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Spiritualità giovanile e preghiera: criteri e prospettive

 

Riccardo Tonelli

(NPG 94-6-31)

 

 

UNA RICERCA "INFLUENZATA"

 

Chi si mette a pensare e a progettare, non lo fa mai come se il mondo incominciasse dalle conclusioni a cui egli potrà pervenire. Al contrario, noi pensiamo e progettiamo "provocati" da quello che respiriamo attorno a noi.

Per non lasciarci influenzare troppo da questi condizionamenti, sono convinto che ci sia una sola via percorribile: chiamarli con coraggio per nome e cercare di analizzarli "con amore lucido e critico".

Ed è quello che propongo di fare.

 

Fatti "provocanti"

 

Ricordo alcuni dati di fatto, che fanno da contesto ad ogni attuale riflessione sulla preghiera:

- Attorno al tema della preghiera la letteratura (quella scritta e quella vissuta nelle raccomandazioni, buoni consigli, inviti ed esperienze, modelli...) è quasi sconfinata. E' però in genere condizionata da un dato: i beni e le tradizioni educative-pastorali si accumulano lungo lo sviluppo del tempo. Noi oggi "possediamo", circa il tema della preghiera, quello che i credenti hanno costruito prima di noi e, in qualche modo, ci consegnano.

- Il contatto oggi facile con documenti religiosi non cristiani (letteratura e vissuto) mostra che il bisogno di preghiera è comune ad ogni persona religiosa e qualche volta è realizzato con una intensità che lascia stupiti anche i cristiani. Può capitare che questo dato venga utilizzato da qualche nostalgico come strumento di persuasione verso un certo modo di fare. Oppure può diventare un pericoloso principio di insignificanza pratica: se fanno tutti così, non ha senso pensare che sia qualcosa di irrinunciabile per noi cristiani...

- A dispetto di tanti che avevano previsto la "fine" della preghiera nella giornata dell'uomo diventato ormai "maggiorenne", è facile costatare una rinascita inattesa del bisogno e dell'esperienza di preghiera. Questa ripresa percorre sia i sentieri tradizionali che quelli nuovi. Non risulta di conseguenza facile interpretarne il significato.

- Non sono sufficienti questi segni positivi per far dimenticare l'innegabile diffusa situazione di "crisi di preghiera" (dalle formule ai tempi e momenti...), che ha investito questo nostro tempo. Qualcuno ne è molto preoccupato e si affanna a trovare rimedi a tutti i costi.

 

Per interpretare e valutare

 

L'abbondanza di materiale è segno, prima di tutto, che il tema è importante per la qualità della vita religiosa.

L'eccesso di risorse a disposizione non rende però agevole le scelte necessarie, soprattutto quando si costata la presenza di proposte differenti.

Non possiamo scegliere solo a casaccio, schierandoci in una prospettiva o in quella contraria solo per ragioni personali.

Mi sembra importante realizzare la ricerca con attenzione costante a tre atteggiamenti:

- Il primo nasce dalla coscienza che la questione della preghiera è di importanza vitale per l'esperienza cristiana. Non posso quindi permettermi di arrivare ad una conclusione che la escluda. Non posso nello stesso tempo cercare indicazioni solo "con la fretta della sopravvivenza".

- Il secondo spinge a guardare dentro le cose per tentare di decifrare le logiche sottostanti. In situazioni nuove non possiamo di certo riprendere tranquillamente i fatti del passato, senza prima averli decifrati.

Il secondo atteggiamento ricorda qualcosa di assodato ormai: la coscienza ermeneutica. Per la qualità della vita cristiana non è sufficiente il richiamo alla preghiera; si richiede invece uno stile di preghiera che risulti "coerente" con i modelli teologici in cui si comprende la radice stessa dell'esperienza cristiana.

- Il terzo rilancia un'altra esigenza ormai sperimentata: la fedeltà carismatica. Chi deve scegliere tra alternative egualmente buone, fa dell'ispirazione carismatica il criterio di scelta.

 

 

I GRANDI RIFERIMENTI NELLA SPIRITUALITÀ GIOVANILE

 

Gli ultimi due atteggiamenti richiedono un supplemento di riflessione, che dia ad essi concretezza. Propongo di pensarci con calma, riandando un po' al cammino percorso in questi anni.

E' innegabile un cambio notevole di prospettiva: all'interno della stessa esperienza cristiana e, per noi, nella lunga storia che ci ha portato verso la SGS (spiritualità giovanile salesiana).

Non voglio elencare tutti gli ambiti in cui si è realizzato questo profondo cambio di prospettiva. L'abbiamo vissuto tutti noi in prima persona. Ricordo solo alcuni aspetti che valuto particolarmente significativi per il tema che sto studiando.

 

Contemplativi del quotidiano

 

Siamo passati da una spiritualità della separazione tra sacro e profano alla spiritualità del quotidiano. Questo ci ha aiutato a scoprire che la vita e le sue concrete manifestazioni sono il luogo dove Dio si rivela e dove noi esprimiamo la nostra decisione per lui. Diventa urgente "leggere dentro" la vita quotidiana, per scoprire che la verità del visibile è radicata sull'invisibile.

Abbiamo bisogno di una preghiera per nutrire la fede e farci vivere di fede. Solo immersi nel mistero santo di Dio per contemplare la nostra esistenza quotidiana, scopriamo finalmente "chi sono" e "chi è Dio", in un progetto di verità che contesta le immagini dell'uomo e di Dio che la nostra cultura ci suggerisce.

 

La scoperta delle "mediazioni"

 

L'attenzione all'Incarnazione ci ha aiutato a scoprire la funzione sacramentale delle "mediazioni". Riconosciamo che l'incontro con Dio avviene sempre attraverso la nostra vita e i suoi frammenti: non esistono "vie dirette" né possiamo sognare "scorciatoie privilegiate".

E' vero però che non tutte le "mediazioni simboliche" hanno la stessa capacità evocativa.

Questa consapevolezza, riportata nell'ambito della preghiera cristiana, ci porta a passare dalla divisione tra momenti speciali per l'incontro con Dio e momenti vuoti e distraenti alla percezione che tutta la nostra vita è luogo dell'incontro con Dio, anche se secondo modalità diverse e specifiche (mediazioni celebrative e mediazioni operative).

Riconosciamo però l'urgenza di alcune mediazioni che possano favorire l'"esplosione simbolica".

 

Chiamati a corresponsabilità

 

Siamo passati da una visione un po' magica del rapporto e della presenza di Dio alla coscienza progressiva del "soltanto servi": come Maria che mette a disposizione il suo corpo di mamma perché Dio diventi "uno di noi".

Abbiamo bisogno di una preghiera che non scarichi su Dio le responsabilità, ma le rilanci su ciascuno di noi e sulla responsabilità di tutti (anche strutturale), confessando nello stesso tempo che in Dio anche l'impossibile può diventare possibile.

 

Nutrire la fiducia in Dio

 

Siamo passati da una vita vissuta (e pregata) nella paura ad una "vita nella fiducia".

Abbiamo bisogno di una preghiera che ci aiuti a scoprire più a fondo il volto accogliente di Dio, per passare dall'esperienza del giudice cattivo che si convince solo per liberarsi da una seccatura (Lc. 18, 1-8), a quella del padre del ragazzo scappato di casa, che non ha bisogno di essere pregato per rispondere con l'invito alla festa (Lc 15, 1-24).

 

L'amore alla vita

 

La grande svolta della nostra spiritualità è rappresentata dalla scoperta, progressivamente maturata, del diritto e dovere di "amare la nostra vita", al di là di ogni suo limite, come confessione della nostra fede nel Crocifisso risorto.

Abbiamo riscoperto "il diritto alla festa" e la gioia della compagnia con tutti coloro che amano la vita, ritrovando il significato più autentico della croce, come condizione irrinunciabile di un amore serio e operoso alla vita.

L'amore alla vita e la riscoperta della croce da questa prospettiva ci sollecita a rivedere molte preghiere e molti modelli di preghiera, elaborati in un contesto teologico e antropologico dove erano dominanti altre prospettive.

Abbiamo quindi bisogno di rileggere la nostra vita nel mistero di Dio, attraverso la preghiera, per scoprire il "dovere" dell'amore alla vita "oltre l'impossibile" e per esprimerlo e viverlo secondo il progetto di Dio.

Abbiamo bisogno di una preghiera che anticipi "la festa", anche nel tempo duro della lotta e del dolore.

 

 

EDUCARE ALLA PREGHIERA

 

Il riferimento alla SGS ha un doppio compito:

- Da una parte dà criteri per indicare un modello di preghiera "coerente". Dà quindi l'obiettivo del processo di educazione alla preghiera.

E' importante: per resistere alla tentazione della nostalgia verso modelli del passato o verso esperienze particolarmente seducenti. Non basta infatti un richiamo generico alla preghiera e non assumiamo i modelli tradizionali solo perché hanno nutrito la fede e la speranza di generazioni di credenti.

Sentiamo invece il bisogno di ricostruire modelli di preghiera che "si portino" dentro le logiche di fondo della SGS.

- Dall'altra suggerisce le condizioni concrete per assicurare una prassi di educazione alla preghiera "coerente" con l'ispirazione fondamentale.

La SGS infatti riconosce l'importanza dell'educazione anche in rapporto alla vita di fede e propone il modo di realizzarla. Queste indicazioni generali vanno "riscritte" dentro i processi relativi alla educazione alla preghiera.

Questa doppia operazione non è facile: non abbiamo grosse esperienze alle spalle e non può essere risolta solo sul piano teorico. Provo a suggerire qualcosa in questa proposta operativa con cui voglio concludere la mia riflessione.

 

Educare persone "capaci" di preghiera

 

In questi anni abbiamo maturato una forte coscienza educativa in ordine ai processi di educazione alla fede. Va richiamata anche in questo contesto.

In coerenza con questa logica di fondo, riconosciamo che l'educazione alla preghiera comporta la ricostruzione di un tessuto di personalità che permetta ai giovani di diventare persone "capaci" di preghiera. Molti dei modelli culturali dominanti minacciano proprio questa possibilità radicale, perché sollecitano verso una qualità di vita in cui la preghiera (il tipo suggerito nel paragrafo precedente) non trova spazio di autenticità.

Ricordo tre condizioni, facendo memoria del cammino vissuto assieme in questi anni.

 

Educare persone capaci di "affidamento"

 

Al centro della costruzione di personalità sta l'identità e la sua qualità. Attorno a questo nodo giochiamo la possibilità di una matura esperienza religiosa, la sua integrazione nell'esperienza di vita della persona e, di conseguenza, il senso di una vita di preghiera.

Che tipo di identità siamo invitati a costruire in noi e per gli altri?

Gli educatori religiosi si dividono sul modo di rispondere concretamente a queste domande.

Qualcuno sogna il ritorno ai tempi in cui l'identità era forte, sicura e battagliera. Soprattutto in questo modo deve qualificarsi l'identità del cristiano. Per questo molti educatori vogliono proposte forti e sicure e fanno coincidere la maturità con la robustezza delle proprie scelte, la coerenza continua e costante, l'indice alto di conoscenze che la persona possiede.

Qualche altro, invece, preferisce parlare di un adattamento pieno  alla situazione di complessità culturale in cui viviamo, attraverso la costruzione di identità fragili e deboli. Questo tipo di identità sembra l'unico vivibile in un tempo di crisi.

Sono convinto che sia possibile inventare un'alternativa ai modelli forti e a quelli deboli.

Questa alternativa è data dalla capacità di affidamento.

La stabilità non è cercata né nella reattività verso l'esistente né nella sicurezza che proviene dai principi solidi e stabili su cui si vuole costruire la propria esistenza. Non è però neppure rifiutata come alienante e impossibile, in una situazione di complessità e di eccesso incontrollato di proposte. Sta invece nel coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare.

Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.

Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione giocata nell'avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell'esistenza.

Questa è infatti la vita cristiana: un abbandono nella braccia di Dio, nell'atteggiamento del bambino che si affida all'amore della madre. Sembra strano: per diventare adulti, scopriamo la necessità di diventare "bambini". Ce l'ha raccomandato Gesù: "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt. 18,3).

Dell'adulto vogliamo conservare la lucidità, la responsabilità e la libertà, proprio mentre ci immergiamo in una speranza che sa "credere senza vedere".

Del bambino, invece, cerchiamo il coraggio di rischiare, la libertà di guardare in avanti, la fiducia incondizionata in qualcuno di cui abbiamo sperimentato l'amore, la disponibilità esagerata a condividere: in fondo, la voglia di giocare anche con le cose più serie.

 

Al centro: l'interiorità

 

Una seconda condizione, spesso ripetuta in questi anni, è data dalla capacità di interiorità, come condizione irrinunciabile di formazione, umana e cristiana, in un tempo di complessità e di pluralismo.

Interiorità dice spazio intimissimo e personale, dove tutte le voci possono risuonare, ma dove ciascuno si trova a dover decidere, solo e povero, privo di tutte le sicurezze che danno conforto nella sofferenza che ogni decisione esige.

Il confronto e il dialogo serrato con tutti sono ricercati, come dono prezioso che proviene dalla diversità. La decisione e la ricostruzione di personalità nascono però in uno spazio di solitudine interiore, che permette, verifica e concretizza la "coerenza" con le scelte unificanti la propria esistenza.

In questo spazio di esigente e indiscutibile soggettività la persona valuta e interpreta tutto, prende le proprie decisioni, soffre la faticosa coerenza con le scelte.

Sono convinto che ogni tentativo di oggettivizzare la decisione sia perdente oggi. In genere non è praticabile; o lo diventa a costi educativi ingiustificati. Ma c'è di peggio: se alle proposte la persona non impara a reagire dal silenzio dell'interiorità, i "nostri" valori oggettivi saranno quotidianamente sconfitti dal fascino seducente delle tante proposte che respiriamo. La pretesa di curare la soggettivizzazione con una buona cura di oggettività, secondo me, è rimedio peggiore del male. Non coglie la radice della disfunzione e, in qualche modo, la perpetua.

Vedo invece la possibilità di intervenire nei confronti della soggettivizzazione sfrenata, riconsegnando la persona in modo serio all'interiorità.

Le risorse educative possono essere spese per far nascere l'esigenza, sostenere l'esperienza, progettare la realizzazione. E ce ne vorranno molte in una cultura che fa di tutto per trascinare verso esteriore, anche con la scusa di salvaguardare meglio l'oggettività.

 

Sollecitare a decisione coraggiose

 

La terza condizione "educativa", da ricostruire nella persona per renderla "capace" di preghiera, è data dalla sua capacità di decisioni, serie e impegnative.

La nostra cultura ci spinge a decisioni mai decisive, verso un'attenzione esasperata a non precludersi nessuna possibilità. L'eccedenza delle opportunità giustifica appartenenze deboli, dove sembra compatibile un orientamento e il suo contrario.

Questo è principio pericoloso: la persona viene frastagliata proprio al livello della sua qualificazione. Per vivere da cristiani non basta né il contesto culturale né l'entusiasmo. E' necessario il coraggio di decidere, nella vita quotidiana, secondo le logiche della fede.

Non mi accontento di scelte "coerenti" con un quadro oggettivo di valori. E' troppo facile assumerle con entusiasmo e poi, in altro contesto e sotto un altro tetto, giocare lo stesso entusiasmo nella direzione opposta. Il limite non è di "coerenza"; sta invece in quella mancanza di decisionalità forte che sembra la condizione irrinunciabile per sopravvivere oggi.

La decisione forte e qualificata va sollecitata davanti alle cose che contano veramente: ai problemi, quelli veri, da cui abbiamo il dovere di lasciarci inquietare davvero.

Questa è la dimensione qualificante. Va sottolineata e compresa per non leggere l'indicazione come un ritorno ai vecchi schemi. Sulle cose che contano veramente la persona è chiamata a misurarsi e a decidere il senso e la qualità della vita.

I problemi, quelli "veri" su cui la fede è chiamata a misurare la sua specificità, sono quelli che riguardano la vita e la morte.

In questa logica ho spesso ricordato la necessità di sollecitare ad un confronto con l provocazione della morte, a partire dall'amore alla vita.

 

 

Fare proposte facendo fare esperienza

 

L'educazione alla preghiera non percorre le strade dei discorsi intelligenti o dei libri sapienti.

Come per tutte le cose che riguardano la vita e il suo senso, educare significa "fare proposte facendo fare esperienza".

La formula ritorna spesso. E' una delle nostre scelte più qualificanti. Ritorna però con la preoccupazione immediata che si tratti veramente di un "fare esperienza".

Tre esigenze qualificano questa indicazione:

- contatto con esperienze di preghiera

- revisionate per poter essere interiorizzate

- riesprimendo in nuovi sistemi simbolici quello che si è vissuto.

In questo orizzonte avanzo le ultime indicazioni, dando soprattutto "compiti" (invece di risolverli).

 

A contatto con esperienze

 

L'educazione alla preghiera è legata al contatto con esperienze e modelli.

A questo proposito, due preoccupazioni mi sembrano urgenti:

- la decisione di quali esperienze vanno privilegiate, dal momento che non tutte sono nella logica del modello esigito dalla SGS,

- la necessità di revisionare quelli correnti, per porli in sintonia con la logica della SGS.

 

L'interiorizzazione dell'esperienza vissuta

 

Non possiamo immaginare che tutto funzioni secondo le logiche che abbiamo concordato. Tra l'altro sarebbe pericoloso e monotono...

Qui si colloca quella esigenza di interiorità, tanto spesso raccomandata.

Mi sembra importante costruire assieme una "criteriologia" che funzioni come orientamento e ispirazione della revisione.

Ne ho proposta una, in linea di massima, nel secondo paragrafo della mia relazione. Andrebbe verificata, concretizzata e riscritta.

 

Riespressione

 

Facciamo esperienza quando riusciamo a riesprimere nel quotidiano quello che abbiamo vissuto e interiorizzato.

Questa riespressione connota:

- il tentativo di ridare spessore ai sistemi simbolici che condividiamo con tutti

- il bisogno di inventare nuovi sistemi simbolici che siano meno opachi rispetto a quello che avvertiamo urgente comunicare.

Qui si colloca la mia ultima preoccupazione.

Mi sembra urgente trovare tempo, fantasia e coraggio per "ripensare" il materiale di cui disponiamo con abbondanza:

il significato

i formulari (i contenuti e in rapporto ai destinatari)

i modelli

il ritmo.

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