Cesare Bissoli

(NPG 1994-06-37)


Walter Kasper, noto teologo e vescovo tedesco, ha detto che la preghiera rappresenta il «caso serio» della fede, in quanto è rivelativa della qualità e tenuta di questa: «Dimmi come preghi e ti dirò che fede hai». E d'altra parte è vero anche il contrario: «Dimmi che fede hai, e ti dirò come preghi»: ossia la fede manifesta la sua validità a seconda dell'esperienza di preghiera a Dio che riesce a produrre.
La circolarità della preghiera cristiana di essere prodotto della fede e produzione di fede mette in luce l'importanza e la delicatezza del pregare cristiano.
Tanto più e questo è un secondo ordine di motivi per interessarcene che la preghiera si trova di fronte a difficoltà, inadempienze, rischiose deformazioni tra gli stessi cristiani, come è identificarla con esercizi psicofisici del tipo yoga, con meditazioni trascendentali autocentrate tipo zen (su cui intervenne tempo fa la Congregazione per la dottrina della fede).
Di qui il bisogno di «evangelizzare» il pregare: i precetti ecclesiali sull'orazione, ma anche le impressionanti testimonianze eucologiche delle religioni, e più in profondità quella istintività umana del pregare che è in ciascuno ed infine le tante confezioni storico-culturali lungo i secoli.
Il richiamo alla Parola di Dio diventa dunque tanto indispensabile quanto liberante. Di essa è stato magnificamente detto il potenziale di ricchezza, che applichiamo immediatamente al pregare cristiano: «La Parola di Dio è come un'apertura ai propri problemi (di preghiera), una risposta alle proprie domande (di preghiera), un allargamento ai propri valori (di preghiera) ed insieme una soddisfazione alle proprie aspirazioni (di preghiera)» (RdC, 5).
Il primo gradino della Parola - e fondamento di ogni altro - è la Bibbia. Essa segna la corretta direzione di marcia al pregare, su cui e non al di fuori o contro legittimamente si pone la mediazione ecclesiale, quella esperienziale di ciascuno e le riflessioni delle scienze umane interferenti.
Ora la rapida memoria di ciò che la Bibbia testimonia sulla preghiera ci porta a focalizzare due poli: il fatto e il significato, il fenomeno e la sua anima interiore. Entrambi sono Parola di Dio, nella indivisibilità di anima e corpo.
Una riflessione su entrambi i poli organizza questo intervento.
La bibliografia è infinita, ma non esaurita, perché la possibilità di comprensione sono illimitate, al variare del fattore culture e delle domande (cf Preghiera, nel Dizionario di Teologia Biblica, a cura di X. Léon-Dufour, Marietti, Torino, 1964; Preghiera, di B. Maggioni, Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Paoline, Cinisello B., 1988, con ulteriore bibliografia; Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte IV: La preghiera cristiana).

IL FATTO-PREGHIERA

Vista dall'angolatura che qui ci interessa, la S. Scrittura è un immenso universo orante, di oranti e di orazioni. È difficile fare una statistica delle preghiere, dei termini di preghiera, delle forme... Anche se non tutto è preghiera, però tutto passa attraverso l'esperienza del pregare, del parlarne con Dio.
Si pensi al salterio, coestensivo a Israele (a tutte le sue vicende storiche e al farsi del suo credo religioso), ed insieme cassa di risonanza orante, prezioso raccoglitore di tali vicende e del credo in esse inserito. È vero che la Bibbia senza il fatto preghiera sarebbe essenzialmente diversa, pressoché svanita.
La preghiera assume dunque nella Bibbia il tratto di «fenomeno», di qualcosa di appariscente e costante. Ne vogliamo qui toccare due aspetti: la collocazione storica e il linguaggio espressivo usato.
È un tipo di considerazione scelto apposta per questa nostra congiuntura storica in cui il pregare corre in particolare due rischi: la privatizzazione destoricizzante, ossia la incapacità di avere «valore politico» (per dirla con una espressione di J. Danielou) sul corso degli eventi, e la spiritualizzazione astrattiva, discorporata o bloccata su espressioni esteriori ormai diventate stereotipi (in piedi, seduti; lettura ad alta o bassa voce...).

La collocazione storica della preghiera nella Bibbia

È facile individuarla alla base dei momenti fondamentali della historia salutis, come fattore condeterminante le grandi imprese di Dio (magnalia Dei). Ciò che Dio opera con la sua energia ha come il corrispettivo umano nella preghiera dell'uomo.

Alle origini del mondo
Il mondo nella sua origine è sostenuto solo dalla preghiera di Dio (che è la sua benedizione, Gen 1, 22.28), in quanto l'uomo è assente, non esiste ancora; ma nella seconda creazione del mondo, dopo il diluvio, si dice che Noè «offrì olocausti sull'altare. Il Signore ne adorò la soave fragranza e pensò: Non maledirò più il suolo a causa dell'uomo; né colpirò ogni essere vivente come ho fatto. E Dio benedisse Noè e i suoi figli» (8, 21-9, 1).

All'origine delle Promesse
«Dio disse ad Abramo: Esci dalla tua terra e va'... Ed io ti benedirò» (Gen 12,1-2)... «Allora Abramo costruì in quel posto un altare al Signore» (Gen 12, 7).
Abramo, il Patriarca delle promesse, il padre del popolo appare come la prima grande figura orante.
Lo si vedrà fare due tipi di orazione, che resteranno classici nel popolo di Dio: preghiera di domanda e lamento: «Mio Signore Dio, che cosa mi darai? Me ne vado senza figli...» (Gen 15,2s); preghiera di intercessione per Sodoma e Gomorra (Gen 18, 23-32). Dopo Abramo, sta Giacobbe con la triplice preghiera legata al sogno della scala con gli angeli che scendono e salgono (Gen 28, 10-22), alla lotta con l'angelo (Gen 32, 23-33) e alla grande benedizione (Gen 49).

Alle origini del popolo
Figura fondamentale è Mosè, cui sono ascritte quattro espressioni di preghiera da lui stesso presiedute o provocate, sacra eredità di Israele nella storia posteriore: il sacrificio della Pasqua che libera dalla schiavitù del male (Es 12), il canto della liberazione di Myriam che riconosce e celebra il dono di essere liberi e vivi (Es 15), il sacrificio dell'alleanza (Es 24) che sancisce la vitale relazione del popolo con Dio, la preghiera di intercessione che salva da situazioni irreparabili di peccato, in quanto assicura la sopravvivenza del popolo stesso (Es 17, 8-13; Es 32).

Alle origini della monarchia
In relazione a questo istituto così decisivo per l'esistenza del popolo di Dio, troviamo ai suoi inizi significative e decisive preghiere.
Fa da battistrada la preghiera accorata di Anna per avere Samuele (1 Sam 32,1-10), il grande profeta che unge re Saul e Davide.
Segue Davide, a cui tocca in certo modo reiniziare la monarchia, questo sacramento dell'alleanza di Dio con il popolo. Lo fa con una solenne preghiera che invoca la benedizione di Dio, come Dio fece alle origini del mondo, ora che inizia un nuovo mondo, quello della casa di Davide, del futuro Messia: «Degnati dunque di benedire ora la casa del tuo servo, perché sussista sempre dinanzi a te» (2 Sam 7,18-29).
In tale ottica di un Regno che inizia e si fa nella storia (Regno che è dell'uomo e di Dio) si pone il Salterio, il libro del pregare di ogni giorno. Ebbene è significativo che sia attribuito a Davide, pur nel vistosissimo anacronismo di salmi che di Davide non sono (la maggior parte).
Anche un altro segno capitale dell'identità di Israele, il Tempio, dimora di Dio in mezzo al popolo, nel suo inizio, è investito dalla preghiera di Salomone, perché, come il Tempio significa, Dio dimori sempre in mezzo al suo popolo (1 Re 8).

Alle origini del nuovo esodo (nuova alleanza, nuovo tempio) al ritorno dall'esilio
È un momento genetico capitale perché dona una svolta alla concezione della storia e dell'alleanza. Ciò che sta per avvenire non è edizione del passato, ma anticipazione del futuro, è presagio del mondo nuovo (il regno messianico).
Siamo in uno dei momenti più alti del pregare biblico, articolato nei tre moduli della penitenza (all'esilio e dopo l'esilio vanno ascritte le preghiere penitenziali più belle e mature, nel Salterio, ma poi in Is 59, Baruch 3, in Neem 9, Dan 3...), dell'inno: «Cantate al Signore un canto nuovo... Il Signore avanza come un prode...» (Is 42,10.13), dell'attesa di nuova luce (v. Giobbe, la preghiera della notte in attesa di un giorno nuovo, 7, 7-21...; la preghiera del germoglio: «Stillate cieli dall'alto e le nubi facciano piovere la giustizia, si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia», Is 45, 8).

Alle origini di Gesù e della nuova alleanza
Basti qui ricordare l'intenso clima di preghiera in relazione alla nascita di Gesù nel vangelo di Lc 1-2, dove si ricapitola l'attesa con la novità del compimento.
Il Benedetto di Zaccaria, il Magnificat di Maria, l'inno angelico a Betlemme, il Nunc dimittis di Simeone, sotto la forma di inno (l'annuncio e la festa sono ormai segni di preghiera cristiana) segnalano la novità dell'evento cristiano, nel suo mistero di dono e di risposta (in cui prevalgono l'adorazione, l'eucaristia e la meditazione).
Gesù stesso sigilla il suo avvio apostolico con la preghiera (al battesimo: Lc 3, 21), e inaugura il mondo nuovo della risurrezione con la cena pasquale e la preghiera di intercessione e perdono (Lc 23, 34) come Mosè.

Alle origini della chiesa
Della prima comunità si dice che «tutti erano assidui e concordi nella preghiera insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù» (Atti 1, 14).
Tale azione continua dopo Pentecoste, ma allargata a discepoli, e l'orazione viene connessa con l'ascolto della Parola, la celebrazione, la carità, la simpatia della gente (Atti 2, 42-48).
D'ora in poi tutto ciò che indica il via, la partenza, l'inizio del lavoro, della missione, della festa, del lutto, nella comunità ecclesiale sarà sempre sotto il segno della preghiera (l'«Actiones nostras...» ne è un esempio paradigmatico) (è il pregare avanti il viaggio, una riunione, una operazione medica, anche un esame, all'alba del giorno...).

All'origine dei cieli nuovi e la terra nuova
Anche l'ultimo vero inizio (il nuovo esodo, la nuova e definitiva alleanza, il nuovo tempio, il nuovo popolo, il nuovo uomo, il nuovo mondo...) sarà segnato dalla preghiera, sarà l'offerta delle nostre risorse all'ultima grande impresa di Dio, paragonabile alla prima, quella della creazione, in vista della nuova creazione dei «cieli e della terra nuova».
Il tesoro di preghiere dell'Apocalisse lo sta ad indicare: gli inni all'Agnello immolato fino a quel termine della Bibbia che coincide con un pregare: «Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!... Vieni Signore Gesù. La grazia del Signore sia con tutti voi. Amen» (Apoc 22, 17.20).

Il linguaggio della preghiera

La preghiera dell'uomo biblico ha una prima caratteristica, ma perché tale, di grande rilevanza e di permanente valore: è un fatto che ha sempre del visibile, non si consuma nell'intimità di un pensiero o nell'elaborazione accademica di una preghiera ben costruita, ma semmai ben sentita, in verità l'anima prega mediante il corpo.
Tenuto conto del coinvolgimento della persona, c'è da aspettarsi una spontaneità creativa di termini, forme letterarie, atteggiamenti esteriori, pur nella permanenza di certi schemi standard. Accenniamo non più di tanto a tre livelli linguistico-espressivi: il lessico, le strutture-riti, le forme e rappresentazioni simboliche.

Ricchezza lessicale e di atteggiamenti
Pur prevalendo i termini 'atar e palal (nell'AT) e proseùchomai e déomai (nel NT) in realtà il ventaglio lessicale è assai più ricco, esprime veramente gli stati d'animo dell'orante. Nell'AT il pregare è reso con verbi come «chiedere, implorare, supplicare, chiamare, invocare il nome del Signore, singhiozzare, gemere, lodare, gridare, ruggire, placare, prostrarsi, ringraziare, lamentarsi, riconoscere, celebrare. proclamare, esaltare, suonare uno strumento...». Nel NT si assiste ad una analoga tonalità, sia pur con varietà meno intensa, con meno verbalismo, memori della lezione di Gesù (Mt 5,7-8). Atti e Lettere di Paolo aiutano a cogliere la molteplicità espressiva ed ardente del pregare dell'Apostolo.
Già il vocabolario ci introduce alla scoperta di una pluralità di atteggiamenti esteriori e corporali, di tipo non verbale. Le posizioni correnti sono: lo stare dritto, lo stare disteso a terra, in ginocchio, fare movimenti con le mani, la testa e gli occhi. Dare baci, fare lamento, cantare, battere le mani, il petto, rivestirsi di certe vesti, coprirsi il capo di cenere, fare un pellegrinaggio al Santuario. Si noterà la distanza tra il nostro verbalismo statico e questo dinamismo già in sé carico di parola.

La ritualità
Il pregare biblico conosce tempi e luoghi privilegiati (la festa, il tempio, la sinagoga) che coincidono con la preghiera comunitaria. E di che risonanza fossero intrise le feste in Israele e i luoghi di culto, basti qui solo un cenno. Ciò evidenzia come per la Bibbia sia indispensabile la preghiera come rito (= preghiera oggettiva strutturata in tempi e luoghi), come festa, come esperienza comune.
Le forme espressive sono varie: vi è la preghiera nel senso stretto (la recita dello Shema Israel e delle 18 Benedizioni, la preghiera del Signore, il Padre Nostro, i salmi, gli inni del NT...) e vi è la preghiera espressa dai riti sacrificali di diverso tipo, di olocausto, di ringraziamento, di espiazione... Ciascun rito porta con sé ulteriori specificazioni di senso, di incredibile vastità (basti pensare al rituale come è esposto nel Levitico, a riguardo dei sacrifici).
La preghiera privata che certamente esiste non ha norme, se non quelle del cuore puro davanti a Dio che «vede nel segreto» (Mt 6,6), «in spirito e verità» (Giov 4, 24).
I passi citati evidenziano, contro ogni eccesso di standardizzazione rituale, un certo sganciamento dal giudaismo: Gerusalemme per Gesù non ha esclusività del culto né alcun luogo è così sacro da monopolizzare la presenza di Dio (Giov 4, 21-24); il NT perciò conosce la preghiera nelle case (Atti 16, 13), anzi tutta la vita è luogo di preghiera, di offerta sacrificale (Rom 12, 1ss).
Ciò fa comprendere meglio un aspetto del detto di Gesù «sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi» (Lc 18, 1), il suo «Vegliate e pregate ogni momento» (Lc 2, 36), appunto perché Dio è ritrovabile ovunque.

Forme e rappresentazioni simboliche
Due sono le grandi modalità linguistiche: la supplica (o lamentazione) e la lode (o inno), con variazioni intermedie. I Salmi ne sono la custodia intangibile .
Gli studiosi hanno cercato di distinguere i diversi generi intercorrenti. Gianfranco Ravasi nel suo Libro dei Salmi (3 vol, EDB, Bologna 1981) parla di ben 7 famiglie con suddivisioni: la famiglia innica (inni di creazione, di Sion, di Jahvè Re); la famiglia delle suppliche (suppliche personali, comunitarie); la famiglia della fiducia e della gratitudine (salmi di fiducia, di ringraziamento); la fiducia dei salmi regali; la fiducia liturgica (salmi di ingresso, salmi-requisitoria, salmi di pellegrinaggio); la famiglia sapienziale (salmi sapienziali, salmi alfabetici); la famiglia storica (I, 46-65).
Ancora a Ravasi siamo debitori di una indagine sul salterio come «microcosmo simbolico», di cui esplicita le quattro coordinate (lettura stereometrica): la linea verticale-teologica (predomina la simbologia del monte, della luce, della vita, della salvezza; Dio come padre e madre, come eroe, come capo di esercito); la linea orizzontale-antropologica (il mondo dell'uomo e della natura nelle sue ombre e luci viene detto ricorrendo alla simbologia degli animali [«bestiario colorato»], della vegetazione, degli organi del corpo); la linea orizzontale cosmologica (si avvale del simbolismo della terra, del mare, dei mostri marini, della luce e delle tenebre, delle stagioni, di Gerusalemme e delle isole lontane); la linea verticale-infernale (il mondo agli antipodi di Dio: lo sheol, la fossa, il silenzio, la polvere, l'abisso, la guerra, il cacciatore, il leone divorante, la malattia, la peste) (I, 30-34). Ci è dato di vedere queste isotopie simboliche anche in altre preghiere dell'AT e del NT (si pensi all'Apocalisse). Basti qui segnalarlo per indicare come la preghiera sia specchio del mondo umano nei suoi archetipi profondi e diventi necessariamente non ragioneria, ma poesia. Quello biblico appare sempre un pregare umano appassionato.
Tutto questo acutizza di più la domanda sul senso, la portata, la Parola di Dio che si rivela.
È il secondo polo: dopo il fatto, il significato teologico, anzi teologale che ci interpella.

IL SENSO PROFONDO E PERMANENTE DEL PREGARE BIBLICO

Quanto si può dire è assai vasto, in forza anche delle molteplici angolature dell'eredità biblica sulla preghiera. Noi qui ci limitiamo a quattro componenti, che hanno il pregio di essere certamente delle costanti primarie, capaci di dare volto e vigore al pregare cristiano. Procederò mettendo in rapporto il kerigma con l'esistenza, il dono di Dio e il compito dell'uomo, il dato teologico e il risvolto antropologico.

L'uomo biblico si rivolge sempre ad un tu

Si vuol dire che la preghiera biblica ha un destinatario la cui identità, sia pur misteriosa, non è indeterminata, generica, impersonale, una sorta di energia cosmica, come invece pare essere in certe religioni orientali o in sette moderne (come la New Age). E questo essere persona è sempre Dio, l'Assoluto. Non esiste nella Bibbia un pregare il re come Dio, o sua emanazione (cosa invece presente nel Medio oriente antico), ma al re in nome di Dio. Senza una fede religiosa ad un Essere trascendente, oggettivo, la preghiera biblica è incomprensibile.
Questo ha una precisa rilevanza esistenziale: il senso dell'alterità e dell'oggettività del pregare. Non ci si prega addosso, né la preghiera ricade su di sé come freccia che percorsa l'orbita piomba in terra, al punto di partenza. Pur intrisa di soggettività al massimo, come testimoniano l'inno e il lamento, la preghiera non si fa soliloquio compiaciuto (Gesù condanna chi fa così: prega per farsi vedere: Mt 5, 5, o per godere del granaio pieno: Lc 12, 17s), ma si rivolge a Dio, per coinvolgerlo, certamente, ma lasciandosi coinvolgere da Lui. Quando si prega avviene qualcosa che è tanto del mio io quanto del tu cui mi rivolgo e di fronte a cui sto in attesa, rispettandone i tempi di risposta. Anzi la coscienza del tu determina la preghiera come adorazione, che in questa logica rimane come la forma più alta e compiuta di pregare Dio da cristiani: un silenzio adorante.

... un Tu che è Padre, nel Figlio e nello Spirito

Il Tu di Dio non può essere che trinitario. L'AT lo avverte globalmente come colui che è «il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira, ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni... ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa... fino alla terza e quarta generazione» (Es 34, 6-7). Su questa ambivalenza, però sproporzionata sul versante della misericordia, si muove tanta preghiera della prima alleanza, con accentuazioni diverse, ma ultimamente facendo leva sul Dio fedele alle promesse, e dunque buono.
Nel NT, rivelando Cristo compiutamente il mistero del volto di Dio, egli struttura la preghiera del discepolo come azione concertata con la Trinità. Dio è Padre, «per cui quando pregate, dite: Abba, Padre nostro che sei nei cieli...». Il Padre Nostro sarà misura di ogni preghiera perché dice in profondità il tu autentico di Dio (Padre e Madre). Al Padre è dunque diretta ogni preghiera cristiana.
Ma ecco, Gesù, il Figlio che solo conosce il Padre, occupa tutta l'area di attenzione di chi al Padre si rivolge: «Qualunque cosa chiederete al Padre in nome mio, egli ve la concederà» (Giov 16, 23). Di qui il cristocentrismo essenziale della preghiera cristiana.
Infine lo Spirito, colui che mantenendo nella comunione amorosa il Padre e il Figlio, diventa il luogo vitale e il portavoce del nostro pregare: «Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili... poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rom 8, 26-27). Lo Spirito santo o Spirito di Cristo diventa la sorgente della genuina preghiera.
Il corrispettivo antropologico è grande ed alto. Vi si ritrovano quelle che sono qualità tipiche della preghiera cristiana: la fiducia filiale e dunque totale («Il Padre sa...»: Mt 6,8); la preghiera continua perché tanto noi siamo in pericolo altrettanto Dio è Padre che vuole il bene dei suoi figli («Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente: Lc 18, 7-8); la preghiera efficace («Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano» (Mt 7, 7-11).
In tale prospettiva anche «il silenzio di Dio» non è mai totale: l'orante sa che il Padre tace, ma ascolta, anzi ha progetti ancora più grandi da quelli emergenti della mia preghiera sempre piccola, grazie da donare che rompono i nostri schemi. È un silenzio quello di Dio che ci converte, ma che non ci perverte, non ci deride, né dimentica le nostre domande!

Dentro il progetto di Dio nella storia

Il Tu dell'orante biblico non è un «OM» dell'induismo, che pare esistere quando lo pronunciamo, tanto è indeterminato e inafferrabile.
È un Tu storico. La Trinità ha progettato un piano di salvezza nella nostra storia. Anche la preghiera, fatto umanissimo e quasi istintivo, è così «evangelizzata», riceve le sue misure, che sono mirate a quello che Gesù definisce Regno di Dio. Qui basta ricordare il profilo storico del Salterio, degli inni-preghiere del NT (il prologo giovanneo, gli inni di Paolo agli Efesini, Colossesi), lo stesso Padre Nostro («Venga il tuo Regno») per capire che ogni pregare ne è finalizzato, trova il suo oggetto, il suo centro in Dio, e dunque il consenso totale di Dio.
Tutto ciò ha notevoli risvolti esistenziali. Sarà quella biblico-cristiana preghiera che anzitutto ascolta le grandi azioni di Dio, e quindi si concepisce costitutivamente come risposta ad una iniziativa di Dio; di conseguenza perciò loda e ringrazia, chiede conversione e perdono.
Il cristiano capisce appieno perché il Padre Nostro, l'unica preghiera che Gesù ci ha insegnato, cominci la prima strofa curando «gli interessi di Dio» come i più confacenti ai propri («sia santificato il tuo nome...»).
In quest'ordine di grandezza disinteressata e oblativa, si radica l'elevatezza cristiana del pregare per gli altri (intercessione), di pregare per i grandi bisogni spirituali, di fede del mondo, di aver presenti i bisogni migliori e più alti delle persone. «Chiedete cose grandi e Dio vi darà anche quelle piccole», diceva S. Giovanni Crisostomo ai suoi cristiani in crisi.
In sintesi possiamo dire, come abbiamo notato nella prima parte, che il pregare cristiano nelle mani di Dio entra a fare parte dei cominciamenti grandi e decisivi del mondo e della storia.

Nell'area della vita nella sua totalità

È una irrinunciabile eredità biblica parlare a Dio dicendogli: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano».
L'invocazione della preghiera che Cristo ci ha insegnato riecheggia concentrandolo tutto l'universo dei bisogni dell'uomo a corto di vita, esposto ai nemici, alle malattie, alla morte.
Qui è fondamentale accogliere che la preghiera cristiana non solo può, ma deve essere domanda, esposizione di bisogni. Le ragioni sono due: il Tu cui ci rivolgiamo è Padre, che non si sente tale se non sentisse anche il lamento dei figli, la loro inquietudine esistenziale; ed ancora, se il Padre vuole, come vuole, la salvezza dell'uomo, ogni aspetto della umanità di costui, anche la salute, il pane, il lavoro, un esame difficile, un viaggio in macchina, una impresa sportiva... stanno a cuore di Dio, e quindi l'uomo ha il dovere e diritto di parlargliene.
L'atteggiamento dei profeti verso le persone (si pensi ad Elia verso la vedova di Sarepta), soprattutto di Gesù verso gli indigenti del suo tempo indica bene l'accoglienza che Dio ha verso il lamento dell'uomo. Si tratterà piuttosto di collocare la domanda nella fede fiduciosa e disponibile ad accettare come risposta, ogni risposta di Dio.
Il risvolto esistenziale è forse il più... esistenziale di tutti gli aspetti sopra indicati, nel senso del più umanamente avvertito. Qui la preghiera si fa invocazione, si fa domanda, per ogni aspetto che riguardi l'area della vita, ovviamente secondo la gerarchia dei valori che ha la vita: domanda di pane materiale e spirituale, di salute e di saper accogliere la malattia, di un giusto guadagno e la generosità di spartire con altri... In questo modo la preghiera rende storico il colloquio con Dio. Veramente la preghiera di domanda è sempre domanda di incarnazione, anzi a suo modo ne è segno e presagio.

Conclusione

La fede biblica determina il profilo della preghiera che le possa corrispondere, di modo che la preghiera non potrà mai fare a meno della fede, dell'ascolto della Parola di Dio, della considerazione del suo progetto di salvezza ed ultimamente del suo mistero personale trinitario. Per un cristiano non può esistere un pregare a ruota libera. ma sempre come dialogo, talora difficile, sintonizzato con il Tu del Padre mediante il Figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo. Dimmi che fede hai e ti dirò che preghiera fai.
E d'altra parte la preghiera biblica determina la fede, dona un certo modo di capire e configurare la fede, la quale quindi non potrà mai fare a meno della preghiera, anzitutto per autocomprendersi come fede (la preghiera è pur sempre un vissuto teologico) ed insieme per fare effettiva esperienza di preghiera (la preghiera sgorga da una teologia vissuta). La fede illuminata dalla preghiera, si fa preghiera. Dimmi che preghiera fai e ti dirò che fede hai.
È in questa circolarità che risiede il cuore della preghiera cristiana.