuo ad un determinato gruppo o sistema sociale. Queste norme regolano sia la distanza fisica sia la distanza psicologica (il livello di conoscenza-intimità reciproca) a cui debbono stare gli individui a seconda del loro status sociale.
L'abolizione di queste distanze è di solito stigmatizzata o punita nella normalità della vita sociale mentre non lo è nella situazione sociale che si designa come folla.
Questi tre fenomeni, come già detto, si intrecciano a loro volta nelle persone che formano la folla con questi sei fenomeni che possono essere considerati derivati o secondari:
- la diminuzione della riflessione, e quindi della dimensione razionale e critica della coscienza, a cui si accompagna l'incremento della dimensione affettivo/emozionale sul versante relazionale;
- il contagio affettivo che consente alle emozioni di propagarsi assai rapidamente e di dare vita all'epidemia del moto collettivo;
- l'omogeneizzazione dei comportamenti con la perdita delle caratteristiche legate alla tipicità dell'individuo e della sua posizione sociale;
- la pronta disponibilità all'azione con il superamento dei limiti, delle norme, delle remore e delle inibizioni che normalmente caratterizzano la condotta individuale delle persone che formano la folla;
- la nascita di idee forza, di valori e di miti collettivi;
- la piena disponibilità alla sottomissione a priori ad un leader capace di dare corpo alle idee forza e di incarnare nella propria persona il mito collettivo.
Un'assemblea numerosa può divenire una folla ma è assai raro che i fenomeni appena descritti producano quelle dinamiche tipiche della vita dei gruppi sia primari che secondari.
Anche le dinamiche della folla sono necessarie e svolgono una funzione che è però molto difficilmente produrrà i risultati tipici delle dinamiche formative del piccolo o del medio gruppo, che come è noto tendono a incrementare la coscienza critica dell'individuo e una relazionalità ad essa coerente.
Infatti l'esperienza di una assemblea-folla può produrre una liberazione emotiva delle persone, innescare una trasformazione personale e sociale ma non certamente fondare né la solidarietà sociale né alcuna azione che abbia il suo centro nella razionalità critica della coscienza.
Quando l'assemblea è più piccola si può tentare, invece un tipo di animazione che miri a innescare in essa dei processi di partecipazione orientati verso la formazione della comunità.

Le caratteristiche della comunità

Il termine comunità, in verità molto usato e abusato e, quindi, molto ambiguo, indica normalmente un gruppo sociale in cui esiste, secondo la definizione del Tönnies di Gemeinschaft, una comunicazione a breve raggio, ovvero una comunicazione personale diretta faccia a faccia all'interno di relazioni segnate dalla solidarietà, dall'altruismo e dal riconoscimento di una comune appartenenza ad un gruppo.
La comunità è il luogo in cui le persone cercano la risposta a quei bisogni generati dalla solitudine, dall'anomia e dall'assenza di legami significativi con gli altri che è tipica delle società industriali, che a partire dall'800 hanno spazzato via le forme primarie di aggregazione sociale tipiche delle società precedenti.
La comunità rappresenta infatti per molti il luogo dove ritrovare la propria identità fuggendo dalla spersonalizzazione, dall'anonimato e dalla pluralità di identità in cui è costretto a giocare la propria vita chi abita una società complessa, specialmente in un'area metropolitana.
La comunità, in positivo, è sempre stata, storicamente, anche il luogo in cui le persone avevano la possibilità di sviluppare la responsabilità verso se stessi e gli altri, definendo però nello stesso tempo le caratteristiche della loro specificità individuale.

L'animazione dell'assemblea

Dopo aver definito sia la grande assemblea orientata verso la folla, sia quella più piccola orientata verso la comunità, è possibile affrontare, sommariamente i metodi per la loro animazione.
Dalle cose sin ora dette appare chiaro che occorre utilizzare metodi e strategie diverse a seconda si voglia animare una media o piccola assemblea o una grande assemblea.
Quando l'assemblea è grande occorre prendere atto con realismo che in quel tipo di aggregato umano sono solo possibili alcune dinamiche e non altre e, quindi, che è necessario agire utilizzando queste dinamiche in modo corretto. Questo significa, ad esempio, l'utilizzo di tecniche e di metodi di comunicazione che siano in grado di valorizzare in positivo i fenomeni che sono alla origine della fusione dell'aggregato sociale assembleare nella folla.

L'animazione dell'assemblea/folla

La capacità di gestire una assemblea numerosa dipende oltre che dalle caratteristiche personali di chi la presiede, anche dalla conoscenza che questi ha delle caratteristiche sociali e psicologiche delle persone che la formano.
Le caratteristiche sociali sono costituite solitamente:
- dallo status: professione, scolarità, occupazione, ecc., normale (media) delle persone riunite;
- dalle attese e dai bisogni a cui le persone sperano di trovare risposta con la partecipazione all'assemblea;
- dalla realtà sociale, economica, ambientale e culturale al cui interno si svolge l'assemblea.
Le caratteristiche psicologiche sono, invece, rappresentate:
- dal linguaggio e dalla cultura sociale delle persone, ovvero dei modelli abituali che la persona utilizza quando parla, giudica e agisce;
- dal sistema di valori, dalle credenze e dalle speranze delle persone;
- dalle attese soggettive, magari inconsapevoli, che le persone hanno nei confronti dell'assemblea;
- dalla emotività personale e dalla capacità di riflessione delle persone.
La conoscenza di queste caratteristiche sociali e psicologiche delle persone che, mediamente, formano l'assemblea è la base necessaria su cui fondare una efficace comunicazione con l'assemblea. Infatti chi opera la comunicazione con l'assemblea deve:
- farsi accettare come persona prima ancora di far accettare il suo messaggio. Questo significa che deve farsi conoscere evitando di urtare i bisogni, le attese e i valori dell'assemblea;
- esprimere in modo avvincente le idee forza dell'assemblea dimostrando che ha capito i valori delle persone che la formano, anche se ne deve contestare alcuni;
- conformarsi alle caratteristiche profonde delle persone che formano l'assemblea esprimendosi, sia nel modo di essere che di parlare, utilizzando, almeno in parte, i modelli accettati dall'assemblea;
- esprimere i miti dell'assemblea, dando forma con chiarezza alle idee che sono latenti in questa;
- parlare per immagini, perché nessuna argomentazione di tipo logico formale fa presa sulla folla.
Come si può notare l'animazione di una grande assemblea folla è esclusivamente un problema di comunicazione efficace e suggestiva e di capacità di assumere un ruolo di leadership.
Non si tratta di un'azione in senso educativo classico, ma di una azione finalizzata ad orientare l'assemblea verso un'esperienza collettiva positiva di risposta ai bisogni per cui i suoi membri si sono riuniti consentendo a questi, nello stesso tempo, una liberazione emotiva non violenta e non regressiva ma possibilmente ricca di fermenti evolutivi, che possano avere una ricaduta nella coscienza delle stesse persone dopo l'assemblea.

L'animazione dell'assemblea verso la comunità

L'assemblea che consente un'animazione che tenti di trasformarla in comunità, come già detto, deve avere dimensioni medie o piccole.
In questo tipo di assemblea, diversamente dalla precedente, la comunicazione deve essere fondata su una esposizione chiara, ordinata, ben argomentata, rispondente alle attese ed ai bisogni delle persone che la formano, non noiosa.
La struttura della comunicazione in queste assemblee deve essere costruita in modo tale da favorire il protagonismo dei partecipanti sia verso chi le presiede, sia tra le persone che la formano. La distribuzione di ruoli differenziati per sottogruppi, ad esempio, va nella direzione della costruzione di queste relazioni orizzontali tra i membri dell'assemblea.
Tuttavia perché avvenga realmente una comunicazione orizzontale tra le persone è necessario che vi siano attività prima e dopo l'assemblea in cui le persone entrano in relazione diretta. In questo caso l'assemblea diventa il momento culminante di un lavoro comunitario e, quindi, divenendo perciò essa stessa un momento della vita comunitaria.
Questo significa che l'assemblea non può produrre da sola comunità, ma che al massimo può far nascere la sua esigenza, stimolando le persone a ritrovarsi in gruppi primari al di fuori dell'assemblea stessa. In questa ottica l'assemblea dovrebbe avere le caratteristiche di una sorta di intergruppo in cui rifluiscono i vissuti e le esperienze dei vari gruppi e dove si realizza il superamento dell'appartenenza al gruppo stesso verso l'appartenenza all'assemblea che diviene comunità.
Perché l'assemblea divenga comunitaria è necessario perciò che essa avvii e concluda dei momenti di aggregazione in cui le persone entrano in contatto diretto, personale, faccia a faccia e in cui sperimentano il valore della solidarietà reciproca e verso l'esterno. Senza questo l'assemblea è solo un momento di apprendimento, informazione e decisione ma senza la dimensione comunitaria.
A parte queste considerazioni generali, che tendono a stabilire un interscambio vitale tra l'esperienza del piccolo gruppo e quella del gruppo secondario assembleare, esistono delle modalità specifiche di animazione dell'assemblea finalizzate sia alla comunicazione verticale (presidenza « membri assemblea), sia alla comunicazione orizzontale (tra i membri dell'assemblea).
Le tecniche di lavoro finalizzate alla comunicazione verticale sono, di solito, centrate sulla creazione artificiale di situazioni in cui le persone che le seguono assistendo ad esse possano identificarsi in vari ruoli, posizioni, ecc., e prendere coscienza del problema che si sta esaminando da più punti di vista, diversi da quello solito con cui lo considera.
Il panel con rappresentati di ruoli diversi o con esperti, ad esempio, è un buon esempio di questo tipo di tecnica, a condizione però che il suo svolgimento preveda la possibilità del pubblico di interagire con domande e osservazioni scritte o orali secondo precise modalità gestite dall'animatore dell'assemblea.
Accanto a queste tecniche vi sono quelle destinate a far interagire i membri dell'assemblea tra di loro, per favorire la loro partecipazione alla discussione od alla elaborazione dell'argomento oggetto della riunione. Queste tecniche si basano sulla suddivisione dell'assemblea in piccoli gruppi che debbono essere formati da un numero non superiore alle 6/7 persone, che in un tempo molto breve debbono formulare una loro risposta al problema posto dall'animatore. Le risposte, dopo essere state raccolte e sintetizzate dall'animatore, servono, di solito ad avviare o una risposta del o degli esperti o un ulteriore approfondimento da parte degli stessi sottogruppi. Il Phillips 6 X 6 è un buon esempio di questo tipo di tecnica di lavoro.

Conclusione

Per la conoscenza analitica di questi metodi di lavoro si rinvia a uno dei molti testi di tecniche di animazione, di cui quello del Mucchielli, citato in questo capitolo è un buon esempio. Lo scopo di questo breve capitolo, non è quello di fornire la conoscenza dei metodi di animazione delle assemblee medie o grandi, ma solo quello di descrivere alcuni principi che l'animatore deve conoscere prima di scegliere le modalità tecniche di intervento e, nello stesso tempo, di sottolineare il fatto che l'azione dell'animatore non si esaurisce nel piccolo gruppo, ma che essa prosegue nella direzione del gruppo secondario di cui il piccolo gruppo fa parte.


NOTA

[1] Mucchielli R., Come condurre le riunioni, teoria e pratica, LDC, Torino-Leumann 1986, pp. 52-53